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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 17/06/2011 @ 15:12:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1476 volte)

 

Manca pochissimo al taglio del nastro di Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, in scena nel centro storico di Rimini dal 17 al 19 giugno.
Una rassegna annunciata su Facebook da un vero e proprio calendario dell’avvento, che ogni giorno proponeva ad amici e fan piccoli estratto dai libri presenti al festival. E stralcio dopo stralcio, il gran giorno è arrivato portando con sé grande fermento nella città, ma soprattutto grande emozione e aspettative tra i ragazzi che finalmente potranno incontrare i loro idoli e scoprirne magari di nuovi.
“Un eroe del nostro tempo” inaugurerà il festival: l’evento dedicato a Giovanni Falcone vedrà protagonisti Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci,e Luigi Garlando autore di “Per questo mi chiamo Giovanni”, presentati dal giornalista Carlo Annese (venerdì 17 giugno, ore 15, Teatro degli Atti). Sempre nel pomeriggio di oggi si svolgerà l’unico incontro interamente rivolto agli adulti, “Ti racconto il presente”, una tavola rotonda dedicata alla capacità che la narrativa per ragazzi odierna deve avere di raccontare la realtà, affrontando anche le storie più tragiche, più scomode, senza trascurare la sensibilità e la passione dei loro giovanissimi interlocutori. Interverranno Anna Antoniazzi, Paola Capriolo, Fabio Geda, Beatrice Masini (Sala dell’Arengo, ore 17). Un appuntamento rivolto ai ragazzi ma che potrebbe ottenere un grande successo anche tra chi ragazzo non lo è più da un bel po’ è “Capitano, mio Capitano!”, dove l’esperto di letteratura per ragazzi Antonio Faeti e l’illustratore Fabian Negrin si confrontano sulla figura e l'opera del sempre amatissimo Emilio Salgari (Castel Sismondo, ore 16.30).
Grande attesa per lo spagnolo Jordi Sierra i Fabra e il suo “Kafka e la bambola viaggiatrice” (Museo della Città, Sala del Giudizio, ore 18), e per la nostrana Cecilia Randall, l’autrice della saga “Hyperversum” e di “Gens Arcana”, un fantasy ambientato nella Firenze di Lorenzo il Magnifico (cortile della biblioteca, ore 18).
E tra cacce al tesoro, aperitivi con gli autori e mostre, la prima giornata del festival si concluderà con un reading – o meglio, una maratona di lettura – a tutto fantasy nel suggestivo cortile di Castelsismondo (ore 22.30). Tutti “Stregati dalla luna” in attesa di un altro giorno a Mare di Libri.

Il programma completo dell'evento lo trovate qui

Da San Marino Fixing

 

La Storia antica non si impara solo su manuali e annali. La Storia a volte diventa un romanzo. E quando l’autore ama l’epoca di cui scrive, quando l’autore conosce benissimo il tempo di cui scrive, si può permettere di inventare personaggi, mettere in primo piano situazioni marginali – fittizie o indimostrabili ma che potevano esistere tra le innumerevoli pieghe della grande storia - e attraverso piccole fantasie farci entrare nello spirito dell’epoca, nella sua ideologia, nel suo dramma più profondo, per dimostrare a tutti che la storia non è una placida lista di eventi accaduti troppo tempo fa.
L’Anabasi di Senofonte può trasformarsi da fucina di versioni di greco, da far tradurre agli studenti del classico, a una grande avventura piena di passioni e intrighi, se si pensa che all’epoca di Ciro - e dei tremila mercenari da lui assoldati - Senofonte aveva vent’anni, era bello come un dio greco, capace di innamorarsi perdutamente, di combattere senza risparmiare una goccia di sangue, ed era anche capace di tradire, miseramente. Ed è così che lo racconta Valerio Massimo Manfredi che con L’armata perduta riscrive l’Anabasi con uno stile leggero, quasi cinematografico, e la riscrive per mano di una donna che in una notte decide il suo destino, lascia tutto per seguire Senofonte senza nemmeno sapere la sua lingua, e lo accompagna e lo sostiene fino alle estreme conseguenze. L’Anabasi diventa così un viaggio epico, testimonianza di un mondo, di una maniera di vivere e scegliere, che coinvolge anche chi con la Storia ci ha sempre litigato. Il fascino della Storia non è contenuto nella guerra, non si placa nei patti e nelle alleanze. Il fascino della Storia non è solo nelle sue conseguenze, nei suoi modelli, ma anche nelle sue intenzioni, nei suoi imprevedibili risvolti, nella sua umanità. La Storia ci racconta che ci sono stati giorni in cui un milione di persiani erano polvere davanti a trecento spartani se a comandare i trecento c’era Leonida. La battaglia delle Termopili è un’impresa che mozza il fiato e non è meno potente se contenuta in un buon romanzo invece che in un saggio. Ne Le porte di fuoco Steven Pressfield non tradisce il suo valore storico ma con un sapiente intreccio tra verità storica e fiction ne sottolinea l’eccezionale portata, rendendola fruibile e permettendo di coglierne il profondo valore anche a chi non è mai stato un appassionato di storia. Perché la Storia è di tutti, anche di chi non ricorda le date, anche di chi non deve insegnarla, anche di quelli che non sono obbligati a studiarla.

Da Fixing n. 22

 
Di Simona (del 10/05/2011 @ 20:36:33, in I miei articoli su Fixing, letto 1360 volte)

I libri sanno cosa sia la realtà. Si servono di idee, storie, indagini per mostrare l’andamento di un tempo sempre più confuso: il nostro. Forse è sempre stato così. Forse non esiste nulla di più difficile da comprendere di quello che si sta vivendo. Eppure bisogna tentare. Solo capendo – comprendendo, come in un grande abbraccio – si può davvero risolvere. O meglio, si può intraprendere un cammino che porti alla soluzione. Non è quindi un caso che uno dei temi portanti del 24° Salone internazionale del libro di Torino – in programma al Lingotto dal 12 al 16 maggio - sia il “futuro prossimo”, ovvero “questioni irrisolte che richiedono analisi rigorose”.
Giornalisti, scrittori, filosofi affronteranno i grandi punti interrogativi che segnano (e sfregiano) la contemporaneità, nel tentativo di capire l’oggi e dall’oggi partire per una semina di nuovi gesti e nuove consapevolezze, che daranno frutto domani.
Il procuratore antimafia Pietro Grasso parlerà di crimine organizzato, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – autori di “Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia” (Rizzoli) punteranno i riflettori sulle ombre nella gestione dei beni culturali, mentre Lorenzo Pinna partendo dal suo “Autoritratto dell’immondizia” (Bollati Boringhieri) affronterà la scottante questione dei rifiuti. Ma non solo, ci saranno incontri dedicati alla scuola con Paola Mastrocola (autrice di “Togliamo il disturbo”, Guanda), alla situazione degli operai nei tempi della crisi con il giornalista Antonio Sciotto, all’immigrazione con il magistrato Paolo Borgna (autore di “Clandestinità”, Laterza), e alla fuga dei cervelli con il sociologo canadese Derrick De Kerckhove, a testimonianza di una cultura che non vive sospesa in una torre d’avorio ma che impasta le sue mani nella realtà per indagare, informare, proporre spunti di riflessione e per non permettere a nessuno di poter dire “ma io non lo sapevo”.
Le tematiche messe in gioco dal Salone del libro non riguardano solo i lettori più o meno accaniti, non riguardano un circolo eletto di intellettuali, né si rivolgono a vecchi dandy nostalgici dal vocabolario forbito. Queste tematiche riguardano tutti, per il semplice fatto di essere membri di una società caratterizzata – inevitabilmente – anche da queste problematiche.
Leggere non significa solo appassionarsi a un romanzo. Leggere significa appassionarsi alla realtà, sentirsi parte della realtà, e procurarsi gli strumenti giusti – conquistare un nuovo modo di pensare e agire - per arrivare un giorno a cambiarla questa realtà.

Da Fixing n. 18

 
Di Simona (del 13/04/2011 @ 15:35:28, in I miei articoli su Fixing, letto 1954 volte)
Nell’ultimo mese sono stata molto a scuola. In particolare, un laboratorio di scrittura creativa mi ha riportata alle elementari.
Tutto ha avuto inizio con un articolo scritto per Fixing, dedicato agli anziani nel mondo della letteratura. Un articolo che ha spinto una maestra di Cattolica a contattarmi per un laboratorio dedicato alla memoria e ai suoi custodi a noi più vicini, i nostri anziani, i nonni dei bambini.
Nel caso qualcuno avesse dei dubbi, confermo che a scuola si va sempre per imparare qualcosa, anche quando non hai più l’età per essere uno scolaretto, e anche quando stai dalla parte opposta della cattedra rispetto a quando avevi nove anni. E se le maestre sono la guida dei bambini, i bambini sono gli insegnanti di tutti i maggiorenni che entrano in classe. E devo ammettere che il più delle volte sono insegnanti spassosi, perché se non fosse per loro certe realtà rimarrebbero del tutto sconosciute a noi adulti. Se non fosse per loro non avrei scoperto che ci sono nonni più saggi di google. Ci sono anziani che – per il solo fatto di essere anziani – non possono avere difetti. Ci sono persone uniche come tesori in fondo al mare. Ma soprattutto ci sono bambini con una grande voglia di raccontarsi, perché a volte anche se si è molto giovani si hanno già storie importanti sulle spalle e nel cuore, e sarebbe un peccato non metterle nero su bianco, perché una volta adulti quegli stessi ricordi avranno altre sfumature, altri contorni. Crescendo si rischia di dimenticare con quali occhi si guardava il mondo da bambini, e si perde per sempre cosa pensavamo di nostro nonno, e cosa combinava di buffo la nonna. La donna che è stata bambina non si ricorda più di quando il nonno la chiamava amore della mia vita e non si ricorda della risatina che le scappava quando la nonna la incolpava dei piccoli pasticci che lei – e non la bambina – faceva in cucina.
E il bambino diventato uomo si dimentica di quanto fosse divertente stare steso sul divano col babbo e la mamma a guardare il nonno che imitava Fantozzi, tirandosi i pantaloni su su fin quasi alle ascelle. Nello stesso modo si perdono i racconti dei nonni, che sono una memoria orale che non durerà per sempre, se non ci sarà qualcuno a tramandarla. Sono preziose le parole dei nostri anziani perché ci parlano di un tempo che noi non abbiamo conosciuto e che - anche se possiamo leggerlo sui libri - acquista tutto un altro sapore quando a descrivercelo è chi lì c’era per davvero. I ricordi dei nonni sono testimonianze di un mondo che non abbiamo vissuto. I ricordi di un bambino sono il seme di un futuro che non possiamo prevedere. La scrittura non può modificare il passato e non può salvaguardare il futuro, ma può ricordarci chi siamo stati per un certo periodo e chi ci ha accompagnati per un tratto del viaggio. Azioni e conclusioni, poi, non spettano alla penna.

Da Fixing n. 13
 
Di Simona (del 06/03/2011 @ 08:13:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1541 volte)

Mi piacerebbe che una donna camminasse per strada stretta nel suo cappotto per il freddo, non per la paura.
Mi piacerebbe che una donna potesse tremare di felicità all’idea di avere una figlia, e non di terrore per quello che potrebbe capitarle.
Mi piacerebbe che una donna non fosse un filo d’erba in un fascio stantio, perché è quello che lei fa che definisce chi è, non quello che fanno gli altri. O le altre. E nemmeno quello che gli altri pensano o pretendono.
Mi piacerebbe che una donna credesse nell’ispirazione, credesse di essere ispirazione. Lei che può ispirare uomini e popoli, una famiglia o una generazione, e non come una musa immobile e distaccata, ma come chi per prima – e senza avere nulla in mano – sa accendere il fuoco e con sforzi da raffinata equilibrista sa mantenerlo acceso. Anche sotto gli sputi. Anche sotto gli anni.
Mi piacerebbe che una donna potesse essere libera di fare tutto – libera di essere e diventare - e in questa libertà scegliesse sempre la dignità.
Mi piacerebbe che una donna non fosse un’imitazione del maschio. Ma mi piacerebbe anche che fosse molto di più di una femmina.
Mi piacerebbe che in ogni donna abitasse una determinazione e una forza che non dimenticano mai la dolcezza, che preserva la sua più profonda bellezza.
Mi piacerebbe che una donna sapesse accadere, come accadono le stagioni e le imprese storiche, che cominciano così piano, così da lontano, che quasi non te ne accorgi, che quasi non le prendi in considerazione, ma intanto accadono, lavorano e vivono, e trasformano, e si trasformano.
E un po’ mi dispiace. Mi dispiace per tutti quelli che non ci credono, per quelli (e quelle) che non credono che una donna possa essere poi questa gran cosa, per quelli che non credono che in una donna viva questa gran volontà, questo vivo desiderio, per quelli che di una donna non colgono i silenzi, gli sguardi accesi e poi subito quieti, il suo fare nascosto a occhi ciechi, il suo fare perpetuo a occhi onesti. Mi dispiace. Mi dispiace perché anche se loro non ci credono, le donne accadono e dopo nulla sarà più come prima.

 

Da Fixing n. 9

Si parla così tanto di donne in questo periodo, che sinceramente non credo che qualcuno sentisse l’esigenza di un nuovo – ennesimo - articolo. Ma poi ho pensato che l’8 marzo è la festa delle donne, e ancora di più ho pensato che il 17 marzo si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia e il mio pensiero è andato chiaramente a Garibaldi, ma ancora di più ad Anita, eroina del Risorgimento, ma soprattutto una donna come poche al mondo. E allora ci tenevo a sottolineare che la categoria di “donne come poche al mondo” non si è esaurita con la sua morte nel 1849. Il mondo è andato avanti. E così le sue donne.


 

 
Di Simona (del 17/02/2011 @ 15:56:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1588 volte)

Dove sono le radici dell’uomo? A chi sentiamo di appartenere? A quale dove? O altrove?
Le radici più vicine e allo stesso tempo più “esterne”, più visibili, sono i genitori, che li si ami o li si odi si cresce avendoli in fronte. Il loro esempio scandisce le età, sia che si decida di imitarli che di contrastarli. Siamo figli, tutti. Nelle infinite differenze che rendono ogni individuo unico, c’è una radice comune a qualsiasi essere umano, siamo – obbligatoriamente – figli.
Figli esuberanti, così anticonformisti da non essere capiti dagli altri, da essere derisi e umiliati come la dolce “Stargirl” di Jerry Spinelli (Mondadori), che gira con un topolino in tasca e suona l’ukulele per il compleanno di ogni ragazzo della scuola, veste stravagante e conquista un cuore, solo uno, ma importante.
Figli che richiedono attenzioni speciali, come ne “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon (Einaudi), dove Cristopher è un ragazzo autistico, figlio di un padre che lo ama e lo accudisce ma che gli mente, e tanto si può perdonare a un genitore tranne la menzogna.
Figli stupiti dall’unicità che ogni uomo porta addosso, come una medaglia o un fardello. Un figlio-bambino come quello che ci racconta David Grossman ne “L’abbraccio” (Mondadori), spaventato dalla solitudine che ogni creatura deve affrontare, in nome di un’unicità che non sembra nemmeno questa gran cosa… Un racconto che ha la delicatezza della fiaba e il conforto di una madre (un racconto che si può trovare in “Ruti vuole dormire e altre storie” o in un libro a sé, con le suggestive illustrazioni di Michal Rovner). Figli che non possono contare su madri accasciate nel mondo ovattato dagli psicofarmaci e su padri in vacanza con la segretaria, come quelli raccontati da Isabella Santacroce in “Fluo” (Rizzoli), ragazzi che non possono ribellarsi a genitori assenti e si ribellano a se stessi, e ti chiedi come riescano a scorgere nel delirio ancora qualche valore.
Letteratura, narrativa, realtà sono piene di figli protagonisti di vite, di vicende che partono molto prima della loro nascita, dei loro primi passi, perché i figli sono inevitabilmente una storia che viene da lontano.

Da Fixing n. 5

 
Di Simona (del 02/02/2011 @ 15:26:30, in I miei articoli su Fixing, letto 1090 volte)

 Il nuovo anno porta inevitabilmente con sé (buoni?) propositi. Anno nuovo, vita nuova, è un luogo comune a cui si scappa a fatica. Un po’ perché quando le cose non vanno esattamente benissimo a qualcosa bisogna aggrapparsi, per cercar di vedere il bicchiere mezzo pieno. Un po’ perché l’esistenza è movimento e allora tanto vale prepararsi al cambiamento.
A volte i cambiamenti sono plateali. Cambi di vita che comprendono cambio di lavoro, di amicizie, e – conseguentemente – di consuetudini. Qualcosa di drastico e definitivo, per ripartire daccapo.
A volte il cambiamento avviene per gradi, tanto che da fuori non si notano “evidenti novità” quanto “indizi di trasformazione”. C’è chi comincia con il taglio di capelli. C’è chi vuole sradicarsi dalle sue abitudini: una sera spegne la tv, la sera dopo accende lo stereo, e la sera dopo va ad ascoltare un po’ di musica dal vivo, e scopre che non puoi dire di aver ascoltato musica finché non hai assistito a un concerto, qualunque sia il genere che ami. E c’è chi uscendo di casa per una passeggiata o qualche compera decide di infilarsi in una libreria. Anche solo per curiosità. Anche solo per cercare una risposta alla domanda che gli è sempre sorta sulle labbra osservando un libro: perché leggere oggi? La televisione ci racconta di tutto. In radio passano più parole, fatti e opinioni che musica. Va bene sfogliare un giornale per essere informati, ma perché sforzare la vista su un libro? O addirittura su un romanzo?
Partendo dal presupposto che non è obbligatorio leggere, che ci sono persone felici, alcune addirittura sagge, che leggono pochissimo, bisogna comunque ammettere che l’essere umano ha bisogno di storie. E a volte non bastano quelle della tv, e non sono sufficienti quelle del cinema o del teatro, perché a volte non basta stare a guardare, c’è bisogno di storie a cui partecipare. Ogni lettore contribuisce alle storie dei libri con la propria immaginazione. Ogni sorriso che viene descritto, ogni profumo che si diffonde tra le pagine, ogni stanza che si apre tra le righe ha una luce, una fragranza e un’ampiezza diversa a seconda di chi la coglie. È come se l’autore dicesse “io il mio lavoro l’ho fatto, posso arrivare fin qui, ma ora tocca a te. Tocca a te completare questa creatura piena di eventi e caratteri, e dargli un senso – un senso che magari io, autore, non ho minimamente sospettato ma che per te è l’unica chiave di lettura di questa storia”.
Un buon autore racconta storie ma lascia al lettore la sua interpretazione. Un buon autore non scrive con l’obiettivo di dare messaggi o di convincere tutti della propria opinione. Ogni riflessione, sogno o delusione che scaturisce tra le pagine di un libro appartiene al lettore. È come trovarsi in centinaia davanti alla torre Eiffel. Lei è lì, grande, imponente, storica e simbolica. Ma alzando gli occhi verso la sua cima c’è chi griderà “è immensa!” e chi “me l’aspettavo più grande”, chi si stupirà nel trovarla meravigliosa e chi deluso la considererà una mostruosità. I libri sono la torre Eiffel, solo più sfaccettata. E ovunque.
Non sarà un romanzo a trasformare la vita, e forse nemmeno a innescare il cambiamento, così come non sarà un concerto a svelare il cuore della musica o una torta fatta in casa a risvegliare il gusto (di mangiare e cucinare). Ma se proprio si vuole cambiare da qualche parte bisogna cominciare. E allora si può cominciare immaginando una vita diversa, conoscendo storie e persone differenti da quelle cui siamo abituati, o scoprendo piccole azioni – e reazioni – che non avevamo mai preso in considerazione. Si può cominciare rallentando un po’, fermandosi un momento, con un libro in mano o davanti a un amico che ti racconta come va. Si può cominciare mettendosi in ascolto, perchè ogni giorno ci sono pagine, persone e atteggiamenti che raccontano. E ascoltare può non essere il primo proposito per il nuovo anno, ma sicuramente può rivelarsi una grande possibilità.


Da Fixing n.2

 
Di Simona (del 05/12/2010 @ 11:29:20, in I miei articoli su Fixing, letto 1893 volte)

Fare regali a volte è più bello che riceverne. Almeno secondo alcuni… Ma come si fa a fare regali in un Natale che arriva nel bel mezzo di una crisi? Ci si potrebbe, per esempio, buttare sul vintage.
Il mercato dell’usato ma tenuto bene va molto di moda anche tra i libri, tanto che dal 5 all’8 dicembre a Milano si svolgerà la Fiera del libro usato, dedicato a tutti quei romanzi, saggi o fumetti fuori commercio ma non per questo meno amati.
Per chi non riuscirà ad andare a Milano le soluzioni, comunque, non mancano. Si può ricorrere alle bancarelle che nelle piazze delle città o dei paesi mettono in mostra libri vecchi e ingialliti, quelli che hanno un odore al limite del fastidioso ma che racchiudono storie, aneddoti e saggezze da riscoprire. Se la polvere e la copertina consumata non vi sembrano abbastanza dignitosi per un regalo, allora andate tranquillamente in libreria, dove non ci sono libri usati ma sconti, offerte e tascabili che racchiusi con pacchettino e fiocco (di cui di solito si occupano i librai) fanno una bella figura.
E tra le letture vintage – libri che non sono usciti ieri ma che rimangono sempre di gran moda - non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ci sono fumetti d’annata come Calvin e Hobbes di Bill Watterson, un autore straordinario che attraverso le avventure di Calvin, un bimbo di sei anni iperattivo, e del suo migliore amico Hobbes, una tigre di peluche che diventa viva solo quando sono soli, conduce i lettori in un mondo di spensieratezza, dove i bambini commettono piccoli disastri perché sono curiosi e ingenui, non perché hanno già imparato l’odio.
E dato che siamo tutti un po’ pirati, esploratori e corsari in un mondo che sembra piatto e cementato ma nasconde più insidie di tutti i sette mari messi insieme, ci si può buttare sui grandi classici dell’avventura senza paura di essere fuori tempo. Se vedessero a quali lotte e imprese dobbiamo far fronte ogni giorno, anche Salgari e Verne sarebbero fieri di noi.
E poi ci sono i libri di quei grandissimi che riescono a raccontare chi siamo, o chi siamo stati, servendosi della comicità e dell’ironia come Adams Douglas e Beppe Severgnini. Un’arte rara, difficile, che richiede sensibilità e umiltà, perché come disse il maestro Mario Monicelli: “È un destino crudele quello di far ridere, se ci riesci sei un buffone, se non ci riesci sei ridicolo. Ma in entrambi i casi non sarai mai considerato una persona seria”.

Da Fixing n.46



 
Di Simona (del 11/11/2010 @ 15:58:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1246 volte)

Ci sono pagine rock sparse nelle biblioteche del mondo. E pagine che sanno di jazz. E pop. Alcune sono terribilmente pop. Libri che sanno di musica più di certe radio.
Ci sono le canzoni compagne di una vita per Rob, adolescente di trentacinque anni che si aggira nella Londra anni Novanta tratteggiata da Nick Hornby in “Alta fedeltà”. Rob vuole raccontarci tutte le sue relazioni andate male. E per farlo non può non parlare di Aretha Franklin e Marvin Gaye, di una auspicata rivoluzione musicale (da cui ne uscirebbero maluccio pure gli U2), dei brani sognati per il suo funerale (che comprenderebbero anche qualcosina di Bob Marley) e delle migliori canzoni di Elvis Costello. E se anch’io dovessi fare una top five – di cui Rob va pazzo - delle “band da romanzo del ventunesimo secolo” non potrei escludere i Muse. Stephenie Meyer confessa che senza di loro “Twilight” non sarebbe stata la stessa cosa. Il ritmo serrato delle lotte tra vampiri, la velocità a tratti sincopata delle corse di Edward con Bella sulle spalle le dobbiamo anche al gruppo di Matthew Bellamy, a cui l’autrice dedica “Breaking dawn”, ultimo capitolo della saga.
A volte la musica diventa più bella del libro che la racchiude, come in “Una notte al club” di Gailly Christian, dove il jazz colma di fascino le pagine di una storia debole e senza sorprese, in cui il grande pianista Simon Nardis muore e risorge dalle sue ceneri. Aveva detto addio alla musica. La musica lo stava distruggendo. Ma in una notte – in una sola notte di vodka e fumo – la musica decide di riprenderselo. Lo vuole di nuovo suo. Rivuole indietro il pianista che si stava uccidendo di jazz.
È quando le parole non bastano più che arriva la musica. Diventa l’unica lingua disponibile per esprimere sentimenti troppo forti o contorti. Speranze e delusioni, che avrebbero bisogno di capitoli su capitoli, vengono compressi nel titolo di una canzone. Quindi non c’è bisogno di un tomo di trecento pagine per capire il vecchio Alex di diciassette anni, che pedala a ritmo dei Clash, sogna di fare il cronista con una maglietta dei Ramones addosso e che s’innamora di una ragazza che è un intero disco di Battisti. Bastano le 173 pagine di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi per capire che in fondo almeno una volta nella vita è capitato a tutti di sentirsi “inutile e triste come la birra senz’alcool”. E allora la musica aiuta, che sia il punk del vecchio Alex. O il Tom Waits dei tempi migliori. Ognuno scelga la sua canzone. E che sia la più grande!

Da Fixing n. 42





 
Di Simona (del 05/10/2010 @ 16:38:07, in I miei articoli su Fixing, letto 1596 volte)

Non sono ancora entrata nella mentalità dell’eBook. Il libro elettronico da leggere sull’eReader (che può essere il telefonino, il computer e i suoi derivati più snelli) non mi dà soddisfazione. Mi piace avere carta tra le mani, sottolineare con la matita, fare delle belle orecchie alle pagine se c’è un punto che vorrei ritrovare per sempre. Mi piace leggere senza essere obbligata a guardare uno schermo. Mi piace scegliere un romanzo vagando da scaffale a scaffale in libreria.
E se sono in fila alle Poste, se sto aspettando qualcuno, o se sono in giro e vedo una panchina o un bel muretto dove sedermi a gambe incrociate, mi piace tirar fuori il mio vetusto libro e leggere, e magari schiacciarci nel mezzo un fiore, lo scontrino delle Poste, il tovagliolino del bar dove ho preso il caffé con un amico.
Ma non siamo tutti uguali. Ed è questo il bello. Sempre. Conosco persone che nell’eBook vedono il futuro della scrittura e dell’editoria (soprattutto per i piccoli editori è una possibilità in più per diffondere le proprie opere, contenendo i costi). Conosco anche persone che hanno tentato questo nuovo modo di leggere ma ne sono rimasti delusi. Soprattutto quelli che hanno comprato un eBook, poi lo hanno stampato e rilegato, spendendo – a livello monetario e ambientale – quasi quanto comprare un libro tradizionale.
Ma come fa un lettore cosiddetto forte a trovare spazio per tutti i libri se non convertendosi all’eBook, che avrà pure i suoi limiti ma è indubbiamente a ingombro zero?
Innanzitutto ci sono le biblioteche, mai abbastanza frequentate.
In secondo luogo, non è necessario tenere con sé tutti i libri che si leggono.
Personalmente tra i miei scaffali ci sono solo quelli che per me hanno un valore e che – negli anni – avrò il piacere di riprendere in mano, fosse anche solo per una frase.
Per tutti quei libri che invece non mi lasciano granché ho delle alternative di vita.
Seguendo il presupposto che il libro che non piace a uno può diventare il preferito di un altro, valuto se tra i miei amici c’è qualcuno che può apprezzare quello che non ho apprezzato io.
Libri da intellettuali per cui io sono troppo frivola, libri rosa per cui non sono abbastanza romantica, libri di fantascienza per cui non sono abbastanza sveglia diventano così regali per amici più intellettuali, romantici o svegli di me. Un regalo dichiaratamente“riciclato” ma sentito, che crea anche un’occasione di confronto, che non fa mai male.
Ci sono poi libri che non abbiamo amato – o che non amiamo più - ma che se hanno un loro perché possono essere donati a biblioteche, scuole o associazioni.
Non è da scartare nemmeno la soluzione del book crossing. Si lascia un libro su una panchina e qualcuno lo prenderà. Ci sono centri commerciali che hanno uno spazio apposito dedicato a questa pratica: uno scaffale in cui appoggiare il libro, come a casa, solo che lo scaffale è di tutti.
Se il libro che ho letto, invece, è proprio brutto - così brutto che mi dispiace che qualcuno lo legga per mano mia - lo tengo da parte e aspetto l’inverno per seguire l’esempio di Pepe Carvalho - investigatore protagonista di tante geniali storie di Vazquez Montàlban - che brucia i libri nel camino, pagina per pagina, con mal celata soddisfazione.

Da Fixing n. 37


 
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