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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 24/09/2012 @ 18:47:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1949 volte)

La parola libraio porta in sé qualcosa d’altri tempi, un’aura leggendaria, sfumature romantiche.
Si dice libraio e si pensa a qualcuno rinchiuso tra quattro mura stipate di volumi, con scaffali al posto delle pareti e un amore così smisurato per i libri da conoscere i nomi di tutti, uno per uno, come fossero figli.
Una figura quasi mitica, che però non si è estinta nel corso degli anni.
Nell’epoca degli e-book e delle librerie on line, i librai fatti di carne e ossa ancora esistono e si muovono dentro librerie fatte di mura e carta, al servizio di lettori che gironzolano tra gli scaffali, sfogliano i volumi, e si fanno un’idea del libro leggendo qualche pagina, oltre al retro di copertina o all’incipit scaricabili da internet.
In un’epoca in cui se acquisti on line ti fanno pure lo sconto, e in cui sembra che si legga pochissimo, i librai non solo esistono ma fanno un mestiere in cui competenza e preparazione contano anche più della simpatia.
Che sia la piccola bottega in cui i libri sfiorano il soffitto, che sia un ambiente ampio e pratico, la libreria di fiducia è il luogo in cui sai che puoi trovare ciò che cerchi, ma anche che puoi contare su un essere umano in grado di indirizzarti o darti un consiglio.
Avere una libreria di fiducia vuol dire poter girare liberamente, per tutto il tempo che si ritiene necessario, senza che nessuno ti osservi diffidente: il lettore vaga tra gli scaffali come un palombaro in fondo al mare, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, consapevole che non può conoscere tutto ma può almeno farsi un’idea.
Avere una libreria di fiducia significa mettersi nell’angolo dei classici, sprofondare su una sedia e leggere qualche pagina, per poi comprare tutt’altro, o anche niente.
I librai, quelli in gamba, sanno esattamente dove si trova il libro che stai cercando anche se arrivi con il titolo sbagliato. A loro non serve l’autore o la casa editrice, puoi andare da loro anche solo con un’idea, un’ambientazione, un argomento, e loro ti metteranno davanti una rosa di possibilità.
Non è facile essere librai preparati, appassionati lettori, e rimanere anche commercianti. Si corre il pericolo di trovare un buon commerciante senza passione per i libri, o ritrovarsi davanti a una libreria chiusa perché il proprietario era un gran lettore ma un pessimo commerciante.
Parlando di librerie, Antonio Castronuovo afferma che “le cose migliori le trovi negli scantinati” (Se mi guardo fuori, La mandragora editrice, 2008). Ma quando le due anime si sposano e troviamo un libraio competente, che organizza eventi per avvicinare lettori e autori, e che spende energie per un mercato che tanti danno per morto, allora – come dice Jean-Luc Nancy, in Del libro e della libreria (Cortina Raffaello, 2006) – “La libreria è una profumeria, una rosticceria, una pasticceria: un’officina di sentori e di sapori attraverso i quali si lascia indovinare, supporre, presentire qualcosa come una fragranza o come un aroma del libro”.

Da Fixing n.34

 
Di Simona (del 07/08/2012 @ 09:42:39, in I miei articoli su Fixing, letto 1173 volte)

Cosa spinge un ex prete a trasferirsi dalla natia Rimini alla fredda Milano, per diventare custode di un palazzo? E cosa spinge questo stesso custode a proteggere un uomo, un dottore, che non ha mai incontrato prima ma che improvvisamente diventa per lui così importante?
Inizia come un noir l’ultimo romanzo dello scrittore riminese Marco Missiroli, che a soli trent’anni è entrato nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello con Il senso dell’elefante (Guanda). Ed è proprio l’autore a raccontarci – con grande gentilezza e precisione - questo libro intenso, che racchiude temi esistenziali in una struttura thrilling.
Come è stato affrontare argomenti così complessi come la paternità, l’eutanasia? Quale sforzo ha comportato non solo come scrittore, ma anche come uomo?
“Come scrittore non scrivo mai storie che non sento come uomo. Scrivere questo libro è stata dura, perché sono tutte storie vere, che ho visto o che mi hanno raccontato, e che io ho messo insieme. Il difetto di questo romanzo è che c’è tanto nero, e a un certo punto ci si chiede come sia possibile tanta sfiga tutta insieme, ma a volte la realtà supera la finzione. In realtà, però, nel libro non si parla di eutanasia, ma di non accanimento terapeutico”.
Un altro tema centrale del libro è la solitudine.
“Esiste una legge dell’anima, per cui due persone sole possono trovare nel loro incontro una soluzione a questa solitudine, possono trovare l’uno nell’altro una famiglia. Ma se una persona sola incontra qualcuno che non conosce la solitudine, questa condivisione non può avvenire”.
L’idea di paternità che ha il protagonista Pietro - questo senso dell’elefante di proteggere i cuccioli anche se non sono i suoi - è un’idea che tu condividi?
“Quando ho cominciato a scrivere il libro ero appena uscito da una storia importante, e ho cominciato a riflettere sul fatto che ci sono relazioni forti anche se invisibili, anche se non convenzionali. Esiste una protezione invisibile. Un padre separato può proteggere suo figlio anche più di chi è sempre presente ma tende a dare tutto per scontato”.
Senza coda, Il buio addosso, Bianco e ora Il senso dell’elefante. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura nel corso dei libri?
“Ogni volta che inizio un libro penso che non riuscirò mai a finirlo, e ogni volta che lo finisco penso che sarà l’ultimo. In ogni storia cambio la gestione dei personaggi. Ne Il senso dell’elefante, per esempio, i personaggi secondari sono in realtà fondamentali, sono dei veri e propri protagonisti, anche se inizialmente sembra che i protagonisti siano Pietro, il custode del palazzo, e Luca, il dottore. In questo libro gioco anche sui segreti a cipolla: il lettore non fa in tempo a scoprire un segreto, che ce n’è subito un altro che lo aspetta”.
Tu hai frequentato un corso alla Holden, la scuola di scrittura di Torino diretta da Alessandro Baricco: a distanza di tempo, nella tua scrittura cosa ti porti dentro di questa esperienza e dei suoi insegnamenti?
“Ne sono uscito con le ossa rotte. Scopri che molti vogliono scrivere e sono tutti più bravi di te. Tu magari sei uno che scrive decentemente e ti ritrovi a lezione con dei fenomeni. Mi ha fatto benissimo, perché capisci cosa vuoi fare veramente, se sei un lettore o se puoi diventare davvero uno scrittore. La Holden serve per capirsi, non per imparare a scrivere”.
Sei uno scrittore abituato ai premi. Hai vinto il campiello Opera Prima, hai vinto il premio Tondelli, solo per citarne alcuni. Ma come ti senti a essere nella cinquina del Campiello?
“Mi sento molto bene! Ma non ho aspettative, andare oltre sarebbe malefico sia per me che per la mia scrittura. Non bisogna credere agli scrittori che dicono che i premi non contano. I premi danno coraggio, anche per azzardare nella scrittura”.

 
Di Simona (del 08/07/2012 @ 15:20:57, in I miei articoli su Fixing, letto 1464 volte)

 Chi ama il mare ha qualcosa di speciale che scorre all’altezza degli occhi. Ha un modo diverso di sorridere. Come l’autore svedese Bjorn Larsson, sbarcato a Rimini per partecipare al festival Mare di libri, dove ha presentato La vera storia del pirata Long John Silver (Iperborea), uno dei suoi romanzi più amati in Italia. E in un pomeriggio di sole e brezza – da vera città di mare – abbiamo parlato di pirati, mare, scrittura e gialli.
Long John Silver è un emblema della letteratura, il pirata de L’isola del tesoro di Stevenson, come è riuscito a ricostruire la vita di un mito?
“Ho dovuto rispettare il carattere e approfondire il personaggio con lealtà verso Stevenson. Ho unito gli indizi che avevo a disposizione, mettendolo però in una realtà storica, e in certi casi inventando un po’ la filologia (sorride, ndr). Stevenson ha letto Storie di pirati di Daniel Defoe per scrivere L’isola del tesoro ma in quel libro nessuno dei personaggi somiglia a Silver. È diventato il simbolo del pirata per eccellenza anche se lo stesso Stevenson diceva che era un pirata atipico”.
A cosa è legato il fascino imperituro dei pirati?
“La letteratura e il cinema hanno costruito il mito dei pirati. In realtà non erano molto affascinanti: non avevano ideali da difendere, scopi da raggiungere, e non è vero che scavavano a terra per nascondere il tesoro perché spendevano tutto e al più presto”.
C’è un punto di contatto tra lei e Long John Silver?
“La libertà. Ho cercato di scoprire perché Silver piacesse tanto nonostante fosse così cattivo. E credo che il suo successo sia legato proprio alla sua libertà. Però Silver non vede l’amicizia, l’amore, e uno così non lo vorrei nella mia ciurma”.
Che cos’è per lei la libertà?
“Per me la libertà è una barca pagata, un po’ di soldi in banca per navigare due o tre anni, nessuno che mi aspetti all’orizzonte e nessuno che mi rimpianga quando parto. Quando ho detto questo a Roma, un uomo alla fine dell’incontro mi ha detto che è bellissimo che nessuno mi aspetti all’orizzonte ma che nessuno mi rimpianga è inaccettabile! E questo è un problema dell’Italia: c’è desiderio di libertà, ma poi si è legati al cibo, alla mamma, e non si parte più”.
Quanti libri serviranno ancora per raccontare il suo rapporto con il mare?
“Per me il mare è indispensabile. Passo metà della vita in barca, ma non voglio scrivere solo romanzi dedicati al mare. Mare significa essenzialità, vivere vicino alla natura, concentrarsi, ma non ha nulla a che fare con il romanticismo di certi film o pubblicità: per raccontare il mare bisogna rompere gli stereotipi. La poesia può parlare bene del mare, ma il nocciolo della letteratura sono i personaggi e i personaggi devono scendere a terra. Per scrivere inoltre non basta l’esperienza: non sempre scrivere di ciò che hai vissuto risulta più autentico. È necessario saper scrivere.”.
Il suo ultimo romanzo I poeti morti non scrivono gialli è finalista al premio Bancarella. Non si tratta però dell’ennesimo giallo svedese…
“È un falso giallo, una critica al genere. Il giallo racconta la vita attraverso la criminalità ma la vita è anche altro: la moda del giallo svedese è destinata a scemare”.
E alla domanda se preferisce scrivere o navigare, Bjorn Larsson risponde senza esitazioni.
“Scrivere un romanzo è un’avventura frustrante perché non puoi prevedere come reagiranno i lettori, a volte è noioso e paga poco. Bisogna farlo per passione, per vocazione. Navigare, invece, è un piacere. E il piacere che dà il navigare, lo scrivere non lo dà praticamente mai”.

Foto di Roberto Grassilli

Da Fixing n. 27

 
Di Simona (del 15/06/2012 @ 22:45:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1323 volte)

 

Prima del solstizio d’estate si potrà viaggiare nello spazio, guardare la terra da lontano e scoprire se davvero è come la fanno vedere nei film. Si potrà anche essere corsari, solcare i mari con una benda sull’occhio, conoscere pirati e filibustieri, e chissà quali tesori si troveranno alla fine del viaggio. Si potrà anche conoscere una redazione di ragazzi giovanissimi, che hanno in mano il destino dell’informazione, in un mondo corrotto dove ormai le notizie sono pilotate e appositamente impacchettate. Prima del solstizio d’estate a Rimini ci sarà la quinta edizione Mare di libri, il festival dei ragazzi che leggono (e degli adulti che ancora amano le storie). Dal 15 al 17 giugno adolescenti di tutta Italia, da Udine a Catanzaro, si daranno appuntamento nel centro storico di Rimini. Li vedrete tutti presi a discutere di un libro sulle scalinate di piazza Cavour. Li vedrete spostarsi in bicicletta da un incontro all’altro lungo le stradine del centro. Vedrete gruppi di ragazzi accompagnati da una manciata di adulti per andare a conoscere i loro autori più amati. Alcuni si posizioneranno ordinatamente in fila indiana per rivolgere domande a Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano (venerdì 15 giugno, ore 18, teatro degli Atti). Altri si aggiusteranno bene sulla sedia per ascoltare “La vera storia del pirata Long John Silver” raccontata da Björn Larsson (domenica 17 giugno, ore 11.30, Sala del Giudizio, Museo della Città). Altri ancora faranno la fila per avere l’autografo di Pierdomenico Baccalario, ideatore e scrittore della collana Typos: romanzi rivolti ai più giovani e dedicati al mondo dell’informazione (domenica 17 giugno, ore 15, Sala del Giudizio, Museo della Città). E poi chi correrà ad ascoltare Lorenza Ghinelli, per scoprire una Rimini nascosta e a tratti inquietante (venerdì 15 giugno, ore 16.30, Cortile della Biblioteca Gambalunga, con la partecipazione di Marco Missiroli, altro importante scrittore riminese). Chi si sdraierà sull’erba del Parco Marecchia per un pic-nic letterario. Chi si siederà per terra pur di assistere all’incontro di Aidan Chambers, lo “scrittore per giovani adulti” per eccellenza (venerdì 15 giugno, ore 14.30, Sala del Giudizio, Museo della Città). C’è chi non andrà a dormire pur di essere al mare alle 5 del mattino, per un’Alba d’inchiostro che vede protagonista la scrittrice Angela Nanetti (sabato 16 giugno, Bagno Tiki 26). E c’è chi pur non essendo più un ragazzo da un bel pezzo non si perderà l’incontro con il giallista Marco Malvaldi (sabato 16 giugno, ore 11.30, Sala dell’Arengo). E poi ancora incontri, teatro, aperitivi e colazioni con l’autore, cacce al tesoro e maratone di letture.

Come fare un festival in tempo di crisi
“In questi anni il Festival è cresciuto molto – spiega a Fixing Alice Bigli, presidente dell’associazione culturale Mare di Libri – Il pubblico è aumentato e anche il numero di eventi. Ma la soddisfazione più grande sta nella crescita della qualità del programma, che ogni anno ospita autori sempre più importanti. Inoltre è cresciuta anche la risposta delle collaborazioni sul territorio: sia da parte del pubblico che del privato c’è un’attenzione e una partecipazione che va anche al di là del festival”. Traguardi non facili per un festival inaugurato proprio quando la crisi è iniziata. Una crisi che sembra ancora più profonda in campo editoriale. “È un mercato che arranca ma il settore che tiene di più è proprio il settore ragazzi - sottolinea Alice - Una recente indagine ha sottolineato come il modello di lettore forte in Italia sia una ragazza di 13/14 anni: prestare attenzione ai lettori adolescenti è quindi fondamentale, soprattutto contando che l’incontro fatale con il libro avviene proprio a questa età”.
Ma quali sono i costi di un festival che ha in programma più di trenta eventi e ospiti internazionali?
“Con circa 35 mila euro di budget Mare di Libri è uno dei festival più economici d’Italia - precisa l’organizzatrice - Nel nostro piccolo facciamo grande attenzione alle risorse: è un modo di lavorare che viene apprezzato, tanto che nonostante la crisi in questi anni i nostri sponsor sono aumentati invece di diminuire. Il fatto è che ci sono tanti tagli alla cultura ma anche tanti sprechi che infastidiscono cittadini e investitori: i tagli sono inutili, mentre con maggior attenzione alle risorse si potrebbe fare tanto”. Da Mare di Libri parte così una proposta per affrontare la crisi: “Accogli la sfida, fai attenzione alle risorse, e quando uscirai dalla crisi avrai qualcosa in mano”.

Il programma completo su www.maredilibri.it.
Mare di Libri è organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17, in collaborazione con Rizzoli.

Da Fixing n.23


 
Di Simona (del 14/05/2012 @ 10:19:19, in I miei articoli su Fixing, letto 1292 volte)

È affidato a un pacchetto di Nazionali il compito di accogliere i lettori di “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini. Il marchio delle sigarette è proprio in copertina, quasi a dirci che un tempo si poteva fumare dove si voleva. Era un tempo in cui il letto si scaldava con il prete. Per tenere le cose al fresco non c’era il frigo, che produce ghiaccio, ma la ghiacciaia, dove il ghiaccio dovevi metterlo tu. Per le strade si girava con la topolino. Ci si conosceva a ritmo di un ballo in balera, ci si baciava nel buio del cinema, e si aveva freddo, a volte.
“Non ho scritto questo libro con nostalgia, forse c’è un certo rimpianto che è rimpianto della giovinezza… Ma fino a un certo punto! – ha spiegato il cantautore modenese durante un incontro a Rimini – Era tremendo da ragazzino infilare la maglia di lana, pizzicava dappertutto, ed era tremendo anche svegliarsi e non avere acqua corrente. Insomma, sono cose che guardo più con ironia che con nostalgia”.
La vita quotidiana degli italiani nell’immediato dopoguerra e prima del grande boom economico era caratterizzata da oggetti e situazioni che piano piano sono spariti o sono diventati altro. In questo libro Guccini raccoglie aneddoti, ricordi e sensazioni per fissare nella memoria un tempo che sembra lontano non pochi decenni ma diversi anni luce.
“L’idea non è nata da me, è venuta a un editor che mi ha proposto il progetto. Pensando alle cose perdute mi sono subito venute in mente le braghe corte che si portavano anche d’inverno e arrivavano a mezza coscia. Quelle al ginocchio erano da fighetti!”.
Un capitolo è dedicato ai cantastorie, di cui Francesco Guccini sembra portare avanti l’eredità.
“Da piccolo, quando li incontravo in piazza, esercitavano un grande fascino su di me, tanto che la mia tesi, mai fatta, doveva essere proprio sui cantastorie del Nord. Erano grandissimi personaggi, davvero professionali: sapevano come attirare la gente, portavano nelle piazze i fatti e le loro canzoni erano patrimonio dell’umanità, la gente le canticchiava senza neanche ricordarsi dove le avevano sentite. Con l’arrivo della tv i cantastorie hanno perso il loro fascino, così si sono messi a vendere fogli dove c’erano i testi delle canzoni che si ascoltavano per radio e le foto delle dive americane in costume: questi fogli si chiamavano Sorrisi e canzoni”.
Era il tempo dei primi chewingum. Dei caffè d’orzo. Del Flit.
Era il tempo delle balere.
“Io in balera non ballavo ma suonavo, quando ero studente. Dopo la guerra c’era una voglia di ballare incredibile, anche perché il ballo era un modo per conoscere persone dell’altro sesso. Io facevo l’orchestrale e l’orchestrale era un po’ come un marinaio: una donna in ogni balera! Avevo anche diritto a una consumazione. Non alcolica… Era una vita divertente da fare a vent’anni”.
Guccini confessa che avrebbe voluto intitolare il libro Quando al cinema pioveva, ed è proprio un capitolo dedicato al cinema a concludere il volume.
“Nelle sale di terza visione pioveva dentro e la pellicola si rompeva. Però si passavano bei momenti. Si poteva fumare e si vedevano i cerchi di fumo fondersi con le luci del videoproiettore. In galleria si andava con le morosine e le ultime file si trasformavano in alcove. Poi c’erano i cinema delle parrocchie dove passavano sempre Lassie o Berdette, o quelli specializzati in fughini… La televisione ha ammazzato tante cose e ha ammazzato anche il cinema”. Ma tra tanti film ce n’è uno a cui il cantautore è particolarmente legato. “Uno dei film che guardo più spesso è Amarcord. Ringrazio Federico Fellini, che ho incontrato una sola volta, un incontro fugace, di cinque minuti, in un ristorante di Roma”.

Da Fixing n.17
Foto Alessandro Carli

 
Di Simona (del 11/05/2012 @ 12:44:48, in I miei articoli su Fixing, letto 1336 volte)

Tre guardie del corpo già posizionate. Teatro degli Atti di Rimini pieno, e non solo di ragazzi.
Con una puntualità ammirevole – e del tutto insperata – entra lui, Christopher Paolini, un ragazzone con occhiali e camicia ben infilata nei jeans a vita alta.
Si accomoda nella sua postazione sul palco e scatta una foto al pubblico in delirio.
Esordisce con un ciao, che sprigiona un ulteriore fragoroso applauso, si dichiara felice di vedere così tante persone e – con genuina onestà - rivela che spera di firmare un sacco di libri.
Inizia così lo show di Christopher Paolini, acclamato scrittore fantasy statunitense, autore di Eragon (scritto quando aveva solo quindici anni) e di tutto il Ciclo dell’Eredità, trilogia che a dispetto del nome doveva concludersi con un quarto libro ma di cui Paolini ha già annunciato il quinto. “Ci sono tante idee che non ho inserito nelle saghe, ci sono domande lasciate senza risposta che saranno la base del quinto volume” ha confermato alla platea, entusiasta della notizia.
E con un tempismo sapiente, annuncia che per la prima volta gli è venuta un’ispirazione durante una presentazione. “Mi è venuta un’idea proprio in questo momento! Proprio qui!”. Fosse davvero così, tra i ringraziamenti del nuovo romanzo dovrebbe esserci posto anche per i ragazzi accorsi al teatro di Rimini e per Mare di libri, l’associazione che promuove l’omonimo festival che con impegno titanico è riuscita a strappare a città ben più grandi – come Napoli e Roma - uno dei tre incontri italiani dell’autore.
Paolini annuncia anche che non potrà dire di più sul nuovo libro o sarebbe obbligato a chiudere tutti i presente nel suo scantinato per almeno un paio di anni “Mi sembrate tutti molto simpatici, non mi dispiacerebbe portarvi con me, ma non credo che mia madre sarebbe disposta a cucinare per tutti per un tempo così lungo”.
Questo ragazzo certamente talentuoso - a confermarlo un tour mondiale e più di trenta milioni di copie vendute – ha costruito il mondo di Alagaesia per vincere la noia: non frequentando la scuola, studiando a casa con i genitori, diplomandosi a soli 15 anni ed essendo un appassionato di fantasy, gli è venuto naturale cominciare a porsi delle domande per occupare un po’ il tempo. Prima fra tutte: “Cosa farebbe, cosa penserebbe un ragazzo se trovasse un uovo di drago?”. Questa semplice domanda ha buttato le fondamenta di un universo cementato dalla sua naturale curiosità, che lo spinge a cercare e apprendere, per poi far finire tutto nelle sue storie.
Ha un modo di fare da vero istrione, è ironico, tanto da non risultare antipatico nemmeno quando muove critiche a Il signore degli anelli, il fantasy per eccellenza, quello con cui anche la Rowling, la mamma di Harry Potter, ha dovuto fare i conti (i riferimenti sono diversi, ma senza entrare troppo nel dettaglio diciamo che il ragno gigante che tanto spaventa Ron lo aveva già incontrato anche Frodo).
“A me piace giocare con le parole ma è importante avere un rapporto emotivo con i personaggi – sottolinea Paolini – Per esempio, io adoro Il signore degli anelli, ma alcune cose sono inverosimili: ci sono personaggi totalmente buoni e altri totalmente cattivi, se nasci orco, orco rimani. In Eragon invece i personaggi sono alle prese con quesiti su ciò che è buono o cattivo. L’assenza di realismo mina le fondamenta di una storia”.
Immancabile la richiesta di consigli per aspiranti scrittori.
Primo. “Scrivete tutti i giorni, nei week end, per il vostro compleanno, potete fare giusto una pausa per Natale, per il resto scrivete sempre”. Anche se lui dichiara che ora si prenderà una pausa perché scrive ininterrottamente da quindici anni, tanto che ha almeno venti storie in testa, di diversi generi, dalla fantascienza al romanzo storico.
Secondo. “Non aspettate l’ispirazione: a me arriva una volta ogni tre mesi”. E noi abbiamo assistito all’evento in diretta?
Terzo. “Imparate tutto sulla vostra lingua: è lo strumento con cui entrare in contatto con il lettore”.
Quarto. “Scrivete quello che vi piace. Qualsiasi cosa vi venga in mente scrivetela, fosse anche la storia di un tostapane volante: c’è qualcuno al mondo a cui piacerà”.
Quinto. “Trovate qualcuno che legga quello che scrivete, un amico, un parente, un insegnante, o un bibliotecario, e vi dia consigli critici: imparerete molto della scrittura dalle parole di chi vi legge”.
And last but not least, “Prima di buttarla giù , costruite la storia nella vostra testa e divertitevi! Non sempre è possibile, ma cercate di farlo”.

Domande dal pubblico
Quando ha inizio il confronto diretto con il pubblico, cortesemente Paolini chiede di non fare domande che possano essere spoiler per chi ancora non ha letto Inheritance.
Quasi tutti gli interventi iniziano con Grazie per i tuoi libri o Sei un grande. C’è chi si butta in spoiler nonostante le raccomandazioni. “Spoiler! Sorry, guys!”. C’è chi chiede perché uno muore e l’altro vive. C’è chi gli chiede di leggere in elfico e lui pronto ad arrotondare la r facendola vibrare per rendere al meglio la lingua. C’è chi non ha mai letto i suoi libri, ha semplicemente seguito le amiche, pensando inizialmente che si trattasse del Paolini che disturba i tg, e vuole che lui spieghi perché dovrebbe iniziare a leggere le sue storie (un’ottima domanda a mio parere). C’è chi vuole sapere perché ha delle guardie del corpo al seguito: “A volte i lettori sono troppo entusiasti”. E c’è chi gli chiede cosa ne pensa del film tratto da Eragon.
“Sono contento che abbiano fatto il film perché ha avvicinato tanti nuovi lettori al libro. Per la trasposizione ho cercato di dire la mia ma alla fine riflette la visione del regista e della casa di produzione, mentre il libro riflette la mia. Spero ci siano altre pellicole tratte dai miei libri ma la decisione spetta alla casa di produzione, quindi se volete un nuovo film potete scrivere alla Fox”. Svela inoltre un retroscena. “Dovevo avere una porticina anch’io: un Urgali che veniva decapitato da Eragon, poi per una serie di impegni non sono riuscito a esserci. Forse è meglio, perché sarei stato l’Urgali più piccolo della storia. Però chissà, se ci sarà un altro film, forse riuscirò a farmi decapitare”.
È Paolini stesso ad annunciare che c’è posto per una sola ultima domanda, e alle sue parole i ragazzi cominciano già a muoversi, a mettersi in fila per farsi fare l’autografo (un solo libro a testa o nessuno riuscirebbe ad uscire dal teatro fino al giorno seguente). L’organizzazione di Mare di Libri fa procedere tutto senza intoppi, grazie anche ai giovani volontari capaci di gestire le situazioni con una maturità che in pochi hanno (pochi adulti, intendo).

Fuori dall’incontro
Finito l’incontro, un gruppo di Firenze cammina per il Corso d’Augusto, commentando la bellezza di Rimini. “Proprio carina questa città, non l’avevo mai vista prima”.
A conferma che i libri, le belle storie, gli autori interessanti fanno muovere le persone, portano gente nelle città anche in un comune pomeriggio in mezzo alla settimana, e fanno scoprire nuovi posti. Non solo inventati.


Dopo questo primo assaggio internazionale, Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, torna dal 15 al 17 giugno, nel centro storico di Rimini.

Da Fixing



 
Di Simona (del 02/05/2012 @ 10:10:38, in I miei articoli su Fixing, letto 1692 volte)

A Marco Bianchini, attore e regista teatrale di Rimini, che ci ha lasciati lo scorso 29 aprile, a soli 43 anni.

Si apre il sipario. Potrebbe essere uno degli infiniti atti di una commedia così ben fatta da replicare per anni e anni.
Ma non questa volta.
Questa volta è l’ultimo atto. Non si muove nulla. Solo un sorriso appena sotto una testa riccia. Solo un sorriso appena sotto gli occhiali. Non dice nulla l’attore. Prepara le valigie, con discrezione.
Si dice che un attore abbia tante vite quanti sono i personaggi che interpreta. Tante vite che scorrono sul palco sorrette da un uomo solo, da un attore che le fa pulsare tutte.
Dentro la sua valigia, Marco Bianchini ci mette l’amore per la tradizione romagnola. La voce con cui recitava le poesie di Raffaello Baldini. Gli spettacoli che hanno ridato al nostro dialetto la dignità di una lingua. Le risate che ha fatto fare. Il folle del villaggio in “Acqua”. Uno spettacolo recitato su un palco in mezzo a un bosco. Il tango appassionato de “Il santo”. Ci sono “L’ultimo sarto”, la sua prima regia con “I lunatici”, c’è un amore speciale per “I lunatici”. Ci sono le lezioni che ha dato, il teatro che ha macinato al Mulino d’Amleto, insieme all’amico e maestro Gianluca Reggiani.
Prepara la valigia e non dice nulla, solo sorride.
E già ti rende felice, perché non è facile sorridere durante l’ultimo atto. Alcuni griderebbero. Alcuni si arrabbierebbero. C’è chi se la prenderebbe col pubblico e col regista, perché no, non doveva finire così, il regista poteva inventarsi qualcosa di meglio.
Ma lui no. Lui sorride. Coinvolge il pubblico nel suo sorriso e tutti a imparare come si fa. Come si fa ad aver voglia di sorridere. Come si fa a non lamentarsi, e accettare che questo spettacolo – difficile, incomprensibile e meraviglioso – è durato davvero poco.
Tutti lì a imparare e intanto l’attore saluta. Comincia a chiudersi il sipario e lui tranquillo a salutare. Verrebbe voglia di strapparlo quel sipario per non farlo chiudere. Verrebbe voglia di pregare il regista di concedere almeno un bis. Ma l’attore dignitosamente s’inchina, al suo pubblico, al regista, alla vita. Saluta tutti. Noi salutiamo lui.
Il sipario è chiuso. E cosa succede lì dietro noi non lo vediamo più.
“Vorrei riposare molto - aveva scritto ne "Il santo" - Fermo anche una vita senza preoccuparmi di fare qualcosa. Ecco mi vorrei fermare, se potessi rinascere. Fermarmi su qualcosa che conta veramente, non cercare tutto e scappare da tutto. Fermare mi vorrei”.
Fermare nei nostri cuori le tue parole, vorremmo.

Da Fixing



 
Di Simona (del 16/04/2012 @ 17:00:10, in I miei articoli su Fixing, letto 1517 volte)
Un monastero visto dall’alto è il simbolo del marchio Montebello, un marchio che porta con sè una storia da pionieri della coltura biologica in Italia, un marchio che si trova su confezioni di pasta, farina, legumi, e racchiude la storia di un uomo, il suo fondatore, Gino Girolomoni, già fondatore della cooperativa Alce Nero. Gino Girolomoni è venuto a mancare il 16 marzo scorso, ma non ha lasciato solo un marchio, ha lasciato una famiglia – la sua famiglia – a portare avanti un modo di lavorare e operare che aveva come scopo principale il produrre alimenti senza avvelenarli (e senza avvelenarne i fruitori). Un pensiero così semplice e primario, da risultare innovativo. Un pensiero animato da una profonda consapevolezza economica, sociale e politica che Girolomoni ha sempre cercato di condividere con gli altri partecipando a conferenze, organizzando convegni, creando a Montebello un punto di incontro e confronto che ha coinvolto intellettuali e artisti di primo piano, come lo scrittore Guido Ceronetti e il teologo Sergio Quinzio. Una condivisione, una comunicazione, che non poteva prescindere dalla scrittura. Attraverso i suoi libri, le lettere, gli articoli è possibile scoprire la storia di quelle persone che non hanno abbandonato la campagna, ma l’hanno resa viva, di nuovo, quando non la voleva più nessuno, quando essere contadini suonava come un’offesa, e hanno fatto della terra una risorsa, economica e culturale.
Leggere a volte è come ascoltare. Mi piace pensare che chi scrive dando alle parole il valore che meritano - senza aggrovigliarsi intorno ai concetti, senza tentare di convincere i più deboli sempre in cerca di un guru - sia in grado di lasciare non solo un testo ma una voce. E mentre leggo che la disoccupazione sale, che colpisce soprattutto i giovani, che non c’è lavoro, non c’è futuro, sento la voce di Gino Girolomoni salire da un editoriale scritto lo scorso anno per la rivista Mediterraneo, di cui era direttore: “Se il risultato nel nostro paese è che nessuno vuole fare il vasaio, il contadino, il muratore, l’artigiano, l’infermiere, il falegname, vuol dire che nel ciclo della pubblica istruzione nessuno ha saputo far capire il perché in una società sarebbe importante anche il praticare questi mestieri. E di una società che ritiene ininfluenti questi mestieri io francamente me ne infischio”.
Si alza a ogni pagina il richiamo a un cambio di prospettiva, a essere così controcorrente da risultare antichi. Si alza a ogni frase una prospettiva, che forse non sarà risolutiva (e non credo proprio pretenda di esserlo) ma che almeno tenta di far puntare lo sguardo su altre possibilità. In libri come “Ritorna la vita sulle colline” (Jaca Book), c’è la storia non solo di un uomo, della sua adorata moglie, dei suoi amici o famigliari, ma anche di un’Italia che negli anni Settanta aveva dimenticato la sua anima rurale, la storia di un posto che oggi appare bello come un giardino ma che neanche quarant’anni fa era un ammasso di macerie, una storia che nessuno può illustrare meglio di chi l’ha vissuta sulla pelle, con sacrificio, follia e dedizione. Perché senza le parole, senza comunicare, senza raccontare e raccontarsi di generazione in generazione, cosa rimane di quello che già è stato vissuto? È un’ignoranza che non possiamo permetterci o finiremo per combattere sempre la stessa lotta, senza mai andare avanti, ignari che sia già stata combattuta per secoli, prima di noi. Che sia una terra da riconquistare (nel senso più culturale, e meno bellicoso del termine), che sia una mentalità da debellare e un’altra da ricostruire, che almeno si possa fare affidamento sulle parole, sulle esperienze vissute, sugli esempi fonti di ispirazione: tutte armi preziose forgiate da chi aveva fuoco e metallo sufficienti per farlo. Perché - come ha scritto Gino Girolomoni - “Non bisogna arrendersi mai e continuare a sperare: non tanto per salvare il mondo che è un’operazione forse troppo difficile, ma, semplicemente, per non stare dalla parte di quelli che lo distruggono”.

Da Fixing n. 14
 
Di Simona (del 07/03/2012 @ 17:50:18, in I miei articoli su Fixing, letto 1689 volte)

Pangea, tutta la terra, un nome simbolico per una collana editoriale che raccoglie piccole perle di letteratura sparse per il mondo. Un progetto portato avanti dal Gruppo Viator – che ha assorbito e oggi gestisce la casa editrice Servitium, fondata da padre David Maria Turoldo e proprietà dei Servi di Maria – e curato da Paolo Brera, scrittore e traduttore. Suo il compito di scegliere e di tradurre racconti e romanzi brevi, da ben otto lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo, polacco e serbo). Un’impresa ardua che a oggi ha portato alla luce quattro volumi: “Sull’acqua” di Guy de Maupassant, “La cartomante” di Joaquim Machado De Assis (il più grande romanziere brasiliano dell’Ottocento), “La illustre fregona” di Miguel de Cervantes e – fresco di stampa – il romanzo breve “Primo amore” di Ivan Turgenev. Tra tanti capolavori stranieri compariranno anche autori italiani, tra cui Camillo Boito e il suo “Senso”, novella che ispirò il celebre film di Luchino Visconti.
Come è partito il progetto Pangea?
“L’idea – racconta Paolo Brera – è nata da una personale forma di follia, perché quando trovavo racconti di grande autori cominciavo a tradurli, un po’ per il piacere di farlo, un po’ per non dimenticare una lingua. Così ho pensato che nell’epoca in cui l’IPad sta sostituendo il libro, poteva essere interessante proporre opere, a volte poco conosciute, di grandi autori, in edizioni tascabili, economiche e molto pratiche. I racconti scelti sono avvincenti e possono rappresentare anche un modo per avvicinarsi a grandi autori”.
Traduttore, curatore ma anche scrittore (è da poco uscito “Il Visconte”, spy story scritta a quattro mani con Andrea Carlo Cappi per Sperling & Kupfer, ndr). Quale il ruolo più difficile da sostenere? E quale quello che dà maggiori soddisfazioni?
“Amo molto scrivere roba mia ma la traduzione mi dà una gioia particolare, perché permette a qualcuno di avvicinarsi a opere che altrimenti non sarebbe riuscito a leggere. Amo molto le lingue, amo coglierne le sfumature. Quando si tratta di autori di fine Ottocento o del primo Novecento si deve rendere l’atmosfera di quel tempo nella traduzione, usando per esempio forme di italiano arcaiche. Allo stesso tempo è importante che il lettore capisca cosa intendeva l’autore, quindi si può arrivare a tradurre qualcosa che suona come ha perduto il senno con un termine più contemporaneo come è andato fuori di testa. A ogni frase il traduttore è chiamato a fare le proprie scelte, in una continua opera di mediazione tra l’autore e il lettore. Un lavoro che parte già dal titolo, che è la parte del testo che si può toccare di più”.
Nel suo ultimo romanzo ci troviamo davanti a un’ambientazione storica importante come il Risorgimento e a un personaggio di fantasia ma molto verosimile, molto contemporaneo, come Josè Pau, spia nizzarda al servizio di Napoleone III, infiltrato tra le file austriache. Come è nato “Il Visconte”?
“L’idea è venuta dall’esterno, da una persona che non c’entrava e che mi ha proposto una storia di spionaggio ambientata nel Risorgimento, in occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia. L’idea mi è piaciuta molto così ho subito buttato giù una prima traccia e ho cercato la collaborazione di Andrea Carlo Cappi, il maggior esperto italiano di spionaggio. All’ambientazione, che volevamo già di per sé accattivante abbiamo aggiunto un personaggio molto complesso, il Visconte appunto, che funge da filtro, da catalizzatore, in una narrazione dove fantasia e realtà storica si fondono di continuo, e dove il tema del doppio caratterizza ogni personaggio”.
Le vicende del Visconte si fermeranno qui?
“È in progetto un secondo romanzo, che vedrà il Visconte impegnato sul fronte della guerra di secessione americana. E chissà, forse lo vedremo anche in un terzo volume dividersi tra Roma e la guerra franco-prussiana”.

 

Da Fixing n.8

 
Di Simona (del 19/02/2012 @ 21:22:25, in I miei articoli su Fixing, letto 1228 volte)

Tra i miei ricordi universitari, il professor Stefano Benassi spicca come un faro.
Era il mio insegnate all’Università di Bologna. Il professore con cui mi sono laureata. Quello che mi ha concesso di scrivere la tesi su un pittore, anche se frequentavo filosofia. Quello che a diciannove anni mi ha insegnato che scrivere non è solo tenere un diario o redigere tesine, scrivere è anche narrativa, è inventare storie, osando, raccontare non solo quello che vediamo ma anche quello che immaginiamo, con la chiarezza che dobbiamo a un lettore.
Il mio professore è scomparso nel 2008, troppo presto.
Ha portato via con sé la sua pazienza, la sua voce sottile, la delicatezza dei suoi modi e quella penna rossa che non lesinava. Ma ha lasciato la voglia di continuare a scrivere, non solo a me, ma a tutti quelli che negli anni lui aveva accompagnato lungo i percorsi della narrazione e della poesia, e che una volta o dieci avevano partecipato ai corsi di scrittura che teneva a Rimini, all’associazione Università Aperta “Giulietta Masina e Federico Fellini”.
E proprio da Università Aperta parte una bellissima iniziativa in suo onore. Un concorso di scrittura narrativa che porta il suo nome, aperto a tutti i maggiorenni – sia italiani che sammarinesi – che hanno un racconto nel cassetto o che hanno voglia di scriverne uno ex novo, l’importante è che non superi le 5000 battute e che sia ispirato alla frase di Iosif Brodskij “Sulla bilancia della verità la forza dell'immaginazione pesa quanto la realtà e, anzi, persino di più”.
Spero che partecipino in tanti. E spero che partecipino anche tanti giovani, per rendere omaggio al professore che tutti vorrebbero, a un professore disponibile e attento alle singole peculiarità di ognuno. A un professore che amava le parole, i libri e i significati che si celavano dietro alle storie.
Il regolamento completo e la scheda di partecipazione al Concorso di narrativa “Premio Stefano Benassi” sono scaricabili sul sito di Università Aperta, www.uniaperta.it

Da Fixing n.6

 
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