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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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\\ Home Page : Storico : Letture e spettacoli (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 17/07/2009 @ 15:21:55, in Letture e spettacoli, letto 1124 volte)
Questa è stata la colonna sonora della mia settimana...Sì, una settimana piuttosto movimentata... Ve la allego qui sotto, nel caso possa servirvi per il week end. Il video lo ha scovato il mio amico Muro!
Besos
clicca qui!
 
Di Simona (del 10/09/2009 @ 10:50:48, in Letture e spettacoli, letto 1148 volte)
La creatività segue meccanismi misteriosi. Sa cogliere idee e vita anche da un luogo decadente e all’apparenza finito. Un luogo che sembra non aver più niente da fare se non richiamare lo sguardo attonito di chi non conosce la sua storia o la nostalgia di chi passando da lì ripensa a quando era giovane. La Colonia Bolognese, desolata e sola sul lungomare tra Rimini e Riccione, ha attirato l’attenzione della compagnia NNChalance, composta da Valeria Fiorini e Eleonora Gennari due danzatrici che - prendendo spunto da questo dinosauro architettonico - hanno creato la performance “Se nn ricordo male”. Una coreografia così speciale da conquistare la finale del concorso Giovani Danz’Autori (a Ravenna sabato 11 settembre nell’ambito del Festival Ammutinamenti) e da essere selezionata tra 50 compagnie nazionali per la Vetrina della Giovane Danza d'Autore (sempre a Ravenna il 18 settembre).

Come è nata questa performance?

“La Colonia Bolognese, questo luogo-simbolo dell’immaginario turistico della costa romagnola, ora abbandonato a se stesso, ha suggerito e ispirato la coreografia – sostiene Eleonora Gennari - Ci ha suggerito una storia inaccessibile, morta e da qui è cominciata la ricerca, lo scavare nella memoria per cercare tracce che richiamassero in vita quel luogo e scuotessero il corpo”.

Qual è stato il passaggio dall’idea alla danza?

“La nostra coreografia è la composizione di immagini, la fusione di nostre memorie con quelle del luogo da cui siamo partite – spiega Valeria Fiorini - Inizialmente ci siamo concentrate sullo spazio attraverso lavori di improvvisazione e questo via via si è trasformato in ‘piedi nello spazio’, piedi che disegnano sul pavimento parole all’occhio esterno incomprensibili, piedi che lasciano tracce… Il disequilibrio, l’inciampo ci sono stati suggeriti dai vari ‘ostacoli’ presenti nella Colonia, come vetri, sassi, escrementi. Il risultato finale è un monologo recitato a due voci, dove le parole rimangono invisibili sul pavimento mentre è il corpo a parlare”.

Il progetto scenico procede parallelamente ad un progetto video girato all’interno della colonia stessa, curato dal video-maker Matteo Conti e volto alla riqualificazione e utilizzo dei luoghi storici del nostro territorio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Di Simona (del 17/09/2009 @ 16:38:33, in Letture e spettacoli, letto 1251 volte)

Tiempo y silencio, gritos y cantos, cielos y besos, voz y quebranto

Tiempo y silencio, Cesaria Evora

 
Di Simona (del 26/10/2009 @ 09:59:23, in Letture e spettacoli, letto 2225 volte)

Ho finito da poco l'ultimo libro di Christiane Singer, un'autrice straordinaria. Tra riflessioni, cronache personali e racconti d'altri tempi, c'è un passo che mi ha colpito particolarmente. Un passo in cui Christiane descrive così il potere della parola: "Fino a oggi nelle notti più cupe della mia vita sono sempre state le parole  che mi uscivano senza sosta dalla bocca a tessere per ore una sorta di luce che mi impediva di cadere nell'abisso della morte. Sono le centinaia di versi e tutte le pagine di prosa imparati a memoria che abitano in me ad avermi resa una scrittrice. Spesso scrivendo non faccio altro che seguire la scia luminosa della lingua che cattura da sé ciò che oso appena pensare e dire. Seguire questa lingua ha nobilitato la mia esistenza"

da "Ultimi frammenti di un lungo viaggio" di Christiane Singer (Sonzogno editore)

 
Di Simona (del 18/11/2009 @ 12:07:10, in Letture e spettacoli, letto 1384 volte)
La follia è una costruzione culturale, sosteneva Foucault. Questo è il perno intorno cui ruota “Stravaganza” un testo teatrale di Dacia Maraini, scritto nel 1986 e oggi portato in scena nei teatri italiani da Claudio Misculin e dalla sua Accademia della Follia.  A raccontarci qualcosa in più di questo spettacolo è proprio la scrittrice Dacia Maraini.  
“Stravaganza” racconta la storia di cinque malati di mente, della loro esistenza, tra timori e relazioni personali, dentro e fuori dal manicomio. Qual è il confine tra follia e stravaganza?
“Lo spettacolo nasce da una serie di inchieste che feci prima della Legge Basaglia e dalla Legge Basaglia stessa, che portò alla chiusura dei manicomi. Spesso in questi posti i matti si costruivano: il più delle volte erano solo persone depresse ma quello che accadeva in quelle prigioni li segnava per tutta la vita. Come è accaduto ad Alda Merini, che ha conosciuto il manicomio più duro, quello con le sbarre alla finestra, ma alla fine ne è uscita e questa esperienza terribile non le ha impedito di scrivere cose meravigliose”.
Il ritorno dei protagonisti alle proprie case comporta l’esclusione, il rifiuto e anche la paura. Eppure nel finale c’è un riscatto dato dalla speranza di qualcosa di diverso.
“I protagonisti della storia, che non sono dei veri e propri pazzi ma delle persone stravaganti, dopo la Legge Basaglia devono tornare dalle rispettive famiglie dove si accorgono di essere stati ormai sostituiti, sono esclusi o addirittura temuti. E quando capiscono che quella non è più casa loro, decidono di unirsi, di andare a vivere insieme. La creazione di luoghi in cui stare insieme - in cui i malati psichiatrici vengano trattati come gli altri malati e non come dei prigionieri - era ciò che la Legge Basaglia si auspicava ma che in realtà è stato realizzato solo in pochissimi posti in Italia. I protagonisti vengano riscattati da loro stessi, dalla loro scelta di non restare con chi li tratta come delinquenti: se si controllano le statistiche emerge che il 99% dei delitti vengono compiuti da persone cosiddette ‘normali’, che non sono mai state in manicomio e che mai avresti considerato capaci di uccidere o fare stragi”.
Per la prima volta “Stravaganza” viene portato in scena da una compagnia composta per lo più da ex pazienti psichiatrici. Come è stato lavorare con l’Accademia della Follia?
“Sono ragazzi molto bravi. Ho lavorato in prima persona con loro e sono rimasta davvero colpita dalla loro straordinaria disciplina. Li distingue il fatto che sul corpo portano il segno di questa malattia e questo rende lo spettacolo molto credibile, toccante”.
Per respirare follia oggi non è necessario incontrare dei malati psichiatrici. Quali sono secondo lei i gesti folli che si possono vedere nel mondo cosiddetto “normale”?
“Considero follia l’aggressività verbale, la deriva linguistica. Il fatto che le persone comuni ma anche i politici si insultino apertamente indica un profondo squilibrio, qualcosa che non dovrebbe assolutamente essere considerato normale”.
È quindi folle privare la parola del suo valore …
“Purtroppo c’è una forte spinta culturale a svuotare di ogni significato la parola, che invece è un grande strumento di critica, di comunicazione e di cambiamento. Fortunatamente gli scrittori ancora tentano di salvare questo valore”.


 
Di Simona (del 01/12/2009 @ 12:17:34, in Letture e spettacoli, letto 962 volte)

"Practiced are my sins
Never gonna let me win...
Under everything, just another human being.
I don’t wanna hurt, there’s so much in this world to make me bleed..."
Pearl Jam, Just breathe

 
Di Simona (del 08/01/2010 @ 11:21:29, in Letture e spettacoli, letto 1551 volte)

“La vita già vola da sé.
La credono un sogno e non lo è;
ha i tuoi occhi, i tuoi gesti, la tua bocca, i tuoi passi”.

"La Nube di Oort. Transiti di nuovo teatro" si conclude con un fuori programma davvero speciale. Da venerdì 8 a domenica 10 gennaio alle 21.15 il Mulino di Amleto di Rimini ospiterà “I Lunatici” portato in scena dai 14 attori della compagnia Banyanteatro Lab. La regia è di Marco Bianchini - attore riminese noto anche per alcune piccole perle del teatro nato in Romagna come “L’ultimo sarto” - che insieme a Roberto Peruzzi ha ideato questo lavoro tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, romanzo che a sua volta ispirò “La voce della luna” di Federico Fellini.
“Quando ho visto La voce della luna di Fellini mi è piaciuto così tanto da andare a cercare il libro da cui era tratto – racconta Marco Bianchini – A quel punto è nato dentro di me il desiderio di portare questa storia a teatro. Trasformare un romanzo in testo teatrale non è certo facile, così quando andavamo in crisi con il libro ci rifacevamo al film, da cui alla fine abbiamo attinto alcune atmosfere”.
La storia narra le vicende di Ivo Santini, un uomo che ad un certo punto della sua esistenza sente un richiamo costante e irresistibile provenire dai pozzi persi nelle campagne della pianura padana. Nel tentativo di seguire le voci che lo chiamano, comincia la ricerca di “quelli che son naufragati” o forse la ricerca di se stesso con il proposito di ritrovare “un maestro che si doveva sposare perché non ne poteva più di tutto l’umido che aveva in casa”. Entra così in un mondo popolato da figure che l’odierna ragione comune definirebbe borderline in un’oscillazione continua tra realtà e sogno dove tutto si manifesta in una luce diversa da quella che illumina quotidianamente le nostra vita. A interpretare questi personaggi ci sono Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi e Paolo Dolci.
Questa storia porta in sé il tema universale della ricerca di qualcosa di più vero, qualcosa in grado di andare al di là delle illusioni, come se il mondo fosse altro rispetto a ciò che ogni giorno vediamo. Protagonista di questa storia sospesa tra sogno e realtà è appunto Ivo Santini – interpretato da Marco Moretti – un uomo scostante, che cerca qualcosa di profondo e diverso, un altro punto di vista forse. Roberto Peruzzi, ideatore e aiuto regista definisce questo personaggio come “Teseo spettatore e impersonale, che non trova il gomitolo nel labirinto della città invisibile”.
Una ricerca profonda che si concretizza in vicende ricche di poesia ma anche di comicità, grazie a un linguaggio quanto mai attuale.
“Cavazzoni, in diverse interviste, accosta le vicende narrate alla scienza dell’osservazione degli insetti – spiega Roberto Peruzzi - Non a torto, anche il buffo linguaggio che il testo teatrale rispetta, fa scattare la molla comica tarando sulla differenza di potenziale; cercando di catalogare i discorsi dei matti evoca il buffo. Umorismo padano, linguisticamente frutto anche di giochi di inversione, salti sulla linearità sintattica del discorso, ma anche inciucio tra italiano parlato sopra una dizione antropologicamente padana, quella dei nostri genitori che stiamo continuando, per intendersi filogeneticamente”.


La Compagnia Banyanteatro Lab in I Lunatici
tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni.
Ideazione Marco Bianchini, Roberto Peruzzi.
Regia Marco Bianchini.
Collaborazione alla regia Roberto Peruzzi. Scenografie Mauro Dall’onda.
Luci e Suoni Antonio Vanzolini.
Con Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi, Paolo Dolci
Info e prenotazioni Mulino di Amleto, via del Castoro 7 (zona Grotta Rossa) Rimini
tel. 0541.752056 – info@banyanteatro.com



 
Di Simona (del 30/03/2010 @ 13:06:29, in Letture e spettacoli, letto 1054 volte)

“Che io possa essere coraggioso

ma avere bisogno di qualcuno da stringere...

Il tuo mondo non è nient’altro

che tutte le piccole cose

che ti sei lasciato dietro”

Clint Eastwood, Gran Torino

 

 

 

 
Di Simona (del 12/04/2010 @ 16:23:44, in Letture e spettacoli, letto 1145 volte)

La tua vita può cambiare in un secondo. Puoi avere più di 50 anni. Avere una famiglia. Un lavoro che non solo ti piace ma in cui credi. Puoi essere soddisfatto, realizzato. Puoi essere quasi “abituato” al mondo che ti circonda, anche se non è un mondo semplice. Anche se è un mondo crudele. Anche se è l’Afghanistan. L’Afghanistan delle “vette che sembrano toccare il cielo”. L’Afghanistan “prigione a cielo aperto, che mi opprime per l’impossibilità di girare liberamente a causa di dieci milioni di mine disseminate in tutte le trentaquattro province. Un intero paese punteggiato dalla morte”. Così lo descrive il reporter Daniele Mastrogiacomo, autore de “I giorni della paura” (edizioni e/o).
Loris Pironi, direttore di Fixing, lo ha intervistato in un incontro pubblico, dove l’autore non ha semplicemente presentato il suo libro ma ha sinceramente raccontato la sua storia.
Matrogiacomo è un reporter di Repubblica. Dopo alcuni anni nel territorio afgano, nel 2007 Daniele viene rapito dai talebani. Rimane loro prigioniero per due settimane. Due settimane di puro terrore. Gli “studenti coranici” gli annunciano che verrà giustiziato. Vede il suo autista Sayed venir ucciso, decapitato, davanti ai suoi occhi. E nemmeno il suo amico Ajmal, l’interprete con cui collaborava da cinque anni, ce la farà: lui e Daniele vengono liberati nello stesso momento ma Ajmal viene catturato subito dopo, tenuto prigioniero altri due mesi e poi ucciso.
Lo stesso volevano fare con Mastrogiacomo. Ma non ci sono riusciti. Lui è vivo e con non poche difficoltà riesce a raccontare ciò che ha vissuto, come è caduto nella trappola dei talebani, cosa ha voluto dire essere prigioniero e come è avvenuta la liberazione. Ma nel libro c’è altro. C’è il cielo dell’Afghanistan, l’inquietante quotidianità dei giovani talebani, capaci di giocare a calcio dopo aver compiuto un’esecuzione. C’è non solo lo scontro ma il confronto con il nemico. E con se stesso.
“Tornato a casa non volevo far altro che dimenticare tutta questa esperienza – spiega l’autore - Ma non ci sono riuscito. E ho capito che è qualcosa che mi porterò sempre addosso. La scrittura mi ha aiutato ad affrontare tutto questo. Ho scritto quello che mi è successo per una reale necessità. Necessità di raccontare la storia di Ajmal e Sayed. Necessità di far sapere cosa è successo veramente”.
Nella parte conclusiva del libro, Mastrogiacomo scrive:
“Molti considerano questa vicenda semplicemente una brutta storia di sangue. Io voglio ricordarla come un’esperienza che mi ha catapultato nel profondo del mio animo. Che mi ha rafforzato. Nei legami affettivi, nelle piccole cose quotidiane, nei valori umani. Nella mia professione. Lasciarla preda dei ricordi e dei fantasmi sarebbe stato egoista”.
Non so se la scrittura guarisce ma sicuramente accudisce. Si prende cura di te e di quello che hai dentro. E non sempre è facile condividere ciò che scrivi, perché vuol dire lasciare agli altri un po’ di te.

 

Chi volesse ricevere news e aggiornamenti su incontri, articoli e laboratori può inviare una mail a simonalenic@libero.it e sarà inserito nella mailing list

 
Di Simona (del 31/05/2010 @ 13:55:17, in Letture e spettacoli, letto 1123 volte)

Sto leggendo Non dire notte di Amos Oz. È il mio approccio con lo scrittore israeliano  che ha conquistato il mondo. È il nostro primo momento insieme. La prima volta che sono andata in libreria e ho scelto lui. Lo devo ancora finire, ancora non so come andrà tra noi. Se scoccherà la scintilla tra lettrice e autore. Quella scintilla che non dipende solo da talento e sapienza. Quel qualcosa che va oltre tutto. Chissà se arriverà, per ora mi hanno colpita il suo stile, il mondo che racconta - di cui mi accorgo a ogni riga di non sapere nulla – la profondità delle riflessioni e delle descrizioni. Il nostro primo incontro non sta andando affatto male. Ci sono buoni presupposti per approfondire la conoscenza. Vedremo…

“Radio Londra mi dirà quel che qui ancora non si sa. Come sta il mondo stanotte? Scontri di tribù in Namibia. Alluvioni in Bangladesh. Forte aumento dei suicidi in Giappone. Che sarà? Aspettiamo, vedremo. Musica punk, sarà. Violenta, molesta, roca e assetata di sangue, da Londra, alle due e un quarto, verso la mattina di mercoledì”.
“Non dire notte” di Amos Oz (Feltrinelli)

 

 

 
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