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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 17/02/2011 @ 15:56:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1535 volte)

Dove sono le radici dell’uomo? A chi sentiamo di appartenere? A quale dove? O altrove?
Le radici più vicine e allo stesso tempo più “esterne”, più visibili, sono i genitori, che li si ami o li si odi si cresce avendoli in fronte. Il loro esempio scandisce le età, sia che si decida di imitarli che di contrastarli. Siamo figli, tutti. Nelle infinite differenze che rendono ogni individuo unico, c’è una radice comune a qualsiasi essere umano, siamo – obbligatoriamente – figli.
Figli esuberanti, così anticonformisti da non essere capiti dagli altri, da essere derisi e umiliati come la dolce “Stargirl” di Jerry Spinelli (Mondadori), che gira con un topolino in tasca e suona l’ukulele per il compleanno di ogni ragazzo della scuola, veste stravagante e conquista un cuore, solo uno, ma importante.
Figli che richiedono attenzioni speciali, come ne “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon (Einaudi), dove Cristopher è un ragazzo autistico, figlio di un padre che lo ama e lo accudisce ma che gli mente, e tanto si può perdonare a un genitore tranne la menzogna.
Figli stupiti dall’unicità che ogni uomo porta addosso, come una medaglia o un fardello. Un figlio-bambino come quello che ci racconta David Grossman ne “L’abbraccio” (Mondadori), spaventato dalla solitudine che ogni creatura deve affrontare, in nome di un’unicità che non sembra nemmeno questa gran cosa… Un racconto che ha la delicatezza della fiaba e il conforto di una madre (un racconto che si può trovare in “Ruti vuole dormire e altre storie” o in un libro a sé, con le suggestive illustrazioni di Michal Rovner). Figli che non possono contare su madri accasciate nel mondo ovattato dagli psicofarmaci e su padri in vacanza con la segretaria, come quelli raccontati da Isabella Santacroce in “Fluo” (Rizzoli), ragazzi che non possono ribellarsi a genitori assenti e si ribellano a se stessi, e ti chiedi come riescano a scorgere nel delirio ancora qualche valore.
Letteratura, narrativa, realtà sono piene di figli protagonisti di vite, di vicende che partono molto prima della loro nascita, dei loro primi passi, perché i figli sono inevitabilmente una storia che viene da lontano.

Da Fixing n. 5

 
Di Simona (del 02/02/2011 @ 15:26:30, in I miei articoli su Fixing, letto 1061 volte)

 Il nuovo anno porta inevitabilmente con sé (buoni?) propositi. Anno nuovo, vita nuova, è un luogo comune a cui si scappa a fatica. Un po’ perché quando le cose non vanno esattamente benissimo a qualcosa bisogna aggrapparsi, per cercar di vedere il bicchiere mezzo pieno. Un po’ perché l’esistenza è movimento e allora tanto vale prepararsi al cambiamento.
A volte i cambiamenti sono plateali. Cambi di vita che comprendono cambio di lavoro, di amicizie, e – conseguentemente – di consuetudini. Qualcosa di drastico e definitivo, per ripartire daccapo.
A volte il cambiamento avviene per gradi, tanto che da fuori non si notano “evidenti novità” quanto “indizi di trasformazione”. C’è chi comincia con il taglio di capelli. C’è chi vuole sradicarsi dalle sue abitudini: una sera spegne la tv, la sera dopo accende lo stereo, e la sera dopo va ad ascoltare un po’ di musica dal vivo, e scopre che non puoi dire di aver ascoltato musica finché non hai assistito a un concerto, qualunque sia il genere che ami. E c’è chi uscendo di casa per una passeggiata o qualche compera decide di infilarsi in una libreria. Anche solo per curiosità. Anche solo per cercare una risposta alla domanda che gli è sempre sorta sulle labbra osservando un libro: perché leggere oggi? La televisione ci racconta di tutto. In radio passano più parole, fatti e opinioni che musica. Va bene sfogliare un giornale per essere informati, ma perché sforzare la vista su un libro? O addirittura su un romanzo?
Partendo dal presupposto che non è obbligatorio leggere, che ci sono persone felici, alcune addirittura sagge, che leggono pochissimo, bisogna comunque ammettere che l’essere umano ha bisogno di storie. E a volte non bastano quelle della tv, e non sono sufficienti quelle del cinema o del teatro, perché a volte non basta stare a guardare, c’è bisogno di storie a cui partecipare. Ogni lettore contribuisce alle storie dei libri con la propria immaginazione. Ogni sorriso che viene descritto, ogni profumo che si diffonde tra le pagine, ogni stanza che si apre tra le righe ha una luce, una fragranza e un’ampiezza diversa a seconda di chi la coglie. È come se l’autore dicesse “io il mio lavoro l’ho fatto, posso arrivare fin qui, ma ora tocca a te. Tocca a te completare questa creatura piena di eventi e caratteri, e dargli un senso – un senso che magari io, autore, non ho minimamente sospettato ma che per te è l’unica chiave di lettura di questa storia”.
Un buon autore racconta storie ma lascia al lettore la sua interpretazione. Un buon autore non scrive con l’obiettivo di dare messaggi o di convincere tutti della propria opinione. Ogni riflessione, sogno o delusione che scaturisce tra le pagine di un libro appartiene al lettore. È come trovarsi in centinaia davanti alla torre Eiffel. Lei è lì, grande, imponente, storica e simbolica. Ma alzando gli occhi verso la sua cima c’è chi griderà “è immensa!” e chi “me l’aspettavo più grande”, chi si stupirà nel trovarla meravigliosa e chi deluso la considererà una mostruosità. I libri sono la torre Eiffel, solo più sfaccettata. E ovunque.
Non sarà un romanzo a trasformare la vita, e forse nemmeno a innescare il cambiamento, così come non sarà un concerto a svelare il cuore della musica o una torta fatta in casa a risvegliare il gusto (di mangiare e cucinare). Ma se proprio si vuole cambiare da qualche parte bisogna cominciare. E allora si può cominciare immaginando una vita diversa, conoscendo storie e persone differenti da quelle cui siamo abituati, o scoprendo piccole azioni – e reazioni – che non avevamo mai preso in considerazione. Si può cominciare rallentando un po’, fermandosi un momento, con un libro in mano o davanti a un amico che ti racconta come va. Si può cominciare mettendosi in ascolto, perchè ogni giorno ci sono pagine, persone e atteggiamenti che raccontano. E ascoltare può non essere il primo proposito per il nuovo anno, ma sicuramente può rivelarsi una grande possibilità.


Da Fixing n.2

 
Di Simona (del 05/12/2010 @ 11:29:20, in I miei articoli su Fixing, letto 1853 volte)

Fare regali a volte è più bello che riceverne. Almeno secondo alcuni… Ma come si fa a fare regali in un Natale che arriva nel bel mezzo di una crisi? Ci si potrebbe, per esempio, buttare sul vintage.
Il mercato dell’usato ma tenuto bene va molto di moda anche tra i libri, tanto che dal 5 all’8 dicembre a Milano si svolgerà la Fiera del libro usato, dedicato a tutti quei romanzi, saggi o fumetti fuori commercio ma non per questo meno amati.
Per chi non riuscirà ad andare a Milano le soluzioni, comunque, non mancano. Si può ricorrere alle bancarelle che nelle piazze delle città o dei paesi mettono in mostra libri vecchi e ingialliti, quelli che hanno un odore al limite del fastidioso ma che racchiudono storie, aneddoti e saggezze da riscoprire. Se la polvere e la copertina consumata non vi sembrano abbastanza dignitosi per un regalo, allora andate tranquillamente in libreria, dove non ci sono libri usati ma sconti, offerte e tascabili che racchiusi con pacchettino e fiocco (di cui di solito si occupano i librai) fanno una bella figura.
E tra le letture vintage – libri che non sono usciti ieri ma che rimangono sempre di gran moda - non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ci sono fumetti d’annata come Calvin e Hobbes di Bill Watterson, un autore straordinario che attraverso le avventure di Calvin, un bimbo di sei anni iperattivo, e del suo migliore amico Hobbes, una tigre di peluche che diventa viva solo quando sono soli, conduce i lettori in un mondo di spensieratezza, dove i bambini commettono piccoli disastri perché sono curiosi e ingenui, non perché hanno già imparato l’odio.
E dato che siamo tutti un po’ pirati, esploratori e corsari in un mondo che sembra piatto e cementato ma nasconde più insidie di tutti i sette mari messi insieme, ci si può buttare sui grandi classici dell’avventura senza paura di essere fuori tempo. Se vedessero a quali lotte e imprese dobbiamo far fronte ogni giorno, anche Salgari e Verne sarebbero fieri di noi.
E poi ci sono i libri di quei grandissimi che riescono a raccontare chi siamo, o chi siamo stati, servendosi della comicità e dell’ironia come Adams Douglas e Beppe Severgnini. Un’arte rara, difficile, che richiede sensibilità e umiltà, perché come disse il maestro Mario Monicelli: “È un destino crudele quello di far ridere, se ci riesci sei un buffone, se non ci riesci sei ridicolo. Ma in entrambi i casi non sarai mai considerato una persona seria”.

Da Fixing n.46



 
Di Simona (del 11/11/2010 @ 15:58:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1213 volte)

Ci sono pagine rock sparse nelle biblioteche del mondo. E pagine che sanno di jazz. E pop. Alcune sono terribilmente pop. Libri che sanno di musica più di certe radio.
Ci sono le canzoni compagne di una vita per Rob, adolescente di trentacinque anni che si aggira nella Londra anni Novanta tratteggiata da Nick Hornby in “Alta fedeltà”. Rob vuole raccontarci tutte le sue relazioni andate male. E per farlo non può non parlare di Aretha Franklin e Marvin Gaye, di una auspicata rivoluzione musicale (da cui ne uscirebbero maluccio pure gli U2), dei brani sognati per il suo funerale (che comprenderebbero anche qualcosina di Bob Marley) e delle migliori canzoni di Elvis Costello. E se anch’io dovessi fare una top five – di cui Rob va pazzo - delle “band da romanzo del ventunesimo secolo” non potrei escludere i Muse. Stephenie Meyer confessa che senza di loro “Twilight” non sarebbe stata la stessa cosa. Il ritmo serrato delle lotte tra vampiri, la velocità a tratti sincopata delle corse di Edward con Bella sulle spalle le dobbiamo anche al gruppo di Matthew Bellamy, a cui l’autrice dedica “Breaking dawn”, ultimo capitolo della saga.
A volte la musica diventa più bella del libro che la racchiude, come in “Una notte al club” di Gailly Christian, dove il jazz colma di fascino le pagine di una storia debole e senza sorprese, in cui il grande pianista Simon Nardis muore e risorge dalle sue ceneri. Aveva detto addio alla musica. La musica lo stava distruggendo. Ma in una notte – in una sola notte di vodka e fumo – la musica decide di riprenderselo. Lo vuole di nuovo suo. Rivuole indietro il pianista che si stava uccidendo di jazz.
È quando le parole non bastano più che arriva la musica. Diventa l’unica lingua disponibile per esprimere sentimenti troppo forti o contorti. Speranze e delusioni, che avrebbero bisogno di capitoli su capitoli, vengono compressi nel titolo di una canzone. Quindi non c’è bisogno di un tomo di trecento pagine per capire il vecchio Alex di diciassette anni, che pedala a ritmo dei Clash, sogna di fare il cronista con una maglietta dei Ramones addosso e che s’innamora di una ragazza che è un intero disco di Battisti. Bastano le 173 pagine di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi per capire che in fondo almeno una volta nella vita è capitato a tutti di sentirsi “inutile e triste come la birra senz’alcool”. E allora la musica aiuta, che sia il punk del vecchio Alex. O il Tom Waits dei tempi migliori. Ognuno scelga la sua canzone. E che sia la più grande!

Da Fixing n. 42





 
Di Simona (del 05/10/2010 @ 16:38:07, in I miei articoli su Fixing, letto 1572 volte)

Non sono ancora entrata nella mentalità dell’eBook. Il libro elettronico da leggere sull’eReader (che può essere il telefonino, il computer e i suoi derivati più snelli) non mi dà soddisfazione. Mi piace avere carta tra le mani, sottolineare con la matita, fare delle belle orecchie alle pagine se c’è un punto che vorrei ritrovare per sempre. Mi piace leggere senza essere obbligata a guardare uno schermo. Mi piace scegliere un romanzo vagando da scaffale a scaffale in libreria.
E se sono in fila alle Poste, se sto aspettando qualcuno, o se sono in giro e vedo una panchina o un bel muretto dove sedermi a gambe incrociate, mi piace tirar fuori il mio vetusto libro e leggere, e magari schiacciarci nel mezzo un fiore, lo scontrino delle Poste, il tovagliolino del bar dove ho preso il caffé con un amico.
Ma non siamo tutti uguali. Ed è questo il bello. Sempre. Conosco persone che nell’eBook vedono il futuro della scrittura e dell’editoria (soprattutto per i piccoli editori è una possibilità in più per diffondere le proprie opere, contenendo i costi). Conosco anche persone che hanno tentato questo nuovo modo di leggere ma ne sono rimasti delusi. Soprattutto quelli che hanno comprato un eBook, poi lo hanno stampato e rilegato, spendendo – a livello monetario e ambientale – quasi quanto comprare un libro tradizionale.
Ma come fa un lettore cosiddetto forte a trovare spazio per tutti i libri se non convertendosi all’eBook, che avrà pure i suoi limiti ma è indubbiamente a ingombro zero?
Innanzitutto ci sono le biblioteche, mai abbastanza frequentate.
In secondo luogo, non è necessario tenere con sé tutti i libri che si leggono.
Personalmente tra i miei scaffali ci sono solo quelli che per me hanno un valore e che – negli anni – avrò il piacere di riprendere in mano, fosse anche solo per una frase.
Per tutti quei libri che invece non mi lasciano granché ho delle alternative di vita.
Seguendo il presupposto che il libro che non piace a uno può diventare il preferito di un altro, valuto se tra i miei amici c’è qualcuno che può apprezzare quello che non ho apprezzato io.
Libri da intellettuali per cui io sono troppo frivola, libri rosa per cui non sono abbastanza romantica, libri di fantascienza per cui non sono abbastanza sveglia diventano così regali per amici più intellettuali, romantici o svegli di me. Un regalo dichiaratamente“riciclato” ma sentito, che crea anche un’occasione di confronto, che non fa mai male.
Ci sono poi libri che non abbiamo amato – o che non amiamo più - ma che se hanno un loro perché possono essere donati a biblioteche, scuole o associazioni.
Non è da scartare nemmeno la soluzione del book crossing. Si lascia un libro su una panchina e qualcuno lo prenderà. Ci sono centri commerciali che hanno uno spazio apposito dedicato a questa pratica: uno scaffale in cui appoggiare il libro, come a casa, solo che lo scaffale è di tutti.
Se il libro che ho letto, invece, è proprio brutto - così brutto che mi dispiace che qualcuno lo legga per mano mia - lo tengo da parte e aspetto l’inverno per seguire l’esempio di Pepe Carvalho - investigatore protagonista di tante geniali storie di Vazquez Montàlban - che brucia i libri nel camino, pagina per pagina, con mal celata soddisfazione.

Da Fixing n. 37


 
Di Simona (del 22/09/2010 @ 12:18:01, in I miei articoli su Fixing, letto 1013 volte)

“Da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria”.
Silvia Avallone, Acciaio (Rizzoli)

Il romanzo d’esordio di Silvia Avallone non ha bisogno di presentazioni. Vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e seconda al Premio Strega (non ha vinto per un soffio contro Antonio Pennacchi e il suo “Canale Mussolini” Mondadori), in “Acciaio” l’autrice racconta la storia di Anna e Francesca, amiche inseparabili che vivono nei casermoni di via Stalingrado, a Piombino, una periferia operaia dove non è facile avere 14 anni.
“La mia intenzione era di parlare della realtà – racconta Silvia Avallone - La città di Piombino mi ha criticata, perché c’è chi crede che la letteratura debba fare pubblicità. Invece la letteratura può toccare tasti dolenti, ha un valore etico, là dove la tv tende a semplificare. Con il mio libro ho scardinato il mito operaio”. Una storia dove si alternano bellezza e squallore, arroganza e fragilità. “Dentro la bellezza e la verità c’è un nucleo di inquietudine che però secondo me aggiunge, non toglie – spiega Silvia Avallone - Sono andata a caccia di operai, di maschi che tradiscono le loro donne nei night, di donne che stanno a casa ad aspettare e in tutto ciò io ci ho visto la vittoria delle persone, dell’affetto, della comprensione. L’emancipazione della donna l’ho incontrata più in tv che nella realtà. E poi si parla molto di queste donne tanto emancipate, non hanno bisogno che la letteratura si scomodi per loro. Io invece racconto la realtà di donne brutte, grasse e che sanno poco l’italiano”.

Fixing n. 34 - 2010

 
Di Simona (del 13/09/2010 @ 12:02:51, in I miei articoli su Fixing, letto 1764 volte)

C’è un periodo per ogni cosa. Anche quando si parla di lettura. Se hai voglia di frivolezze non cominciare Borges o lo odierai per sempre. Se hai voglia di avventura non leggerti un saggio o ti avvilirai. Ma se una mattina ti svegli e decidi di prendere in mano il libro che da anni ti consigliano, fallo. E preparati. Alla delusione. O alla grande scoperta.
E grande è stata la scoperta leggendo “Cuori in Atlantide” di Stephen King (Sperling&Kupfer, 2000). Qui non è il maestro dell’horror a raccontare. Qui lo scrittore diventa la mano del destino, che in cinque racconti – all’apparenza scollegati ma in realtà inscindibili – compone una tela complessa di mistero e ineluttabilità.
Tutto ha inizio con “Uomini bassi in soprabito giallo”, con l’incontro tra il piccolo Bobby Garfield e l’anziano Ted Brautigan. E qui ci troviamo di fronte allo Stephen King che preferisco, quello capace di raccontare l’amicizia e i sentimenti – spesso contrastanti e intinti nel sopranaturale – con la profondità di una penna che non si appoggia sul foglio, ma lo squarcia. Anche quando è delicato, Stephen King è così potente da lasciarti l’amaro in bocca. E quando non è delicato, la violenza diventa qualcosa di selvaggio, non colpisce solo l’immaginario, ti mozza il fiato, ti fa male allo stomaco da quanto ci affonda il suo pugno. Poi il libro procede spiazzando il lettore. Nel secondo racconto (cha dà il titolo al libro) nuovo protagonista, nuova ambientazione, altri anni. Gli anni che vedono nascere i movimenti contro la guerra in Vietnam. Gli anni in cui comincia a vedersi in giro il simbolo della pace. E in cui incontriamo Carol – il primo amore di Bobby - al college. È una giovane donna. È il filo conduttore di una storia che prende forma quando tutti sono bambini. Bambini che non dimenticano. Bambini che diventano adulti pieni di rimorsi e convinzioni che sfociano nell’errore, in onore di una giustizia imparata da piccoli. E gli anni procedono negli altri racconti (“Willie il cieco” e “Perché siamo finiti in Vietnam”, sotto tono rispetto al resto). E raccontano la guerra. Quello che ha lasciato a chi è riuscito a tornare. Quello che ha lasciato a chi non è mai partito. Fino a “Scendono le celesti ombre della notte” – brevissimo racconto conclusivo – che riporta in qualche modo alle origini, come se solo da anziani si riuscisse a guardare allo specchio il bambino che si è stati, senza vergognarsi. Come se tornare dove tutto ha avuto inizio fosse un dolore da affrontare solo quando ne hai incontrati tanti altri, tanto più forti. Solo allora ci si può sedere nell’angolo del bosco dove non avresti voluto più tornare. Solo allora ti puoi sedere lì, senza avere più paura ma solo nostalgia. Perché sedendoti su quella panchina, aprendo un vecchio libro, quello che vedi non sono gli errori, ma l’attimo prima, il momento preciso in cui ancora dovevi compierli. Il momento in cui avresti potuto fare qualcosa di diverso. Il momento in cui eri un bambino che dava la caccia a code di aquiloni appese ai cavi del telefono.

Fixing n. 34 - 2010




 
Di Simona (del 16/08/2010 @ 10:07:32, in I miei articoli su Fixing, letto 1818 volte)


“E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene
a volte credo di esserne certo
a volte invece sembra tutto uno scherzo
fuggono gli occhi come falene…”

da Dylan Dog n° 74
Il lungo addio

A volte un addio capovolge il mondo per come lo conosciamo. E se il mondo in questione è quello di Dylan Dog l’effetto può essere devastante. E allora benvenuti nell’universo parallelo di Tiziano Sclavi, che ne “Il lungo addio” si allontana da mostri, indagini e scene splatter, per regalarci una poesia. Una poesia davanti a cui anche Groucho, l’assistente un po’ pazzo di Dylan Dog, per una volta – l’unica volta nella storia del fumetto! – non trova parole. Rimane zitto. Si comporta quasi da persona normale. Non servono le sue battute in queste tavole. O forse anche lui è sopraffatto dalla storia di Dylan e Marina, il primo amore dell’indagatore dell’incubo. Amore mai dichiarato e già perduto. Il presente e il passato si avvinghiano in una lenta danza onirica tra i disegni mozzafiato di Carlo Ambrosini. E la strada verso Moonlight - la strada che Dylan percorre per accompagnare a casa Marina – è un viaggio in un’estate lontana, in cui tutto poteva ancora accadere. Ma poi nulla è andato come pensavano. E questa Marina che ancora si passa due dita tra i capelli come faceva da ragazza, questa Marina che in un’estate ha reso Dylan Dog tanto di ciò che è ora, questa Marina non è più concreta di un sogno, non è più fisica di un ricordo. È solo un’occasione per dirsi addio. Come non avevano mai fatto.

Fixing n. 31 - 2010
 
Di Simona (del 12/08/2010 @ 10:01:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1383 volte)


La parola addio è piena di significati, perché a qualunque cosa o persona sia rivolta, c’è tutta una storia dietro. C’è il perché lo si dice, il come, c’è quello che è avvenuto prima e ha portato fino a quel momento. E c’è tutto quello che verrà dopo. O meglio, quello che si spera – e si teme - venga dopo.
A volte si è costretti a dire addio all’immagine che abbiamo di noi stessi, come ne “La carriola” (a proposito, qui il testo integrale) di Luigi Pirandello (in “Novelle per un anno” e anche nell’audiolibro “Pallino e Mimì – La carriola” edito da Il narratore Audiolibri).
Non basta avere una professione stimata, una famiglia da cui tornare. Non basta l’intelligenza. E nemmeno la follia. L’immagine che proiettiamo di noi non basta, per capire chi siamo. E l’avvocato tratteggiato da Pirandello lo capisce. Lo capisce in un momento apparentemente senza significato, mentre viaggia su un treno verso casa. Capisce che ha passato la vita a indossare maschere, spesse e variegate maschere che cambia a seconda della festa a cui è invitato. Sempre straordinario Pirandello. Sempre incredibilmente attuale, attento all’inquietudine dell’uomo, a quello che si rimescola nel suo animo. E sempre pronto a raccontarlo con uno stile scorrevole, con parole che scivolano veloci sotto gli occhi.
“Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo”.
E allora addio a quello che un uomo è stato, se finalmente ha deciso di scoprire se stesso. Addio a ciò che la famiglia, gli amici e la società da lui hanno sempre preteso, senza chiedere mai, in un ordine muto e costante che creava strati di sensi del dovere e di colpa a cui non poteva scappare. C’è una soluzione a questo addio? C’è un addio che faccia meno male di così?
C’è quello che viene dopo. C’è il momento in cui quest’uomo decide di strappare via quello scudo pesante e serrato che aveva appoggiato sull’anima e decide a suo modo di liberarla, smettendo di nasconderla almeno a se stesso. C’è la ricerca di una sopravvivenza che non sia solo apparenza. C’è un desiderio di portare avanti quella messa in scena che non sa bene quando e come ha costruito ma a cui – ammettiamolo – ormai si è affezionato. Una messa in scena di cui crede abbiano bisogno anche quelli che lo circondano. Ma c’è anche il desiderio di creare uno spazio che sia solo suo. Un momento in cui essere pienamente se stesso. Ogni giorno. Ogni giorno un po’ di follia. Un po’ di quello che sarebbe potuto essere. Ogni giorno il sapore della vita che si è svelata ai suoi occhi.
L’avvocato non rinuncia all’esistenza che fin lì ha costruito. Ma nel segreto del suo studio compie un gesto, sempre lo stesso. E in questo gesto lui non è padre, non è marito, né avvocato, né borghese. È libero. E ognuno si conquista la propria libertà come può, dove può, per il tempo che gli è concesso o che lui stesso si concede.
Sarebbe bello però se la libertà non fosse solo un gesto innocuo da dover compiere di nascosto.
Sarebbe bello se la libertà non fosse solo un gesto di cui in fondo ci si vergogna.

Da Fixing n.31 - 2010
 
Di Simona (del 05/07/2010 @ 11:02:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1433 volte)

È cresciuto leggendo Verne e Stevenson. Non stupisce quindi che da bambino volesse fare l’esploratore. “È stato brutto scoprire che avevano già scoperto tutto. Ho pensato che si sbagliavano”. E in effetti si sbagliavano, perché John Boyne non avrà trovato il centro della terra o l’isola del tesoro, ma ha scoperto storie che hanno conquistato il mondo, come La sfida (Bur), e Il bambino con il pigiama a righe (Rizzoli), best seller internazionale da 5 milioni di copie vendute.
Questa superstar della narrativa ha incontrato i suoi a lettori a Rimini, a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono (e che piace molto anche agli adulti, vista la partecipazione di genitori, insegnanti, addetti ai lavori o appassionati): un vero e proprio gioiellino organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17.
In attesa del nuovo romanzo Il bambino con il cuore di legno (Rizzoli) – ma in Italia non si possono tradurre i libri di Boyne senza metterci la parola bambino nel titolo? – l’autore ha parlato della sua opera di maggior successo, che racconta l’amicizia tra Bruno, figlio di un comandante delle SS, e Shmuel, chiuso in un campo di concentramento. “Una notte mi è venuta l’idea di due bambini che parlavano divisi da un recinzione di filo spinato. In soli due giorni e mezzo ho finito la prima bozza: ero sopraffatto dal libro. Mi dicevo non pensare troppo, non farti prendere dagli intellettualismi, vai avanti”. Boyne sapeva pochissimo dell’Olocausto, finché non ha letto Se questo è un uomo di Primo Levi. “Mi ha fatto crescere dentro l’orrore, spingendomi a documentarmi in cerca di risposte. Quando nel 2004 ho scritto questo libro, ricercavo già da 15 anni”.
Sin dall’inizio sapeva che il protagonista doveva essere un bambino, perché erano necessaria quella ingenuità e quella innocenza. “Non poteva però essere il bambino ebreo, perché pur avendo letto tanto non potevo immaginare cosa significasse stare dentro a un campo di concentramento. Potevo invece immaginare di guardarlo da fuori. Questo fanno gli scrittori: camminano verso il filo spinato e cercano di guardare dentro”. Ed è proprio avvicinandosi a questo filo che la vita di Bruno diventa altro. “Quando scopre cosa fa il padre, deve decidere da che parte stare. Alcune situazioni, tra cui veder picchiare il suo amico, gli fanno capire che tutto questo non è giusto”.
Non c’è violenza tra le pagine, perché quando accade qualcosa di tremendo Bruno non trova le parole e non lo descrive. “Mio nipote che allora aveva 10 anni avrebbe voluto un lieto fine ma per me questo è un finale onesto. Chi legge rimane turbato ma si accorge che questi due bambini così diversi condividono una fede, hanno delle somiglianze, come se il filo spinato fosse uno specchio. Vorrei che il lettore si allontanasse dal libro capendo quanto è sbagliato il pregiudizio”.
Dal libro è stato anche tratto un film. “Ho cercato di essere di aiuto a regista e produttore, non distruttivo. Mi soffermavo prima sulle cose positive poi educatamente chiedevo ciò che non capivo, così si è creato un rapporto di fiducia e rispetto. Il risultato è un film assolutamente dentro lo spirito del romanzo”.

Da "Fixing" del 2 luglio 2010

 
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