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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 24/06/2009 @ 18:17:49, in I miei articoli su Fixing, letto 1745 volte)

Dal mese di giugno è iniziata la mia collaborazione con Fixing, il settimanale di economia di Assindustria della Repubblica di San Marino. Sullo Speciale Cultura terrò ogni mese una rubrica dedicata alla narrativa, a chi i libri li scrive, ma soprattutto a chi come me ama leggerli. Segnalerò libri e frasi che mi hanno colpita, dialogherò di scrittura e letture con autori ed esperti, cercando insieme nuove pagine e tutto ciò che sta tra le righe. La rubrica avrà ogni mese un filo conduttore, che in questo primo numero è un argomento caro non solo agli appassionati del genere ma a tanti giovani, genitori, insegnanti ed educatori: la letteratura per ragazzi.

Chi crede che i giovani d’oggi siano tutti bulli, sbandati e superficiali, che apprezzino solo videogiochi e scherzi al limite della legalità, dovrebbe fare un giro a “Mare di libri” un festival dedicato alla letteratura per adolescenti che si svolge a Rimini dal 12 al 14 giugno. Quest’anno è alla sua seconda edizione e io ho avuto il piacere di partecipare anche alla prima e di vedere con i miei occhi ragazzi di 15 anni seduti sui gradini di antichi palazzi discutere animatamente di autori del calibro di Licia Trosi e Aidan Chambers. Ho visto i nasi di lettori navigati – rigorosamente sotto i venti - arricciarsi solo a sentir parlare di Federico Moccia. E ho visto platee di teatro piene per gli autori del momento. Anche questi sono i giovani. Anche queste scene sono da riprendere con il telefonino e caricare su youtube. Ho il privilegio di lavorare spesso con i ragazzi, e basta davvero una piccolissima spinta perché inventino racconti bellissimi, scenette e addirittura canzoni. E basta poco perché si appassionino alla lettura. Il più delle volte è sufficiente scegliere il libro giusto. Fino ai primi anni Ottanta la letteratura per ragazzi corrispondeva soprattutto ai grandi classici, da L’isola del tesoro a Ventimila leghe sotto i mari, ora c’è una vasta scelta di romanzi, saghe e graphic novel. Un vero e proprio mondo. E definire un mondo, con le sue complessità, le sue eccezioni e le immancabili contraddizioni, non è affatto semplice. Così mi sono rivolta a un’esperta in questo campo: la scrittrice, traduttrice (chi non conosce l’inglese deve a lei la possibilità di gustarsi una lettura come Harry Potter) ed editor della Rizzoli, Beatrice Masini.
“La letteratura per ragazzi comprende tutti i libri che parlano di ragazzi e ai ragazzi. Senza abbassare i registri linguistici e proponendo anche lavori complessi, chi scrive per ragazzi mette al centro della narrazione elementi e temi cari ai più giovani, situazioni in cui identificarsi o scoprire realtà nuove. Ed è una letteratura adatta anche agli adulti, anche come momento di condivisione con i propri ragazzi”.
I ragazzi amano le storie che parlano di loro, storie in cui possono riconoscersi, ma anche storie che li aiutano a scoprire qualcosa del mondo che li circonda, perché le domande che si pongono sono infinite e spesso non sanno dove andare a prendere le risposte. Può una lettura suggerire queste risposte?
“Un libro deve far nascere domande, più che dare risposte. Il libro non è un conforto, né un rifugio: oggi l’essere sociale pervade tutto, anche la lettura, tanto che spesso anche giocare ai videogiochi diventa un momento di condivisione, più o meno superficiale. Il libro non è una via di fuga dalla realtà ma semmai un modo di guardarla, conoscerla e scoprirla”.
Le case editrici investono tanto sulla letteratura per ragazzi per motivi puramente commerciali o c’è anche un fine “pedagogico”, un tentativo cioè di istruzione alla lettura sin da giovani?
“Chi si occupa di libri per ragazzi dovrebbe aver chiaro questo messaggio: tu stai gettando i semi per crescere i lettori di domani. Ma non sempre è così. L’uscita di Harry Potter ha fatto scoprire una fetta di mercato che già c’era ma che non si pensava tanto forte. Questo ha portato alla pubblicazione di sin troppi libri, con alcuni prodotti pensati solo per riempire vuoti di mercato. È una situazione complessa in cui è importante il consiglio di un libraio attento e preparato per orientarsi nella scelta”.
I libri per ragazzi sono prodotti ben curati, con illustrazioni impeccabili, copertine accattivanti, un’attenzione per i particolari che supera anche i libri destinati agli adulti. Indice che i giovani lettori sono più attenti alle sfumature o cedono più facilmente a un marketing accurato?
“In realtà è difficile capire cosa affascina i ragazzi e questa imprevedibilità è uno degli aspetti più stimolanti del mio lavoro. Spesso le copertine sono scelte nel tentativo di educare al gusto, sperando che proponendo qualcosa di bello il lettore sia poi spinto a cercare e riconoscere sempre il bello. Per far capire che il libro è anche un oggetto, da tenere tra le mani, sfogliare e toccare”.
Da Fixing n.22-2009

 
Di Simona (del 24/06/2009 @ 18:25:10, in I miei articoli su Fixing, letto 1082 volte)
Succede a volte nella vita.
Una cosa brutta che inciampa in una bella, all’improvviso.
Come un gatto nero che entra in campo e rivolta come un calzino l’esito di una partita. “Siamo ancora qua” urlava Bubani Enzo quel pomeriggio “siamo ancora qua”.
Cerco di non dimenticarlo mai, quando capita qualcosa di storto.
(Marcos y Marcos)
 
In questo periodo può capitare spesso di sentir parlare di Cristiano Cavina, uno scrittore romagnolo candidato al prestigiosissimo premio Strega con il libro “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos).
Ma Cavina è anche l’autore di “Un’ultima stagione da esordienti”, una storia semplice, scorrevole. Ed epica. Questo è l’incredibile: che 219 pagine, dedicate a un gruppo di tredicenni di provincia che passano l’estate a giocare a calcio sul ghiaino e che in campo indossano magliette con il numero scucito sulla schiena, possano essere tanto epiche.
Sarà lo stile, leggero e spontaneo, sarà che parla di vicende vissute sulla pelle, sarà che niente è più totalizzante di una passione adolescenziale, fatto è che il campionato di calcio di questi ragazzi diventa un archetipo di facce, speranze e modi di affrontare la sorte. E man mano che leggi, non hai più sotto gli occhi una carrellata di personaggi ma di destini. E il destino un po’ fa ridere, un po’ commuove, e un po’ ti andrebbe di cambiarlo. Ma quando hai tredici anni ti va di viverlo e basta, perché domani è solo un’altra partita, perché domani è ancora un’altra partita, e ci metterai solo e semplicemente tutto te stesso.
Non perché così si deve fare. Ma perché non conosci altro modo di giocare.
 
Di Simona (del 03/07/2009 @ 16:48:28, in I miei articoli su Fixing, letto 987 volte)

Ogni autore vive l’incontro con i lettori – possibili o affezionati – a modo suo. Per alcuni può essere un peso. Per altri un momento di gloria. O semplicemente di confronto. Ma che lo viva bene o male, la cosa certa è che un autore lo deve vivere: non può sottrarsi alle presentazioni del suo libro. Pure a un’autrice alle prima armi come me è capitato di girare un po’ l’Italia come ospite di rassegne e festival. Alla fiera delle Parole di Rovigo ad esempio ho presentato il mio libro davanti a 10 persone (fino a lì amici e parenti non arrivano) e in questo vasto pubblico comparivano: un uomo di mezza età vestito da mago, una donna avvolta in un mantello di tulle, e Andrea Vitali. Proprio lui, il grande scrittore, finalista allo Strega 2009 con “Almeno il cappello” (Garzanti) era lì davanti a me, probabilmente per riposare i piedi e stare in un luogo poco affollato prima della sua presentazione, ma intanto c’era! Personalmente mi colloco nella categoria di autori per cui parlare del proprio lavoro è uno spasso. Ma sono decisamente un pesce piccolissimo nell’immenso mare dell’editoria. Un mare in cui non mancano delle vere e proprie rock star. Licia Trosi - scrittrice fantasy italiana per eccellenza, autrice de “Le cronache del mondo emerso” (Mondadori), nonché astrofisica di successo - alla fine della sua presentazione è stata presa d’assalto dai lettori e salvata in extremis dal marito. Restando in tema di rock star della penna non si può non citare Niccolò Ammaniti. L’autore di “Io non ho paura” (Einaudi) e “Come Dio comanda” (Mondadori) nelle presentazioni è così allegro, che nella foga sbaglia pure i congiuntivi. Gli addetti ai lavori mi hanno assicurato che lo fa apposta e io mi sono sentita così rincuorata, da non aver avuto la prontezza di chiedere e perché? Comunque – congiuntivi e fiction a parte – Ammaniti conquista tutti, tranne forse quei due o tre giornalisti che da giorni avevano chiesto di intervistarlo dopo l’incontro ma a cui lo scrittore ha risposto picche perché aveva troppa fame. Ci sono invece degli scrittori che si aggirano per i festival come antieroi. Un esempio è Aidan Chambers – autore inglese amatissimo dai più giovani – che si muove per la città indossando una maglietta dello staff, salutando educatamente tutti quello che lo fissano estasiati o si danno gomitate chiedendosi se è proprio lui. Un autore così, che parla con te come se fosse un simpatico pensionato dedito a riempire il tempo dando una mano agli organizzatori, e non l’autore di libri crudi e poetici e potenti come “Questo è tutto” (Fabbri). C’è anche lo scrittore esperto e organizzato, sul modello di Marco Buticchi, il Wilbur Smith italiano, autore da un milione di copie, che arriva alle presentazioni con un borsone - stile “scusate esco ora dalla piscina e non sapevo proprio dove mettere l’accappatoio” - pieno in realtà di tutti i libri scritti nella sua carriera, dai primi autoprodotti a quelli venuti dopo il decisivo incontro con Mauri Spagnol (gruppo che racchiude la casa editrice Longanesi, con cui ha pubblicato tra gli altri “Il vento dei demoni”). E anche tra gli esordienti c’è chi sa il fatto suo. Come Christian Frascella, autore di “Mia sorella è una foca monaca” (Fazi) che presenta questo libro dall’accattivante titolo spaparanzato come fosse sulla poltrona di casa sua (o forse anche di più), parlando con un tono lento e strascicato che in quarta fila già non esiste più e strappando con questo suo modo di fare tante risate. Ai più. È possibile infine incontrare autori che somigliano ai loro libri. Come Elisabetta Gnone, creatrice del fatato mondo di “Fairy Oak” (Giunti), deliziosa e gentile proprio come i personaggi e le vite che racconta.
Fixing n.26-2009

 
Di Simona (del 03/07/2009 @ 16:58:54, in I miei articoli su Fixing, letto 1062 volte)

"Se anch’io sono un altro è perché i libri più degli anni e dei viaggi spostano gli uomini.
Dopo molte pagine si finisce per imparare una variante, una mossa diversa da quella commessa e creduta inevitabile.
Mi stacco da quello che sono quando imparo a trattare in altro modo la medesima vita. Metto il libro nella tasca di dentro la giacca… Nel vecchio posto dell’arma ora c’è il tutt’altro"

da Tre cavalli
di Erri De Luca (Feltrinelli)

Il vero incontro tra lettore e autore avviene nel libro. Ma forse nemmeno. Perché quello che lo scrittore mette nero su bianco è suo per sempre ma quello che il lettore coglie tra quei caratteri, in quelle storie, non appartiene più a chi scrive ma solo a chi legge. Il lettore è parte attiva dentro un libro: può ridere dove l’autore voleva essere drammatico e piangere in un momento di ilarità. E lo scrittore non può farci nulla, perché lui può scrivere ma non imporre la sua lettura. L’autore non lo sa – non lo sa fino in fondo – che con le sue storie può chiarire o nascondere. Può dare coraggio o deprimere. Ma non può salvare. Nemmeno il più attento e coinvolto dei lettori può essere salvato da una storia. La salvezza viene dall’azione, dal mettere dentro la giacca un libro invece di una pistola. Il libro può ispirare. Può farti vedere le cose diversamente. Può spiegarti che c’è un’alternativa, c’è sempre, anche quando sembra impossibile. Anche quando fa molto male. Ma l’ispirazione è aria, e decidere se respirarla a pieni polmoni o respingerla con un sonoro sbuffo dipende solo da chi respira.
Da Fixing n. 26-2009

 
Di Simona (del 31/07/2009 @ 11:13:22, in I miei articoli su Fixing, letto 1273 volte)
 
Un libro è un ottimo compagno di viaggio. Sempre presente ma non ingombrante. Rende meno monotono il volo ma soprattutto la sua attesa. Ti sta vicino quando non riesci a dormire perchè la vacanza non dura abbastanza da abituarti al letto dell’albergo.  Diventa tuo complice e nasconde il tuo sguardo quando vuoi scrutare qualcosa o qualcuno senza farti notare. E poi, ti fa ridere anche quando non c’è proprio niente da ridere, perché sei fermo immobile nell’autostrada di un week end a bollino rosso. Ti racconta il paese in cui ti trovi senza trattarti da turista. E se invece è una di quelle estati in cui resterai a casa, facendo con gusto tutto quello che non hai mai tempo di fare, anche in questo caso il libro non ti lascia solo: ti prende per mano e ti porta a fare un giro altrove, in altre storie, e vite, tra altri amori o guerre.
Qualsiasi tipo di viaggiatore voi siate, mentre fate le valigie non dimenticate di portarvi dietro un buon libro. Quello che volete, quello di cui avete voglia perché siete in vacanza e in vacanza uno deve dedicarsi a se stesso, magari partendo proprio dalla scelta del libro.
C’è un mondo di libri che raccontano il mondo. E lo raccontano con un’onestà e una profondità lontana da ogni fiction. Basta leggere un libro di Salvatore Niffoi – di cui è da poco uscito “Il pane di Abele” (Adelphi) – per scoprire una Sardegna che non finisce sulla costa, che va più dentro, nella Barbagia, nelle tradizioni, nelle sue bellezze, e nella crudezza, fino alla radice più incontaminata di questa terra: il suo idioma.
Chi invece non sopporta il caldo e la vera vacanza è solo al fresco, può portare con sé “Il concerto dei pesci” del Premio Nobel Halldòr Laxness (Iperborea), ambientato molto più su delle Alpi, ancora più in alto della Scandinavia: in Islanda. E se qualcuno andasse in vacanza proprio nel paese del Sole di Mezzanotte, potrebbe divertirsi a trovare somiglianze e differenze tra il paese di oggi e quello di inizio Novecento raccontato nel libro, perché se Reykjavik è una capitale europea così come ce la si aspetta, piena di vita e iniziative, hotel e commerci, il resto dell’Islanda è un incanto primitivo, nei luoghi e nella gente. Le fattorie con i tetti in torba di cui parla Laxness ci sono ancora e accolgono i turisti, e c’è anche l’antica ospitalità, semplice ma sentita. E ci sono ancora quei personaggi stravaganti e affascinanti, un po’ separati dal mondo e fieri di esserlo, perché la stranezza è una forza quando diventa peculiarità. La bellezza di viaggiare con i libri è anche che puoi passare dall’estremo nord all’estremo sud nel giro di un autore, basta lasciare Laxness per Luis Sepulveda e ci troviamo nella Terra del Fuoco. “Patagonia Express” (Guanda) ci porta in un mondo arido, brullo, frastagliato, con il mare che domina su tutto e individui legati alla terra in maniera quasi mistica. Basta cambiare un autore e ci si ritrova dalla capitale più a nord d’Europa, Reykjavik, con le case dai tetti colorati, a Ushuaia, la città più a sud della terra, con le sue case dai tetti in lamiera. “In Patagonia” è anche il titolo del libro di Bruce Chatwin che ha ispirato autori, scrittori e viaggiatori. Ed è sempre con Chatwin che si può decollare per l’Australia, per percorrere “Le vie dei canti”. Un sogno.
E a chi invece non parte, non deve fare valigie, code in auto o check in, non resta che consultare “101 cose da fare in Romagna” di Elisa Genghini (Newton Compton) perché c’è tanto da fare, vedere e scoprire anche a due passi da casa.

 
Di Simona (del 31/07/2009 @ 15:15:51, in I miei articoli su Fixing, letto 1071 volte)
“Oh! più felice, quanto più cammino
mi era d'innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!”
Alexandros, da Poemi conviviali, Giovanni Pascoli
...

 “In qualche punto lungo il tragitto sapevo che ci sarebbero state
ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto mi sarebbe stata donata la perla”.
 
 
Non basta attraversare l’oceano per staccarsi dal proprio pianerottolo. Bisogna andare al di là delle abitudini, dei pregiudizi e di tutto ciò che crediamo di sapere senza aver conosciuto mai. Tra tante cattedrali, ci sono piccole chiese nascoste in strade senza nome. Ragazzi in kilt che si girano verso di te e ti sorridono da sotto la cornamusa. Piazze in cui la gente canta, ti dedica una canzone e se ne va. Ci sono paesaggi che nelle foto sembravano proprio belli, che dal vivo ti tolgono il fiato e il sonno. Ci sono colori, odori e gusti che ci devi affondare gli occhi, il naso e la lingua per credere che esistano davvero. Persone che non avresti mai sperato di incontrare e ponti altissimi che non avresti mai sospettato di attraversare. Ci sono vertigini, umidità, cieli di fuliggine. E strade troppo piccole per le macchine, troppo in salita per i piedi, troppo dolci per pensare che il mondo sia solo cattivo. Basta non fare progetti, dedicarsi al presente, al “qui e ora” degli antichi. Perché non c’è nulla di più eterno del momento che stiamo vivendo.

 
Di Simona (del 01/08/2009 @ 09:24:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1019 volte)
Loris ha fatto un capolavoro con i link! Provate a cliccare sulla copertina di "Sulla strada" e sul link di Jack Kerouac...
 
Di Simona (del 05/09/2009 @ 11:37:44, in I miei articoli su Fixing, letto 1572 volte)

È incredibile quante persone ci possano essere dentro un solo nome. Roberto Vecchioni è un grandissimo cantautore. Un professore che racconta la sua immensa cultura con la delicatezza dei poeti. Ed è anche uno scrittore. Non è uno del mondo dello spettacolo che s’improvvisa narratore. No, lui sa scrivere davvero, e non solo canzoni. Ho avuto il piacere di intervistarlo e presentare con lui il suo “Scacco a Dio” (Einaudi).
“In questo libro Dio è depresso perché non capisce più gli uomini – racconta Roberto Vecchioni - Ha creato un Disegno per renderli felici ma loro lo rifiutano, vogliono essere altro, così allontanano la felicità. Dio allora interroga l’angelo Teliqalipukt, che ha vissuto con gli uomini e può riferire le storie di grandi personaggi come Oscar Wilde, Jfk, Catullo in una chiave per noi inaspettata. Ho reinventato le esistenze di questi uomini per raccontare che ci sono infinite possibilità di vita. Si può fare altro da quello che facciamo ogni giorno, andare oltre noi stessi, dipende da cosa scegliamo. Noi non siamo la domenica, il riposo, la quiete. Noi siamo il sabato, l’attesa, la preparazione, il darci da fare per il giorno di festa”.
Vecchioni racconta in modo semplice meccanismi sofisticati come il caso o la fede.
“La mia non è una fede piccina, imparata al catechismo. È una fede che è stata picchiata. Per quanto sembri una contraddizione sono un laico credente. Per me l’esistenza di Dio è provata dal Caso: questo qualcosa che sfugge alla legge di Causa-Effetto mi fa credere che esista Qualcuno di più grande. Anche nelle situazioni più drammatiche. L’ho provato quando mio figlio si è ammalato e mi chiedevo perché proprio lui. In questo momento di disperazione la mia famiglia si è riavvicinata, io mi sono innamorato di nuovo di mia moglie e lei di me: dal dolore è nato qualcosa di grande. Non posso sapere perché accadano certe cose, quello che mi è dato di vedere è solo un segmento di una retta infinita a me invisibile. Ma non vivo questa esistenza come un passaggio in attesa dell’al di là perché lo scopo è vivere qui e ora, giocarcela al meglio: lacrime e sudore hanno un valore enorme”.
Nell’angelo Teliq - che ha il compito di insegnare chi sono gli uomini ai piccoli immortali - sembra di rivedere un po’ il professor Vecchioni.
“A Teliq manca l’insegnamento, proprio come a me. Io cercavo di insegnare non solo a riconoscere un aoristo o un perfetto latino ma perché nel 2000, nell’era dell’inglese e di internet, studiare le lingue antiche aveva ancora senso: perché raccontano la meraviglia della parola, il suo importantissimo valore, che rischia di andare perduto. Spesso i ragazzi non sanno parlare, esprimersi. La poesia ha una potenza e una grandezza che non sta in un sms”.
I ragazzi vanno seguiti sin da bambini, e non solo dagli insegnanti.
“Quando stai da solo puoi fare quello che vuoi e pensare solo a te. Se stai con una persona, devi accettare che sei al 50%. E se nasce un figlio diventi al 25%. Non puoi fare un figlio e fare il dentista 12 ore al giorno. Entreranno meno soldi, ma lavorare fino a mezzanotte non è una questione di denaro ma di potere e questo è molto maschile: se non siamo qualcuno non siamo maschi. Ho detto no a tanti contratti per stare con la mia famiglia e non mi pento, perché solo così oggi posso dire di essere contento”.
Da Fixing n. 32 - 2009

 
Di Simona (del 05/09/2009 @ 11:47:07, in I miei articoli su Fixing, letto 1142 volte)

“Non hai più fede nel tuo Dio, don Camillo?”
“L’anima è di Dio, i corpi sono della terra. La fede è grande, ma questa è una paura fisica. La mia fede può essere immensa, ma se sto dieci giorni senza bere, ho sete. La fede consiste nel sopportare questa sete accettandola a cuore sereno come una prova impostaci da Dio. Gesù, io sono pronto a sopportare mille paure come questa per amor Vostro. Però ho paura”.
Il Cristo sorrise. “Mi disprezzate?”.
“No, don Camillo, se tu non avessi paura, che valore avrebbe il tuo coraggio?”.

Da Don Camillo di Giovanni Guareschi (BUR)


Nessuno ci chiede di essere perfetti. Ma possiamo sforzarci di essere migliori. È lo sforzo, il tentativo, le lacrime e il sudore di cui parla Vecchioni, la sete di don Camillo, è l’impegno che ci mettiamo per diventare qualcosa di meglio che fa la differenza. E se lo sforzo non viene apprezzato, è lì che la fede in ciò che facciamo deve essere forte, per non demordere. Decidere di non rivolgere la parola a chi la pensa diversamente da noi è facile quanto rispondere veleno a una provocazione. Ma se per una volta provassimo a invertire parole e silenzio, se provassimo a parlare con chi la pensa diversamente da noi e a tacere davanti a una provocazione? Se il tentativo ci sembra difficile, pensiamo allora che tutto il tempo che impieghiamo a giudicare gli altri e cercare di cambiarli perché sbagliano, potremmo impiegarlo per guardare noi stessi e cercare di cambiarci perché sbagliamo.
da Fixing n. 32 - 2009

 
Di Simona (del 15/10/2009 @ 19:53:25, in I miei articoli su Fixing, letto 1123 volte)
È innegabile che il mondo sia pieno di storie. Di fatti eccentrici. Di persone esuberanti. Nonostante i problemi e la devastazione di certe giornate, c’è ancora qualcosa di gaio e genuino che si aggira per le strade. C’è ancora qualcuno capace di un’esistenza semplice - nel senso più positivo del termine - e di una bella risata, alla faccia di tutto e tutti. La stravaganza della realtà è ovunque intorno a noi, a volte manca solo lo sguardo giusto per coglierla. Ma c’è chi ci riesce, come Andrea Vitali. E ci riesce così bene da riuscire pure a raccontarla, a percepire così attentamente l’ironia e i meccanismi un po’ matti della quotidianità da racchiuderli in libri di successo come Olive comprese (Garzanti, 2006), Il segreto di Ortelia (Garzanti, 2007) e il recente Almeno il cappello (Garzanti, 2009). Ma il dottor Vitali - medico di base del comune di Bellano - non si ferma qui. Reinventa la vita quotidiana, rendendo le storie che incontra un momento della memoria. “Le mie storie partono spesso da cose che mi raccontano o sento in giro - spiega lo scrittore - In ambulatorio incontro tante persone, parlo con loro e molti personaggi nascono così”. Andrea Vitali è un fiume in piena di aneddoti, soprattutto riguardanti il personaggio di Graziella Vastità: “Esiste veramente! Ha un altro nome ma è davvero una mia paziente. L’ho ribattezzata così per la vastità dei suoi glutei: non ha curve, ha veri e propri tornanti e quando viene da me unisce due sedie per sedersi più comodamente. L’ho incontrata 20 anni fa e ho capito subito che mi avrebbe dato grandi soddisfazioni perché quando le chiesi se suo figlio fosse nato a termine, lei mi rispose di no, che era nato in ospedale. Io non la corressi, né le spiegai cosa volevo dire così lei continuò a parlare liberamente modificando le parole e il loro senso a suo piacimento. Fino a parlarmi della tintura d’odio o di vacanze sul mar Tirrenico”. Altra particolarità di Vitali sono i nomi dei personaggi. Tra le sue pagine s’incontrano Eufrasia, Idreno, Vereconda... “Il calendario di frate Indovino è stata la mia prima lettura e fonte inesauribile di nomi. Poi mi diverto a dare ai personaggi nomi che li raccontino, che racchiudano le loro caratteristiche: in Almeno il cappello nel parlare di una madre di 7 figli mi è venuto spontaneo chiamarla Estenuata!”. E proprio in Almeno il cappello racconta la storia di una sgangherata banda di paese che tenta di trasformarsi nel corpo musicale Bellanese, negli anni del fascismo. Qual è il suo rapporto con la musica? “Quando ero giovane ho fatto parte della banda del mio paese. Mi era stato assegnato il trombone ed ero negato, però volevo rimanere nella banda perché era l’unico modo per uscire di sera, allora un amico mi ha consigliato di far finta di suonare. E così ho fatto finché ci riuscii”.
da Fixing n. 36 - 2009
 
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Di Loretta

Simona B. Lenic
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15/12/2018 @ 09:00:12
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