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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 07/06/2010 @ 10:09:55, in I miei articoli su Fixing, letto 1628 volte)

Una sera durante un incontro con i lettori, dal piccolo gruppo riunito davanti a me si alza una mano. Un signore anziano – un anziano vero, non uno di quelli stile “mi conservo come una mummia al botox”, e nemmeno di quelli che “non essere più giovani è un insulto”, insomma un anziano come quelli di una volta! - si solleva in piedi e mi chiede: “Perché nei libri i protagonisti sono sempre ragazzi? Non parlate mai dei vecchi?”.
Già, i vecchi. Quelli che hanno l’esperienza. Che hanno visto anni che noi possiamo a malapena ricostruire. Quelli che hanno fatto della loro esistenza saggezza. Dove sono i vecchi così? Non dappertutto, purtroppo. A volte si incontrano nei libri. Chi è fortunato – come me – può incontrarli nella realtà. Queste persone che hanno una struttura che non esiste più, capaci di andare in bicicletta a novant’anni e brindare con vino rosso. Capaci di vivere tranquilli, condividendo se stessi con i malanni (più o meno gravi) e una badante. Anziani che si annoiano davanti al Grande Fratello perché “quelli stanno in una casa a far niente, cosa c’è da guardare?”. Caratteri forti, spesso duri, che il tempo ha levigato fino ad ammorbidire, o rendere ancora più tremendi. Vecchi che non si vergognano di appartenere a un’altra generazione. Che danno un senso e un valore profondo ai loro anni. Vecchi come il Santiago di Hemingway (“Il vecchio e il mare”), con quella forza di volontà, capace di affrontare i pescicani, di tornare sconfitto ma degno, ancora più sofferto nel corpo e nell’espressione, ma vivo. Vecchi vivi perché vivi vogliono rimanere. Come l’Amaranta di Marquez - in “Cent’anni di solitudine” - che morirà solo quando avrà finito il suo sudario, e allora procede con calma poi con più fretta, e intanto organizza il suo funerale, decide la data, dove morire, e tutto avviene come lei ha scelto.
La letteratura parla di vecchiaia. E lo fa con una penna gentile e cruda. Come quando Sepulveda racconta di Antonio José Bolívar Proaño, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, che ha vissuto avventure e tragedie, pronto a mettere in gioco la sua stessa esistenza quando gli chiedono aiuto, pronto a mettersi da parte, con se stesso e i suoi libri, quando il mondo non ha più bisogno di lui. E poi c’è la vecchietta dipinta da Aarto
Paasilinna ne “Il bosco delle volpi” (Iperborea). Un’ultranovantenne che i figli vogliono rinchiudere in un ospizio proprio il giorno del suo compleanno. Ma lei non ci sta, scappa con il suo gatto fino al bosco, dove si rifà una vita in compagnia di un gangster e di un maggiore dell’esercito finlandese. Un capolavoro di vecchietta!
Questi sono gli anziani “fatti di pagine” a cui sono più affezionata. Anziani che non sono il capitolo finale dell’essere uomo, ma l’audace proseguimento di un cammino.

Da "Fixing" del 4 giugno 2010

 
Di Simona (del 11/05/2010 @ 09:10:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1115 volte)
“Che cos’è per noi, oggi, la memoria? Come la pensiamo e come la utilizziamo?” con questi interrogativi si apre il Salone internazionale del libro di Torino (Lingotto Fiere, dal 13 al 17 maggio). Tema conduttore di questa edizione è proprio “La memoria, svelata”.
La memoria che porta alla tomba di Alessandro Magno, raccontata da Valerio Massimo Manfredi. La memoria della nostra storia racchiusa in un romanzo, come sa fare Melania Mazzuco. La memoria della poesia, con l’incontro di Yves Bonnefoy (Premio Alassio). La memoria dell’orrore raccontato da Helga Schneider, che nel suo “La baracca dei tristi piaceri” narra un’altra pagina - poco conosciuta ma non per questo meno tremenda - del nazismo. C’è la memoria raccontata per immagini dai registi Giuseppe Tornatore e Pupi Avati. C’è una memoria che verrà, un avvenire della memoria descritto da Umberto Eco. E poi ancora gli interventi di Luciano Canfora, Claude Lanzmann, Giampaolo Pansa. Grandi autori che attraverso la loro personale conoscenza ed esperienza tenteranno di svelare la memoria. Questo momento che non è ieri, è un tempo diventato eterno, un perenne qui e ora, che ancora pulsa dentro ognuno. Un qualcosa che magari non ci ha toccato personalmente, di cui magari non siamo stati nemmeno testimoni, ma fa comunque parte di noi. Qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, anche se non siamo stati noi a sceglierlo. Qualcosa che ha scosso così tanto la terra, da sentirne ancora lo scricchiolio dentro. Da sentirne ancora l’esempio. Da imitare. O da non imitare mai più.
Ognuno ha dentro di sé la sua memoria. Gli eventi storici o i personaggi che più ci ispirano. O che più ci fanno indignare.
E ancora germogliano i semi gettati dalle vittime e dai carnefici del passato, ancora dobbiamo farci i conti, perché far finta di niente significherebbe rivivere sempre gli stessi drammi. Peccato per chi crede che sapere a memoria date e nomi significhi avere memoria di un fatto, della sua tragedia e della sua redenzione.
La memoria è fatta da noi. Non solo da quello che ricordiamo ma da quello che consapevolmente conosciamo – e accettiamo – del nostro passato più prossimo (il nostro ieri, la nostra famiglia di sangue, la generazione che ci ha preceduti) e del nostro passato più viscerale e antico (le battaglie combattute da altri, i popoli nostri padri).
Un bagaglio ancestrale da non dimenticare, da cui imparare, ma da cui non lasciarsi schiacciare, perché il passato ci uccide se per paura di sbagliare smettiamo di tentare.

da Fixing del 7 maggio 2010


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Di Simona (del 19/04/2010 @ 18:03:34, in I miei articoli su Fixing, letto 1462 volte)

Per essere una buona lettura, un libro non deve essere per forza un tomo di mille pagine, un concentrato di profondità. Non deve nemmeno atteggiarsi a impegnato o impegnativo. Non ci deve obbligatoriamente ricordare tutti i problemi del mondo. Un libro può anche sdrammatizzare, può essere letto in un’ora, può non essere un capolavoro, avere mille pecche ma rimanere comunque una buona lettura, lasciarti comunque qualcosa. Sono una sostenitrice (anche) delle letture leggere. L’importante è che non scadano nella banalità.
Qualche tempo fa il mio amico Muro mi ha consigliato un romanzo di Eric Emmanuel Schmitt, intitolato “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o).
Schmitt è un autore francese molto eclettico. È un autore teatrale (sua la pièce “Piccoli crimini coniugali”), uno sceneggiatore cinematografico (“Lezioni di felicità” – tratto da un suo racconto - è un film semplice e trasognato che spiega molto bene come la gioia nell’affrontare una quotidianità non proprio brillante migliori l’esistenza fino a farla cambiare e renderla più bella dei tuoi sogni) e uno scrittore di successo. Suo il romanzo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” da cui è stato tratto il film con un grandissimo Omar Sharif.
La storia de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” è molto semplice: Jun è un ragazzino mingherlino di quindici anni che vive per le strade di Tokyo, da solo, vendendo chincaglieria molto brutta. Non ha più il papà, sua madre è un’analfabeta che sembra capace di prendersi cura di tutti tranne che di lui, e al mondo non ha nessun altro, non un amico, non un insegnate perché a scuola non ci va. La sua vita sembra destinata a svanire così, nell’assenza di prospettive e in un corpo talmente gracile da risultare quasi invisibile. Ma qualcuno si accorge di lui. Un maestro di sumo lo vuole nella sua Accademia, perché vede in lui “un grosso”. Jun si ritrova catapultato in una realtà di cui non aveva mai nemmeno lontanamente sospettato il fascino e la profondità. Impara la forza, la potenza sottile delle energie, l’accettazione di sé, dei propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità, attraverso il buddismo zen (che tra l’altro in Occidente va molto di moda, come se nella cultura europea non ci fosse un insegnamento altrettanto forte per sfuggire al consumismo, alla fretta e alla meccanicità dell’esistenza…).
Ci sono momenti di questo libro davvero toccanti. Toccanti le lettere di una madre analfabeta che senza scrivere una parola riesce a dire tutto: un foglio bianco con una piccola macchiolina nel centro per far sapere al suo bambino quanto ha pianto quando se ne è andato; una pietra grigia per raccontargli la pesantezza del suo cuore; un vecchio collare spezzato per lasciarlo libero… Interessante anche quando il vecchio maestro spiega a Jun perché nonostante l’attività fisica e il cibo non riesca a crescere, ingrassare, prosperare: “perché non è possibile nutrirsi di se stessi”.
Il libro però non è tutto così. Ripeto se avete voglia di una lettura leggera, questo può essere una soluzione. Ma non aspettatevi troppo. Non fatevi ingannare dai passaggi ricchi di significato nella loro semplicità. Le frasi scontate sono dietro l’angolo. E non mancano nemmeno soluzioni che lasciano un po’ perplessi. Quando però un libro non ha pretese è un rischio che si può accettare. Nulla di indimenticabile. Ma un modo piacevole di passare qualche ora.
E se poi vi sentite un po’ come Jun, come uno destinato a rimanere quasi invisibile allora sarà particolarmente incoraggiante leggere la storia di questo ragazzino, che nel suo impegnarsi per diventare “grosso” impara a diventare “grande”.

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Di Simona (del 04/03/2010 @ 16:44:39, in I miei articoli su Fixing, letto 2336 volte)

Capelli spettinati, pantaloni larghi e una sciarpa svolazzante intorno al collo. Non c’è dubbio, nella copertina di Lettere a una sconosciuta di Antoine de Saint-Exupéry c’è l’indimenticabile personaggio da lui creato, Il piccolo principe che viaggia per cielo e terra, incontrando ubriachi, vanitosi e re, prima di raggiungere il deserto e quell’aviatore a cui racconterà la sua storia. E il deserto sembrerà meno terribile e immenso quando verrà riempito dalle parole di un bambino “dai capelli color del grano” innamorato di una rosa, amico di una volpe, capace di educare alla legge del cuore l’aviatore e con lui ottanta milioni di lettori. Un libro da rileggere da adulti, per riscoprire la profondità e lo stupore dell’esistenza. Un libro che come annunciano due produttori francesi diventerà un film d’animazione in 3D da 45 milioni di euro. Non è il primo tentativo di “animare” il principino – ne hanno fatto un cartone a episodi i giapponesi negli anni Ottanta e i francesi nel 2008 – ma se “L’essenziale è invisibile agli occhi” ogni tentativo risulta un accanimento eccessivo.
Non bisognerà però aspettare questa trasposizione per vedere un nuovo aspetto dell’amato personaggio. In Lettere a una sconosciuta. L’ultimo amore del piccolo principe c’è in lui una malinconia che l’autore svela per la prima volta. Mentre scrive alla sua donna – una donna giovane, già sposata, da cui è stato folgorato sul treno per Algeri – Saint Exupery disegna il piccolo principe e lo fa diventare apertamente una parte di sé, gli mette in bocca i suoi pensieri, la sua tristezza, la sua insofferenza nell’attesa di questa petit fille che amerà nel suo ultimo anno di vita. Ed è grazie a lei - e alle lettere ritrovate e riunite nel volume della Bompiani - che scopriamo il legame profondo tra lo scrittore e la sua immortale creatura. Il piccolo principe è dentro Saint-Exupéry. È lui che esulta all’idea di una nuova primavera quando incontra la donna. Ed è lui che soffre rovinato dalle sue poche attenzioni, da lei ucciso, perché “Un piccolo principe scettico non è più un piccolo principe”. Le voci di autore e personaggio si sovrappongono. Ma poi c’è l’uomo. L’uomo che dentro ha il candore e la vitalità del principino (“Ascolti la musica del cuore: è bellissimo per chi è capace di sentire”) ma che fuori non è più giovane e ha paura per ciò che non potrà più essere: “Niente ha importanza nella vita. (Nemmeno la vita). Addio, roseto”. Ma l’addio non c’è stato. Saint-Exupéry e il suo piccolo principe sono rimasti insieme fino alle fine. E fino alla fine sono rimasti insieme lo scrittore e la signorinella delle lettere. Insieme fino al mistero, fino a quel volo sul Lockheed P-38 Lightning da cui non è più tornato. Ma questa è un’altra storia.

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Di Simona (del 10/02/2010 @ 15:28:22, in I miei articoli su Fixing, letto 1066 volte)

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”
J. D. Salinger, “Il giovane Holden” (Einaudi)

Holden Caufield è un ragazzo che viene cacciato dalla scuola e che cerca di rimandare il più possibile il momento in cui dovrà confessare tutto ai suoi genitori. Così torna nella sua città natale, New York, ma non a casa, non dai suoi, e  se ne va in giro, alla larga dalla famiglia e dalle convenzioni. Una storia semplice, datata (è stata pubblicata nel 1951) ma raccontata in maniera così originale e grandiosa da conquistare ogni anno migliaia di lettori, fino a raggiungere i 60 milioni.
A raccontarla è Jerome David Salinger. E la racconta con un linguaggio diretto, scocciato, attraverso immagini oniriche, disarmanti, tra insofferenza e jazz, fino a costruire un universo così saturo e in movimento da far dimenticare chi lo ha creato. Salinger è morto lo scorso 28 gennaio, aveva 91 anni e da quasi 50 non si faceva vedere. Si era ritirato nel New Hampshire, a Cornish, facendo perdere le proprie tracce, tanto che qualcuno si è stupito non per la morte ma per il fatto che fosse ancora vivo. Forse in pochi pensavano a Salinger, allo scrittore, al personaggio controverso che ha scelto l’isolamento, il non apparire, in maniera quasi ossessiva. Ma il suo giovane Holden non ha perso un grammo di fascino, spicca come nuovo nelle librerie, riposa sui comodini, è difficile da trovare in biblioteca e le sue frasi più belle sono sottolineate da matite di tutto il mondo. Salinger se ne è andato. Holden è vivo. Ma non solo: Holden è giovane. È giovane non di età, ma nella sua rabbia, nel modo di pensare, nelle “cose da matti” che gli succedono, come se avesse compiuto diciassette anni l’altro giorno, lui che è figlio di un tempo che a raccontarlo oggi sembra una bugia.

 
Di Simona (del 23/01/2010 @ 18:04:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1809 volte)

C’è chi fa di tutta l’erba un fascio. E c’è chi fa di tutti i ragazzi un fascio di incolti, superficiali, privi di interessi e idee. Un fascio crudele come una morsa in cui finiscono schiacciati anche tutti quei bambini e quegli adolescenti che hanno voglia di conoscere e scoprire - magari a modo loro, magari in maniera originale, stravagante (che non significa per forza pericolosa)  – e che non si accontentano dei pensieri già masticati e sputati da altri. Ci sono - ne ho le prove - ragazzi che non sognano di fare i calciatori, ragazze che odiano stare ore a parlare di smalto per le unghie e borse firmate, adolescenti che negli sms scrivono xché, nn e cmq ma che poi sanno parlare per esteso e usare più di venti parole. Molte di più. Ci sono ragazzi per cui giocare ai videogiochi è un modo per stare insieme, ridere e “fare cagnara e bisboccia con gli amici” (testuali parole scritte da un ragazzo di terza media in un articolo). Ci sono ragazzini che leggono. Sì, leggono tanto e si appassionano ai romanzi in maniera totalizzante. Magari non sono i grandi classici, magari non sono i romanzi che noi adulti avremmo scelto per loro, ma quando trovano un genere che li appassiona, un fumetto d’autore, un libro illustrato, diventano lettori attenti, puntigliosi, critici feroci e pubblico fedele.
Ci sono ragazzi che scrivono storie (parlo per esperienza, li incontro tutte le settimane) e quando si devono buttare in progetti nuovi si esaltano a tal punto da schizzare come trottole per tutta la stanza. Ci sono ragazzi che raccontano le emozioni, i disagi e le risate della loro quotidianità con l’unica pretesa di essere ascoltati. Ci sono ragazzi svegli, a volte sin troppo. Ragazzi che sanno cosa vogliono e si impegnano così tanto per ottenerlo che a noi adulti fanno pure un po’ paura. Ci sono ragazzi che vanno bene a scuola. Altri che si dedicano a uno sport che non sarà mai la loro professione ma che comunque li aiuta a crescere, a conoscere la disciplina e il gusto di muoversi e provare la propria capacità fisica. Ci sono altri ragazzi che non sono un asso a scuola, né nello sport e che non sentono la necessità di essere un asso in qualche cosa, sentono solo l’impulso di avere amici, di essere contenti e mirano alla serenità senza nemmeno sapere bene cosa sia, senza capire che è l’armonia a cui tutti tendiamo, piccoli e grandi, professionisti e studenti, primi della classe e ultimi della società. Siamo tutti qui a cercare un senso, un obiettivo, una pace. E a volte è così dura che preferiamo perderci dietro lo smalto per le unghie, finte relazioni via sms, pensieri già masticati e sputati, frasi prive di senso e brutte fiction. E mentre lo facciamo i ragazzi ci osservano e ci imitano.

 

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Di Simona (del 16/01/2010 @ 10:06:14, in I miei articoli su Fixing, letto 1049 volte)

“Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti… Pensavo che scalare il Devils Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava della mia esistenza. Di fatto non cambiò quasi nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni.
E sopravvissi per raccontare la mia storia”.
da Nelle terre estreme, di Jon Krakauer (Corbaccio)

“Nelle terre estreme” è una sorta di reportage in cui l’autore ricostruisce la storia di Chris McCandless , che nell’aprile del 1992 lasciò casa, famiglia e abitudini, per immergersi negli spazi selvaggi dell’Alaska. Attraverso il diario del ragazzo e le testimonianze di chi lo ha incontrato e amato, Krakauer ricostruisce il viaggio di due anni intrapreso da Chris, alla ricerca della purezza e del senso profondo dell’esistenza. Da questo libro è stato tratto lo straordinario “Into the wild” di Sean Penn, che – distaccandosi dall’approccio “giornalistico” del libro – lascia che sia lo stesso Chris a raccontare la sua storia, tra paesaggi di una bellezza intatta, personaggi di una tenerezza disarmante e una colonna sonora che porta la firma di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam.


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Di Simona (del 15/01/2010 @ 10:02:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1206 volte)

Come si sa esiste una classifica dei libri. Anzi, ce ne sono diverse. La classifica proposta da Fixing è una di queste. Ma scartabellando qua e là se ne trovano tante su riviste, quotidiani, siti internet o blog. Sbirciando un po’ potrete vedere che alcuni dei libri in classifica sono anche film di successo, o almeno girati e pubblicizzati perché lo diventino.
Se una pellicola, una pubblicità o un attore fanno venire voglia di leggere un libro, per me va benissimo! Mi dispiace giusto un po’ se  qualcuno si limita a guardare il film senza leggere la storia da cui è nato. Un film – per quanto fatto bene e ben recitato – è comunque un’interpretazione della storia scritta, un punto di vista, a volte addirittura una rivisitazione. Non ho comunque la convinzione che il libro sia sempre meglio del film. Bisogna accettare che sono due cose diverse, a volte complementari, a volte di due livelli differenti.
Quanto il cinema sia potente lo dimostra L’eleganza del riccio di Muriel Burbery (edizioni E/O), caso letterario del 2007, di nuovo in classifica grazie al film Il riccio nelle sale italiane dal 5 gennaio ma annunciato in ogni forma pubblicitaria esistente già dallo scorso novembre. La storia della portinaia Renée (in alto a destra un’immagine del film) - donna di una cultura straordinaria e di grandissimo gusto ma che si finge sciocca e banale (non si sa bene perché, o meglio a un certo punto lo spiega ma è una motivazione piuttosto deboluccia) - ha incantato e commosso milioni di lettori. Tranne me. La sua amicizia con la giovanissima Paloma, ragazzina così intelligente e sveglia da volersi togliere la vita (?), il suo incontro con l’enigmatico monsieur Ozu, tutta la carrellata di personaggi minori (non poco stereotipati) - con vicende e vicissitudini a seguito - si mescolano a pagine di vera e propria filosofia e critica d’arte (le parti a mio avviso meglio riuscite). Un libro scritto benissimo ma che non mi ha affatto convinta, forse anche a causa delle grandi aspettative che mi ero creata ascoltando critici e lettori entusiasti. Le aspettative sono pregiudizi e il pregiudizio – anche nella sua connotazione “positiva”, anche inteso come “pensar bene” di qualcosa o qualcuno che comunque non conosci – non è mai un approccio corretto. Ammetto il mio errore e ammetto anche che in un caso come questo il film mi incuriosisce molto, perché il regista potrebbe aver trovato la chiave di lettura per farmi entrare dentro una storia che mi ha lasciata stranamente distaccata, una chiave di lettura che mi renda simpatici questi personaggi con cui non ho proprio legato, a cui non mi sono affezionata.
Altre volte capita che per quanto bello il film non riesca comunque a reggere il confronto con il libro. Un esempio per tutti Le ore di Micheal Cunningham (Bompiani), premio Pulitzer nel 1999, portato sul grande schermo con il titolo originale The hours, premio Oscar come miglior attrice a Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Se non avete visto il film pazienza. Se non avete letto il libro, prendetelo in mano e viaggiate nel tempo, nel cuore di una società che dal 1941 a oggi si evolve lasciando gli esseri umani a inseguirla.
Il tempo va avanti, sfregiato dalla guerra, ma anche quell’orrore si supera, la fragilità umana invece no. Quella rimane. Il peso di vivere, il peso ancora più grosso di non sentirsi mai abbastanza vivi, quel peso che trascina Virginia Woolf sul fondo del fiume è lo stesso peso di Laura Brown, giovane sposa e madre insoddisfatta del dopoguerra che vorrebbe scappare per un giorno, uno soltanto. Un peso che diventa il peso di Clarissa Vaughan e del suo Richard, che sta morendo di aids. Come si può rendere la complessità, l’attualità di personaggi così? Come si può trasmettere l’intreccio sottile e violento di vite all’apparenza così distanti? Non basta una colonna sonora coinvolgente, un cast di attori del calibro di Meryl Streep, alcune immagini d’impatto e nemmeno un’interpretazione da Oscar.

http://www.sanmarinofixing.com/public/fixing/La-passione-di-un-librobro-il-fascino-di-un-film-ita-a1220.php



 
Di Simona (del 07/12/2009 @ 12:51:49, in I miei articoli su Fixing, letto 3569 volte)
“Il Natale non è un Natale che si rispetti, senza regali”. Inizia con questo inno al consumismo un libro non del secolo scorso ma di quello prima ancora. Era il 1867 quando Jo March  – la più irruenta delle “Piccole donne” tratteggiate da Louisa May Alcott – pronuncia questa frase così attuale. Il libro della Alcott poi prenderà tutta un’altra piega. Ma il mondo di oggi no. E Natale è fatto anche - si spera non “soltanto” - di regali.
Personalmente apprezzo i doni che richiedono un minimo di tempo e dedizione, in cui si vede che per dieci minuti o dieci giorni quella persona ha pensato a te. E tra tutti i regali che si possono fare, comprare e costruire, quello che quest’anno non dovrebbe mancare in nessuna casa è una bella risata! Ridere di gusto, con gli occhi appannati per le lacrime, con la bocca che lascia uscire quel rumore - poco attraente - di respiro che manca. Una risata che non risolve i problemi, la crisi e l’influenza, ma che almeno dà un’energia nuova per affrontare sempre le stesse cose. Una risata che non è voler far finta che tutto vada bene, è piuttosto un serbatoio a cui attingere per costruire un po’ di ordine nella tormenta quotidiana. Ma ridere non è così facile. Bisogna staccare il pensiero e niente è più difficile che smettere di pensare. Eppure, per riuscire a impacchettare una risata e metterla sotto l’albero il modo c’è. Ognuno deve trovare il suo, a seconda della persona che ha accanto, dei suoi gusti e del suo carattere. Considerati tutti questi aspetti, il mio personalissimo metodo è prendere una bella carta da pacchi colorata e avvolgerla intorno al libro giusto. Possibilmente un buon libro. Un libro d’autore.
Non c’è bisogno di buttarsi sui comici televisivi per ridere leggendo. Provate a dare un’occhiata a Stefano Benni: da poco è uscito “Pane e tempesta” ma se conoscete qualcuno che ancora non ha letto “Bar Sport” (Feltrinelli) metteteglielo sotto l’albero e gli basterà fare la conoscenza della Luisona - la pasta esposta nella vetrinetta trasparente da tempi immemorabili - per spacchettare una bella risata. Storie decisamente più femminili quelle raccontate da Stefania Bertola, che riesce a fare ciò in cui il cinema da anni fallisce, commedie romantiche che fanno ridere per davvero: da “Ne parliamo a cena” a “Biscotti e sospetti” fino al più recente “La soavissima discordia dell’amore” (Tea). Infine, c’è una risata che val la pena scatenare in ogni appassionato lettore: una bella risata con “Zia Mame” di Patrick Dennis (Adelphi). Un libro scritto (benissimo) negli anni Cinquanta ma per il quale non sembra essere passato un giorno. La storia è di un’attualità eterna, i personaggi non sono figli dell’età contemporanea, sono figli di domani, così alla moda, così aperti, così ironici che le pagine scorrono tra risate incontrollabili, un sorriso sbalordito davanti alla raffinatezza del narratore e un innato affetto verso zia Mame, eccentrica, esuberante, pazza, intellettuale, determinata. Candida e folle quel tanto da riuscire a fare di ogni piccolo o grande dramma un nuovo inizio. Dopo aver conosciuto una così, nulla vi sembrerà più tanto strano. Nemmeno un Natale con baci, brutte giacche e bigliettini al posto dei regali.

 

I libri hanno un loro fascino nascosto tra le pagine. Ma hanno anche un fascino esteriore, un loro modo di apparire che può catturare l’attenzione o incuriosire. A volte è un titolo che ci colpisce subito. L’immagine di copertina che ci rimane impressa. O un formato particolare. E se passeggiando per la libreria vi è capitato di adocchiare dei libri dall’aspetto snello, quasi slanciato da quanto stretto e lungo, allora avete avuto il piacere di incontrare i frutti della casa editrice Iperborea. Questi libri dall’aspetto particolarissimo contengono un tesoro prezioso e spesso ancora da scoprire: la letteratura del Nord Europa,  un mondo scandito da un ritmo tutto suo, un’umanità possente e tenera, autori e storie che prima del 1987 – anno di nascita della casa editrice Iperborea – in Italia erano quasi totalmente sconosciuti. Come mi ha raccontato la fondatrice Emilia Lodigiani.
Come è nata l’idea di creare una casa editrice “dedicata” alla letteratura del Nord Europa?
“L’idea è nata 23 anni fa da una passione personale. Ho avuto un primo approccio con la letteratura medievale del nord Europa, attraverso lo studio di Tolkien su cui avevo scritto un saggio ("Invito alla lettura di Tolkien" Mursia, nda). Poi ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Karen Blixen, che pur essendo danese scriveva in inglese e riuscivo quindi a leggerla. In quegli anni vivevo a Parigi e ho cominciato a cercare autori nordici nelle librerie, fino a scoprire la Bibliothèque Nordique di Saint-Geneviève specializzata in questa letteratura. Quando sono tornata in Italia ho però scoperto con dispiacere che gli autori nordici contemporanei non erano pubblicati e i classici erano quasi introvabili. Così nel 1987 ho partecipato alla Fiera di Francoforte con un progetto che prevedeva la pubblicazione di dieci dei più grandi autori nordici: non solo me li hanno concessi ma sono stati felici che qualcuno finalmente si interessasse a loro seriamente”.
Quali sono le peculiarità della narrativa proveniente da questi paesi?
“Ogni libro e ogni autore ha una sua storia. È però possibile cogliere alcune caratteristiche tipiche della letteratura del Nord Europea. Innanzitutto una grande fiducia nella narrazione, che ha una doppia origine: le saghe, ancora oggi vive e conosciute nei paesi scandinavi, tanto che in Islanda bambini giocano a Eric il Rosso; e la Bibbia, che in molti paesi è stato il primo esempio di narrativa. È spesso presente anche il tema ecologico: in nord Europa le persone vivono in mezzo a una natura forte e violenta, a cui si deve rispetto ma verso cui si prova anche un profondo senso di appartenenza. Ritroviamo inoltre l’importanza della storia, come ricerca delle proprie radici. E anche l’aspetto sociale, perché non dimentichiamoci che si tratta di paesi che hanno realizzato l’eguaglianza sociale e hanno raggiunto la parità uomo-donna un secolo prima di noi”.
Nei vostri libri non mancano nemmeno personaggi paradossali.
“Questo ha una triplice causa. Primo, uno dei difetti della società nordica è il pericolo di grande conformismo, non è un caso che gli intellettuali si oppongano alla società proprio per fuggire all’uniformità diventando spesso esseri estremi, capaci di creare a loro volta personaggi un po’ fuori. Il secondo motivo è da ricercare nell’alcool che è una frequente valvola di sfogo alla cappa di controllo personale, sociale e religioso che vige in questi paesi. Infine, influiscono anche i miei gusti personali, in quanto a me piacciono molto questi personaggi un po’ folli”.
Quali sono i libri adatti per iniziare un viaggio nella narrativa nord europea?
“Consiglierei i libri che hanno ottenuto un seguito di pubblico più vasto. L’anno della lepre di Arto Paasilinna, che racconta un viaggio attraverso la Finlandia in cui si incontrano tutti i gruppi sociali scandinavi. Un altro libro è La vera storia del pirata Long John Silver di Bjorn Larsson, in cui nonostante la trama avventurosa è forte l’approccio etico. Qui la libertà viene descritta come una conquista che ha dei costi e questo nella letteratura nordica è un passaggio molto importante: la realizzazione dei sogni è un lavoro faticoso, che comporta anche negoziazioni, ma che alza il livello umano dell’essere”.
Quali sono i capolavori che un lettore non dovrebbe perdersi?
“I libri che amo sono davvero tantissimi. “L’oratorio di Natale” di Goran Tunstrom, “Scrittura cuneiforme” e “La casa della moschea” di Kader Abdolah e “Il medico di corte” di Per Olov Enquist. Ci sono però anche giovani davvero molto interessanti come Johan Arstad, autore di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” un libro che è piaciuto moltissimo a Paolo Giordano (Premio Strega per “La solitudine dei numeri primi” nda). Inoltre da quest’anno abbiamo inaugurato una collana dedicata ai gialli, a cui oggi si dedicano tantissimi autori per descrivere le difficoltà del nostro tempo ”.
Le lingue del nord Europa sembrano particolarmente difficili e poco diffuse, come viene affrontato il problema della traduzione?
“In una casa editrice che pubblica solo libri tradotti da altre lingue deve esserci una cura spasmodica per la traduzione. In alcune lingue, come lo svedese, ci sono tanti e bravi traduttori, mentre per il finlandese e l’islandese non ce ne sono più di due o tre e questo comporta che ci siano pochi libri tradotti da queste lingue. Però in realtà, fatta eccezione per il finlandese, le lingue scandinave non sono così difficili: per chi conosce bene inglese e tedesco sono piuttosto facili da imparare. È però importante sottolineare che sono lingue piuttosto povere di vocaboli quindi la traduzione in italiano comporta un lavoro di ampliamento del vocabolario, anche perché mentre la letteratura scandinava non ha paura della ripetizione, da noi non è ammessa”.

 
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