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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 17/02/2013 @ 17:43:46, in I miei articoli su Fixing, letto 2867 volte)

Compie due anni il concorso internazionale di narrativa Premio Stefano Benassi, promosso da Università Aperta Giulietta Masina e Federico Fellini di Rimini e aperto a tutti i maggiorenni – di ogni nazionalità - che hanno un racconto in testa o nel cassetto. Cinquemila battute e una piccola quota d’iscrizione (10 euro) permetteranno di partecipare a questa iniziativa, che rende omaggio a un uomo che amava la parola scritta, i libri e i lettori.
Il professor Stefano Benassi - che era mio professore all’Università e che per anni ha tenuto corsi di narrativa – promuoveva la scrittura con lo stesso spirito con cui si cerca di comunicare il piacere della lettura ai bambini. Non perché scrivere sia una possibilità di successo, ma perché scrivere è una possibilità di comunicazione.
Per partecipare al premio è necessario inviare un racconto inedito, a tema libero, a Università Aperta, entro il 20 aprile 2013. I racconti verranno valutati prima da una giuria - presieduta dallo scrittore Michele Marziani, affiancato dall’agente letteraria imolese Carla Casazza, dallo scrittore lombardo Angelo Ricci e dalle insegnanti Giovanna Gazzoni e Angela Grossi – poi da uno dei gruppi di lettura della biblioteca Gambalunga di Rimini.
Chi ha un racconto si butti, osi.
La scrittura non è solo per addetti ai lavori.
Si scrive perché si è attraversati da una storia, anche piccola, anche ingenua, e scrivendo si tenta di trattenerne almeno la scia, almeno un’idea. E forse è proprio l’idea che qualcuno stava cercando.
Info Università Aperta, tel. 0541.28568 - 22323, segreteria@uniaperta.it

Da Fixing n.4

 
Di Simona (del 29/01/2013 @ 11:52:33, in I miei articoli su Fixing, letto 1080 volte)

Un anno vissuto narrativamente lascia dietro di sé pagine e pagine di avventure, finali inaspettati, delusioni anche, ma anche grandi attese finalmente soddisfatte.
Ma nella libreria del tempo, cosa rimarrà sullo scaffale 2012?
Sicuramente verranno messi agli atti il premio Campiello vinto da Carmine Abate con “La collina del vento” (Mondadori) e lo Strega assegnato ad Alessandro Piperno e il suo “Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi” (Mondadori).
A livello internazionale, il 2012 sarà ricordato come l’anno del premio Nobel all’autore cinese Mo Yan, o come l’anno in cui il premio Pulitzer per la narrativa non venne assegnato? Quale dei due esiti rappresenta meglio il panorama letterario mondiale?
Addio sarà una delle parole chiave di questo anno appena concluso. L’addio a Ray Bradbury, il geniale autore di “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane” scomparso nel giugno scorso. E l’addio di Gabriel Garcia Marquez alla scrittura, annunciato dalle persone più vicine all’autore. Un annuncio che ha sottratto al mondo quel suo realismo magico, quella poesia fatta di terra e calore.
E mentre queste due grandi stelle della letteratura salutano i loro lettori, altri autori ricompaiono sulla scena. Il 2012 è stato l’anno del nuovo libro di Paolo Giordano “Il corpo umano” (Mondadori) e il ritorno – a lungo atteso – di Piero Meldini con il suo romanzo “Italia” (Mondadori). Ma è stato anche l’anno in cui la Rowling ha affrontato il mondo narrativo senza più Harry Potter al suo fianco, senza più giovani lettori ad attenderla, buttandosi nelle librerie di tutto il mondo con “Il seggio vacante” (Salani).
Per duemilioni di italiani (e per 37 milioni di lettori nel mondo) l’anno appena concluso rimarrà segnato da cinquanta sfumature di grigio, rosso o nero. La saga erotica della scrittrice E. L. James ha sostituito il vuoto – seriale – lasciato dal candore a lieto fine di Twilight e Harry Potter, estirpando al maghetto anche il record di libro più venduto nella storia.
Il 2012 ha portato anche alla riscoperta de “Lo hobbit”di John Tolkien, grazie a un film che ci ricorda che basta snaturare un gioiellino della letteratura – trasformando le sue trecentosessanta pagine in una trilogia – per fare incassi milionari.
Migliaia i titoli proposti, le copertine esposte, le pagine sfogliate.
E intanto cresce l’attesa per le novità dell’anno appena iniziato. Attesissimo in questo 2013 l’abbasso dei prezzi dei libri (che vengono decisi dagli editori, non dagli autori), perché sono davvero pochi i libri che meritano una spesa di più di 20 euro. Attesa anche la riscoperta di vecchi libri di qualità, senza l’intervento di Hollywood. Attesa la fine degli instant book, i libri nati per raccontare le tragedie appena accadute: la suddetta tragedia non fa in tempo ad accadere che qualcuno è già lì a venderne copie. Ed è atteso, attesissimo, il piacere della lettura. Non per scovare una storia indimenticabile, o scovare per forza il libro che un giorno diventerà un capolavoro, ma per prendersi una boccata d’ossigeno tra tutti i problemi che ogni anno irrimediabilmente porta con sé. Un momento dedicato a se stessi – che sia un’ora, che siano cinque minuti prima di addormentarsi – e per un momento solo, per un momento almeno, dimenticarsi in che anno ci troviamo.

Da Fixing n.1

 
Di Simona (del 19/12/2012 @ 18:32:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1044 volte)

Quando si era piccoli a scuola si preparava il lavoretto di Natale per i genitori, che – si sa - per contratto devono amare i disegni fatti con il pirografo e le sculture di pasta di sale.
Ma il regalo-fai-da-te non è più appannaggio esclusivo della gioventù, e sotto l’albero si moltiplicano marmellate fatte in casa, candele e saponette per i più audaci, decoupage e origami per chi ha manualità da vendere.
Per un dono fatto in casa si è pronti ad affrontare la colla vinilica, varcare le porte di una ferramenta per una pinza a becco piatto, o far sciogliere cera nel pentolone dove di solito si cuociono gli spaghetti. Ma raramente viene l’idea di prendere in mano una penna, se non per scrivere buon Natale sui bigliettini (sempre che non abbiano gli auguri prestampati).
Si utilizzano carta, truciolato e stoffa, ma non si pensa a un regalo fatto di parole. Un racconto personalizzato, dedicato all’amica o al consorte. Una favola per i bambini. Un ricordo spiritoso messo nero su bianco per i nonni.
Qualcuno potrebbe barricarsi dietro a un “non sono capace di scrivere”. Ma, salvo rari casi, nella vita di tutti i giorni capita più spesso di tenere in mano una penna, o pigiare i tasti di un pc, che non maneggiare le tempere spray. Inoltre, così come la saponetta fatta dall’amica non sarà mai perfetta e levigata come il Dove ma la si apprezzerà comunque tanto, così si apprezzerà un racconto o una poesia fatta in casa senza aspettarsi i versi di Neruda o i romanzi di Marquez.
Forse un regalo di parole è meno tangibile e di conseguenza meno utile degli altri? Certo, nessuno vuole mettere in discussione la profonda necessità di due presine a forma di fiocco di neve, ma un regalo ricevuto a Natale è un piacere che va ben oltre al reale bisogno.
Il problema vero è che la fantasia costa, non ha uno schema fisso, non ha istruzioni. E soprattutto costa aprire se stessi, mettersi in gioco col rischio di non essere capiti, perché quando si scrive si è romantici, ironici o divertenti, come ognuno dentro di sé si sente ma raramente mostra.
È per questo che un regalo di parole non lo si può fare a tutti. È molto intimo, molto delicato, richiede un grande sforzo da parte di chi lo scrive e grande sensibilità da chi lo riceve.
Ma se ancora non avete deciso cosa regalare a quella vostra amica che quest’anno – e in altri mille anni – vi ha salvato da una catastrofe emotiva, o ancora non sapete cosa mettere sotto l’albero per vostra sorella che è riuscita a farvi ridere quando non ne avevate nessuna voglia, o se volete fare qualcosa di terribilmente originale per vostro marito, per la fidanzata o la nonna, mettetevi davanti a un foglio – di carta o di Word – e cominciate a scrivere. Non una lettera, ma una storia.
Prendete un aneddoto della vostra vita insieme, un momento che avete condiviso o quel sogno quasi irrealizzabile ma che volete realizzare solo con quella persona. Prendete una risata, una telefonata alle tre del mattino, la gita del liceo, l’imbarazzo di quella volta là o il momento in cui vi siete persi e ritrovati. Oppure immaginate quel viaggio in Australia che non avete mai fatto, ma non è ancora detta l’ultima parola… E poi create due personaggi, che non hanno i vostri nomi, magari non hanno proprio nome, ma hanno le vostre caratteristiche - i suoi capelli, i tuoi difetti - e fateli parlare, muovere, e cadere come avreste voluto parlare, muovervi e non cadere voi. Mettete la parola fine, lasciatelo in sospeso, reinventate una conclusione degna mai vissuta. Riempitelo di allusioni che solo voi e il vostro lettore potete capire. Non preoccupatevi della grammatica, il correttore di Word e l’affetto di chi legge farà sparire ogni orrore di ortografia. E non preoccupatevi del risultato. Sarà storto come un vaso di argilla fatto con le vostre mani, sfilacciato come il maglione che avete tentato l’anno scorso, sbafato come i disegni sul portafoto di cartone, ma anche degno di un fiore come quel vaso di argilla, caldo come quel maglione e colorato come quel disegno.

Da Fixing numero 41

 
Di Simona (del 09/11/2012 @ 16:22:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1087 volte)

La notte.
È il momento del “chissà cosa accadrà”.
È un odore, di aria e cielo.
È un libro letto d’un fiato.
La notte sono i riassunti delle giornate precedenti.
Sono le stelle condite da desideri.
Sono milioni di coscienze che si prendono in esame.
La notte è il rimandare a domani. Il non pensarci ora, perché tanto è inutile, perché tanto non puoi far niente. Tutto è chiuso di notte: i negozi, gli uffici, gli occhi. Rimangono aperti fino a tardi solo i pub, e qualche intenzione.
Ci sono notti che finiscono presto sotto le coperte o su un divano.
E ci sono notti lunghe e ognuno le spezza come può. Posti in cui bere, tavoli su cui ballare, brutte trasmissioni, poesie lette con un filo di voce.
La notte è il letto del giorno, il sonno della luce. Il rimuginare della testa.
È il non essere stato all’altezza del compito, è la convinzione che domani farai meglio, la speranza che domani sarà meglio.
Sul filo della notte camminano le preghiere dei bambini, i sospiri, le richieste d’aiuto e di perdono.
C’è chi la usa per sognare, perché è di notte che si impara a sognare. E se i sogni diventano incubi non è colpa della sera, è la giornata che non è stata ancora spazzata via, è il domani che fa paura.
Perché la notte è il buio e il buio spaventa. C’è chi lo sconfigge chiudendo gli occhi. C’è chi lo affronta buttandocisi dentro. E c’è chi lo nega, lasciando una lucina accesa sul comodino.
La notte è guardarsi intorno e non vedere nessuno. È non riconoscere la strada che distingui così chiaramente alla luce del sole.
“So che la notte non è come il giorno – scrive Hemingway in Addio alle armi – Che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è incominciata”.
La notte lascia soli. Lascia pensare. Lascia che tutto si addormenti. E intanto sussurra consigli.
La notte sospende il tempo, i rumori, la fretta. Sospende il mondo e il suo continuo arraffare, solo per dare tregua agli uomini e lasciar liberi i poeti. “I poeti lavorano di notte / quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla / e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio / come falchi notturni o usignoli / dal dolcissimo canto / e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio / fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle” (Alda Merini, I poeti lavorano di notte, da Destinati a morire). E allora che questa notte sia grande, e se anche non c’è luce che almeno sia calda, accogliente e clemente. Che questa notte sia gentile, paziente. E poi svanisca, per far sorgere un nuovo sole.

Da Fixing n. 41

 
Di Simona (del 26/10/2012 @ 17:27:20, in I miei articoli su Fixing, letto 1092 volte)
Guido Ceronetti entra in sala appoggiandosi a un bastone.
Questo personaggio così amato, e discusso, fine drammaturgo, ma anche sagace giornalista, ha più di 80 anni e uno sguardo da bambino. Ben vestito, con un cappello da artista in testa, entra quasi di soppiatto in una sala piena di persone che lo aspettano, per un’informale serata di poesia organizzata da amici. Cammina curvo sulle gambe forti e appena la gente lo intravede si alza un applauso.
Lui continua a camminare, guarda davanti a sé, a terra, ma sorride.
Si siede su una sedia, gli occhiali grandi sul viso minuto, sul tavolo i libri, una borsa, un bicchiere d’acqua (non fredda!).
“Leggere poesia non è come leggere narrativa – spiega lo scrittore - Oggi la lettura è silenziosa, in antichità nessuna lettura era fatta soltanto da muta. Non è male che oggigiorno si moltiplichino letture di poesie ma la riuscita dipende sempre da chi legge. Montale, per esempio, leggeva male. Ungaretti metteva molto patos: ti spaventava, ma era efficace. Una persona con una buona dizione può far rendere gradevole anche una poesia mediocre”.
Guido Ceronetti legge poesie di autori diversi, di diverse nazionalità, tutte tradotte da lui, molte raccolte nell’antologia Trafitture di tenerezza (Einaudi).
“Le lingue si sanno poco. Le lingue dei poeti ancora meno”.
Legge in modo magistrale, toccante, versi di Virgilio, Eraclito, Machado, ma anche Kavafis e Shakespeare. Con assoluta naturalezza e fluidità legge in portoghese, greco e francese. Cattura l’attenzione con la sua smisurata cultura, ma anche con il racconto di aneddoti simpatici. E prima di leggere il Salmo 91 confessa candidamente che una delle sue attrici ha il compito di leggerlo al suo funerale. “Se permettono a un trombettista di suonare Il silenzio avremo un bel funerale”.
La sua traduzione dei Salmi è una vera e propria rilettura. È una traduzione vissuta. “La lingua come la conosco e la creo è uno strumento e con i salmi l’ho sicuramente arricchita, c’è stato un approfondimento della musicalità. Quando leggono i salmi nelle messe ti scoraggiano. Se almeno prendessero dei salmi tradotti meglio”.
Conclude con una lettura tratta dalla sua raccolta di poesie Le ballate dell’angelo ferito.
“Ritengo perduta la lingua italiana. Noi che cerchiamo di difenderla siamo come quelli delle Termopili. Sappiamo che i persiani passeranno ma noi restiamo lì. È una lingua in perdita. Siamo in trincea. La lingua ci viene usurpata. Camminando per strada anche in negozi non hanno più insegne in italiano, ma in inglese”. Nel suo libro In un amore felice (Adelphi), il sottotitolo recita Romanzo in lingua italiana, proprio per sottolineare questa difesa, questa appartenenza.
“Non possiamo proporre ai bambini di oggi le poesiole di quando eravamo piccoli noi. Leggetegli delle poesie di Alda Merini, di Pavese, scelte da voi, raccontando un po’ di contorno, di contesto. La poesia ha una musicalità che il cervello dell’infanzia coglie. La poesia dovrebbe essere ben accolta da un bambino che oggi viene riempito di televisione e nozionismo: gli tagliamo le ali già prima che arrivino alle elementari”.
Terminata la lettura, c’è stato tempo anche per una piccola intervista, passeggiando lungo il vialetto di un giardino. Ma questa è un’altra storia, e la racconterò più avanti.
 
Di Simona (del 24/09/2012 @ 18:47:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1850 volte)

La parola libraio porta in sé qualcosa d’altri tempi, un’aura leggendaria, sfumature romantiche.
Si dice libraio e si pensa a qualcuno rinchiuso tra quattro mura stipate di volumi, con scaffali al posto delle pareti e un amore così smisurato per i libri da conoscere i nomi di tutti, uno per uno, come fossero figli.
Una figura quasi mitica, che però non si è estinta nel corso degli anni.
Nell’epoca degli e-book e delle librerie on line, i librai fatti di carne e ossa ancora esistono e si muovono dentro librerie fatte di mura e carta, al servizio di lettori che gironzolano tra gli scaffali, sfogliano i volumi, e si fanno un’idea del libro leggendo qualche pagina, oltre al retro di copertina o all’incipit scaricabili da internet.
In un’epoca in cui se acquisti on line ti fanno pure lo sconto, e in cui sembra che si legga pochissimo, i librai non solo esistono ma fanno un mestiere in cui competenza e preparazione contano anche più della simpatia.
Che sia la piccola bottega in cui i libri sfiorano il soffitto, che sia un ambiente ampio e pratico, la libreria di fiducia è il luogo in cui sai che puoi trovare ciò che cerchi, ma anche che puoi contare su un essere umano in grado di indirizzarti o darti un consiglio.
Avere una libreria di fiducia vuol dire poter girare liberamente, per tutto il tempo che si ritiene necessario, senza che nessuno ti osservi diffidente: il lettore vaga tra gli scaffali come un palombaro in fondo al mare, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, consapevole che non può conoscere tutto ma può almeno farsi un’idea.
Avere una libreria di fiducia significa mettersi nell’angolo dei classici, sprofondare su una sedia e leggere qualche pagina, per poi comprare tutt’altro, o anche niente.
I librai, quelli in gamba, sanno esattamente dove si trova il libro che stai cercando anche se arrivi con il titolo sbagliato. A loro non serve l’autore o la casa editrice, puoi andare da loro anche solo con un’idea, un’ambientazione, un argomento, e loro ti metteranno davanti una rosa di possibilità.
Non è facile essere librai preparati, appassionati lettori, e rimanere anche commercianti. Si corre il pericolo di trovare un buon commerciante senza passione per i libri, o ritrovarsi davanti a una libreria chiusa perché il proprietario era un gran lettore ma un pessimo commerciante.
Parlando di librerie, Antonio Castronuovo afferma che “le cose migliori le trovi negli scantinati” (Se mi guardo fuori, La mandragora editrice, 2008). Ma quando le due anime si sposano e troviamo un libraio competente, che organizza eventi per avvicinare lettori e autori, e che spende energie per un mercato che tanti danno per morto, allora – come dice Jean-Luc Nancy, in Del libro e della libreria (Cortina Raffaello, 2006) – “La libreria è una profumeria, una rosticceria, una pasticceria: un’officina di sentori e di sapori attraverso i quali si lascia indovinare, supporre, presentire qualcosa come una fragranza o come un aroma del libro”.

Da Fixing n.34

 
Di Simona (del 07/08/2012 @ 09:42:39, in I miei articoli su Fixing, letto 1133 volte)

Cosa spinge un ex prete a trasferirsi dalla natia Rimini alla fredda Milano, per diventare custode di un palazzo? E cosa spinge questo stesso custode a proteggere un uomo, un dottore, che non ha mai incontrato prima ma che improvvisamente diventa per lui così importante?
Inizia come un noir l’ultimo romanzo dello scrittore riminese Marco Missiroli, che a soli trent’anni è entrato nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello con Il senso dell’elefante (Guanda). Ed è proprio l’autore a raccontarci – con grande gentilezza e precisione - questo libro intenso, che racchiude temi esistenziali in una struttura thrilling.
Come è stato affrontare argomenti così complessi come la paternità, l’eutanasia? Quale sforzo ha comportato non solo come scrittore, ma anche come uomo?
“Come scrittore non scrivo mai storie che non sento come uomo. Scrivere questo libro è stata dura, perché sono tutte storie vere, che ho visto o che mi hanno raccontato, e che io ho messo insieme. Il difetto di questo romanzo è che c’è tanto nero, e a un certo punto ci si chiede come sia possibile tanta sfiga tutta insieme, ma a volte la realtà supera la finzione. In realtà, però, nel libro non si parla di eutanasia, ma di non accanimento terapeutico”.
Un altro tema centrale del libro è la solitudine.
“Esiste una legge dell’anima, per cui due persone sole possono trovare nel loro incontro una soluzione a questa solitudine, possono trovare l’uno nell’altro una famiglia. Ma se una persona sola incontra qualcuno che non conosce la solitudine, questa condivisione non può avvenire”.
L’idea di paternità che ha il protagonista Pietro - questo senso dell’elefante di proteggere i cuccioli anche se non sono i suoi - è un’idea che tu condividi?
“Quando ho cominciato a scrivere il libro ero appena uscito da una storia importante, e ho cominciato a riflettere sul fatto che ci sono relazioni forti anche se invisibili, anche se non convenzionali. Esiste una protezione invisibile. Un padre separato può proteggere suo figlio anche più di chi è sempre presente ma tende a dare tutto per scontato”.
Senza coda, Il buio addosso, Bianco e ora Il senso dell’elefante. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura nel corso dei libri?
“Ogni volta che inizio un libro penso che non riuscirò mai a finirlo, e ogni volta che lo finisco penso che sarà l’ultimo. In ogni storia cambio la gestione dei personaggi. Ne Il senso dell’elefante, per esempio, i personaggi secondari sono in realtà fondamentali, sono dei veri e propri protagonisti, anche se inizialmente sembra che i protagonisti siano Pietro, il custode del palazzo, e Luca, il dottore. In questo libro gioco anche sui segreti a cipolla: il lettore non fa in tempo a scoprire un segreto, che ce n’è subito un altro che lo aspetta”.
Tu hai frequentato un corso alla Holden, la scuola di scrittura di Torino diretta da Alessandro Baricco: a distanza di tempo, nella tua scrittura cosa ti porti dentro di questa esperienza e dei suoi insegnamenti?
“Ne sono uscito con le ossa rotte. Scopri che molti vogliono scrivere e sono tutti più bravi di te. Tu magari sei uno che scrive decentemente e ti ritrovi a lezione con dei fenomeni. Mi ha fatto benissimo, perché capisci cosa vuoi fare veramente, se sei un lettore o se puoi diventare davvero uno scrittore. La Holden serve per capirsi, non per imparare a scrivere”.
Sei uno scrittore abituato ai premi. Hai vinto il campiello Opera Prima, hai vinto il premio Tondelli, solo per citarne alcuni. Ma come ti senti a essere nella cinquina del Campiello?
“Mi sento molto bene! Ma non ho aspettative, andare oltre sarebbe malefico sia per me che per la mia scrittura. Non bisogna credere agli scrittori che dicono che i premi non contano. I premi danno coraggio, anche per azzardare nella scrittura”.

 
Di Simona (del 08/07/2012 @ 15:20:57, in I miei articoli su Fixing, letto 1426 volte)

 Chi ama il mare ha qualcosa di speciale che scorre all’altezza degli occhi. Ha un modo diverso di sorridere. Come l’autore svedese Bjorn Larsson, sbarcato a Rimini per partecipare al festival Mare di libri, dove ha presentato La vera storia del pirata Long John Silver (Iperborea), uno dei suoi romanzi più amati in Italia. E in un pomeriggio di sole e brezza – da vera città di mare – abbiamo parlato di pirati, mare, scrittura e gialli.
Long John Silver è un emblema della letteratura, il pirata de L’isola del tesoro di Stevenson, come è riuscito a ricostruire la vita di un mito?
“Ho dovuto rispettare il carattere e approfondire il personaggio con lealtà verso Stevenson. Ho unito gli indizi che avevo a disposizione, mettendolo però in una realtà storica, e in certi casi inventando un po’ la filologia (sorride, ndr). Stevenson ha letto Storie di pirati di Daniel Defoe per scrivere L’isola del tesoro ma in quel libro nessuno dei personaggi somiglia a Silver. È diventato il simbolo del pirata per eccellenza anche se lo stesso Stevenson diceva che era un pirata atipico”.
A cosa è legato il fascino imperituro dei pirati?
“La letteratura e il cinema hanno costruito il mito dei pirati. In realtà non erano molto affascinanti: non avevano ideali da difendere, scopi da raggiungere, e non è vero che scavavano a terra per nascondere il tesoro perché spendevano tutto e al più presto”.
C’è un punto di contatto tra lei e Long John Silver?
“La libertà. Ho cercato di scoprire perché Silver piacesse tanto nonostante fosse così cattivo. E credo che il suo successo sia legato proprio alla sua libertà. Però Silver non vede l’amicizia, l’amore, e uno così non lo vorrei nella mia ciurma”.
Che cos’è per lei la libertà?
“Per me la libertà è una barca pagata, un po’ di soldi in banca per navigare due o tre anni, nessuno che mi aspetti all’orizzonte e nessuno che mi rimpianga quando parto. Quando ho detto questo a Roma, un uomo alla fine dell’incontro mi ha detto che è bellissimo che nessuno mi aspetti all’orizzonte ma che nessuno mi rimpianga è inaccettabile! E questo è un problema dell’Italia: c’è desiderio di libertà, ma poi si è legati al cibo, alla mamma, e non si parte più”.
Quanti libri serviranno ancora per raccontare il suo rapporto con il mare?
“Per me il mare è indispensabile. Passo metà della vita in barca, ma non voglio scrivere solo romanzi dedicati al mare. Mare significa essenzialità, vivere vicino alla natura, concentrarsi, ma non ha nulla a che fare con il romanticismo di certi film o pubblicità: per raccontare il mare bisogna rompere gli stereotipi. La poesia può parlare bene del mare, ma il nocciolo della letteratura sono i personaggi e i personaggi devono scendere a terra. Per scrivere inoltre non basta l’esperienza: non sempre scrivere di ciò che hai vissuto risulta più autentico. È necessario saper scrivere.”.
Il suo ultimo romanzo I poeti morti non scrivono gialli è finalista al premio Bancarella. Non si tratta però dell’ennesimo giallo svedese…
“È un falso giallo, una critica al genere. Il giallo racconta la vita attraverso la criminalità ma la vita è anche altro: la moda del giallo svedese è destinata a scemare”.
E alla domanda se preferisce scrivere o navigare, Bjorn Larsson risponde senza esitazioni.
“Scrivere un romanzo è un’avventura frustrante perché non puoi prevedere come reagiranno i lettori, a volte è noioso e paga poco. Bisogna farlo per passione, per vocazione. Navigare, invece, è un piacere. E il piacere che dà il navigare, lo scrivere non lo dà praticamente mai”.

Foto di Roberto Grassilli

Da Fixing n. 27

 
Di Simona (del 15/06/2012 @ 22:45:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1278 volte)

 

Prima del solstizio d’estate si potrà viaggiare nello spazio, guardare la terra da lontano e scoprire se davvero è come la fanno vedere nei film. Si potrà anche essere corsari, solcare i mari con una benda sull’occhio, conoscere pirati e filibustieri, e chissà quali tesori si troveranno alla fine del viaggio. Si potrà anche conoscere una redazione di ragazzi giovanissimi, che hanno in mano il destino dell’informazione, in un mondo corrotto dove ormai le notizie sono pilotate e appositamente impacchettate. Prima del solstizio d’estate a Rimini ci sarà la quinta edizione Mare di libri, il festival dei ragazzi che leggono (e degli adulti che ancora amano le storie). Dal 15 al 17 giugno adolescenti di tutta Italia, da Udine a Catanzaro, si daranno appuntamento nel centro storico di Rimini. Li vedrete tutti presi a discutere di un libro sulle scalinate di piazza Cavour. Li vedrete spostarsi in bicicletta da un incontro all’altro lungo le stradine del centro. Vedrete gruppi di ragazzi accompagnati da una manciata di adulti per andare a conoscere i loro autori più amati. Alcuni si posizioneranno ordinatamente in fila indiana per rivolgere domande a Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano (venerdì 15 giugno, ore 18, teatro degli Atti). Altri si aggiusteranno bene sulla sedia per ascoltare “La vera storia del pirata Long John Silver” raccontata da Björn Larsson (domenica 17 giugno, ore 11.30, Sala del Giudizio, Museo della Città). Altri ancora faranno la fila per avere l’autografo di Pierdomenico Baccalario, ideatore e scrittore della collana Typos: romanzi rivolti ai più giovani e dedicati al mondo dell’informazione (domenica 17 giugno, ore 15, Sala del Giudizio, Museo della Città). E poi chi correrà ad ascoltare Lorenza Ghinelli, per scoprire una Rimini nascosta e a tratti inquietante (venerdì 15 giugno, ore 16.30, Cortile della Biblioteca Gambalunga, con la partecipazione di Marco Missiroli, altro importante scrittore riminese). Chi si sdraierà sull’erba del Parco Marecchia per un pic-nic letterario. Chi si siederà per terra pur di assistere all’incontro di Aidan Chambers, lo “scrittore per giovani adulti” per eccellenza (venerdì 15 giugno, ore 14.30, Sala del Giudizio, Museo della Città). C’è chi non andrà a dormire pur di essere al mare alle 5 del mattino, per un’Alba d’inchiostro che vede protagonista la scrittrice Angela Nanetti (sabato 16 giugno, Bagno Tiki 26). E c’è chi pur non essendo più un ragazzo da un bel pezzo non si perderà l’incontro con il giallista Marco Malvaldi (sabato 16 giugno, ore 11.30, Sala dell’Arengo). E poi ancora incontri, teatro, aperitivi e colazioni con l’autore, cacce al tesoro e maratone di letture.

Come fare un festival in tempo di crisi
“In questi anni il Festival è cresciuto molto – spiega a Fixing Alice Bigli, presidente dell’associazione culturale Mare di Libri – Il pubblico è aumentato e anche il numero di eventi. Ma la soddisfazione più grande sta nella crescita della qualità del programma, che ogni anno ospita autori sempre più importanti. Inoltre è cresciuta anche la risposta delle collaborazioni sul territorio: sia da parte del pubblico che del privato c’è un’attenzione e una partecipazione che va anche al di là del festival”. Traguardi non facili per un festival inaugurato proprio quando la crisi è iniziata. Una crisi che sembra ancora più profonda in campo editoriale. “È un mercato che arranca ma il settore che tiene di più è proprio il settore ragazzi - sottolinea Alice - Una recente indagine ha sottolineato come il modello di lettore forte in Italia sia una ragazza di 13/14 anni: prestare attenzione ai lettori adolescenti è quindi fondamentale, soprattutto contando che l’incontro fatale con il libro avviene proprio a questa età”.
Ma quali sono i costi di un festival che ha in programma più di trenta eventi e ospiti internazionali?
“Con circa 35 mila euro di budget Mare di Libri è uno dei festival più economici d’Italia - precisa l’organizzatrice - Nel nostro piccolo facciamo grande attenzione alle risorse: è un modo di lavorare che viene apprezzato, tanto che nonostante la crisi in questi anni i nostri sponsor sono aumentati invece di diminuire. Il fatto è che ci sono tanti tagli alla cultura ma anche tanti sprechi che infastidiscono cittadini e investitori: i tagli sono inutili, mentre con maggior attenzione alle risorse si potrebbe fare tanto”. Da Mare di Libri parte così una proposta per affrontare la crisi: “Accogli la sfida, fai attenzione alle risorse, e quando uscirai dalla crisi avrai qualcosa in mano”.

Il programma completo su www.maredilibri.it.
Mare di Libri è organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17, in collaborazione con Rizzoli.

Da Fixing n.23


 
Di Simona (del 14/05/2012 @ 10:19:19, in I miei articoli su Fixing, letto 1259 volte)

È affidato a un pacchetto di Nazionali il compito di accogliere i lettori di “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini. Il marchio delle sigarette è proprio in copertina, quasi a dirci che un tempo si poteva fumare dove si voleva. Era un tempo in cui il letto si scaldava con il prete. Per tenere le cose al fresco non c’era il frigo, che produce ghiaccio, ma la ghiacciaia, dove il ghiaccio dovevi metterlo tu. Per le strade si girava con la topolino. Ci si conosceva a ritmo di un ballo in balera, ci si baciava nel buio del cinema, e si aveva freddo, a volte.
“Non ho scritto questo libro con nostalgia, forse c’è un certo rimpianto che è rimpianto della giovinezza… Ma fino a un certo punto! – ha spiegato il cantautore modenese durante un incontro a Rimini – Era tremendo da ragazzino infilare la maglia di lana, pizzicava dappertutto, ed era tremendo anche svegliarsi e non avere acqua corrente. Insomma, sono cose che guardo più con ironia che con nostalgia”.
La vita quotidiana degli italiani nell’immediato dopoguerra e prima del grande boom economico era caratterizzata da oggetti e situazioni che piano piano sono spariti o sono diventati altro. In questo libro Guccini raccoglie aneddoti, ricordi e sensazioni per fissare nella memoria un tempo che sembra lontano non pochi decenni ma diversi anni luce.
“L’idea non è nata da me, è venuta a un editor che mi ha proposto il progetto. Pensando alle cose perdute mi sono subito venute in mente le braghe corte che si portavano anche d’inverno e arrivavano a mezza coscia. Quelle al ginocchio erano da fighetti!”.
Un capitolo è dedicato ai cantastorie, di cui Francesco Guccini sembra portare avanti l’eredità.
“Da piccolo, quando li incontravo in piazza, esercitavano un grande fascino su di me, tanto che la mia tesi, mai fatta, doveva essere proprio sui cantastorie del Nord. Erano grandissimi personaggi, davvero professionali: sapevano come attirare la gente, portavano nelle piazze i fatti e le loro canzoni erano patrimonio dell’umanità, la gente le canticchiava senza neanche ricordarsi dove le avevano sentite. Con l’arrivo della tv i cantastorie hanno perso il loro fascino, così si sono messi a vendere fogli dove c’erano i testi delle canzoni che si ascoltavano per radio e le foto delle dive americane in costume: questi fogli si chiamavano Sorrisi e canzoni”.
Era il tempo dei primi chewingum. Dei caffè d’orzo. Del Flit.
Era il tempo delle balere.
“Io in balera non ballavo ma suonavo, quando ero studente. Dopo la guerra c’era una voglia di ballare incredibile, anche perché il ballo era un modo per conoscere persone dell’altro sesso. Io facevo l’orchestrale e l’orchestrale era un po’ come un marinaio: una donna in ogni balera! Avevo anche diritto a una consumazione. Non alcolica… Era una vita divertente da fare a vent’anni”.
Guccini confessa che avrebbe voluto intitolare il libro Quando al cinema pioveva, ed è proprio un capitolo dedicato al cinema a concludere il volume.
“Nelle sale di terza visione pioveva dentro e la pellicola si rompeva. Però si passavano bei momenti. Si poteva fumare e si vedevano i cerchi di fumo fondersi con le luci del videoproiettore. In galleria si andava con le morosine e le ultime file si trasformavano in alcove. Poi c’erano i cinema delle parrocchie dove passavano sempre Lassie o Berdette, o quelli specializzati in fughini… La televisione ha ammazzato tante cose e ha ammazzato anche il cinema”. Ma tra tanti film ce n’è uno a cui il cantautore è particolarmente legato. “Uno dei film che guardo più spesso è Amarcord. Ringrazio Federico Fellini, che ho incontrato una sola volta, un incontro fugace, di cinque minuti, in un ristorante di Roma”.

Da Fixing n.17
Foto Alessandro Carli

 
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