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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 11/05/2012 @ 12:44:48, in I miei articoli su Fixing, letto 1310 volte)

Tre guardie del corpo già posizionate. Teatro degli Atti di Rimini pieno, e non solo di ragazzi.
Con una puntualità ammirevole – e del tutto insperata – entra lui, Christopher Paolini, un ragazzone con occhiali e camicia ben infilata nei jeans a vita alta.
Si accomoda nella sua postazione sul palco e scatta una foto al pubblico in delirio.
Esordisce con un ciao, che sprigiona un ulteriore fragoroso applauso, si dichiara felice di vedere così tante persone e – con genuina onestà - rivela che spera di firmare un sacco di libri.
Inizia così lo show di Christopher Paolini, acclamato scrittore fantasy statunitense, autore di Eragon (scritto quando aveva solo quindici anni) e di tutto il Ciclo dell’Eredità, trilogia che a dispetto del nome doveva concludersi con un quarto libro ma di cui Paolini ha già annunciato il quinto. “Ci sono tante idee che non ho inserito nelle saghe, ci sono domande lasciate senza risposta che saranno la base del quinto volume” ha confermato alla platea, entusiasta della notizia.
E con un tempismo sapiente, annuncia che per la prima volta gli è venuta un’ispirazione durante una presentazione. “Mi è venuta un’idea proprio in questo momento! Proprio qui!”. Fosse davvero così, tra i ringraziamenti del nuovo romanzo dovrebbe esserci posto anche per i ragazzi accorsi al teatro di Rimini e per Mare di libri, l’associazione che promuove l’omonimo festival che con impegno titanico è riuscita a strappare a città ben più grandi – come Napoli e Roma - uno dei tre incontri italiani dell’autore.
Paolini annuncia anche che non potrà dire di più sul nuovo libro o sarebbe obbligato a chiudere tutti i presente nel suo scantinato per almeno un paio di anni “Mi sembrate tutti molto simpatici, non mi dispiacerebbe portarvi con me, ma non credo che mia madre sarebbe disposta a cucinare per tutti per un tempo così lungo”.
Questo ragazzo certamente talentuoso - a confermarlo un tour mondiale e più di trenta milioni di copie vendute – ha costruito il mondo di Alagaesia per vincere la noia: non frequentando la scuola, studiando a casa con i genitori, diplomandosi a soli 15 anni ed essendo un appassionato di fantasy, gli è venuto naturale cominciare a porsi delle domande per occupare un po’ il tempo. Prima fra tutte: “Cosa farebbe, cosa penserebbe un ragazzo se trovasse un uovo di drago?”. Questa semplice domanda ha buttato le fondamenta di un universo cementato dalla sua naturale curiosità, che lo spinge a cercare e apprendere, per poi far finire tutto nelle sue storie.
Ha un modo di fare da vero istrione, è ironico, tanto da non risultare antipatico nemmeno quando muove critiche a Il signore degli anelli, il fantasy per eccellenza, quello con cui anche la Rowling, la mamma di Harry Potter, ha dovuto fare i conti (i riferimenti sono diversi, ma senza entrare troppo nel dettaglio diciamo che il ragno gigante che tanto spaventa Ron lo aveva già incontrato anche Frodo).
“A me piace giocare con le parole ma è importante avere un rapporto emotivo con i personaggi – sottolinea Paolini – Per esempio, io adoro Il signore degli anelli, ma alcune cose sono inverosimili: ci sono personaggi totalmente buoni e altri totalmente cattivi, se nasci orco, orco rimani. In Eragon invece i personaggi sono alle prese con quesiti su ciò che è buono o cattivo. L’assenza di realismo mina le fondamenta di una storia”.
Immancabile la richiesta di consigli per aspiranti scrittori.
Primo. “Scrivete tutti i giorni, nei week end, per il vostro compleanno, potete fare giusto una pausa per Natale, per il resto scrivete sempre”. Anche se lui dichiara che ora si prenderà una pausa perché scrive ininterrottamente da quindici anni, tanto che ha almeno venti storie in testa, di diversi generi, dalla fantascienza al romanzo storico.
Secondo. “Non aspettate l’ispirazione: a me arriva una volta ogni tre mesi”. E noi abbiamo assistito all’evento in diretta?
Terzo. “Imparate tutto sulla vostra lingua: è lo strumento con cui entrare in contatto con il lettore”.
Quarto. “Scrivete quello che vi piace. Qualsiasi cosa vi venga in mente scrivetela, fosse anche la storia di un tostapane volante: c’è qualcuno al mondo a cui piacerà”.
Quinto. “Trovate qualcuno che legga quello che scrivete, un amico, un parente, un insegnante, o un bibliotecario, e vi dia consigli critici: imparerete molto della scrittura dalle parole di chi vi legge”.
And last but not least, “Prima di buttarla giù , costruite la storia nella vostra testa e divertitevi! Non sempre è possibile, ma cercate di farlo”.

Domande dal pubblico
Quando ha inizio il confronto diretto con il pubblico, cortesemente Paolini chiede di non fare domande che possano essere spoiler per chi ancora non ha letto Inheritance.
Quasi tutti gli interventi iniziano con Grazie per i tuoi libri o Sei un grande. C’è chi si butta in spoiler nonostante le raccomandazioni. “Spoiler! Sorry, guys!”. C’è chi chiede perché uno muore e l’altro vive. C’è chi gli chiede di leggere in elfico e lui pronto ad arrotondare la r facendola vibrare per rendere al meglio la lingua. C’è chi non ha mai letto i suoi libri, ha semplicemente seguito le amiche, pensando inizialmente che si trattasse del Paolini che disturba i tg, e vuole che lui spieghi perché dovrebbe iniziare a leggere le sue storie (un’ottima domanda a mio parere). C’è chi vuole sapere perché ha delle guardie del corpo al seguito: “A volte i lettori sono troppo entusiasti”. E c’è chi gli chiede cosa ne pensa del film tratto da Eragon.
“Sono contento che abbiano fatto il film perché ha avvicinato tanti nuovi lettori al libro. Per la trasposizione ho cercato di dire la mia ma alla fine riflette la visione del regista e della casa di produzione, mentre il libro riflette la mia. Spero ci siano altre pellicole tratte dai miei libri ma la decisione spetta alla casa di produzione, quindi se volete un nuovo film potete scrivere alla Fox”. Svela inoltre un retroscena. “Dovevo avere una porticina anch’io: un Urgali che veniva decapitato da Eragon, poi per una serie di impegni non sono riuscito a esserci. Forse è meglio, perché sarei stato l’Urgali più piccolo della storia. Però chissà, se ci sarà un altro film, forse riuscirò a farmi decapitare”.
È Paolini stesso ad annunciare che c’è posto per una sola ultima domanda, e alle sue parole i ragazzi cominciano già a muoversi, a mettersi in fila per farsi fare l’autografo (un solo libro a testa o nessuno riuscirebbe ad uscire dal teatro fino al giorno seguente). L’organizzazione di Mare di Libri fa procedere tutto senza intoppi, grazie anche ai giovani volontari capaci di gestire le situazioni con una maturità che in pochi hanno (pochi adulti, intendo).

Fuori dall’incontro
Finito l’incontro, un gruppo di Firenze cammina per il Corso d’Augusto, commentando la bellezza di Rimini. “Proprio carina questa città, non l’avevo mai vista prima”.
A conferma che i libri, le belle storie, gli autori interessanti fanno muovere le persone, portano gente nelle città anche in un comune pomeriggio in mezzo alla settimana, e fanno scoprire nuovi posti. Non solo inventati.


Dopo questo primo assaggio internazionale, Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, torna dal 15 al 17 giugno, nel centro storico di Rimini.

Da Fixing



 
Di Simona (del 02/05/2012 @ 10:10:38, in I miei articoli su Fixing, letto 1627 volte)

A Marco Bianchini, attore e regista teatrale di Rimini, che ci ha lasciati lo scorso 29 aprile, a soli 43 anni.

Si apre il sipario. Potrebbe essere uno degli infiniti atti di una commedia così ben fatta da replicare per anni e anni.
Ma non questa volta.
Questa volta è l’ultimo atto. Non si muove nulla. Solo un sorriso appena sotto una testa riccia. Solo un sorriso appena sotto gli occhiali. Non dice nulla l’attore. Prepara le valigie, con discrezione.
Si dice che un attore abbia tante vite quanti sono i personaggi che interpreta. Tante vite che scorrono sul palco sorrette da un uomo solo, da un attore che le fa pulsare tutte.
Dentro la sua valigia, Marco Bianchini ci mette l’amore per la tradizione romagnola. La voce con cui recitava le poesie di Raffaello Baldini. Gli spettacoli che hanno ridato al nostro dialetto la dignità di una lingua. Le risate che ha fatto fare. Il folle del villaggio in “Acqua”. Uno spettacolo recitato su un palco in mezzo a un bosco. Il tango appassionato de “Il santo”. Ci sono “L’ultimo sarto”, la sua prima regia con “I lunatici”, c’è un amore speciale per “I lunatici”. Ci sono le lezioni che ha dato, il teatro che ha macinato al Mulino d’Amleto, insieme all’amico e maestro Gianluca Reggiani.
Prepara la valigia e non dice nulla, solo sorride.
E già ti rende felice, perché non è facile sorridere durante l’ultimo atto. Alcuni griderebbero. Alcuni si arrabbierebbero. C’è chi se la prenderebbe col pubblico e col regista, perché no, non doveva finire così, il regista poteva inventarsi qualcosa di meglio.
Ma lui no. Lui sorride. Coinvolge il pubblico nel suo sorriso e tutti a imparare come si fa. Come si fa ad aver voglia di sorridere. Come si fa a non lamentarsi, e accettare che questo spettacolo – difficile, incomprensibile e meraviglioso – è durato davvero poco.
Tutti lì a imparare e intanto l’attore saluta. Comincia a chiudersi il sipario e lui tranquillo a salutare. Verrebbe voglia di strapparlo quel sipario per non farlo chiudere. Verrebbe voglia di pregare il regista di concedere almeno un bis. Ma l’attore dignitosamente s’inchina, al suo pubblico, al regista, alla vita. Saluta tutti. Noi salutiamo lui.
Il sipario è chiuso. E cosa succede lì dietro noi non lo vediamo più.
“Vorrei riposare molto - aveva scritto ne "Il santo" - Fermo anche una vita senza preoccuparmi di fare qualcosa. Ecco mi vorrei fermare, se potessi rinascere. Fermarmi su qualcosa che conta veramente, non cercare tutto e scappare da tutto. Fermare mi vorrei”.
Fermare nei nostri cuori le tue parole, vorremmo.

Da Fixing



 
Di Simona (del 16/04/2012 @ 17:00:10, in I miei articoli su Fixing, letto 1404 volte)
Un monastero visto dall’alto è il simbolo del marchio Montebello, un marchio che porta con sè una storia da pionieri della coltura biologica in Italia, un marchio che si trova su confezioni di pasta, farina, legumi, e racchiude la storia di un uomo, il suo fondatore, Gino Girolomoni, già fondatore della cooperativa Alce Nero. Gino Girolomoni è venuto a mancare il 16 marzo scorso, ma non ha lasciato solo un marchio, ha lasciato una famiglia – la sua famiglia – a portare avanti un modo di lavorare e operare che aveva come scopo principale il produrre alimenti senza avvelenarli (e senza avvelenarne i fruitori). Un pensiero così semplice e primario, da risultare innovativo. Un pensiero animato da una profonda consapevolezza economica, sociale e politica che Girolomoni ha sempre cercato di condividere con gli altri partecipando a conferenze, organizzando convegni, creando a Montebello un punto di incontro e confronto che ha coinvolto intellettuali e artisti di primo piano, come lo scrittore Guido Ceronetti e il teologo Sergio Quinzio. Una condivisione, una comunicazione, che non poteva prescindere dalla scrittura. Attraverso i suoi libri, le lettere, gli articoli è possibile scoprire la storia di quelle persone che non hanno abbandonato la campagna, ma l’hanno resa viva, di nuovo, quando non la voleva più nessuno, quando essere contadini suonava come un’offesa, e hanno fatto della terra una risorsa, economica e culturale.
Leggere a volte è come ascoltare. Mi piace pensare che chi scrive dando alle parole il valore che meritano - senza aggrovigliarsi intorno ai concetti, senza tentare di convincere i più deboli sempre in cerca di un guru - sia in grado di lasciare non solo un testo ma una voce. E mentre leggo che la disoccupazione sale, che colpisce soprattutto i giovani, che non c’è lavoro, non c’è futuro, sento la voce di Gino Girolomoni salire da un editoriale scritto lo scorso anno per la rivista Mediterraneo, di cui era direttore: “Se il risultato nel nostro paese è che nessuno vuole fare il vasaio, il contadino, il muratore, l’artigiano, l’infermiere, il falegname, vuol dire che nel ciclo della pubblica istruzione nessuno ha saputo far capire il perché in una società sarebbe importante anche il praticare questi mestieri. E di una società che ritiene ininfluenti questi mestieri io francamente me ne infischio”.
Si alza a ogni pagina il richiamo a un cambio di prospettiva, a essere così controcorrente da risultare antichi. Si alza a ogni frase una prospettiva, che forse non sarà risolutiva (e non credo proprio pretenda di esserlo) ma che almeno tenta di far puntare lo sguardo su altre possibilità. In libri come “Ritorna la vita sulle colline” (Jaca Book), c’è la storia non solo di un uomo, della sua adorata moglie, dei suoi amici o famigliari, ma anche di un’Italia che negli anni Settanta aveva dimenticato la sua anima rurale, la storia di un posto che oggi appare bello come un giardino ma che neanche quarant’anni fa era un ammasso di macerie, una storia che nessuno può illustrare meglio di chi l’ha vissuta sulla pelle, con sacrificio, follia e dedizione. Perché senza le parole, senza comunicare, senza raccontare e raccontarsi di generazione in generazione, cosa rimane di quello che già è stato vissuto? È un’ignoranza che non possiamo permetterci o finiremo per combattere sempre la stessa lotta, senza mai andare avanti, ignari che sia già stata combattuta per secoli, prima di noi. Che sia una terra da riconquistare (nel senso più culturale, e meno bellicoso del termine), che sia una mentalità da debellare e un’altra da ricostruire, che almeno si possa fare affidamento sulle parole, sulle esperienze vissute, sugli esempi fonti di ispirazione: tutte armi preziose forgiate da chi aveva fuoco e metallo sufficienti per farlo. Perché - come ha scritto Gino Girolomoni - “Non bisogna arrendersi mai e continuare a sperare: non tanto per salvare il mondo che è un’operazione forse troppo difficile, ma, semplicemente, per non stare dalla parte di quelli che lo distruggono”.

Da Fixing n. 14
 
Di Simona (del 07/03/2012 @ 17:50:18, in I miei articoli su Fixing, letto 1649 volte)

Pangea, tutta la terra, un nome simbolico per una collana editoriale che raccoglie piccole perle di letteratura sparse per il mondo. Un progetto portato avanti dal Gruppo Viator – che ha assorbito e oggi gestisce la casa editrice Servitium, fondata da padre David Maria Turoldo e proprietà dei Servi di Maria – e curato da Paolo Brera, scrittore e traduttore. Suo il compito di scegliere e di tradurre racconti e romanzi brevi, da ben otto lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo, polacco e serbo). Un’impresa ardua che a oggi ha portato alla luce quattro volumi: “Sull’acqua” di Guy de Maupassant, “La cartomante” di Joaquim Machado De Assis (il più grande romanziere brasiliano dell’Ottocento), “La illustre fregona” di Miguel de Cervantes e – fresco di stampa – il romanzo breve “Primo amore” di Ivan Turgenev. Tra tanti capolavori stranieri compariranno anche autori italiani, tra cui Camillo Boito e il suo “Senso”, novella che ispirò il celebre film di Luchino Visconti.
Come è partito il progetto Pangea?
“L’idea – racconta Paolo Brera – è nata da una personale forma di follia, perché quando trovavo racconti di grande autori cominciavo a tradurli, un po’ per il piacere di farlo, un po’ per non dimenticare una lingua. Così ho pensato che nell’epoca in cui l’IPad sta sostituendo il libro, poteva essere interessante proporre opere, a volte poco conosciute, di grandi autori, in edizioni tascabili, economiche e molto pratiche. I racconti scelti sono avvincenti e possono rappresentare anche un modo per avvicinarsi a grandi autori”.
Traduttore, curatore ma anche scrittore (è da poco uscito “Il Visconte”, spy story scritta a quattro mani con Andrea Carlo Cappi per Sperling & Kupfer, ndr). Quale il ruolo più difficile da sostenere? E quale quello che dà maggiori soddisfazioni?
“Amo molto scrivere roba mia ma la traduzione mi dà una gioia particolare, perché permette a qualcuno di avvicinarsi a opere che altrimenti non sarebbe riuscito a leggere. Amo molto le lingue, amo coglierne le sfumature. Quando si tratta di autori di fine Ottocento o del primo Novecento si deve rendere l’atmosfera di quel tempo nella traduzione, usando per esempio forme di italiano arcaiche. Allo stesso tempo è importante che il lettore capisca cosa intendeva l’autore, quindi si può arrivare a tradurre qualcosa che suona come ha perduto il senno con un termine più contemporaneo come è andato fuori di testa. A ogni frase il traduttore è chiamato a fare le proprie scelte, in una continua opera di mediazione tra l’autore e il lettore. Un lavoro che parte già dal titolo, che è la parte del testo che si può toccare di più”.
Nel suo ultimo romanzo ci troviamo davanti a un’ambientazione storica importante come il Risorgimento e a un personaggio di fantasia ma molto verosimile, molto contemporaneo, come Josè Pau, spia nizzarda al servizio di Napoleone III, infiltrato tra le file austriache. Come è nato “Il Visconte”?
“L’idea è venuta dall’esterno, da una persona che non c’entrava e che mi ha proposto una storia di spionaggio ambientata nel Risorgimento, in occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia. L’idea mi è piaciuta molto così ho subito buttato giù una prima traccia e ho cercato la collaborazione di Andrea Carlo Cappi, il maggior esperto italiano di spionaggio. All’ambientazione, che volevamo già di per sé accattivante abbiamo aggiunto un personaggio molto complesso, il Visconte appunto, che funge da filtro, da catalizzatore, in una narrazione dove fantasia e realtà storica si fondono di continuo, e dove il tema del doppio caratterizza ogni personaggio”.
Le vicende del Visconte si fermeranno qui?
“È in progetto un secondo romanzo, che vedrà il Visconte impegnato sul fronte della guerra di secessione americana. E chissà, forse lo vedremo anche in un terzo volume dividersi tra Roma e la guerra franco-prussiana”.

 

Da Fixing n.8

 
Di Simona (del 19/02/2012 @ 21:22:25, in I miei articoli su Fixing, letto 1173 volte)

Tra i miei ricordi universitari, il professor Stefano Benassi spicca come un faro.
Era il mio insegnate all’Università di Bologna. Il professore con cui mi sono laureata. Quello che mi ha concesso di scrivere la tesi su un pittore, anche se frequentavo filosofia. Quello che a diciannove anni mi ha insegnato che scrivere non è solo tenere un diario o redigere tesine, scrivere è anche narrativa, è inventare storie, osando, raccontare non solo quello che vediamo ma anche quello che immaginiamo, con la chiarezza che dobbiamo a un lettore.
Il mio professore è scomparso nel 2008, troppo presto.
Ha portato via con sé la sua pazienza, la sua voce sottile, la delicatezza dei suoi modi e quella penna rossa che non lesinava. Ma ha lasciato la voglia di continuare a scrivere, non solo a me, ma a tutti quelli che negli anni lui aveva accompagnato lungo i percorsi della narrazione e della poesia, e che una volta o dieci avevano partecipato ai corsi di scrittura che teneva a Rimini, all’associazione Università Aperta “Giulietta Masina e Federico Fellini”.
E proprio da Università Aperta parte una bellissima iniziativa in suo onore. Un concorso di scrittura narrativa che porta il suo nome, aperto a tutti i maggiorenni – sia italiani che sammarinesi – che hanno un racconto nel cassetto o che hanno voglia di scriverne uno ex novo, l’importante è che non superi le 5000 battute e che sia ispirato alla frase di Iosif Brodskij “Sulla bilancia della verità la forza dell'immaginazione pesa quanto la realtà e, anzi, persino di più”.
Spero che partecipino in tanti. E spero che partecipino anche tanti giovani, per rendere omaggio al professore che tutti vorrebbero, a un professore disponibile e attento alle singole peculiarità di ognuno. A un professore che amava le parole, i libri e i significati che si celavano dietro alle storie.
Il regolamento completo e la scheda di partecipazione al Concorso di narrativa “Premio Stefano Benassi” sono scaricabili sul sito di Università Aperta, www.uniaperta.it

Da Fixing n.6

 
Di Simona (del 07/02/2012 @ 12:20:54, in I miei articoli su Fixing, letto 1553 volte)

“Credo di parlare di cose che stanno a cuore alla gente. Credo di fare la stessa cosa che fa la poesia a un livello superiore. Lo faccio per l’uomo della strada. Metto l’accento su cose che in genere le persone comuni percepiscono solo confusamente. Definisco emozioni. Un esempio perfetto per ciò che intendo dire è quando qualcuno dice Oggi mi sento proprio come Charlie Brown. Non deve aggiungere nient’altro. Perché sai benissimo come si sente”.
Charles Schulz

Capita a tutti di sentirsi piccoli come noccioline. E capita a tutti, una volta o l’altra, di assomigliare tanto a un personaggio dei Peanuts, le noccioline più famose del mondo del fumetto, pubblicate per l’ultima volta il 13 febbraio del 2000, il giorno dopo la morte del loro autore.
Un universo fatto di bambini, raccontato con quell’ironia quasi inconsapevole di cui i ragazzini sembrano non accorgersi e di cui gli adulti sanno fare tesoro, perché“quando si tratta di pensare un’idea divertente – scrive Schulz - hai bisogno di esperienza: per saper cogliere il lato divertente della vita occorre aver vissuto la propria parte di esperienze”.
In Sessant’anni di Peanuts (Panini Comics) sono raccolte alcune delle strisce più significative dagli anni Cinquanta al Duemila, intervallate da frammenti di interviste e commenti dell’autore, che ha alimentato i suoi personaggi con la sua stessa vita: “Se leggete la striscia, imparerete a conoscermi. Tutto ciò che sono finisce per entrarci… Tutte le mie paure, le mie ansie, le mie gioie”. Che sono le paure, le ansie e le gioie che toccano un po’ tutti.
La malinconia di Charlie Brown che non sa cosa fare, perché in certi momenti si sente così solo che non riesce a sopportarlo e altre volte vorrebbe soltanto essere lasciato in pace (“Cerca di vivere tra un momento e l’altro” gli consiglia la psicologa Lucy).
La necessità che ogni tanto si sente di avere una coperta di sicurezza come quella di Linus, quel cencio di flanella che ammorbidisce il mondo, lo rende meno freddo, e un po’ più distante.
Il sarcasmo di Lucy. La sua strafottenza, l’arroganza, e il suo sdraiarsi sul piano di Schroeder, il suo assecondarlo in quella passione che lei non capisce e non apprezza, sapendo benissimo – pur senza ammetterlo - che non l’avrà mai vinta su Beethoven.
La schiettezza di Piperita Patty, che crede che Snoopy sia un bimbo con il naso grande. Il sospetto che ci siano alberi così grandi e dispettosi da mangiarsi gli aquiloni. La paura di passare la vita sul sellino di dietro della bicicletta, come Replica. Le notti buie e tempestose scritte da Snoopy. L’amicizia che non ha bisogno di parole con Woodstock. E un’unica grande certezza per il futuro, come Linus, che alla domanda “Cosa vuoi essere da grande?”, candidamente risponde: “Vergognosamente felice”.

Da Fixing n.5

 
Di Simona (del 23/01/2012 @ 17:50:07, in I miei articoli su Fixing, letto 982 volte)

 

Prendete un giorno, non uno qualsiasi, ma uno che per voi ha un significato. Quel giorno che ha irrimediabilmente cambiato tutto. Allora non lo sapevate, ma a distanza di tempo quel giorno ha dettato il ritmo al resto della vostra vita. È un giorno speciale, a pensarci ora, ma non lo avete mai considerato un giorno da celebrare. Era uno come tanti, a cui non avete dato peso ma oggi dovete ammettere che lì è iniziato tutto, gioia o dolore che sia, ha avuto lì il suo preludio. Come succede in “Un giorno” (Neri Pozza editore) di David Nicholls. L’autore racconta la storia di Emma e Dexter, che passano una sola notte insieme, quando hanno poco più di vent’anni, e non sanno ancora cosa fare della loro vita, sanno però che quella mattina scozzese del 15 luglio potrebbe essere l’ultima volta che si vedono, o forse no, forse si incontreranno ancora, non capiscono proprio che saranno legati per sempre, non potranno più prescindere uno dall’altra, per quanto si riveli doloroso o salvifico. L’autore scrive la loro storia, vent’anni della loro vita, raccontandoci un unico giorno all’anno, il 15 luglio, giorno di san Swithin.
Ogni capitolo segna un anno, a partire dal 1988, e a ogni capitolo noi incontriamo Emma e Dexter nel giorno di san Swithin: in qualsiasi luogo siano, con chiunque siano, noi sapremo cosa stanno facendo. Li ritroviamo in quel giorno mentre cercano di cavarsela, di affrontare eventi, delusioni, disillusioni, uniti anche se lontani, distanti anche se uno accanto all’altra. Tutto quello che accade prima o dopo il 15 luglio lo sappiamo di riflesso: conosciamo quello che è accaduto leggendone gli effetti, le conseguenze, non la presa diretta. Una struttura accattivante, che racconta con profondo disincanto due vite complici ma non abbastanza forti, oneste o umili da ammettere di essere indispensabili l’uno all’altro. Gli anni Novanta con tutti i loro lustrini e le promesse non mantenute scivolano lungo le pagine, quasi a sottolineare che quegli anni potevano essere qualcosa di differente, la giovinezza poteva essere spesa diversamente, gli affetti, i dolori potevano essere affrontati diversamente. I due protagonisti esprimono appieno gli anni di cui sono figli, i tentativi, le utopie, il successo, l’eccesso. E anche se l’ironia di Emma a volte crolla nell’autolesionismo, e anche se l’esuberanza di Dexter sfocia largamente nell’idiozia, Emma e Dexter sono due protagonisti a cui ci si affeziona, perché sono persone comuni, con difetti e possibilità, con un bagaglio di sbagli e occasioni mancate da far invidia ai protagonisti del romanzo russo ottocentesco, eppure sempre pronti a rimettersi in gioco. L’autore pennella un ritratto corale: il ritratto di due personaggi, di una società, ma anche di un’epoca, di un modo di vivere e sentire che oggi non è già più lo stesso, ma di cui oggi si affrontano le conseguenze. Cosa ne è stato di quegli anni Novanta? Cosa ne è stato di Emma e Dexter? Il ritratto prende forma mentre si legge, per arrivare a un finale cesellato, scritto in punta di penna, affilato come una spada.
È un viaggio che inizi con curiosità, perché vuoi proprio sapere cosa ne sarà di questi due folli che incontri mezzi nudi in un letto a parlare, poi però la curiosità diventa vero e proprio interesse, perché c’è qualcosa di reale in Emma e Dexter - persi, audaci, coraggiosi, innamorati, affranti, afflitti, mai pienamente sconfitti - qualcosa che a tutti è capitato di essere, almeno in un’occasione, in un momento della vita. Almeno per un giorno.

Da Fixing n. 2

 
Di Simona (del 24/12/2011 @ 13:06:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1477 volte)

“Scrooge divenne il migliore degli amici, il migliore dei padroni, il migliore degli uomini della vecchia città, di ogni altra vecchia città, paese o borgo del buon vecchio mondo. Qualcuno rise di questo mutamento, ma egli lo lasciò ridere e non ci fece caso, perché era abbastanza saggio da sapere che nulla di buono succede su questa terra, senza che qualcuno, sulle prime, si prenda il gusto di riderne… Del resto anche il suo cuore era tutto un sorriso, e ciò era per lui più che sufficiente.

Non ebbe più nulla a che fare con gli spiriti, ma visse sempre secondo i dettami della temperanza integrale e sempre si disse di lui che sapeva festeggiare degnamente il Natale, se mai creatura vivente può attribuirsi questo vanto”.

Charles Dickens, Canto di Natale

 
Saper far festa è un’arte. Un’arte che s’impara,  come è successo al vecchio Scrooge di Dickens, per cui si sono dovuti scomodare ben tre spiriti – del Natale presente, passato e futuro - per fargli imparare la lezione in tempo. Del resto, è un’arte di cui non si può far a meno, se non si vuole correre il rischio di inaridirsi.

I libri di favole raccontano di feste con abiti sfarzosi, spartiti d’orchestra e cibo raffinato. Ma se lo sguardo si sposta dal salone principale, se scavalca la finestra e si butta giù in strada, si può vedere l’intero mondo danzare. Mentre il re apre il gran ballo, mentre il signorotto butta cosciotti al giullare, nel cortile c’è gente che fa festa. Ci sono danze, musica e chiacchiere di un intero popolo. C’è la voglia di non rimanere soli, di stare tutti insieme, non per dimenticare le proprie miserie ma per ballarci sopra. C’è la voglia di ridere per una battuta, anche se riesce male, perché quando l’allegria aleggia sulle teste poi strabocca sulle labbra.

C’è la fantasia in una festa. C’è il colore. C’è “il momento in cui raccontare le storie più incredibili, adesso che siamo accanto al fuoco e le lampade a gas gorgogliano come palombari” (Dylan Thomas, Un Natale). C’è una giornata che è finita, un periodo che è concluso, e prima di cominciare daccapo, prima di buttare giù buoni propositi e cambi di direzione, c’è questo grande tuffo nel mare, questo momento in cui spogliarsi delle preoccupazioni, in cui sospendere progetti e aspettative, per tornare a essere semplici. Ci sono feste in cui si è semplicemente una famiglia, e ogni membro della famiglia si sistemerà i capelli al meglio, metterà da parte gli affanni per essere in grado di sorridere più spontaneamente, e porterà forse una bottiglia o un dolce, ma non è necessario perché sta andando nell’unico posto, dalle uniche persone, che non pretendono nulla.

Per partecipare alla festa bisogna solo averne voglia, trovare dentro di sé un motivo per brindare e fare tutta la strada necessaria per arrivare. Non importa se quella strada è lunga, fredda e senza mezzi: la festa è cominciata nel momento in cui si è deciso di partecipare.



Da Fixing n.46

 
Di Simona (del 10/11/2011 @ 08:47:06, in I miei articoli su Fixing, letto 1814 volte)

Abbiamo tutti bisogno di sogni. Non fughe, non scappatoie, ma il bisogno di concentrare le nostre forze in qualcosa in cui crediamo. In qualcosa che a volte solo noi vediamo, solo noi consideriamo davvero importante.
Svegliarsi la mattina e avere uno scopo, un obiettivo che vada al di là delle necessità primarie, qualcosa che fa intuire che noi siamo anche altro. Non siamo solo la fretta, il traffico, la spossatezza che inchioda al divano la sera. Siamo qualcosa di più che carne da telegiornale, pubblicità di profumi, lacrime di orgoglio, di dolore, di insoddisfazione. Siamo qualcosa di più della schiena curva su un banco, una scrivania, un campo.
Possiamo anche fare di meglio che provare fastidio davanti a certe persone, o a certe situazioni. Di meglio che impiegare tempo a etichettare gli altri, pretendendo di conoscerli alla perfezione, noi che così poco conosciamo noi stessi.
Siamo peccatori, e chi non lo ammette pecca più di tutti.
Siamo spaventati, curiosi, furiosi.
Siamo così piccoli che potremmo perderci in un pugno, se capitassimo nella mano sbagliata.
Siamo così infiniti, da poter contare ogni nostro passo, senza mai scorgere il mistero che li racchiude tutti.
Siamo così imprevedibili, da cambiare strada per seguire un sorriso, se solo pensiamo che sia un sorriso buono.
Siamo “le catene che ci siamo forgiati”, direbbe Charles Dickens. Siamo i buffoni della sorte, come il Romeo di Shakespeare. “Siamo l’acqua, non il diamante duro/ che si perde, non quella che riposa” scrive Borges. Ed è bello pensare che quando ce la mettiamo tutta, quando non ci arrendiamo, costi quel che costi, in quel momento lì succede qualcosa che nemmeno il sole è in grado di fare, perché in quel momento lì – come ha scritto il dottor Costa parlando di Marco Simoncelli - “io sono i miei sogni”.

da Fixing n. 42

 
Quando si sceglie un libro ci si lascia guidare dai propri gusti, dal riassunto della storia, dalla copertina, ma anche da ciò che già si conosce o di cui in qualche modo si è sentito parlare, finendo spesso per scegliere libri di case editrici note, scritti da autori ancora più noti. A volte ci sarebbe anche la voglia di cambiare, di provare qualcosa di nuovo, di scoprire un autore che i più ancora ignorano ma non si sa davvero da che parte iniziare. A questa esigenza sembra rispondere il BookAvenue Book Festival, il primo festival on line della letteratura, a cui si può assistere semplicemente stando davanti a un computer e collegandosi a Facebook. Un festival nato e pensato soprattutto per far conoscere autori esordienti, scrittori di case editrici piccole o medie, che dal 13 al 16 ottobre saranno pronti a incontrare i lettori per vie virtuali. Sul sito dell’evento si possono già trovare le schede di alcune opere presenti al festival: il lettore può aggirarsi tra copertine, presentazioni degli autori, book trailer, e quando trova qualcosa che lo incuriosisce non deve far altro che chiedere all’autore l’amicizia su Facebook, in modo da poterlo incontrare in chat negli orari in cui l’autore stesso si rende disponibile. Su Twitter si possono invece seguire tutti gli eventi giorno per giorno. Un meccanismo complesso da spiegare ma semplice nella sua applicazione, tanto da aver raccolto lo scorso anno ben cinquantamila contatti. Da sottolineare che Sara Cicolani, con il suo libro Le parole del cuore ha ottenuto cinquemila contatti, risultando così l’autrice meglio accolta dal pubblico, tanto da vincere il Book Award, il premio del festival che le sarà consegnato il 13 ottobre alle 21, in diretta su Facebook, Twitter, e in differita su BookAvenue Tv.
Certo, il bello di un incontro con l’autore sta anche nel vedere la sua espressione mentre parla, sentire il suo tono di voce, il suo timbro, guardarlo negli occhi, coglierlo spiazzato, o divertito davanti a una domanda. Bisogna però ammettere che per Alessandro Baricco o Erri De Luca si è disposti a fare chilometri, viaggiare, fare file e prenotarsi con grande anticipo, mentre diventa spesso ostico spostarsi per autori poco conosciuti. In questa ottica il BookAvenue Book Festival non solo è un’iniziativa interessante ma diventa l’occasione per chi scrive di entrare in contatto con tante persone che mai avrebbe la possibilità di incontrare dal vivo, e per chi legge di poter vedere – senza troppi sforzi o spostamenti - anche là dove i riflettori di solito non arrivano.

Info su http://www.bookavenue.it/bookfestival/home.html



 
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