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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 21/11/2013 @ 12:25:51, in I miei articoli su Fixing, letto 942 volte)

Le barriere rendono vulnerabile chi le costruisce, non solo chi rimane chiuso fuori.
Eppure, se non costruisci un recinto il tuo bestiame scapperà, un lupo entrerà, un ladro si avvicinerà.
Ma quante sono le barriere costruite per proteggersi? E quante quelle costruite per non essere messi in discussione, per non dover fare i conti con qualcosa – o qualcuno – di diverso?
Quante sono le barriere che difendono la nostra terra?
E quante, invece, quelle che limitano i nostri pensieri?
Non possiamo che rimanere stupiti, ammirati e grati a Primo Levi che ci racconta che “La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo” (da “Se questo è un uomo”). Una testimonianza che mostra una prospettiva di sopravvivenza – e dignità - in mezzo all’orrore. E non un orrore qualunque, ma quello dei lager nazisti. Allora la barriera non è più limite, o indifferenza, è il difendere la propria umanità in mezzo al disumano agire.
Leggendo Primo Levi si nota nelle sue parole una sospensione del giudizio. Racconta quello che gli accade, non inventa nulla, eppure non emette sentenze. È il lettore che deve arrivare a provare vergogna, o speranza. L’autore non giudica. L’autore non costruisce un’altra barriera, mentre ogni giorno, in ogni istante, la barriera del giudizio e della condanna è a portata di parola. Basta una frase per elevare la propria mannaia su situazioni e persone, di cui – in realtà – non si sa nulla. Un “sentito dire”, un’impressione, e la lingua è pronta a tagliare teste. Le proprie teste vengono tagliate fuori dalla comprensione, e dalla possibilità di conoscere. Le proprie parole creano muri spessi ed elevati. Muri che – una volta costruiti – possono essere abbattuti solo tramite gesti. E per quanto è facile far uscire parole dalla bocca, tanto è difficile tirar fuori le forze per un’azione che abbatta il cemento tra le persone.
“Scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza” precisa Bertolt Brecht nella sua “Vita di Galileo” (1938-1939). Ignorare non significa essere stupidi, ma non conoscere e illudersi di muoversi liberi perché solo una dogana divide una nazione dall’altra, o perché davanti a un computer si può circumnavigare il pianeta. Senza accorgersi che in un mondo senza confini, si continua a scrutare l’orizzonte all’ombra delle barriere che ci si è costruiti.


 
Di Simona (del 25/10/2013 @ 16:47:43, in I miei articoli su Fixing, letto 4217 volte)

Sono milioni, nel mondo, i libri che ogni giorno giacciono dimenticati sui comodini.
Copertine che collezionano polvere. Segnalibri addormentati a pagina cinquanta da tempi immemorabili. Volumi che su quel comodino hanno visto alternarsi romanzi, saggi o fumetti, tutti però solo di passaggio, perché – a differenza loro – quei libri venivano iniziati e finiti.
Quante pagine non verranno sfogliate.
Quanti capitoli non verranno mai svelati.
Quanti personaggi vivranno l’illusione di essere scelti, amati, senza sapere che ben prima della fine verranno abbandonati.
Ma queste pagine, questi capitoli, questi personaggi, a chi appartengono?
Quale libro hai iniziato e mai terminato? Svolgendo un piccolo sondaggio, la risposta a questa domanda ha dato esiti niente affatto scontati.
Immancabile, naturalmente, qualche grande classico. Più di un lettore si è arreso davanti a “Guerra e pace” di Tolstoj: per alcuni la trama è troppo intricata, ma c’è anche chi ammette candidamente che ci sono troppi nomi, troppo complessi, e soprattutto troppo lunghi. Il principe Andrei Nikolaevic Bolkonskij non deve aversene a male, deve avere pazienza con questa nostra generazione abituata ai nickname. E c’è chi si è arreso, più e più volte, davanti a “Moby Dick” di Melville. Il libro che ha rischiato di mandare per mare milioni di lettori, che sognando l’avventura e l’ignoto avrebbero lasciato tutto il conoscibile sulle orme del capitano Achab… Quello stesso libro è riuscito a scoraggiare chi non ha saputo fare i conti con il XXXII capitolo, intitolato semplicemente “Cetologia”: con la “scienza della balena” Ismaele ha destinato ad altri lidi diversi lettori.
Ma non solo di grandi classici vive il comodino.
C’è chi ha lasciato “Il codice da Vinci” a sessanta pagine dalla fine perché l’incoerenza nelle vicende e le imprecisioni nella trama sono un crimine che nessun giallo si può permettere. Nemmeno la donna più ricca della regina d’Inghilterra può sottrarsi alle stroncature: “Il seggio vacante” della Rowling è stato abbandonato perché il bello stile nulla ha potuto contro banalità e noia. “The American” di Martin Booth è un altro grande escluso: la versione cinematografica poteva avvalersi del fascino di George Clooney, ma nel romanzo dopo 100 pagine il succo della storia ancora latitava. I deliri del protagonista hanno rilegato nello scaffale dei non desiderati anche “Il pasto nudo” Di William Burroughs. Il primato del libro “abbandonato prima ancora di essere iniziato” va, però, a“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi: una volta scoperto che “Sostiene Pereira” non è solo il titolo del romanzo ma una sorta di intercalare presente dalla prima all’ultima pagina, il lettore che lo stava sfogliando si è innervosito e lo ha riposto nello scaffale della libreria. Fine di una storia.
Anche il genere fantasy non è esente da rifiuto. La mole di pagine ha inibito più di un lettore de “Il Signore degli anelli”, che oltre tutto ha la pecca di essere difficile da leggere per conciliare il sonno, perché se inavvertitamente chiudi gli occhi e ti cade addosso il rischio trauma cranico è dietro l’angolo.
A volte, però, un libro non terminato è solo un libro giusto, preso in mano nel momento sbagliato.
Così il romanzo accantonato, a distanza di anni diventa fonte di ispirazione, di divertimento o riflessione. Libri come “Le memorie di Adriano” della Yourcenar, “Passaggio in India” di Forster o “Per chi suona la campana” di Hemingway letti per obbligo o nel momento inadatto si trasformano da capolavori a zavorre.
Noia, pesantezza, banalità e prevedibilità sono alcune giuste cause di abbandono di un romanzo. E se qualcuno vi dice che è un sacrilegio non terminarlo, appellatevi al terzo punto dei “diritti imprescrittibili di un lettore” formulati dallo scrittore Daniel Pennac: “perché sprecare tempo a leggere un libro che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a leggerne uno migliore?”.

Da Fixing n.36

 
Di Simona (del 23/09/2013 @ 08:29:59, in I miei articoli su Fixing, letto 830 volte)

Incontrare un poeta non è un’esperienza comune. Avere la sensazione di aver assistito a un incontro memorabile lo è ancora meno.
Eppure, in una notte d’agosto, nella Vecchia Pescheria di Rimini, Sergio Zavoli ha raccolto tutti intorno alla sua poesia come intorno a un fuoco, per raccontare una dimensione così intima di sé e del suo percorso umano, prima ancora che professionale, da trasformare il pubblico in compagni di viaggi, testimoni. Fosse anche solo per una notte.
“L’infinito istante” è il titolo della raccolta di poesie che il giornalista, senatore a vita, è venuto a presentare alla rassegna Moby Cult, diretta da Manola Lazzarini. Testimonial della serata lo scrittore riminese Piero Meldini. A me il compito di introdurre questo incontro, questi grandi personaggi figli della mia città.
Sergio Zavoli arriva puntuale. E senza calzini… Come ha poi raccontato sul palco, sottolineando lo spirito “libero” di Rimini, dove nessuno fa caso se un vecchio amico infila i calzini a un altro al tavolino di un Caffé. L’autore è molto diverso da come appare nella copertina del suo libro. Non diverso nell’aspetto, ma nello sguardo. Qui si coglie una gentilezza, che sovrasta la fierezza.
Così come nelle sue poesie si coglie l’immediatezza e la semplicità di un’anima spogliata, e per questo potente. Sorseggiando appena qualche sorso d’acqua, Sergio Zavoli parla per un’ora e mezza, ininterrottamente, tra momenti passati, consapevolezze e domande universali. Non è scontato che un grande intellettuale riesca a essere un poeta. Non è facile “togliere” fino ad arrivare alla poesia. Ma in questa serata è un canto anche il ricordo dell’amico Federico Fellini, con cui Zavoli apre l’incontro. “Quando un giornalista non sa cosa dire, si inventa una domanda – racconta così la sua visita insieme a Enzo Biagi all’amico morente – Ed Enzo Biagi gli chiese che cosa desidereresti ora? Innamorarmi ancora una volta, fu la risposta”.
La dimensiona privata è al centro di questo libro, dove la vita si mostra attraverso i ricordi di gioventù, le persone care al poeta, gli addii, ma anche gli incontri “perché si conosce solo attraverso l’altro. L’altro è la nostra ombra, la possibilità di imparare”. La ricerca dell’incontro ha segnato profondamente anche la sua vita professionale. “Ho sempre amato molto fare interviste. Non mi preparavo una scaletta di domande: la risposta alla prima domanda era lo spunto da cui nasceva la seconda, e a quel punto sapevo che si era instaurato un dialogo. Non ho mai cercato lo scoop, non cercavo di strappare all’intervistato quello che non avrebbe voluto rivelare, ma ero contento quando la persona che avevo davanti raccontava ciò che pensava di non riuscire a dire”.
E non può esserci incontro senza comunicazione. “Purtroppo oggi la parola è relegata a un segno, un logo, una traccia. Nelle scuole dovrebbero far leggere di più ai ragazzi poeti come Pascoli, Tonino Guerra”.
Nell’ultimo capitolo del libro “L’indicibile elogio” la poesia incontra Dio e la trascendenza. “Il vero miracolo della vita è la nascita. Tu sei qualcosa che mai c’è stato prima sulla terra, qualcosa che mai più avverrà così, in questo modo”.
La presentazione si conclude con un riferimento alla politica - che rimane una delle grandi passioni di Sergio Zavoli - un richiamo all’unione delle persone al di là delle ideologie, un richiamo ai valori, e a una società dove ognuno sia il fautore del proprio capolavoro, nel lavoro che svolge, nelle mansioni a cui ogni giorno è chiamato. “L’immaginazione è importante perché permette di vedere al di là delle apparenze, di cogliere la realtà, ma oltre all’immaginazione sono necessari l’impegno e la volontà”. La speranza descritta dallo scrittore è una valore attivo. “Sant’Agostino scriveva Signore, guardami dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento. Non si può sperare, aspettando l’intervento di qualcun altro. Oggi la voce del verbo legato alla speranza non è sperare, ma agire”.

Da Fixing n.33






 
Di Simona (del 06/08/2013 @ 16:17:41, in I miei articoli su Fixing, letto 1020 volte)

Sarà la voglia di spensieratezza. Sarà che ciò che non c’è più provoca sempre un po’ di nostalgia. Il fatto è che dopo averli bistrattati, derisi, e nascosti in soffitta come un paio di imbarazzanti spalline, gli anni Ottanta stanno rientrando nella vita delle persone, sia di quelle che li hanno vissuti sia di chi non era nemmeno nato. Trasmissioni che ricordano “come eravamo”, serate a tema, blog, spazi radiofonici e un lento ritorno dei pantaloni a vita alta confermano che gli anni Ottanta sono “i nuovi Sessanta”: un ricettacolo di malinconie, risate, commozione e possibilità mancate. Se a Red Ronnie venisse voglia di farci un programma, il passaggio di testimone sarebbe ufficiale.
Avevano detto che erano stati superficiali. Un decennio di passaggio. Ma ora che il ventunesimo secolo comincia a entrare nel vivo, vengono rivalutati gli anni della guerra fredda e di Chernobyl, gli anni di “Born in the Usa” e “Thriller”, gli anni del walkman e delle sale giochi, gli anni di “ET” e “Blade Runner”. Da rinnegati a ricercati. Studiati. In alcuni casi addirittura rimpianti, perché non tutto è vuoto e superficiale solo perché si muove a ritmo di un sintetizzatore.
E mentre gli Spandau Ballet rivaleggiavano con i Duran Duran, Gabriel Garcia Marquez vinceva il Nobel per la letteratura (1982). Negli stessi anni Umberto Eco mandava alle stampe il suo primo romanzo, “Il nome della rosa”, un capolavoro a livello mondiale, Premio Strega nel 1981, tradotto in 40 lingue, trenta milioni di copie vendute, e un film diretto da Jean Jacques Annaud.
Bestseller di tutt’altro genere quello partorito dalla mente di Stephen King, che proprio lungo questo decennio si consacra maestro dell’horror con “It”, segnando un’intera generazione: nessun ragazzo degli anni Ottanta sarà più in grado di ridere davanti a un clown.
Ma la fantasia non si ferma all’horror. Assume i contorni di un’avventura oltre il tempo e si insinua tra le pagine di un libro che diventa un cult del fantasy: nel 1981 esce in Italia “La storia infinita” di Michael Ende. Lo scrittore tedesco crea un universo fantastico splendido e fragile, che ha bisogno del mondo reale per sopravvivere. Ha bisogno di un bambino comune, un bambino solo che conduce un’esistenza normale e non sa di essere speciale. Bastiano Baldassarre Bucci per alcuni aspetti ricorda tanto Harry Potter, che nascerà solamente decenni dopo.
Si leggeva negli anni Ottanta, e spesso le storie stridevano con i colori fluorescenti degli scaldamuscoli e le note pop delle stelline del momento. Mentre l’Italia scimmiottava gli Stati Uniti indossando pantacollant e mangiando hamburger, nel romanzo “Volevo i pantaloni” Lara Cardella raccontava l’arretratezza mentale e culturale di un paese della Sicilia.
Prima che il decennio scadesse, morì lo scrittore Leonardo Sciascia, nel 1989, lasciandoci “Una storia semplice”, pubblicato il giorno stesso della sua morte. Sopravvisse, invece, agli anni Ottanta Pier Vittorio Tondelli, ma solo per un soffio. Scrittore simbolo di questi anni, pubblicò il suo primo romanzo “Altri libertini” nel 1980 e dopo successi come Rimini (1985) e Camere separate (1989) morì nel 1990, affetto da aids, una delle più dolorose scoperte di questi “lontani” anni Ottanta.

 
Di Simona (del 24/07/2013 @ 08:22:13, in I miei articoli su Fixing, letto 981 volte)

Allontaniamoci dal mappamondo. E apriamo un libro come una mappa, puntando il dito sui luoghi citati, così come abbiamo puntato l’immaginazione sui volti dei personaggi.
Prendiamo “Il paziente inglese” – il libro di Michael Ondaatje (Garzanti), non il film di Anthony Minghella – e aggiriamoci per l’Italia. Cerchiamo le opere d’arte nascoste in santuari dimenticati. La chiesa gotica di Arezzo, gli affreschi di Piero della Francesca, la regina di Saba che conversa con il saggio re Salomone. E poi Monterchi, Cortona, Urbino, Sansepolcro, Anghiari, “cittadine-fortezze arroccate su alti promontori contese in battaglia sin dall’ottavo secolo ora (1944-1945 ndr) assalite, come niente fosse, dagli eserciti di nuovi re”. Fissiamo l’orizzonte di Gabicce Mare, come fece l’artificiere Kip, che invece del nemico vide emergere dalle onde la statua della Vergine Maria, portata da una barca - come un relitto, come un tesoro – e poi accompagnata tra le vie della città da un’orchestra muta. Seguiamo ancora Kip, il suo turbante, la sua storia di Sikh a servizio della corona inglese, e arriviamo fino a Roma, e nella Cappella Sistina cerchiamo il viso del profeta Isaia, la sua espressione “simile a una lancia, saggia e implacabile”. O entriamo nella Galleria Borghese, in silenzio davanti a “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio, “la giovinezza che giudica la vecchiaia, il giudizio della propria mortalità”.
I più temerari possono spingersi oltre, superare i confini europei. Spingersi in Africa. Nel deserto tra Egitto, Libia e Sudan. Un pezzo di terra critico, che negli anni Trenta aveva abbattuto le frontiere, le etnie e le nazionalità, in nome dell’esplorazione, dell’avventura. Seguendo la mappa di Madox e Almasy tra gli alberi di acacia, alla ricerca dell’oasi di Zarzura, si arriva a scoprire la Caverna dei Nuotatori presso Gilf Kebir, perché dove ora c’è il deserto in un tempo remoto c’era un lago, e le figure dipinte sulla roccia ancora nuotano, ignare che il tempo sia passato, e l’acqua. Procedendo come turisti, spaventati e tesi, vi chiederete dove siano le nazioni tra le dune e i venti, lì dove riposano le voci di quegli antichi esploratori. Dove al tocco della morfina si risvegliano i ricordi del conte Almasy, l’avventuriero, il folle, il paziente inglese che inglese non è, l’uomo che non voleva più nazioni, perché in nome delle nazioni la guerra gli aveva portato via la donna che amava, l’unico amico e la pelle del corpo, ustionata, sottile, insensibile.
Seguiamo l’infermiera Hana sulle colline a nord di Firenze, dove gioca “alla settimana” nel buio di una stanza di Villa San Girolamo. Seguiamola nel frutteto dove ha piantato una croce rubata da una chiesa, per spaventare gli uccelli. Muoviamoci con lei che ha appena vent’anni ma ha lasciato il Canada, ha viaggiato attraverso l’Europa e le atrocità della guerra, per fermarsi in una villa bombardata, dove i libri servono a sostituire i gradini saltati in aria, ma anche “come unica via d’uscita alla segregazione”.
Mettiamo da parte il film vincitore di 9 premi Oscar, e seguiamo lo scrittore Michael Ondaatje. La sua storia meno sentimentale, e più lirica, violenta, ricca di sfumature, di alberi nostrani contro cui si rompevano le seghe perché pieni del piombo delle pallottole. Ricca di amore profondo per i libri, per le parole, perché “le parole hanno potere”. Un romanzo che racchiude un incontenibile stupore davanti a ciò che di meraviglioso l’uomo sa creare - i dipinti, la poesia – e davanti a ciò che di vergognoso sa escogitare, le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Un viaggio sulla terra che ci appartiene. Su terre esotiche e nervose. Ma soprattutto un viaggio negli spazi che scorrono tra gli individui, alla ricerca di una mitica caverna, o di quel perduto lago d’acqua azzurra, che ancora si nasconde nelle profondità di ogni deserto umano.

Da Fixing n. 22

 
Di Simona (del 19/07/2013 @ 08:00:28, in I miei articoli su Fixing, letto 1017 volte)

 

Sotto il sole d’estate anche la cultura si spoglia. Diventa più allegra. Scende sulla spiaggia, in mezzo alla gente. Come dimostrano due iniziative molto diverse tra loro, ma entrambe di scena a Rimini: da una parte l’esordiente ScriviRimini, premio letterario che animerà la Darsena dal 19 al 21 luglio all’insegna della scrittura, della lettura ma anche dello svago; dall’altra parte una delle grandi conferme dell’estate in Riviera, Cartoon Club, la manifestazione che fino al 28 luglio renderà Rimini la città del fumetto, una delle forme culturali più espressive e di tendenza di oggi, nonostante ci sia ancora chi lo rileghi a passatempo per bambini.

ScriviRimini
Laboratori di scrittura e lettura per i più piccoli, un incontro dedicato alla scrittura e alla pubblicazione rivolto agli adulti, ma anche mostre, sport e spettacolo. Queste sono le caratteristiche del premio letterario ScriviRimini, che ha scelto la Darsena come ambientazione per questa sua prima edizione (19-21 luglio). Tre giornate dedicate ad attività e workshop, che avranno culmineranno con la proclamazione dei vincitori del premio, scelti da una giuria presieduta dalla giornalista Rai Rossana Cancellieri. Il comico Carmine Farmaco di Colorado Cafè presenterà la prima serata, mentre sabato sera la scrittrice Catena Fiorella – madrina dell’evento – dividerà il palco con il conduttore Massimo Giletti e con l’attore Sebastiano Somma, che leggerà stralci dei romanzi in concorso.
I sei finalisti della sezione editi sono: La nostra Africa di Michelangelo Bartolo, Blu Principe di Alessandra Burzacchini, Conegrina a Colazione di Giovanni Cerruti, Loro parlano con i tacchini di Carlo Corda, Fai sbocciare un fiore nella notte di Raffaele Cortollessa, Una Stella in Trincea di Alessandro Demaria. Tra gli inediti sono invece stati selezionati: Il sorriso di Hans di Giuseppe Barcellona, Io Faust di Antonio Giordano, Nebbia di Daria Romanini, Al suon dell’oro di Angelo Tecchi.
“Come prima edizione, non ci aspettavamo una larga partecipazione – commenta Mirella Guzzo, presidente della casa editrice Miremi, nonché ideatrice e direttrice dell’evento - Sono felice, invece, di constatare che ci siano tante persone che amano la scrittura e la esercitano con passione. Ringrazieremo tutti coloro che hanno inviato le proprie opere con una pergamena di partecipazione”.

Cartoon Club
A pochi passi dalla Darsena troviamo invece la stessa spiaggia, ma altre letture.
Se per voi la tavola non è apparecchiata, ma disegnata. Se le parole scritte non bastano mai, perché hanno bisogno di qualcosa di più per farle vivere. Se sapete che baloon non è una parolaccia, ma la possibilità che hanno gli eroi di comunicare col resto del mondo. Allora tenetevi pronti, liberi e possibilmente con una matita in mano, perché dal 4 al 28 luglio riparte Cartoon Club, festival internazionale del cinema d’animazione e del fumetto. Dal mare al centro storico, il festival invaderà la città con eventi e mostre. Fino a sbocciare nella kermesse di RiminiComix, che dal 18 al 21 luglio occuperà piazza Fellini con una grande mostra scambio, uno stage di fumetto, gli incontri con autori e disegnatori di “Fumetti on the beach” (iniziativa che si svolgerà dal 19 al 21 luglio, dalle 10 alle 12 al Bagno 34) e appuntamenti dedicati a Zagor, Dampyr e Dragonero. Tra mostre, riunione dei Cosplay, proiezioni e musica, un ruolo fondamentale verrà giocato dalla lettura. Al Barge si terrà, infatti, un reading che si preannuncia di grande effetto, perché a leggere stralci de “Il signore degli anelli” interverranno i doppiatori italiani della trilogia cinematografica tratta dal capolavoro di Tolkien (sabato 20 luglio ore 21.30).
Per saperne di più su programma e appuntamenti: www.cartoonclub.it

Da Fixing n. 26


 
Di Simona (del 24/05/2013 @ 17:00:42, in I miei articoli su Fixing, letto 977 volte)

Una ragazzina deve fare una ricerca di geografia, su un paese europeo. Apre il pc. Va su internet. Entra nel sito di Wikipedia. Digita il nome del Paese. Spinge “Stampa”. E voilà! La sua ricerca è finita. Nemmeno legge il foglio stampato. Figuriamoci poi controllare se i dati riportati sono esatti, se ci sono refusi o fonti inattendibili. La ricerca è fatta.

La ragazzina fa le medie. Fa parte di quella generazione che non sa cosa significa vivere senza telefonino e studiare senza internet. A 13 anni ha probabilmente una conoscenza tecnologica che la maggior parte dei quarantenni di oggi non raggiungerà mai. È una figlia del futuro. Di un futuro che si immagina sempre più digitalizzato, e sempre meno cartaceo. Eppure, imparare a fare una ricerca senza Wikipedia, magari addirittura senza internet, è un esercizio che ha un valore anche in un mondo tecnologicamente avanzato.

Ricercare sui libri, scegliere tra tanti a disposizione, e poi trascrivere, ricopiare, ma anche parafrasare per rendere tutto più semplice sono gesti che arricchiscono la mente, ampliano le capacità. È attraverso la scelta che si sviluppano le potenzialità. Poter scegliere – saper scegliere – quali temi scartare, quali approfondire, quali argomenti illustrare o segnalare è un’esperienza, oltre che un compito. Scegliere racconta chi sei, anche quando si tratta di una ricerca per la scuola. Scegliere è una possibilità così grande, che è un peccato delegarla a Wikipedia.

Internet è un dato di fatto. È una realtà con cui tutti – studenti e professionisti – hanno a che fare. Ma non ci si può fermare lì. L’elasticità mentale, la capacità di organizzare e organizzarsi – e quindi il concetto di ordine - si conquistano anche ricercando, archiviando, sottolineando quello che non si capisce, scoprendo qualche parola obsoleta che nemmeno sapevi esistesse. Scrivere a penna, leggere un libro, fare calcoli semplici su un foglietto non sono gesti che possono essere abbandonati, perché “tanto c’è il computer”.

La generazione dei quarantenni di oggi non è nata con un tablet in tasca, eppure ha imparato in fretta a utilizzarlo. Ma se ai ragazzi non si insegna a “cercare”, saranno in grado di imparare a farlo altrettanto a facilmente una volta adulti?

Non è necessario arrivare a pensare cosa succederebbe se un giorno si spegnessero i computer. Non è necessario uno scenario catastrofico per cogliere l’importanza di un lavoro scritto a mano, senza l’aiuto del correttore ortografico. L’importanza di un lavoro dove si possa cogliere l’originalità del singolo, invece della standardizzazione del copia e incolla. Un lavoro dove si possano anche cogliere le lacune dei ragazzi, e avere quindi la possibilità di colmarle.

Internet, smartphone, pc si usano per lavoro, per studio, per passatempo. Si usano sempre, quotidianamente. Non c’è il rischio che qualche ragazzo non ne faccia uso a sufficienza. I ragazzi sanno usare questi strumenti con assoluta facilità. Ma dobbiamo fornire loro tutti gli strumenti per usare con altrettanta facilità la testa, il buon senso, il discernimento, e la capacità di scegliere se scrivere una e-mail o una lettera da imbustare.

I ragazzi non devono vergognarsi di entrare in biblioteca perché “non sanno come funziona”. Non devono essere intimoriti dallo scrivere senza l’aiuto del correttore ortografico. Perché da adulti - indipendentemente dal lavoro che faranno, che diventino postini o ingegneri – tutti dovranno prendere decisioni, relazionarsi (dal vivo) con il prossimo, imparare sempre cose nuove. Ma come faranno, se nessuno ha mai insegnato loro nemmeno quelle vecchie?

Da Fixing n.17

 

 
Di Simona (del 11/04/2013 @ 12:12:01, in I miei articoli su Fixing, letto 1079 volte)

Non c’è giorno dell’esistenza in cui non chiediamo qualcosa.
Ma chiedere non è così semplice. Non è semplice per l’orgoglioso, per il vanitoso, per chi crede di possedere già tutto e per chi non ha nessuna voglia di imparare altro.
Ogni giorno si chiede il sale, un numero di telefono, o il permesso.
Alcuni – ma mai abbastanza – si chiedono quale sia l’atteggiamento più corretto davanti a una persona o a una situazione, giusto per rispettare un po’ anche agli altri oltre a se stessi.
A volte si chiede ma poi la risposta non piace.
A volte non si chiede, si pretende. Ma il filosofo del diciannovesimo secolo Henry Frederic Amiel ci indica che la saggezza è tutta da un’altra parte, “La saggezza consiste nel chiedere alle cose e alle persone soltanto ciò che possono dare” (da "Diario intimo").
Forse sarebbe tutto più semplice se ammettessimo che “A colui il quale non si dà nulla, nulla si può chiedere”, come rivela lo scrittore Henry Fielding nel suo romanzo umoristico intitolato "Joseph Andrews" (1742). Ma chiedere è anche un impegno perché “Chi osa chiedere all’amico qualsiasi favore, con la sua stessa richiesta ammette di essere pronto a tutto per l’altro”, lo dice Cicerone nel suo trattato "Sull’amicizia". L’amicizia, si sa, è per sua natura gratuita, e un amico non ti rinfaccerà mai quello che tu gli hai chiesto, ma è un grande rischio se tu ti sentirai sempre un po’ in debito con lui.
Chiedere è diverso da domandare: a domanda viene risposto, a richiesta viene dato. Se chiedi un lavoro non ti ritrovi ad ascoltare una predica ma a picchiare duro sul ferro con un martello.
Chiedere cambia non solo a differenza delle parole, ma anche dell’intensità. E l’intensità con cui si chiede è una potenza. Potenza che cresce quando le parole da dette diventano scritte, perché - per il solo fatto di aver avuto il coraggio di metterle nero su bianco - acquistano valore.
Si chiede gridando. Si chiede cantando. Ci si chiede cosa fare quando la musica è finita, e a ballare sei rimasto solo tu. Si chiede non per avere una risposta precisa, ma perché interrogativo dopo interrogativo si arrivi al nucleo della questione, che è sempre solo di conoscere qualcosa in più di se stessi.

Da Fixing n.13

 
Di Simona (del 26/03/2013 @ 18:24:55, in I miei articoli su Fixing, letto 1138 volte)

Ho scoperto cosa fosse un haiku leggendo “Neve” di Maxence Fermine.
Il protagonista di questo romanzo, piccolo e delicato come una favola, è uno scrittore di haiku, brevi poesie composte da tre versi e diciassette sillabe. Ne scrive di bellissimi. Ma sono tutti troppo bianchi. Le sue parole sono accurate, i suoi versi perfetti, ma su di loro incombe una meraviglia sbiadita, pallida. La sua avventura inizia così. Alla ricerca di un colore che non aveva dentro e non riusciva ad appoggiare fuori.
Tre versi. Diciassette sillabe. E nemmeno un colore.
È più che sufficiente per dare inizio a un viaggio.
Un viaggio che segue le pieghe di una leggenda, le vertigini di una funambola, il candore della neve e il genio di questo genere letterario che è nato in Giappone e ha interessato il mondo.
Raffinato, conciso, eccelso. Difficile da scrivere, altrettanto da comprendere.
Un lettore può rimanere un po’ freddino davanti alla poesia di Matsuo Basho: “Vecchio stagno/una rana si tuffa./Rumore dell'acqua”. E pur apprezzandone la bellezza, sembra comunque che sfugga qualcosa anche davanti alla potente immagine di Kobyashi Issa: “Ero soltanto./Ero./Cadeva la neve.”
Gli haiku, per intensità e concisione, riportano alla mente le poesie degli ermetici. Nel Novecento brevità e semplicità hanno incantato il mondo, uscendo dalle penne dei nostri Quasimodo e Montale. Si tende a rimanere senza fiato davanti a “Stasera” di Giuseppe Ungaretti: “Balaustrata di brezza/per appoggiare stasera/la mia malinconia” (da “L’allegria”).
Oggi la nostra società ha fatto della “brevità per iscritto” una delle sue principali forme di comunicazione, solo che la semplicità tende a sconfinare nella banalità e della poesia si è persa la traccia. Social network, sms e tweet sono i modi più utilizzati per far sapere cosa pensiamo, cosa facciamo e dove andiamo, in un numero limitato di frasi o parole.
E se gli sms coi loro 160 caratteri sembrano ormai relegati ai primi anni del Ventunesimo secolo - quando ancora ci si rivolgeva a una dimensione privata, personale, inviando un messaggino a uno o due amici - ora l’interlocutore è la folla, che sia di migliaia di persone o di una decina scarsa.
I cinguettii di Twitter da 140 caratteri hanno rivoluzionato il modo di conoscere e farsi conoscere. Vengono usati per informare, per fare pubblicità, per diffondere pettegolezzi. Il segreto è dire tutto, il più presto possibile, con il minor numero di parole. Gli stati di Facebook invece possono allargarsi un po’. Si può andare oltre ai 140 caratteri, ben oltre i tre versi, ma aggiornamenti di stato di più di una frase per lo più non vengono nemmeno letti. Eppure, anche in questa stringatezza così frettolosa è possibile trovare qualcosa di piccolo e acuto. Non poetico, ma ironico e intelligente. A pochi, pochissimi, sono addirittura concessi dei colpi di genio. E se non ci credete provate a diventare followers su Twitter o amici di Facebook della giornalista e scrittrice Lia Celi.
Che si tratti di politica o costume, c’è chi riesce a cogliere il mondo e racchiuderlo in così pochi caratteri che viene da chiedersi perché in certi programmi di seconda serata si parli tanto, continuando sempre a dire niente.

Da Fixing n.8

 
Di Simona (del 20/02/2013 @ 09:46:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1276 volte)

È abitudine assai comune svegliarsi al mattino e chiedersi cosa sarà.
Potrebbe essere un effetto della crisi, o forse è solo il naturale tentativo dell’uomo di andare un po’ più in là, dove tutto sembra sempre migliore.
Ma quando il futuro diventa così incerto, e chiedersi cosa sarà provoca una smorfia più che un sollievo, allora il presente diventa tutto.
In realtà, nella pratica, il presente è l’unico tempo che all’uomo è dato di vivere. Eppure non gli viene dato un gran valore, perché mentre lo si vive si pensa al passato o si organizza il futuro.
Dato però che il mondo di ieri non assomiglia nemmeno un po’ a quello di oggi, e dato che progetti che vadano al di là di pochi mesi sono praticamente impossibili, il presente riacquista finalmente il suo valore, il suo senso originario.
“La vita è solo il ricordo, se non per quest’attimo presente che ti passa accanto così veloce che quasi non te ne accorgi” sosteneva lo scrittore e drammaturgo Tennessee Williams. Va veloce il presente, è vero. È un attimo, o un insieme di pochi attimi. Richiede attenzione, partecipazione, impegno. È vero. Ma lo scrittore Gustave Flaubert nelle sue “Lettere a Louise Colet” sembra trovare le radici di questa difficoltà: “Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, ecco perché il presente ci sfugge”.
Liberarsi dalle catene di chi si è stati e dalla paura di chi si potrebbe diventare significa liberarsi del tempo. Godersi non solo il presente, ma la vita. Non come un vagabondo senza obiettivi. Non come chi perde tempo, demandando agli altri la propria salute e la propria salvezza. Chi vive il presente non si nasconde dietro ai propri vizi, non si crea alibi, non tenta disperatamente di sopravvivere a se stesso. Chi vive il presente mette tutto se stesso ora e qui, e domani sarà già sul primo gradino di quella lunga scala che tutti devono salire per andare avanti.
“Il presente non è un potenziale passato, è il momento della scelta, dell’azione”, scrive la scrittrice e filosofa Simone De Beauvoir nel saggio “Per una morale dell’ambiguità”.
Il presente è vivo. È degli anziani, che non solo possono dire la loro, ma hanno un mondo da insegnare e di cui sappiamo sempre meno. È dei giovani, che devono essere svegli o si accorgeranno tardi che la loro vita è iniziata da un bel pezzo. È di chi lavora e vede il tempo scorrere su un computer o in mezzo a un campo. È di chi resta a casa, e - se si è in salute - solo chi ha poca fantasia o poca forza di volontà può annoiarsi.
Se il presente è di tutti, se – come scriveva Albert Camus, filosofo oltre che scrittore - “La vera generosità verso il futuro è donare tutto al presente”, non ci sono tante parole da spendere. C’è solo una rivoluzione – intima, pacifica e totale – da attuare.

Da Fixing n.4

 
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