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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 15/08/2017 @ 09:00:00, in I miei articoli su Fixing, letto 188 volte)

E alla fine arriva per tutti un momento in cui si inizia a pregare.
Anche se sei ateo. Anche se non sei così convinto sul nome del tuo Dio o della tua religione.
Ci si inginocchia. Come Abraham Lincoln, che scriveva “Molte volte sono finito in ginocchio spinto da una schiacciante convinzione di non avere alcun altro luogo dove andare”. Oppure si rimane dritti in piedi, con le mani in tasca, perché non si è così convinti di quello che si sta facendo, e forse un po’ ci si vergogna, perché si sa benissimo che “Per qualunque cosa uno preghi, prega sempre per un miracolo. Ogni preghiera si riduce a questa: Buon Dio, concedimi che due più due non faccia quattro” (Ivan Turgenev).
Pregare è un’arte. L’arte di saper chiedere. Di ascoltare una risposta che arriverà non come una voce nel tuo orecchio ma come un evento nelle tue giornate. E di accettarla, quella risposta.
Antoine de Saint Exupery, nella sua poesia “Insegnami l’arte dei piccoli passi”, trasforma la preghiera in un viaggio. Un viaggio in cui ogni tappa corrisponde a una capacità che l’uomo, con fatica e forza di volontà, può raggiungere.
“Non ti chiedo né miracoli né visioni ma solo la forza necessaria per questo giorno”, inizia così la sua supplica. Inizia da questa realtà, dalla sua quotidianità.
Il tragitto comincia da una semplice, ma non scontata, consapevolezza: è nella vita di tutti i giorni, attraverso la “banalità” del quotidiano, che si possono raggiungere traguardi elevati.
Le sue richieste non hanno nulla di trascendentale o metafisico.
Chiede attenzione ed inventiva per scegliere al momento giusto conoscenze ed esperienze. Chiede consapevolezza nell’uso del tempo. E discernimento per distinguere ciò che essenziale e ciò che è secondario. Chiede forza, autocontrollo e misura, per organizzare con sapienza la giornata e non lasciarsi portar via passivamente da quello che accade.
“Aiutami a far fronte, il meglio possibile, all’immediato e riconoscere l’ora presente come la più importante”. E qui il viaggio si fa serio. Riconoscere il presente come il fondamento del futuro e la possibilità di migliorare il passato, ciò che siamo stati, è il punto di svolta per aprirsi a un nuovo sguardo sulla realtà, arrivando quasi a capovolgere il modo in cui deve essere interpretata: “Dammi di riconoscere con lucidità che le difficoltà e i fallimenti che accompagnano la vita sono occasione di crescita e maturazione”.
Una volta cambiata così profondamente la propria mentalità, è finalmente possibile aprirsi agli altri: “Fa di me un uomo capace di raggiungere coloro che hanno perso la speranza”. Solo a questo punto si può realizzare quella accettazione che permette a un essere umano di compiere la preghiera delle preghiere: “E dammi non quello che io desidero ma solo ciò di cui ho davvero bisogno”.
L’ultimo verso della poesia, dove chiede “Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi”, non è che è il riassunto di tutte le tappe precedenti. Il modo migliore per affrontare il viaggio.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 10/07/2017 @ 16:29:23, in I miei articoli su Fixing, letto 131 volte)

Scolpire.
Prendere un materiale inerte, fermo, per poi lavorarlo, scartarlo, fino a dargli una forma piena di vitalità, di movimento, di idee.
È l’artista, la vita che gli scorre nelle mani, a tirare fuori da un blocco di marmo la grazia e la meraviglia di un’opera d’arte.
Succede nella scultura.
Succede nel cuore dell’uomo.
Scolpire è il gesto che l’esistenza, la quotidianità, compie sugli esseri umani.
Sono le esperienze che levigano l’uomo. Sono gli incontri a smussarne gli spigoli.
“Ho visto un angelo nel marmo - spiegava Michelangelo Buonarroti - E ho scolpito fino a liberarlo”.
Per quanto coriaceo, il marmo non è più duro dello strato di abitudini e personalissime convinzioni che abita il nostro essere. Per scovare, sotto tonnellate di vizi e pregiudizi, le grandi potenzialità che possediamo, lo scalpello ha bisogno di prendere un’energica rincorsa. Ed è per questo che la vita di tutti i giorni ci mette davanti a situazioni poderose e al limite dell’assurdo, come le menti e le mani dei grandi artisti.
I giorni levigano, arrotondano, addolciscono, ma solo chi si lascia scolpire.
Le parole - ascoltate, pronunciate, pensate - soffiano la vita, in meandri invisibili agli occhi.
La vita incide il marmo, lo spacca e lo definisce, e il suo scalpello sono le persone che vengono messe sulla nostra strada. Che siano le persone che amiamo, che siano quelle che non sopportiamo, sono loro a lasciare un’incisione - più o meno profonda - nella nostra roccia. Perché la vita, come l’arte, non è un’esperienza da eremiti.
Implica una partecipazione.
Implica condividere quel poco che si ha. E no, non è semplice come buttare in un cappello sdrucito quei due spiccioli che avanzano nelle tasche. Condividere significa guardare in faccia la realtà, non lasciarsi sopraffare, e portare avanti i propri principi, agire secondo quei principi, anche quando non conviene. Anche quando è scomodo. Anche quando sembrerebbe più confortante rinchiudersi in un presuntuoso silenzio.
Ma come scrive lo scultore Arnaldo Pomodoro, “Credo che l’artista non possa chiudersi in una torre d’avorio e anzi debba essere coinvolto e proiettato nella società: è un problema etico che ho sempre sentito”. È un problema umano, non solo artistico.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 19/06/2017 @ 16:45:58, in I miei articoli su Fixing, letto 239 volte)

Dove risiede la bellezza della luna?
Nel suo essere perfetta e discreta all’occhio.
Nel suo splendere velata.
Nel valore che le diamo, nei presagi che leggiamo nei suoi colori, nelle leggende che risiedono nel suo farsi piena.
Ma la sua bellezza è anche nel suo lato oscuro, in ciò che di lei rimane coperto, misterioso, in quella parte a noi invisibile che si nasconde dietro al suo incanto.
“Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno” scrive Mark Twain.
Come la luna possiamo brillare di luce riflessa quando un’idea ci ispira e viene ad abitarci perché possiamo realizzarla.
Come la luna possiamo accogliere in silenzio confidenze e preghiere.
E come nella luna lo splendore convive con l’ombra.
Quando ci presentiamo diciamo il nostro nome, il cognome, la professione anche, e tiriamo fuori un sorriso. La nostra ombra no, non la presentiamo. Cerchiamo di renderla discreta, non predominante, attraverso quotidiani esercizi di gentilezza. Ma per riuscire a farlo, bisogna ammettere di possedere quell’ombra. Bisogna accettare di essere come la luna: capace di portare uno spiraglio di luce in mezzo alle tenebre più scure, ma anche di agitare gli animi, perché - come scrive Shakespeare - “È tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”.
Chi crede di essere solo luce, chi si crede il sole, è destinato a incontrare il suo lato oscuro in continuazione, in ogni istante, e lo attribuirà a qualcun altro.
Non accettare la propria zona d’ombra, equivale a moltiplicarla all’infinito, fino a vederla riflessa in ogni essere umano che incrocia il nostro cammino.
Come la luna raccogliamo desideri, che ci fanno diventare pieni ma mai sazi. Come la luna siamo soli, perché non ci accorgiamo di quante stelle ci siano intorno.
Come la luna, che solleva interi oceani in maree, siamo capaci di imprese straordinarie.
Capaci di quiete. Di riservatezza. E di enorme conforto.
“Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva per il cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” (“Ciaula scopre la luna”, Luigi Pirandello).

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 16/05/2017 @ 08:57:12, in I miei articoli su Fixing, letto 298 volte)

 Quando si vuole conoscere meglio qualcuno, il modo più efficace è ascoltarlo.
Non solo ascoltare i suoi discorsi, ma mettersi in ascolto dei suoi gesti, delle parole trattenute, di quelle nascoste.
Prendete una donna. Prendete la donna che vi sta accanto, che sia vostra moglie, o la mamma, che sia un’amica o vostra sorella.
Potete conoscere i ricordi che lei è disposta a condividere con voi. Nel caso di una mamma potete elencare le regole che vi ha dato nel corso della vostra vita. E chi è stato più attento potrà ripescare dalla memoria i suoi consigli, anche se non li ha ascoltati. Potete essere così certi della risposta che vi darà a una domanda, da non porgliela nemmeno. Eppure, chi avete davanti rimarrà comunque un mistero, se non deciderete di ascoltare.
Tenendo bene a mente che “Sentire è facile perché esercizio dell’udito, ma ascoltare è un’arte perché si ascolta anche con lo sguardo, con il cuore, con l’intelligenza”, come scrive il saggista Enzo Bianchi.
Quando si vuole conoscere il mondo di una donna, il primo passo è il silenzio.
Silenzio su come appare, perché sicuramente è molto più forte - o fragile - di quello che mostra. Silenzio su tutto ciò che in lei trovate banale, perché non esiste qualcuno di ordinario sulla terra, ma se anche ci fosse non sarebbe una donna.
Quando il silenzio è stato fatto, allora l’ascolto ha inizio.
Il modo in cui cammina. I prodotti che compra quando fa la spesa. Le sue letture. La capacità di cucinare, o di cantare, o di parlare. L’innata abilità di aggiustare. Le foto che tiene sul comodino. La sua risata spontanea, e quella che usa quando non vuole offendere qualcuno. Questo può raccontarti una donna, senza nemmeno dire una parola. È facile da vedere, è sotto gli occhi di chi le sta accanto, ma per lo più si è impegnati in altro.
Come ha scritto il giornalista statunitense Patrick Jake O’Rourke, “Tutti vogliono salvare la terra, nessuno vuole aiutare la mamma a lavare i piatti”.
Conoscere qualcuno comporta che si sia interessati a farlo. Comporta impegno. Ma soprattutto comporta accettare di mettere da parte qualcosa: quello spropositato ego, che ci fa vedere gli altri come semplici proiezioni di noi stessi, delle nostre antipatie o simpatie, dei nostri limiti o delle nostre fortune.
Ma se si decide di fare un passo al di là di se stessi, allora l’incontro è possibile. E “tutto quel che ha valore è il prodotto di un incontro” (Simone Weil).

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 20/04/2017 @ 16:34:44, in I miei articoli su Fixing, letto 108 volte)

 

Il patrimonio di un popolo risiede nelle sue capacità di esprimersi e raccontarsi.
Quando manca questa capacità, l’uomo è destinato al silenzio.
Conoscere una lingua straniera sembra, oggi, fondamentale.
Trascurare la propria lingua sembra, oggi, abituale.
Mentre i dialetti sono diventati, oggi, appannaggio di autori e registi che colgono la loro forza espressiva, ma rimangono sconosciuti - o addirittura bistrattati - da molti.
Abbiamo abbandonato il dialetto perché non è abbastanza raffinato, è brusco, grossolano. Lo abbiamo messo da parte e chiuso in soffitta, come i ricordi dei nonni, la loro storia. Lo abbiamo accantonato perché è fuori moda. E lo abbiamo rimpiazzato con uno slang contemporaneo fatto di termini anglofoni di cui - quasi - nessuno conosce il significato autentico.
Ci si riempie la bocca di “brunch”, si mettono insieme le idee in un “brain storming”, si immortalano momenti in un “selfie”, e si pretende un’esistenza “all inclusive”. Fino a perdersi in un fatuo linguaggio da villaggio globale, dove tutti usano gli stessi termini e non dicono niente.
“Quand’è che finisce il gergo e comincia un nuovo dialetto? - si chiede la giornalista statunitense Constance Hale - Dov’è la linea tra neologismo e iperbole? Come possiamo tenere il passo con la tecnologia senza impiantarci nei tecnicismi? È possibile scrivere di macchine senza perdere il senso dell’umanità e della poesia?”.
Umanità e poesia di cui i dialetti sono ricolmi.
La lingua italiana ha unito un popolo, diviso da troppi dialetti che ostruivano il dialogo. Ma ora che il dialogo è possibile, e il dialetto non è più divisione ma cultura - cultura di una regione, cultura di radici e generazioni - appare tutto troppo provinciale. Ci si finge cittadini del mondo rimanendo fermi davanti alle nostre “chat”, ai nostri “sms”, che danno la sensazione di essere dappertutto, mentre si è solo - e soli - davanti a uno schermo.
Non si fa fatica a parlare il dialetto, si fa semplicemente fatica a parlare, perdendo concretezza sia nel linguaggio che nel pensiero.
“La parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare”, questa definizione dello scrittore Luigi Meneghello spiega con immensa semplicità perché ci sono termini dialettali che sono intraducibili in italiano. Sono parole nate dalla quotidianità, dal lavoro, non filtrate da libri o professori, solo vissute. Le parole dialettali non definiscono concetti ma dipingono la realtà. Perché “Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia” (Gilbert Keith Chesterton).

Simona Bisacchi , da Fixing

 
Di Simona (del 06/03/2017 @ 16:34:09, in I miei articoli su Fixing, letto 415 volte)

Tutti vogliamo salire in cattedra e dare lezioni importanti su come comportarsi, come pensare e cosa scegliere. Ci eleggiamo professori della materia che ci aggrada, per insegnare agli altri “come si fa”, o addirittura come “è giusto” fare. Non ci preoccupiamo affatto di non avere alcun titolo, e ancor meno ci accorgiamo che il più delle volte non abbiamo nemmeno alcun ruolo nell’esistenza delle persone a cui vogliamo insegnare a vivere. Eppure pretendiamo che ci stiano ad ascoltare perché “noi sappiamo”, “noi abbiamo compreso”.
Diplomati alla scuola del “risolvere la vita degli altri è meglio che impazzire a sistemare la nostra”, abbiamo talmente tanti consigli da promulgare, verità da proclamare, che non rimane tempo per accorgersi che siamo tutti professori e nessuno più è allievo, perché imparare costa molta più fatica che insegnare a vanvera. Se il “sapere per sentito dire” fosse una facoltà, sarebbe difficile trovare un non-laureato sulla terra.
Come scrive Paulo Coelho: “Conosco una moltitudine di individui che, a parole, sono degli autentici maestri ma che sono incapaci di vivere quello che predicano”.
E tra tanti professori pronti a svelarti la complessità dell’esistenza e le strategie di sopravvivenza, non si trova più un maestro che ti insegni il mestiere di stare al mondo semplicemente ispirandoti, mostrandoti come si fa.
“L’insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L’insegnante eccellente dimostra. Il maestro ispira” (Socrate). È difficile incontrare qualcuno così, perché dare l’esempio ha un prezzo alto. Costa impegno, coerenza e, solitamente, ottiene in cambio antipatia. Il maestro è un bersaglio facile, puoi prenderlo in giro perché sa poco di filosofia e ancora meno di ingegneria, però conosce l’alfabeto - le basi fondamentali della comunicazione e del dialogo - e te lo insegna con tutta la pazienza che un bambino si merita. Ma, invece di ringraziarlo, gli urliamo contro che noi non siamo dei bambini ed elenchiamo soddisfatti una lista di parole grosse come “offeso”, “incompreso” e “trascurato” mentre sbattiamo la porta, finalmente liberi di fare ciò per cui siamo nati: insegnare agli altri. Corriamo via e raccontiamo a tutti quanto abbiamo capito della vita, e abbiamo capito così tanto che vorremmo che tutti facessero esattamente come noi.
Crediamo di sapere come si fa, dove è giusto andare, e dimentichiamo le regole d’oro della scuola materna: “buongiorno”, “buonasera”, “posso?”, “grazie”.
Dimentichiamo le tabelline, la differenza tra apostrofo e accento, i fiumi che percorrono la nostra città.
Dimentichiamo che le persone hanno bisogno di ascolto, non di prediche.
Dimentichiamo che “siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri” (Ernest Hemingway).
Dimentichiamo che vivere è l’unica materia fatta non di regole ma di eccezioni, perché il destino di ognuno è solenne e come affrontarlo è un’arte in cui si può venire accompagnati, ma non sostituiti. E questo il buon maestro lo sa. “A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta” (Alessandro Magno).
Il maestro ascolta. Ride. E ogni tanto allunga il bastone, solo per spostarti dall’orlo del precipizio. Ma soprattutto ti fa credere che è possibile, che anche tu puoi riuscirci. Non esiste problema o tema che tu non sia in grado di affrontare, l’importante è che tu non abbia la presunzione di risolverlo.
Il buon maestro vive, in modo leggero e discreto. Ai piedi di quella cattedra su cui tutti vogliono salire. Lui sta lì, in basso, pronto a raccoglierti quando cadrai da così in alto.

Simona Bisacchi da Fixing
 
Di Simona (del 14/02/2017 @ 18:24:07, in I miei articoli su Fixing, letto 163 volte)

È nello sguardo che risiede la potenza del paesaggio.
Quando la giovane Lucy Honeychurch incontra il bizzarro George Emerson in una piccola pensione di Firenze, il suo sguardo non aveva mai scorto qualcosa di più di prudenti emozioni, curiosità accennate, un intimo amore per la musica e intere pianure di conformismo, rinvigorito dall’Inghilterra di inizio Novecento. Nessun orizzonte a disposizione. Nessun panorama. Nemmeno i proprietari della pensione Bertolini gliene danno uno, affibbiando a lei e all’attempata cugina Charlotte due camere affacciate sull’interno della struttura. Non è così per George Emerson e per suo padre. Loro riescono a vedere il mondo al di là di quello che gli occhi offrono. George cerca in ogni scorcio di vita un senso. Non ha bisogno di finestre che si spalanchino su un fiume. Può cedere la sua camera con vista a Lucy, perché per gli Emerson “esiste solo un panorama davvero perfetto, quello di un cielo che si estenda ampio sopra le nostre teste, e tutti i panorami della terra non sono altro che brutte copie di quello che vediamo lassù”.
In “Camera con vista” (1908) Edward Morgan Forster ci racconta due sguardi che hanno passato un’intera giovane vita a guardare in direzioni opposte, e che per fatalità - perché per George “L’Italia non è che un eufemismo per il Destino” - si incrociano sull’Arno. Non è Firenze a cambiare per sempre Lucy, non è l’omicidio a cui assiste in mezzo alla folla di piazza della Signoria, è George che la spinge a buttare lo sguardo su una realtà meno comoda e affabile, ma certamente più viva. Ed è attraverso Lucy che George scorge una quiete in mezzo a quel tormento che suo padre sa accuratamente cogliere e raccontare: “Sappiamo di venire dal vento e di doverci ritornare; che tutta la vita non è che un nodo, un garbuglio, una macchia sulla superficie liscia dell’eterno. Ma perché mai questo dovrebbe renderci infelici? Amiamoci, piuttosto, lavoriamo e cerchiamo d’essere felici... A fianco dell’eterno Perché, c’è anche un Sì”.
Un libro che racconta la storia di due anime chiuse nel loro mondo, di pigro torpore e di spregiudicato affanno. Racconta un viaggio in un’Italia surreale, trasfigurata dai passi di crescita di Lucy.
E racconta di un ritorno a casa, di un tentativo di rimanere sempre gli stessi, anche quando nulla è più come prima. Di come si è pronti a mentire a tutti - Lucy mente a sua cugina, a George, a se stessa - pur di mantenere inalterata la propria consuetudine, perché “La corazza della falsità viene forgiata con sottigliezza dall’oscurità, e ci nasconde non solo dalla vista degli altri, ma anche dalla nostra”. In un certo momento Forster sembra raccontarci che non c’è scampo per chi parla chiaro, per chi scorge un intero mondo solo guardando negli occhi una persona. Sembra che George debba sparire dalla vita di Lucy e dalle pagine che leggiamo, per mantenere viva una menzogna.
Ma il padre di George ci svela che “La vita è come un concerto di violino, in cui si deve imparare a conoscere lo strumento man mano che si suona. L’uomo deve imparare a utilizzare le sue capacità mano a mano che va avanti... Soprattutto la capacità di amare”. E anche se l’anima di Lucy verrà “trapassata dall’acciaio”, tornerà con George a Firenze. E questa volta avranno entrambi una camera con vista. Sulla propria vita.

Simona Bisacchi
da Fixing

 
Di Simona (del 27/01/2017 @ 10:05:29, in I miei articoli su Fixing, letto 301 volte)

Niente buoni propositi di inizio anno: una volta dichiarati sembra che tutto remi contro la loro realizzazione e hanno la spiacevole tendenza a trasformarsi in macigni sulle spalle. Ma guardandosi intorno, e rovistando nell’armadio della propria quotidianità e del proprio spirito di sopravvivenza, si può intuire che cosa potrebbe andare di moda in questo nuovo anno.
Si potrebbe partire con l’allegria. Mark Twain suggerisce un metodo infallibile per raggiungerla: “Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro”. Del resto anche Hemingway stima chi la possiede: “A rifletterci bene, i migliori sono sempre allegri. È molto meglio essere allegri, ed è anche il segno di qualche cosa: è come avere l’immortalità mentre si è ancora vivi. Una cosa complicata” (“Per chi suona la campana”).
Di gran moda - ma purtroppo una prerogativa di pochi - l’imperturbabilità. Lo diceva già Orazio, nel 30 a.C., nelle sue Odi: “Nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva”. Non facile mantenere un animo sereno mentre la pioggia arriva addosso costante e scrosciante, come sulla tegola di un tetto. Eppure, a forza di acquazzoni, potrebbe arrivare la forza di dire “chi se ne importa” e finalmente liberarsi da quel guinzaglio che spinge a lamentarsi, a essere insoddisfatti, a non sopportare chi si ha intorno, solo perché le situazioni non vanno come si vuole.
A questo si ricollega un’altra capacità che dovrebbe trovare spazio in questa stagione: la raffinata arte di cogliere il lato positivo delle persone e delle situazioni. Dato che il negativo salta subito agli occhi, il nuovo obiettivo è diventare abili ad afferrare ciò che è (tanto, a volte quasi troppo) nascosto. Ma c’è. Ha solo bisogno di essere scovato, in alcuni casi con uno sforzo degno di un commissario. Proprio come ci insegnano i gialli, è necessario andare al di là dell’apparenza e delle facili soluzioni, per scoprire la verità.
E poi c’è la pazienza, ma questa non è una scoperta di oggi: l’hanno dichiarata “santa” a furor di popolo tanto tanto tempo fa. Lev Tolstoj diceva che “Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: il tempo e la pazienza”. Ormai è giunto il momento in cui senza di lei non si riesce più a fare nulla, nemmeno a trovare il parcheggio in centro.
Bisogna, però, ammettere che allegria, imperturbabilità e pazienza non sono abiti - abitudini - facili da confezionare, anche se alla moda. Mentre si lavora per realizzare capi(saldi) così regali, si può intanto indossare qualcosa di semplice, immediato, e fiducioso, come le parole di Schulz, il papà di Charlie Brown e Snoopy: “Ama l’imperfetto tuo prossimo con l’imperfetto tuo cuore”.

Simona Bisacchi
dal settimanale "Fixing"

 
Di Simona (del 23/12/2016 @ 20:06:46, in I miei articoli su Fixing, letto 222 volte)

Le strade avvolgono il mondo. Sono così numerose da sembrare infinite, eppure ognuna di loro porta da qualche parte. Sentieri che sfumano nei boschi, tangenziali che legano città, gallerie che portano alla fine dei monti.
Ci sono strade che conducono a realizzare i propri desideri, e ci svelano che la soddisfazione più grande non è nella concretizzazione di un sogno ma nei passi fatti per raggiungerlo.
Alcune avventure dell’esistenza ti spingono ad attraversare vie che mai avresti pensato di esplorare. Quando il percorso sembra confuso, scegliere la strada giusta - quella più adatta a te - diventa fondamentale: in mezzo alla nebbia basta un passo per cadere nel baratro, ma lo stesso identico passo fatto nella direzione adeguata ti fa inciampare nella meraviglia. Consapevoli che fermi non si può stare e che - come scriveva Ghandi - “La vera moralità consiste non già nel seguire il terreno battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente”.
E se ogni strada porta da qualcuno, da qualche parte, allora deve esserci anche una strada che porta al Natale. Deve essere una strada piuttosto silenziosa e secondaria, per staccarsi dalla frenesia. Una strada di cielo da guardare, perché nel freddo le stelle sembrano brillare di più. Una strada di tempo, da trovare per stare insieme agli amici. Una strada di pensieri, dedicati a quelle persone così importanti che non esiste un regalo abbastanza grande da parcheggiare sotto l’albero.
“A Natale tutte le strade portano a casa” scriveva la scrittrice statunitense Marjorie Holmes, e allora ci sono preparativi da fare prima che il gran giorno arrivi. Stoviglie da lucidare, dolci da preparare, e risentimenti da accantonare. A Natale forse non si è tutti più buoni - del resto “bontà” è una parola forte, ed “essere buoni” è un’azione più complessa del far tacere la coscienza rispolverando qualche perbenismo imparato da bambini - ma si può provare almeno ad essere tutti più civili.
Lungo la strada che porta al Natale si tirano le somme dell’anno che sta per finire. Si mettono in fila i ricordi. E ce ne sono di bellissimi, come quello dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton: “Una volta ringraziavo Babbo Natale per pochi soldi e qualche biscotto. Ora lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare”. Se la si percorre bene, la strada per il Natale porta all’essenziale, perché gli esseri umani possono essere bizzarri, indaffarati e indifferenti, ma alla fine “tutto quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua” (Saint Exupery).

Simona Bisacchi
Da Fixing 

 
Di Simona (del 30/10/2016 @ 17:31:41, in I miei articoli su Fixing, letto 316 volte)

Ogni bandiera è un simbolo. È un’appartenenza. La bandiera di un Paese rappresenta il valore di chi ha combattuto per unire un popolo sotto quei colori. Racchiude la forza di chi ha dato la vita per conquistare possibilità oggi date per scontate. E anche chi è inconsapevole, anche chi è in disaccordo, è figlio delle vicende che il drappo della propria nazione racconta.
C’è poi una bandiera più personale, più intima, incolore e impalpabile come solo un’idea riesce a essere. Non è vero che il patriottismo è morto, spesso ha solo cambiato indirizzo: dalla propria Patria alla propria opinione. Si è pronti a difendere a spada tratta il proprio pensiero. Si è disposti ad andare contro tutto e tutti in nome di un personale convincimento.
Ma come facciamo a sapere che il pensiero per cui lottiamo è davvero onesto? Come possiamo capire se una bandiera merita il nostro sacrificio?
Perché a volte quel pensiero per cui combattiamo - e che sembra il migliore dei pensieri mai saltati alla mente e pare sventolare libero sulla propria testa - è invece legato con un laccio intorno al collo di chi lo concepisce e rischia di strozzarlo al primo soffio di vento forte.
Ogni bandiera merita di essere difesa, se non si arriva a fare del male in suo nome. “La bandiera alla quale ho giurato fedeltà è la verità” scrive il filosofo Arthur Schopenhauer. Non c’è verità che pretenda la distruzione di qualcuno. Se un pensiero è così forte da alzarsi in alto e sventolare fiero come una bandiera, allora non pretende stragi, non porta separazione. Può causare rotture, momentanee disarmonie, ma solo per ricreare un equilibrio nuovo e più forte. È l’azione che ne deriva che dimostra se il pensiero che si sta servendo è meritevole o mediocre. L’onestà di un’idea, come di un’intenzione, si riconosce dai suoi frutti.
Non esiste azione che possa definirsi costruttiva se non porta un sollievo agli altri, se non porta un vantaggio anche a chi non è coinvolto nel combattimento, anche a chi ignora che ci sia un combattimento. “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena lottare” sosteneva quel genio di Albert Einstein. E vale la pena lottare anche per chi non crede che il mondo sia questo gran bel posto. Anche per chi non si accorge che disprezzarlo è come disprezzare noi stessi, che abitiamo - e creiamo ogni giorno - questo mondo.

Simona Bisacchi
da "Fixing"

 
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