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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 23/01/2010 @ 18:04:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1855 volte)

C’è chi fa di tutta l’erba un fascio. E c’è chi fa di tutti i ragazzi un fascio di incolti, superficiali, privi di interessi e idee. Un fascio crudele come una morsa in cui finiscono schiacciati anche tutti quei bambini e quegli adolescenti che hanno voglia di conoscere e scoprire - magari a modo loro, magari in maniera originale, stravagante (che non significa per forza pericolosa)  – e che non si accontentano dei pensieri già masticati e sputati da altri. Ci sono - ne ho le prove - ragazzi che non sognano di fare i calciatori, ragazze che odiano stare ore a parlare di smalto per le unghie e borse firmate, adolescenti che negli sms scrivono xché, nn e cmq ma che poi sanno parlare per esteso e usare più di venti parole. Molte di più. Ci sono ragazzi per cui giocare ai videogiochi è un modo per stare insieme, ridere e “fare cagnara e bisboccia con gli amici” (testuali parole scritte da un ragazzo di terza media in un articolo). Ci sono ragazzini che leggono. Sì, leggono tanto e si appassionano ai romanzi in maniera totalizzante. Magari non sono i grandi classici, magari non sono i romanzi che noi adulti avremmo scelto per loro, ma quando trovano un genere che li appassiona, un fumetto d’autore, un libro illustrato, diventano lettori attenti, puntigliosi, critici feroci e pubblico fedele.
Ci sono ragazzi che scrivono storie (parlo per esperienza, li incontro tutte le settimane) e quando si devono buttare in progetti nuovi si esaltano a tal punto da schizzare come trottole per tutta la stanza. Ci sono ragazzi che raccontano le emozioni, i disagi e le risate della loro quotidianità con l’unica pretesa di essere ascoltati. Ci sono ragazzi svegli, a volte sin troppo. Ragazzi che sanno cosa vogliono e si impegnano così tanto per ottenerlo che a noi adulti fanno pure un po’ paura. Ci sono ragazzi che vanno bene a scuola. Altri che si dedicano a uno sport che non sarà mai la loro professione ma che comunque li aiuta a crescere, a conoscere la disciplina e il gusto di muoversi e provare la propria capacità fisica. Ci sono altri ragazzi che non sono un asso a scuola, né nello sport e che non sentono la necessità di essere un asso in qualche cosa, sentono solo l’impulso di avere amici, di essere contenti e mirano alla serenità senza nemmeno sapere bene cosa sia, senza capire che è l’armonia a cui tutti tendiamo, piccoli e grandi, professionisti e studenti, primi della classe e ultimi della società. Siamo tutti qui a cercare un senso, un obiettivo, una pace. E a volte è così dura che preferiamo perderci dietro lo smalto per le unghie, finte relazioni via sms, pensieri già masticati e sputati, frasi prive di senso e brutte fiction. E mentre lo facciamo i ragazzi ci osservano e ci imitano.

 

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Di Simona (del 16/01/2010 @ 10:06:14, in I miei articoli su Fixing, letto 1082 volte)

“Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti… Pensavo che scalare il Devils Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava della mia esistenza. Di fatto non cambiò quasi nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni.
E sopravvissi per raccontare la mia storia”.
da Nelle terre estreme, di Jon Krakauer (Corbaccio)

“Nelle terre estreme” è una sorta di reportage in cui l’autore ricostruisce la storia di Chris McCandless , che nell’aprile del 1992 lasciò casa, famiglia e abitudini, per immergersi negli spazi selvaggi dell’Alaska. Attraverso il diario del ragazzo e le testimonianze di chi lo ha incontrato e amato, Krakauer ricostruisce il viaggio di due anni intrapreso da Chris, alla ricerca della purezza e del senso profondo dell’esistenza. Da questo libro è stato tratto lo straordinario “Into the wild” di Sean Penn, che – distaccandosi dall’approccio “giornalistico” del libro – lascia che sia lo stesso Chris a raccontare la sua storia, tra paesaggi di una bellezza intatta, personaggi di una tenerezza disarmante e una colonna sonora che porta la firma di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam.


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Di Simona (del 15/01/2010 @ 10:02:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1247 volte)

Come si sa esiste una classifica dei libri. Anzi, ce ne sono diverse. La classifica proposta da Fixing è una di queste. Ma scartabellando qua e là se ne trovano tante su riviste, quotidiani, siti internet o blog. Sbirciando un po’ potrete vedere che alcuni dei libri in classifica sono anche film di successo, o almeno girati e pubblicizzati perché lo diventino.
Se una pellicola, una pubblicità o un attore fanno venire voglia di leggere un libro, per me va benissimo! Mi dispiace giusto un po’ se  qualcuno si limita a guardare il film senza leggere la storia da cui è nato. Un film – per quanto fatto bene e ben recitato – è comunque un’interpretazione della storia scritta, un punto di vista, a volte addirittura una rivisitazione. Non ho comunque la convinzione che il libro sia sempre meglio del film. Bisogna accettare che sono due cose diverse, a volte complementari, a volte di due livelli differenti.
Quanto il cinema sia potente lo dimostra L’eleganza del riccio di Muriel Burbery (edizioni E/O), caso letterario del 2007, di nuovo in classifica grazie al film Il riccio nelle sale italiane dal 5 gennaio ma annunciato in ogni forma pubblicitaria esistente già dallo scorso novembre. La storia della portinaia Renée (in alto a destra un’immagine del film) - donna di una cultura straordinaria e di grandissimo gusto ma che si finge sciocca e banale (non si sa bene perché, o meglio a un certo punto lo spiega ma è una motivazione piuttosto deboluccia) - ha incantato e commosso milioni di lettori. Tranne me. La sua amicizia con la giovanissima Paloma, ragazzina così intelligente e sveglia da volersi togliere la vita (?), il suo incontro con l’enigmatico monsieur Ozu, tutta la carrellata di personaggi minori (non poco stereotipati) - con vicende e vicissitudini a seguito - si mescolano a pagine di vera e propria filosofia e critica d’arte (le parti a mio avviso meglio riuscite). Un libro scritto benissimo ma che non mi ha affatto convinta, forse anche a causa delle grandi aspettative che mi ero creata ascoltando critici e lettori entusiasti. Le aspettative sono pregiudizi e il pregiudizio – anche nella sua connotazione “positiva”, anche inteso come “pensar bene” di qualcosa o qualcuno che comunque non conosci – non è mai un approccio corretto. Ammetto il mio errore e ammetto anche che in un caso come questo il film mi incuriosisce molto, perché il regista potrebbe aver trovato la chiave di lettura per farmi entrare dentro una storia che mi ha lasciata stranamente distaccata, una chiave di lettura che mi renda simpatici questi personaggi con cui non ho proprio legato, a cui non mi sono affezionata.
Altre volte capita che per quanto bello il film non riesca comunque a reggere il confronto con il libro. Un esempio per tutti Le ore di Micheal Cunningham (Bompiani), premio Pulitzer nel 1999, portato sul grande schermo con il titolo originale The hours, premio Oscar come miglior attrice a Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Se non avete visto il film pazienza. Se non avete letto il libro, prendetelo in mano e viaggiate nel tempo, nel cuore di una società che dal 1941 a oggi si evolve lasciando gli esseri umani a inseguirla.
Il tempo va avanti, sfregiato dalla guerra, ma anche quell’orrore si supera, la fragilità umana invece no. Quella rimane. Il peso di vivere, il peso ancora più grosso di non sentirsi mai abbastanza vivi, quel peso che trascina Virginia Woolf sul fondo del fiume è lo stesso peso di Laura Brown, giovane sposa e madre insoddisfatta del dopoguerra che vorrebbe scappare per un giorno, uno soltanto. Un peso che diventa il peso di Clarissa Vaughan e del suo Richard, che sta morendo di aids. Come si può rendere la complessità, l’attualità di personaggi così? Come si può trasmettere l’intreccio sottile e violento di vite all’apparenza così distanti? Non basta una colonna sonora coinvolgente, un cast di attori del calibro di Meryl Streep, alcune immagini d’impatto e nemmeno un’interpretazione da Oscar.

http://www.sanmarinofixing.com/public/fixing/La-passione-di-un-librobro-il-fascino-di-un-film-ita-a1220.php



 
Di Simona (del 07/12/2009 @ 12:51:49, in I miei articoli su Fixing, letto 3677 volte)
“Il Natale non è un Natale che si rispetti, senza regali”. Inizia con questo inno al consumismo un libro non del secolo scorso ma di quello prima ancora. Era il 1867 quando Jo March  – la più irruenta delle “Piccole donne” tratteggiate da Louisa May Alcott – pronuncia questa frase così attuale. Il libro della Alcott poi prenderà tutta un’altra piega. Ma il mondo di oggi no. E Natale è fatto anche - si spera non “soltanto” - di regali.
Personalmente apprezzo i doni che richiedono un minimo di tempo e dedizione, in cui si vede che per dieci minuti o dieci giorni quella persona ha pensato a te. E tra tutti i regali che si possono fare, comprare e costruire, quello che quest’anno non dovrebbe mancare in nessuna casa è una bella risata! Ridere di gusto, con gli occhi appannati per le lacrime, con la bocca che lascia uscire quel rumore - poco attraente - di respiro che manca. Una risata che non risolve i problemi, la crisi e l’influenza, ma che almeno dà un’energia nuova per affrontare sempre le stesse cose. Una risata che non è voler far finta che tutto vada bene, è piuttosto un serbatoio a cui attingere per costruire un po’ di ordine nella tormenta quotidiana. Ma ridere non è così facile. Bisogna staccare il pensiero e niente è più difficile che smettere di pensare. Eppure, per riuscire a impacchettare una risata e metterla sotto l’albero il modo c’è. Ognuno deve trovare il suo, a seconda della persona che ha accanto, dei suoi gusti e del suo carattere. Considerati tutti questi aspetti, il mio personalissimo metodo è prendere una bella carta da pacchi colorata e avvolgerla intorno al libro giusto. Possibilmente un buon libro. Un libro d’autore.
Non c’è bisogno di buttarsi sui comici televisivi per ridere leggendo. Provate a dare un’occhiata a Stefano Benni: da poco è uscito “Pane e tempesta” ma se conoscete qualcuno che ancora non ha letto “Bar Sport” (Feltrinelli) metteteglielo sotto l’albero e gli basterà fare la conoscenza della Luisona - la pasta esposta nella vetrinetta trasparente da tempi immemorabili - per spacchettare una bella risata. Storie decisamente più femminili quelle raccontate da Stefania Bertola, che riesce a fare ciò in cui il cinema da anni fallisce, commedie romantiche che fanno ridere per davvero: da “Ne parliamo a cena” a “Biscotti e sospetti” fino al più recente “La soavissima discordia dell’amore” (Tea). Infine, c’è una risata che val la pena scatenare in ogni appassionato lettore: una bella risata con “Zia Mame” di Patrick Dennis (Adelphi). Un libro scritto (benissimo) negli anni Cinquanta ma per il quale non sembra essere passato un giorno. La storia è di un’attualità eterna, i personaggi non sono figli dell’età contemporanea, sono figli di domani, così alla moda, così aperti, così ironici che le pagine scorrono tra risate incontrollabili, un sorriso sbalordito davanti alla raffinatezza del narratore e un innato affetto verso zia Mame, eccentrica, esuberante, pazza, intellettuale, determinata. Candida e folle quel tanto da riuscire a fare di ogni piccolo o grande dramma un nuovo inizio. Dopo aver conosciuto una così, nulla vi sembrerà più tanto strano. Nemmeno un Natale con baci, brutte giacche e bigliettini al posto dei regali.

 

I libri hanno un loro fascino nascosto tra le pagine. Ma hanno anche un fascino esteriore, un loro modo di apparire che può catturare l’attenzione o incuriosire. A volte è un titolo che ci colpisce subito. L’immagine di copertina che ci rimane impressa. O un formato particolare. E se passeggiando per la libreria vi è capitato di adocchiare dei libri dall’aspetto snello, quasi slanciato da quanto stretto e lungo, allora avete avuto il piacere di incontrare i frutti della casa editrice Iperborea. Questi libri dall’aspetto particolarissimo contengono un tesoro prezioso e spesso ancora da scoprire: la letteratura del Nord Europa,  un mondo scandito da un ritmo tutto suo, un’umanità possente e tenera, autori e storie che prima del 1987 – anno di nascita della casa editrice Iperborea – in Italia erano quasi totalmente sconosciuti. Come mi ha raccontato la fondatrice Emilia Lodigiani.
Come è nata l’idea di creare una casa editrice “dedicata” alla letteratura del Nord Europa?
“L’idea è nata 23 anni fa da una passione personale. Ho avuto un primo approccio con la letteratura medievale del nord Europa, attraverso lo studio di Tolkien su cui avevo scritto un saggio ("Invito alla lettura di Tolkien" Mursia, nda). Poi ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Karen Blixen, che pur essendo danese scriveva in inglese e riuscivo quindi a leggerla. In quegli anni vivevo a Parigi e ho cominciato a cercare autori nordici nelle librerie, fino a scoprire la Bibliothèque Nordique di Saint-Geneviève specializzata in questa letteratura. Quando sono tornata in Italia ho però scoperto con dispiacere che gli autori nordici contemporanei non erano pubblicati e i classici erano quasi introvabili. Così nel 1987 ho partecipato alla Fiera di Francoforte con un progetto che prevedeva la pubblicazione di dieci dei più grandi autori nordici: non solo me li hanno concessi ma sono stati felici che qualcuno finalmente si interessasse a loro seriamente”.
Quali sono le peculiarità della narrativa proveniente da questi paesi?
“Ogni libro e ogni autore ha una sua storia. È però possibile cogliere alcune caratteristiche tipiche della letteratura del Nord Europea. Innanzitutto una grande fiducia nella narrazione, che ha una doppia origine: le saghe, ancora oggi vive e conosciute nei paesi scandinavi, tanto che in Islanda bambini giocano a Eric il Rosso; e la Bibbia, che in molti paesi è stato il primo esempio di narrativa. È spesso presente anche il tema ecologico: in nord Europa le persone vivono in mezzo a una natura forte e violenta, a cui si deve rispetto ma verso cui si prova anche un profondo senso di appartenenza. Ritroviamo inoltre l’importanza della storia, come ricerca delle proprie radici. E anche l’aspetto sociale, perché non dimentichiamoci che si tratta di paesi che hanno realizzato l’eguaglianza sociale e hanno raggiunto la parità uomo-donna un secolo prima di noi”.
Nei vostri libri non mancano nemmeno personaggi paradossali.
“Questo ha una triplice causa. Primo, uno dei difetti della società nordica è il pericolo di grande conformismo, non è un caso che gli intellettuali si oppongano alla società proprio per fuggire all’uniformità diventando spesso esseri estremi, capaci di creare a loro volta personaggi un po’ fuori. Il secondo motivo è da ricercare nell’alcool che è una frequente valvola di sfogo alla cappa di controllo personale, sociale e religioso che vige in questi paesi. Infine, influiscono anche i miei gusti personali, in quanto a me piacciono molto questi personaggi un po’ folli”.
Quali sono i libri adatti per iniziare un viaggio nella narrativa nord europea?
“Consiglierei i libri che hanno ottenuto un seguito di pubblico più vasto. L’anno della lepre di Arto Paasilinna, che racconta un viaggio attraverso la Finlandia in cui si incontrano tutti i gruppi sociali scandinavi. Un altro libro è La vera storia del pirata Long John Silver di Bjorn Larsson, in cui nonostante la trama avventurosa è forte l’approccio etico. Qui la libertà viene descritta come una conquista che ha dei costi e questo nella letteratura nordica è un passaggio molto importante: la realizzazione dei sogni è un lavoro faticoso, che comporta anche negoziazioni, ma che alza il livello umano dell’essere”.
Quali sono i capolavori che un lettore non dovrebbe perdersi?
“I libri che amo sono davvero tantissimi. “L’oratorio di Natale” di Goran Tunstrom, “Scrittura cuneiforme” e “La casa della moschea” di Kader Abdolah e “Il medico di corte” di Per Olov Enquist. Ci sono però anche giovani davvero molto interessanti come Johan Arstad, autore di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” un libro che è piaciuto moltissimo a Paolo Giordano (Premio Strega per “La solitudine dei numeri primi” nda). Inoltre da quest’anno abbiamo inaugurato una collana dedicata ai gialli, a cui oggi si dedicano tantissimi autori per descrivere le difficoltà del nostro tempo ”.
Le lingue del nord Europa sembrano particolarmente difficili e poco diffuse, come viene affrontato il problema della traduzione?
“In una casa editrice che pubblica solo libri tradotti da altre lingue deve esserci una cura spasmodica per la traduzione. In alcune lingue, come lo svedese, ci sono tanti e bravi traduttori, mentre per il finlandese e l’islandese non ce ne sono più di due o tre e questo comporta che ci siano pochi libri tradotti da queste lingue. Però in realtà, fatta eccezione per il finlandese, le lingue scandinave non sono così difficili: per chi conosce bene inglese e tedesco sono piuttosto facili da imparare. È però importante sottolineare che sono lingue piuttosto povere di vocaboli quindi la traduzione in italiano comporta un lavoro di ampliamento del vocabolario, anche perché mentre la letteratura scandinava non ha paura della ripetizione, da noi non è ammessa”.

 
Di Simona (del 15/10/2009 @ 19:53:25, in I miei articoli su Fixing, letto 1166 volte)
È innegabile che il mondo sia pieno di storie. Di fatti eccentrici. Di persone esuberanti. Nonostante i problemi e la devastazione di certe giornate, c’è ancora qualcosa di gaio e genuino che si aggira per le strade. C’è ancora qualcuno capace di un’esistenza semplice - nel senso più positivo del termine - e di una bella risata, alla faccia di tutto e tutti. La stravaganza della realtà è ovunque intorno a noi, a volte manca solo lo sguardo giusto per coglierla. Ma c’è chi ci riesce, come Andrea Vitali. E ci riesce così bene da riuscire pure a raccontarla, a percepire così attentamente l’ironia e i meccanismi un po’ matti della quotidianità da racchiuderli in libri di successo come Olive comprese (Garzanti, 2006), Il segreto di Ortelia (Garzanti, 2007) e il recente Almeno il cappello (Garzanti, 2009). Ma il dottor Vitali - medico di base del comune di Bellano - non si ferma qui. Reinventa la vita quotidiana, rendendo le storie che incontra un momento della memoria. “Le mie storie partono spesso da cose che mi raccontano o sento in giro - spiega lo scrittore - In ambulatorio incontro tante persone, parlo con loro e molti personaggi nascono così”. Andrea Vitali è un fiume in piena di aneddoti, soprattutto riguardanti il personaggio di Graziella Vastità: “Esiste veramente! Ha un altro nome ma è davvero una mia paziente. L’ho ribattezzata così per la vastità dei suoi glutei: non ha curve, ha veri e propri tornanti e quando viene da me unisce due sedie per sedersi più comodamente. L’ho incontrata 20 anni fa e ho capito subito che mi avrebbe dato grandi soddisfazioni perché quando le chiesi se suo figlio fosse nato a termine, lei mi rispose di no, che era nato in ospedale. Io non la corressi, né le spiegai cosa volevo dire così lei continuò a parlare liberamente modificando le parole e il loro senso a suo piacimento. Fino a parlarmi della tintura d’odio o di vacanze sul mar Tirrenico”. Altra particolarità di Vitali sono i nomi dei personaggi. Tra le sue pagine s’incontrano Eufrasia, Idreno, Vereconda... “Il calendario di frate Indovino è stata la mia prima lettura e fonte inesauribile di nomi. Poi mi diverto a dare ai personaggi nomi che li raccontino, che racchiudano le loro caratteristiche: in Almeno il cappello nel parlare di una madre di 7 figli mi è venuto spontaneo chiamarla Estenuata!”. E proprio in Almeno il cappello racconta la storia di una sgangherata banda di paese che tenta di trasformarsi nel corpo musicale Bellanese, negli anni del fascismo. Qual è il suo rapporto con la musica? “Quando ero giovane ho fatto parte della banda del mio paese. Mi era stato assegnato il trombone ed ero negato, però volevo rimanere nella banda perché era l’unico modo per uscire di sera, allora un amico mi ha consigliato di far finta di suonare. E così ho fatto finché ci riuscii”.
da Fixing n. 36 - 2009
 
Di Simona (del 05/09/2009 @ 11:47:07, in I miei articoli su Fixing, letto 1178 volte)

“Non hai più fede nel tuo Dio, don Camillo?”
“L’anima è di Dio, i corpi sono della terra. La fede è grande, ma questa è una paura fisica. La mia fede può essere immensa, ma se sto dieci giorni senza bere, ho sete. La fede consiste nel sopportare questa sete accettandola a cuore sereno come una prova impostaci da Dio. Gesù, io sono pronto a sopportare mille paure come questa per amor Vostro. Però ho paura”.
Il Cristo sorrise. “Mi disprezzate?”.
“No, don Camillo, se tu non avessi paura, che valore avrebbe il tuo coraggio?”.

Da Don Camillo di Giovanni Guareschi (BUR)


Nessuno ci chiede di essere perfetti. Ma possiamo sforzarci di essere migliori. È lo sforzo, il tentativo, le lacrime e il sudore di cui parla Vecchioni, la sete di don Camillo, è l’impegno che ci mettiamo per diventare qualcosa di meglio che fa la differenza. E se lo sforzo non viene apprezzato, è lì che la fede in ciò che facciamo deve essere forte, per non demordere. Decidere di non rivolgere la parola a chi la pensa diversamente da noi è facile quanto rispondere veleno a una provocazione. Ma se per una volta provassimo a invertire parole e silenzio, se provassimo a parlare con chi la pensa diversamente da noi e a tacere davanti a una provocazione? Se il tentativo ci sembra difficile, pensiamo allora che tutto il tempo che impieghiamo a giudicare gli altri e cercare di cambiarli perché sbagliano, potremmo impiegarlo per guardare noi stessi e cercare di cambiarci perché sbagliamo.
da Fixing n. 32 - 2009

 
Di Simona (del 05/09/2009 @ 11:37:44, in I miei articoli su Fixing, letto 1610 volte)

È incredibile quante persone ci possano essere dentro un solo nome. Roberto Vecchioni è un grandissimo cantautore. Un professore che racconta la sua immensa cultura con la delicatezza dei poeti. Ed è anche uno scrittore. Non è uno del mondo dello spettacolo che s’improvvisa narratore. No, lui sa scrivere davvero, e non solo canzoni. Ho avuto il piacere di intervistarlo e presentare con lui il suo “Scacco a Dio” (Einaudi).
“In questo libro Dio è depresso perché non capisce più gli uomini – racconta Roberto Vecchioni - Ha creato un Disegno per renderli felici ma loro lo rifiutano, vogliono essere altro, così allontanano la felicità. Dio allora interroga l’angelo Teliqalipukt, che ha vissuto con gli uomini e può riferire le storie di grandi personaggi come Oscar Wilde, Jfk, Catullo in una chiave per noi inaspettata. Ho reinventato le esistenze di questi uomini per raccontare che ci sono infinite possibilità di vita. Si può fare altro da quello che facciamo ogni giorno, andare oltre noi stessi, dipende da cosa scegliamo. Noi non siamo la domenica, il riposo, la quiete. Noi siamo il sabato, l’attesa, la preparazione, il darci da fare per il giorno di festa”.
Vecchioni racconta in modo semplice meccanismi sofisticati come il caso o la fede.
“La mia non è una fede piccina, imparata al catechismo. È una fede che è stata picchiata. Per quanto sembri una contraddizione sono un laico credente. Per me l’esistenza di Dio è provata dal Caso: questo qualcosa che sfugge alla legge di Causa-Effetto mi fa credere che esista Qualcuno di più grande. Anche nelle situazioni più drammatiche. L’ho provato quando mio figlio si è ammalato e mi chiedevo perché proprio lui. In questo momento di disperazione la mia famiglia si è riavvicinata, io mi sono innamorato di nuovo di mia moglie e lei di me: dal dolore è nato qualcosa di grande. Non posso sapere perché accadano certe cose, quello che mi è dato di vedere è solo un segmento di una retta infinita a me invisibile. Ma non vivo questa esistenza come un passaggio in attesa dell’al di là perché lo scopo è vivere qui e ora, giocarcela al meglio: lacrime e sudore hanno un valore enorme”.
Nell’angelo Teliq - che ha il compito di insegnare chi sono gli uomini ai piccoli immortali - sembra di rivedere un po’ il professor Vecchioni.
“A Teliq manca l’insegnamento, proprio come a me. Io cercavo di insegnare non solo a riconoscere un aoristo o un perfetto latino ma perché nel 2000, nell’era dell’inglese e di internet, studiare le lingue antiche aveva ancora senso: perché raccontano la meraviglia della parola, il suo importantissimo valore, che rischia di andare perduto. Spesso i ragazzi non sanno parlare, esprimersi. La poesia ha una potenza e una grandezza che non sta in un sms”.
I ragazzi vanno seguiti sin da bambini, e non solo dagli insegnanti.
“Quando stai da solo puoi fare quello che vuoi e pensare solo a te. Se stai con una persona, devi accettare che sei al 50%. E se nasce un figlio diventi al 25%. Non puoi fare un figlio e fare il dentista 12 ore al giorno. Entreranno meno soldi, ma lavorare fino a mezzanotte non è una questione di denaro ma di potere e questo è molto maschile: se non siamo qualcuno non siamo maschi. Ho detto no a tanti contratti per stare con la mia famiglia e non mi pento, perché solo così oggi posso dire di essere contento”.
Da Fixing n. 32 - 2009

 
Di Simona (del 01/08/2009 @ 09:24:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1063 volte)
Loris ha fatto un capolavoro con i link! Provate a cliccare sulla copertina di "Sulla strada" e sul link di Jack Kerouac...
 
Di Simona (del 31/07/2009 @ 15:15:51, in I miei articoli su Fixing, letto 1102 volte)
“Oh! più felice, quanto più cammino
mi era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!”
Alexandros, da Poemi conviviali, Giovanni Pascoli
...

 “In qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state
ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla”.
 
 
Non basta attraversare l’oceano per staccarsi dal proprio pianerottolo. Bisogna andare al di là delle abitudini, dei pregiudizi e di tutto ciò che crediamo di sapere senza aver conosciuto mai. Tra tante cattedrali, ci sono piccole chiese nascoste in strade senza nome. Ragazzi in kilt che si girano verso di te e ti sorridono da sotto la cornamusa. Piazze in cui la gente canta, ti dedica una canzone e se ne va. Ci sono paesaggi che nelle foto sembravano proprio belli, che dal vivo ti tolgono il fiato e il sonno. Ci sono colori, odori e gusti che ci devi affondare gli occhi, il naso e la lingua per credere che esistano davvero. Persone che non avresti mai sperato di incontrare e ponti altissimi che non avresti mai sospettato di attraversare. Ci sono vertigini, umidità, cieli di fuliggine. E strade troppo piccole per le macchine, troppo in salita per i piedi, troppo dolci per pensare che il mondo sia solo cattivo. Basta non fare progetti, dedicarsi al presente, al “qui e ora” degli antichi. Perché non c’è nulla di più eterno del momento che stiamo vivendo.

 
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