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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 07/02/2012 @ 12:20:54, in I miei articoli su Fixing, letto 1645 volte)

“Credo di parlare di cose che stanno a cuore alla gente. Credo di fare la stessa cosa che fa la poesia a un livello superiore. Lo faccio per l’uomo della strada. Metto l’accento su cose che in genere le persone comuni percepiscono solo confusamente. Definisco emozioni. Un esempio perfetto per ciò che intendo dire è quando qualcuno dice Oggi mi sento proprio come Charlie Brown. Non deve aggiungere nient’altro. Perché sai benissimo come si sente”.
Charles Schulz

Capita a tutti di sentirsi piccoli come noccioline. E capita a tutti, una volta o l’altra, di assomigliare tanto a un personaggio dei Peanuts, le noccioline più famose del mondo del fumetto, pubblicate per l’ultima volta il 13 febbraio del 2000, il giorno dopo la morte del loro autore.
Un universo fatto di bambini, raccontato con quell’ironia quasi inconsapevole di cui i ragazzini sembrano non accorgersi e di cui gli adulti sanno fare tesoro, perché“quando si tratta di pensare un’idea divertente – scrive Schulz - hai bisogno di esperienza: per saper cogliere il lato divertente della vita occorre aver vissuto la propria parte di esperienze”.
In Sessant’anni di Peanuts (Panini Comics) sono raccolte alcune delle strisce più significative dagli anni Cinquanta al Duemila, intervallate da frammenti di interviste e commenti dell’autore, che ha alimentato i suoi personaggi con la sua stessa vita: “Se leggete la striscia, imparerete a conoscermi. Tutto ciò che sono finisce per entrarci… Tutte le mie paure, le mie ansie, le mie gioie”. Che sono le paure, le ansie e le gioie che toccano un po’ tutti.
La malinconia di Charlie Brown che non sa cosa fare, perché in certi momenti si sente così solo che non riesce a sopportarlo e altre volte vorrebbe soltanto essere lasciato in pace (“Cerca di vivere tra un momento e l’altro” gli consiglia la psicologa Lucy).
La necessità che ogni tanto si sente di avere una coperta di sicurezza come quella di Linus, quel cencio di flanella che ammorbidisce il mondo, lo rende meno freddo, e un po’ più distante.
Il sarcasmo di Lucy. La sua strafottenza, l’arroganza, e il suo sdraiarsi sul piano di Schroeder, il suo assecondarlo in quella passione che lei non capisce e non apprezza, sapendo benissimo – pur senza ammetterlo - che non l’avrà mai vinta su Beethoven.
La schiettezza di Piperita Patty, che crede che Snoopy sia un bimbo con il naso grande. Il sospetto che ci siano alberi così grandi e dispettosi da mangiarsi gli aquiloni. La paura di passare la vita sul sellino di dietro della bicicletta, come Replica. Le notti buie e tempestose scritte da Snoopy. L’amicizia che non ha bisogno di parole con Woodstock. E un’unica grande certezza per il futuro, come Linus, che alla domanda “Cosa vuoi essere da grande?”, candidamente risponde: “Vergognosamente felice”.

Da Fixing n.5

 
Di Simona (del 23/01/2012 @ 17:50:07, in I miei articoli su Fixing, letto 1009 volte)

 

Prendete un giorno, non uno qualsiasi, ma uno che per voi ha un significato. Quel giorno che ha irrimediabilmente cambiato tutto. Allora non lo sapevate, ma a distanza di tempo quel giorno ha dettato il ritmo al resto della vostra vita. È un giorno speciale, a pensarci ora, ma non lo avete mai considerato un giorno da celebrare. Era uno come tanti, a cui non avete dato peso ma oggi dovete ammettere che lì è iniziato tutto, gioia o dolore che sia, ha avuto lì il suo preludio. Come succede in “Un giorno” (Neri Pozza editore) di David Nicholls. L’autore racconta la storia di Emma e Dexter, che passano una sola notte insieme, quando hanno poco più di vent’anni, e non sanno ancora cosa fare della loro vita, sanno però che quella mattina scozzese del 15 luglio potrebbe essere l’ultima volta che si vedono, o forse no, forse si incontreranno ancora, non capiscono proprio che saranno legati per sempre, non potranno più prescindere uno dall’altra, per quanto si riveli doloroso o salvifico. L’autore scrive la loro storia, vent’anni della loro vita, raccontandoci un unico giorno all’anno, il 15 luglio, giorno di san Swithin.
Ogni capitolo segna un anno, a partire dal 1988, e a ogni capitolo noi incontriamo Emma e Dexter nel giorno di san Swithin: in qualsiasi luogo siano, con chiunque siano, noi sapremo cosa stanno facendo. Li ritroviamo in quel giorno mentre cercano di cavarsela, di affrontare eventi, delusioni, disillusioni, uniti anche se lontani, distanti anche se uno accanto all’altra. Tutto quello che accade prima o dopo il 15 luglio lo sappiamo di riflesso: conosciamo quello che è accaduto leggendone gli effetti, le conseguenze, non la presa diretta. Una struttura accattivante, che racconta con profondo disincanto due vite complici ma non abbastanza forti, oneste o umili da ammettere di essere indispensabili l’uno all’altro. Gli anni Novanta con tutti i loro lustrini e le promesse non mantenute scivolano lungo le pagine, quasi a sottolineare che quegli anni potevano essere qualcosa di differente, la giovinezza poteva essere spesa diversamente, gli affetti, i dolori potevano essere affrontati diversamente. I due protagonisti esprimono appieno gli anni di cui sono figli, i tentativi, le utopie, il successo, l’eccesso. E anche se l’ironia di Emma a volte crolla nell’autolesionismo, e anche se l’esuberanza di Dexter sfocia largamente nell’idiozia, Emma e Dexter sono due protagonisti a cui ci si affeziona, perché sono persone comuni, con difetti e possibilità, con un bagaglio di sbagli e occasioni mancate da far invidia ai protagonisti del romanzo russo ottocentesco, eppure sempre pronti a rimettersi in gioco. L’autore pennella un ritratto corale: il ritratto di due personaggi, di una società, ma anche di un’epoca, di un modo di vivere e sentire che oggi non è già più lo stesso, ma di cui oggi si affrontano le conseguenze. Cosa ne è stato di quegli anni Novanta? Cosa ne è stato di Emma e Dexter? Il ritratto prende forma mentre si legge, per arrivare a un finale cesellato, scritto in punta di penna, affilato come una spada.
È un viaggio che inizi con curiosità, perché vuoi proprio sapere cosa ne sarà di questi due folli che incontri mezzi nudi in un letto a parlare, poi però la curiosità diventa vero e proprio interesse, perché c’è qualcosa di reale in Emma e Dexter - persi, audaci, coraggiosi, innamorati, affranti, afflitti, mai pienamente sconfitti - qualcosa che a tutti è capitato di essere, almeno in un’occasione, in un momento della vita. Almeno per un giorno.

Da Fixing n. 2

 
Di Simona (del 24/12/2011 @ 13:06:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1514 volte)

“Scrooge divenne il migliore degli amici, il migliore dei padroni, il migliore degli uomini della vecchia città, di ogni altra vecchia città, paese o borgo del buon vecchio mondo. Qualcuno rise di questo mutamento, ma egli lo lasciò ridere e non ci fece caso, perché era abbastanza saggio da sapere che nulla di buono succede su questa terra, senza che qualcuno, sulle prime, si prenda il gusto di riderne… Del resto anche il suo cuore era tutto un sorriso, e ciò era per lui più che sufficiente.

Non ebbe più nulla a che fare con gli spiriti, ma visse sempre secondo i dettami della temperanza integrale e sempre si disse di lui che sapeva festeggiare degnamente il Natale, se mai creatura vivente può attribuirsi questo vanto”.

Charles Dickens, Canto di Natale

 
Saper far festa è un’arte. Un’arte che s’impara,  come è successo al vecchio Scrooge di Dickens, per cui si sono dovuti scomodare ben tre spiriti – del Natale presente, passato e futuro - per fargli imparare la lezione in tempo. Del resto, è un’arte di cui non si può far a meno, se non si vuole correre il rischio di inaridirsi.

I libri di favole raccontano di feste con abiti sfarzosi, spartiti d’orchestra e cibo raffinato. Ma se lo sguardo si sposta dal salone principale, se scavalca la finestra e si butta giù in strada, si può vedere l’intero mondo danzare. Mentre il re apre il gran ballo, mentre il signorotto butta cosciotti al giullare, nel cortile c’è gente che fa festa. Ci sono danze, musica e chiacchiere di un intero popolo. C’è la voglia di non rimanere soli, di stare tutti insieme, non per dimenticare le proprie miserie ma per ballarci sopra. C’è la voglia di ridere per una battuta, anche se riesce male, perché quando l’allegria aleggia sulle teste poi strabocca sulle labbra.

C’è la fantasia in una festa. C’è il colore. C’è “il momento in cui raccontare le storie più incredibili, adesso che siamo accanto al fuoco e le lampade a gas gorgogliano come palombari” (Dylan Thomas, Un Natale). C’è una giornata che è finita, un periodo che è concluso, e prima di cominciare daccapo, prima di buttare giù buoni propositi e cambi di direzione, c’è questo grande tuffo nel mare, questo momento in cui spogliarsi delle preoccupazioni, in cui sospendere progetti e aspettative, per tornare a essere semplici. Ci sono feste in cui si è semplicemente una famiglia, e ogni membro della famiglia si sistemerà i capelli al meglio, metterà da parte gli affanni per essere in grado di sorridere più spontaneamente, e porterà forse una bottiglia o un dolce, ma non è necessario perché sta andando nell’unico posto, dalle uniche persone, che non pretendono nulla.

Per partecipare alla festa bisogna solo averne voglia, trovare dentro di sé un motivo per brindare e fare tutta la strada necessaria per arrivare. Non importa se quella strada è lunga, fredda e senza mezzi: la festa è cominciata nel momento in cui si è deciso di partecipare.



Da Fixing n.46

 
Di Simona (del 10/11/2011 @ 08:47:06, in I miei articoli su Fixing, letto 1867 volte)

Abbiamo tutti bisogno di sogni. Non fughe, non scappatoie, ma il bisogno di concentrare le nostre forze in qualcosa in cui crediamo. In qualcosa che a volte solo noi vediamo, solo noi consideriamo davvero importante.
Svegliarsi la mattina e avere uno scopo, un obiettivo che vada al di là delle necessità primarie, qualcosa che fa intuire che noi siamo anche altro. Non siamo solo la fretta, il traffico, la spossatezza che inchioda al divano la sera. Siamo qualcosa di più che carne da telegiornale, pubblicità di profumi, lacrime di orgoglio, di dolore, di insoddisfazione. Siamo qualcosa di più della schiena curva su un banco, una scrivania, un campo.
Possiamo anche fare di meglio che provare fastidio davanti a certe persone, o a certe situazioni. Di meglio che impiegare tempo a etichettare gli altri, pretendendo di conoscerli alla perfezione, noi che così poco conosciamo noi stessi.
Siamo peccatori, e chi non lo ammette pecca più di tutti.
Siamo spaventati, curiosi, furiosi.
Siamo così piccoli che potremmo perderci in un pugno, se capitassimo nella mano sbagliata.
Siamo così infiniti, da poter contare ogni nostro passo, senza mai scorgere il mistero che li racchiude tutti.
Siamo così imprevedibili, da cambiare strada per seguire un sorriso, se solo pensiamo che sia un sorriso buono.
Siamo “le catene che ci siamo forgiati”, direbbe Charles Dickens. Siamo i buffoni della sorte, come il Romeo di Shakespeare. “Siamo l’acqua, non il diamante duro/ che si perde, non quella che riposa” scrive Borges. Ed è bello pensare che quando ce la mettiamo tutta, quando non ci arrendiamo, costi quel che costi, in quel momento lì succede qualcosa che nemmeno il sole è in grado di fare, perché in quel momento lì – come ha scritto il dottor Costa parlando di Marco Simoncelli - “io sono i miei sogni”.

da Fixing n. 42

 
Quando si sceglie un libro ci si lascia guidare dai propri gusti, dal riassunto della storia, dalla copertina, ma anche da ciò che già si conosce o di cui in qualche modo si è sentito parlare, finendo spesso per scegliere libri di case editrici note, scritti da autori ancora più noti. A volte ci sarebbe anche la voglia di cambiare, di provare qualcosa di nuovo, di scoprire un autore che i più ancora ignorano ma non si sa davvero da che parte iniziare. A questa esigenza sembra rispondere il BookAvenue Book Festival, il primo festival on line della letteratura, a cui si può assistere semplicemente stando davanti a un computer e collegandosi a Facebook. Un festival nato e pensato soprattutto per far conoscere autori esordienti, scrittori di case editrici piccole o medie, che dal 13 al 16 ottobre saranno pronti a incontrare i lettori per vie virtuali. Sul sito dell’evento si possono già trovare le schede di alcune opere presenti al festival: il lettore può aggirarsi tra copertine, presentazioni degli autori, book trailer, e quando trova qualcosa che lo incuriosisce non deve far altro che chiedere all’autore l’amicizia su Facebook, in modo da poterlo incontrare in chat negli orari in cui l’autore stesso si rende disponibile. Su Twitter si possono invece seguire tutti gli eventi giorno per giorno. Un meccanismo complesso da spiegare ma semplice nella sua applicazione, tanto da aver raccolto lo scorso anno ben cinquantamila contatti. Da sottolineare che Sara Cicolani, con il suo libro Le parole del cuore ha ottenuto cinquemila contatti, risultando così l’autrice meglio accolta dal pubblico, tanto da vincere il Book Award, il premio del festival che le sarà consegnato il 13 ottobre alle 21, in diretta su Facebook, Twitter, e in differita su BookAvenue Tv.
Certo, il bello di un incontro con l’autore sta anche nel vedere la sua espressione mentre parla, sentire il suo tono di voce, il suo timbro, guardarlo negli occhi, coglierlo spiazzato, o divertito davanti a una domanda. Bisogna però ammettere che per Alessandro Baricco o Erri De Luca si è disposti a fare chilometri, viaggiare, fare file e prenotarsi con grande anticipo, mentre diventa spesso ostico spostarsi per autori poco conosciuti. In questa ottica il BookAvenue Book Festival non solo è un’iniziativa interessante ma diventa l’occasione per chi scrive di entrare in contatto con tante persone che mai avrebbe la possibilità di incontrare dal vivo, e per chi legge di poter vedere – senza troppi sforzi o spostamenti - anche là dove i riflettori di solito non arrivano.

Info su http://www.bookavenue.it/bookfestival/home.html



 
Di Simona (del 21/09/2011 @ 16:01:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1484 volte)

Si dice che sia santa. Si dice che basta averne un po’ per riuscire a fare tutto. La pazienza è desiderata e difficile da scovare come la brezza da una finestra da cui entra solo afa.
Non c’è individuo che nell’arco della giornata non la invochi almeno per un attimo. Non c’è casalinga, commercialista, barista o nonno che non la trovi fondamentale. Eppure per quanto la si cerchi è davvero difficile da mettere in pratica. A volte sembra siano finite le scorte, forse siamo in un momento di carestia, o semplicemente è sottovalutata e quindi ignorata. Si ha così bisogno di imporre la propria opinione, il proprio punto di vista, che fare un passo indietro e aspettare il proprio turno è una possibilità che non viene nemmeno presa in considerazione.
Eppure anche la pazienza può diventare un’abitudine, a cui giungere tramite allenamento. Le persone per lo più sono costrette ad allenare la pazienza sul posto di lavoro, per evitare di scatenare una guerra ogni volta che si parla con il capo o il collega. Altre la devono dedicare ai figli, alle moglie e ai mariti, perché non c’è altra via per raggiungere l’armonia familiare. E c’è chi si allena fuori casa, curando piante e fiori, come ci spiega Paolo Pejrone ne “La pazienza del giardiniere. Storie di ordinari disordini e variopinte strategie” (Einaudi). Pejrone è un architetto di giardini, scrive quasi come se tenesse un diario, in cui annota osservazioni e sensazioni, educando l’occhio del lettore al bello e alla calma che la natura richiede. Il giardino qui non è una metafora della vita, è un luogo in cui lavoro e bellezza si incontrano, in cui ancora è possibile scovare il gusto della semplicità, o meglio ancora, della spontaneità. Ci sono piccoli piaceri che sono alla portata di occhi ma che spesso fuggono per mancanza di tempo, o per l’ormai consolidata tendenza a dare tutto per scontato, dal canto dell’usignolo al tappeto di foglie che invade i giardini quando l’estate finisce. E ci sono piaceri che hanno bisogno di fatica, come quando si cura un orto. Puoi spaccarti la schiena sopra semi e piantine, puoi vangare, zappare e rastrellare, ma se non hai la pazienza di aspettare, se non ci metti “affetto” oltre che sudore, non potrai mai gustare rucola, insalata e fragole della tua terra. Pejrone non racconta le difficoltà della vita servendosi dei problemi che puoi incontrare in un orto, ma con uno stile semplice e preciso – non pedante - condivide piccoli consigli, suggerimenti, viaggi, partendo dal presupposto che “in giardino non c’è fretta”. Il tempo che scorre tra queste pagine è altro da quello che respiriamo nelle strade di città. Altri gli obiettivi, altri i modi per raggiungerli. È come imparare un lavoro nuovo: all’inizio sembra difficile, poi ci prendi la mano, e alla fine ci prendi gusto. Così succede per la pazienza, sia dentro che fuori dal giardino. Anche perché bisogna ammetterlo, la pazienza è qualcosa che dobbiamo agli altri, per tutte le volte che gli altri l’hanno adoperata con noi.

Foto di Loris Pironi

 
Di Simona (del 10/08/2011 @ 15:49:56, in I miei articoli su Fixing, letto 1286 volte)

Se il mare fosse un romanzo avrebbe il fascino perpetuo dei grandi classici. Avrebbe quel qualcosa di mai fino in fondo scoperto, quel qualcosa che hanno le parole del Sommo Poeta. Se dovesse essere contenuto in una pagina, il mare starebbe tutto nello spazio che divide Dante e Ulisse, nel ventiseiesimo canto dell’Inferno. La grandezza del mare, il suo richiamo ancestrale è contenuto tutto lì, nel viaggio che Ulisse racconta, nel suo bisogno di scoprire, di tentare, di solcare il mare per un altro viaggio ancora. Nemmeno l’amore per il figlio, nemmeno la fedeltà della sua donna possono fermare il cammino verso la conoscenza, verso le colonne d’Ercole, verso la fine del mondo, per scoprire cosa c’è dopo e affrontarlo senza paura.
Questo burattino della luna, questo burattinaio di marinai, questo mare che rende possibile il viaggio, questo mare che non sta mai fermo e impedisce all’uomo di fermarsi, questo mare è un desiderio troppo grande per non essere realizzato. È “un modo di scrollare la tristezza” come confessa Ismaele in Moby Dick, il “surrogato della pistola e della pallottola”. Si è disposti a tutto pur di solcare quell’oceano, dove abita “il fantasma inafferrabile della vita”. E Ismaele è disposto a salire su una baleniera, seguire il capitano Achab e con lui dare la vita inseguendo la balena bianca, perché quando affronti un viaggio così, la libertà è l’unico porto che vuoi davvero raggiungere.
Se il mare avesse uno sguardo, sarebbero gli occhi del Corsaro Nero a lanciarlo dalle onde. L’eroe di Salgari, dilaniato nel profondo tra vendetta e amore, ha nel petto un mare in perenne tempesta, a tratti feroce, e d’improvviso quieto, avventuroso come una battaglia, malinconico come il ricordo di qualcuno che non c’è più.
Sa ispirare grandi amori il mare e definitivi addii. Sa essere il gioco dell’estate, la solitudine dell’inverno, la confusione estenuante e la voglia di star soli. Sa essere uno specchio il mare, capace di riflettere lo stato d’animo di chi lo osserva. Ostacolo e spinta di storie e genti.

Da Fixing n. 30

 
Di Simona (del 03/07/2011 @ 21:14:34, in I miei articoli su Fixing, letto 2009 volte)

C’è chi ama scrivere ma non trova ispirazione. C’è chi ha tante storie in testa, ma non sa da dove cominciare per buttarle giù o si blocca a metà strada. E c’è chi vorrebbe fare il grande salto che porta da scrivere a pubblicare, ma non sa da dove iniziare.
A Mare di Libri, festival dedicato alla letteratura per ragazzi che da poco si è svolto a Rimini, tre affermati scrittori italiani - Fabio Geda, Cecilia Randall e Beatrice Masini - hanno raccontato il loro modo di vivere e vedere la scrittura, dando indicazioni e consigli che possono tornare utili anche ad aspiranti scrittori.
Per l’autore di “Nel mare ci sono i coccodrilli”, Fabio Geda, scrittura e quotidianità sembrano creare un naturale intreccio. “Le mie storie nascono dalla mia vita, dal fare cose, dall’incontrare gente – rivela lo scrittore torinese – Ho lavorato come educatore occupandomi di disagio minorile per dieci anni e mi sono accorto che avevo vicino storie straordinarie, così ho cominciato a raccontarle. Mi sono scontrato con delle storie”. Esattamente come è accaduto con Enaiatollah Akbari, il ragazzo afghano protagonista del suo ultimo romanzo: l’autore lo ha conosciuto durante la presentazione di un suo precedente libro, sono diventati amici e a tre anni da quel primo incontro è uscito il libro.
Per Cecilia Randall, autrice della saga fantasy “Hyperversum”, scrivere significa invece creare mondi e personaggi fantastici, e mentre scrive ha un suo metodo per non incappare nel cosiddetto punto morto. “Comincio a scrivere dalla prima scena che mi viene in mente, che il più delle volte è il clou della storia, lo scontro – svela l’autrice - Mentre lavoro sui personaggi mi rendo subito conto se c’è uno sbocco. Se non c’è mi fermo e accantono la storia. Ma se l’entusiasmo rimane, allora vado avanti e faccio un riassunto con tutta la trama. Quando hai una trama da seguire non subisci più alcun blocco”.
Un aspirante scrittore però non cerca solo storie da raccontare, ma da pubblicare. Cosa occorre a un manoscritto per interessare un editore? Beatrice Masini, scrittrice amatissima – il suo “Bambini nel bosco” è stato il primo libro per ragazzi a rientrare nella rosa del Premio Strega – ma anche editor per la casa editrice Rizzoli, dà una risposta semplice e immediata: “Quello che cerchiamo in una storia è soprattutto l’onestà. Cerchiamo autori che conoscano quello di cui parlano”. C’è una particolare attenzione ai problemi di oggi, trattati con un linguaggio chiaro, con uno stile diretto, ma è anche importante che il dramma non dimentichi la speranza.”Oggi si ha molta voglia di storie con un lieto fine – spiega Beatrice Masini – C’è bisogno di tirare un sospiro di sollievo, perché la realtà è già troppo drammatica”.

Da Fixing n. 26

 
Di Simona (del 19/06/2011 @ 08:00:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1309 volte)

 

Domenica 19 giugno. Ultimo giorno di Mare di Libri. Qualcuno potrebbe immaginare stand che cominciano a essere sbaraccati. Tanti ospiti e amici già con un piede sul treno. Ma se avete l’idea di un ultimo giorno fiacco e sottotono, dovrete ricredervi guardando il programma di oggi.
La domenica mattina del Festival riserva subito una vera e proprio chicca: l’incontro con Anna Fine, scrittrice inglese conosciuta in tutto il mondo, nonché autrice di “Mrs. Doubtfire” che al cinema aveva il volto di Robin Williams (Sala dell’Arengo, 11.30). E se Anna Fine parlerà di famiglia, l’autrice scandinava Seita Parkkola affronterà il tema dellascuola (Castelsismondo ore 10), Giuseppe Brillante quello dell’ecologia (Sala degli Archi, ore 10) e Telmo Piovani con Federico Taddia quello dell’evoluzione (Sala del Giudizio del Museo, ore 11.30).
Atmosfera decisamente anni Settanta quella che si respirerà con Sofia Gallo, che racconterà ai ragazzi di oggi le passioni, i contrasti e i viaggi di un adolescente di allora (Sala del Giudizio del Museo, ore 16.30).
Due debutti importanti quelli che verranno presentati alla Sala degli Archi, alle 18, protagoniste saranno Barbara De Gregorio e Gaya Rayneri,autrici rispettivamente di “Le giostre sono per gli scemi” e “Pulce non c’è”.
Una “Smisurata preghiera” concluderà la quarta edizione di Mare di Libri. Uno spettacolo, un libro, un concerto tutto in un solo evento tributo a Fabrizio De Andrè, con Massimiliano Lepratti, musicista e autore del libro “De André in classe” accompagnato da Marco Belcastro e Roberto Benatti (Teatro degli Atti, ore 21).

Da San Marino Fixing

 
Di Simona (del 18/06/2011 @ 08:00:08, in I miei articoli su Fixing, letto 1380 volte)

L’unità d’Italia, lo stato di salute del fantasy e tante tematiche contemporanee non lasceranno tempo per la noia a chi accorrerà a Mare di Libri sabato 18 giugno, la difficoltà sarà semmai scegliere tra i tanti incontri.
Ne segnaliamo soltanto alcuni, di questo intenso programma.
Lia Levi e Bruno Tobia parleranno di Giuseppe Garibaldi, prendendo spunto dai loro libri, per raccontare il fascino e il coraggio di questo uomo e delle sue imprese ai ragazzi dagli 11 anni. Ma non sarebbe male vedere anche qualche adulto in platea perché di eroi così non se ne sa mai abbastanza (Sala dell’Arengo, ore 10). Stessa ora, ma luogo e tematica diversa quella che verrà affrontata alla Sala del Giudizio del Museo, dove Fabio Geda e Antonio Ferrara racconteranno le storie difficili di ragazzi che hanno conosciuto la realtà del carcere minorile ma che anche grazie ai loro istruttori non hanno perso la voglia di sperare, ricominciare r riparare.
“E non finisce mica il fantasy” è il titolo dell’evento che attraverserà questo genere letterario che racchiude in sé mille mondi, tra modelli immortali, idee di oggi e aspettative future, di cui parleranno Luca Tarenzi, Maurizio Temporin e Luca Crovi (Sala degli Archi, ore 15).
L’etica della scienza è il grande tema affrontato in “The frozen boy”di Guido Sgardoli, che leggerà alcuni stralci del suo libro accompagnato dal pianoforte all’Istituto Musicale Lettimi (ore 18). L’Europa dell’Est al tempo dei regimi comunisti accomuna Vanna Vannuccini, autrice di “Al di qua del muro. Berlino 1989” e Pierdomenico Baccalario, autore di “Lo spacciatore di fumetti” (Sala dell’Arengo, ore 18).
Bisognerà invece aspettare le 23 e recarsi al Ponte di Tiberio per immergersi nella notte del festival, “Sulle tracce del Divoratore”. Un appuntamento riservato ai più temerari, per scoprire il lato misterioso – e alquanto inquietante – di questa città dall’apparenza solare ma che assume tinte ben diverse ne “Il divoratore” romanzo – e vero e proprio caso editoriale - della riminese Lorenza Ghinelli.

Da San Marino Fixing

 
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