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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 15/02/2018 @ 17:39:11, in I miei articoli su Fixing, letto 205 volte)

C’era una volta...
E c’è ancora...
Un lupo che si aggira famelico in quel bosco in cui non dovremmo proprio entrare, perché è troppo buio. Troppo intricato. E noi abbiamo ancora troppa paura, per capire che quel lupo aspetta qualcuno che gli dia da mangiare. Qualcuno che lo ammansisca. Aspetta un amico che lo metta al suo posto.
C’è un gigante, per cui non siamo altro che formichine. E chi se ne importa se camminando ci calpesta! Ci considera piccoli e non così rilevanti, ma forse sta solo suggerendo la nostra giusta misura nel mondo, a noi che ci crediamo tanto grandi e importanti.
E ci sono i draghi. Che volano sulle nostre teste, enormi e minacciosi. Potrebbero proteggere la città, invece la incendiano. E mentre tutto brucia, siamo così impegnati a dare la colpa a chi li ha fatti entrare, e a cacciare il mostro con frecce e spade, da dimenticarci di spegnere il fuoco.
C’era una volta... E c’è ancora...
Una matrigna e una fata, una davanti all’altra, come in uno specchio. Come due facce di un’antica moneta. Come se fossimo noi a scegliere chi essere. Ogni giorno.
C’è una bambina persa in un bosco di perplessità e dubbi. Una bambina, qualunque sia la sua età.
C’è una sguattera che ancora non sa di poter diventare regina. E si ostina a vivere nella cenere.
C’è un’orfanella. Senza più padre e madre ha perso le sue radici, e non sa proprio come costruire una speranza.
C’è un principe, che gironzola su un cavallo bianco in attesa che qualcuno chieda il suo aiuto. Non è un principe vero. Le favole lo chiamano così, ma è solo un pensiero arrivato da un paese lontano lontano per sollevare il morale. È solo la voce di un amico. Lo chiamano principe, perché non c’è niente di più regale di una parola che ti salva.
E c’è la bella che deve affrontare la sua bestia, per andare oltre alle apparenze e innamorarsi di ciò che non ha un bel aspetto ma fa parte di lei.
C’era una volta... E c’è ancora...
Chi non crede alle favole, perché raccontano solo fantasie. Chi non vede, nelle storie degne di essere raccontate a un bambino, la complicata vita degli esseri umani e il loro riscatto. Chi non coglie il lieto fine, se avviene seguendo disegni misteriosi e perfetti, e non secondo piccoli progetti mentali.
C’era una volta... E c’è ancora... La possibilità di cambiare punto di vista.

Simona Bisacchi, da San Marino Fixing

 
Di Simona (del 02/02/2018 @ 18:35:58, in I miei articoli su Fixing, letto 171 volte)

Colore e acqua, per catturare la luce.
L’acquerello nasce così.
Nasce da WIlliam Turner (1775 - 1851), che si innamora della luce, di come cade sull’acqua e sui ponti, e comincia a dipingere paesaggi, e a viaggiare, per catturare ciò che non si può toccare ma illumina il mondo.
Il pittore inglese, precursore dell’impressionismo, “andò alle cascate per i colori dell’iride, guardò all’esplosione per le sue fiamme, chiese al mare l’azzurro più intenso e al cielo l’oro più puro”, come scrisse il critico inglese John Ruskin.
Inseguì la luce per tutta la vita.
Cercò di coglierne le sfumature e gli umori, quasi fosse un’amica accanto a lui.
Colse la sua delicatezza alla foce del Canal Grande di Venezia. La sua intensità bruciante nell’eruzione del Vesuvio. Riuscì ad afferrarla anche nella notte in mare dei pescatori. Tutta la vita a esplorarla. A cercare di mostrarla e rappresentarla. Tanto che nelle ultime opere non si vedevano più i contorni della natura e delle creazioni dell’uomo, ma la luce era il confine e la forma. La luce era l’essenza e il perimetro. Come se le onde, gli alberi e perfino le persone non meritassero di essere rappresentate per come apparivano. Il loro valore, la loro bellezza, non era nella conformazione, nei lineamenti. Il loro valore, ciò per cui valeva la pena dipingerli, era la luce che irradiavano.
A Turner non interessava più il contenitore. A Turner interessava la sostanza. Quella vita che sprigionava la sua forza al di là delle figure. E anche al di là dell’armonia.
In un suo dipinto, “Tempesta di neve” (1842), una nave è sorpresa in mare da una possente bufera. La tempesta sembra una spirale, un vortice destinato ad inghiottire l’imbarcazione. Eppure, anche nel caos, l’occhio segue la luce: la vela bianca, un cielo che non dimentica il suo celeste e, tra il buio delle onde, lo sprigiona.
Turner insegue la luce, cogliendola anche in situazioni estreme, in armonie interrotte da incendi e tumulti. La coglie anche là dove sembra che regni il caos. La luce c’è. È bellissima e splendente nel mattino dopo il diluvio. È un metro di misura nella bufera di neve che sorprende Annibale e il suo esercito mentre attraversano le Alpi: la luce si irradia dal cielo, dalle montagne, dalla bufera e gli uomini - per quanto gloriosi e forti - sono puntini inginocchiati davanti alla sua potenza.
Tutta la vita a seguirla, quella luce, per poi trovarla dappertutto. E dichiarare, sul letto di morte, che “La luce è Dio”.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 01/02/2018 @ 18:34:20, in I miei articoli su Fixing, letto 237 volte)

 

E vissero tutti felici e contenti.
Dame e cavalieri. Re e regine. Principesse irrequiete e improbabili consorti.
Nascono destinati a qualcosa di grande, poi lungo il tragitto qualcosa va storto e ha inizio la battaglia.
Per quanto la principessa sia bella, per quanto il cavaliere sia senza macchia sono costretti a mettere da parte sogni immacolati e teorie deliziose, per cominciare a vivere sul serio. La battaglia è dura e la soluzione non è assolutamente a portata di mano, ma quando riescono il lieto fine è lì ad aspettarli.
Sono belle le favole perché ti insegnano a spingere lo sguardo e la mente verso soluzioni che non avresti mai considerato. Perché “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”, scriveva Gianni Rodari.
Insegnano le favole che un cavaliere che non è pronto a combattere per ciò che gli sta a cuore è destinato a vivere nella solitudine e nell’insoddisfazione. E se una principessa non osa, non tenta, a costo di cadere e sporcarsi di fango mentre la sua carrozza torna a essere zucca, allora rimarrà sempre schiava di chi in lei vede solo una povera Cenerentola.
E quel “vissero tutti felici e contenti” che sta tanto antipatico agli adulti, perché secondo loro non corrisponde alla realtà, è invece quello che fa sognare i bambini, che li fa fantasticare su tutto quello che può accadere dopo.
Perché dopo accade sempre qualcosa.
Ma è assolutamente verosimile che il cavaliere e la principessa vivano comunque felici e contenti, perché le avventure terribili che hanno vissuto, le streghe che hanno dovuto sconfiggere e gli incantesimi che hanno spezzato hanno insegnato loro come si affronta la vita. Forse hanno perso un po’ della loro spensieratezza, ma hanno acquistato la consapevolezza di potercela fare. Anche nel fango.
Lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton scriveva “Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”. E allora certo che vivono tutti felici e contenti. Perché ora sanno. Sanno che nemmeno il fuoco di un drago può carbonizzare il coraggio. Nemmeno il sortilegio di una strega invidiosa può durare all’infinito se interviene la forza di un’unione. E anche un volto sfregiato dall’arroganza può guarire se c’è una Bella a far nascere un sorriso.
“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso”, sostiene Paulo Coelho. E in questo precario equilibrio umano, la contentezza è l’asta che può far mantenere l’armonia mentre si procede in quel vuoto, che sempre unisce due vette distanti.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 31/01/2018 @ 11:45:10, in I miei articoli su Fixing, letto 162 volte)

Si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.
Eppure, oggi, quando si parla di Michelangelo Buonarroti vengono in mente solo le meraviglie che ci ha lasciato.
La sua permalosità, la sua suscettibilità non toccano il nostro tempo.
Le sue opere sì. Ancora ci accompagnano. Ci insegnano.
Ma di quel brutto carattere non ci raccontano nulla. Ci raccontano piuttosto di un’inquietudine profonda, e tremendamente attuale, di un’arte che non è solo bellezza ma anche tormento.
E quest’uomo - che sembrava vivere solo per se stesso e la sua arte, tanto da risultare indifferente anche alle sorti della propria famiglia - ha tramandato all’umanità intera un patrimonio di splendore.
Ha colto la grazia e la disperazione che la terra racchiude. Ha dovuto viverle per poterle raccontare così bene. Ha dovuto sforzarsi fino all’ultimo tocco di pennello, fino all’ultimo colpo di scalpello, perché tutti potessimo vedere, e cercare di capire.
Sembra dirci che non esiste bellezza senza tensione, senza spinta al movimento, all’azione.
Nemmeno i santi e i martiri del “Giudizio universale” - nella Cappella Sistina - sono fermi, immobili in un’estatica contemplazione. No, nemmeno nella pace eterna si sfugge a un eterno movimento, a un costante lavoro.
Michelangelo sta lì, con la sua barba lunga, i suoi modi bruschi e il suo sguardo illuminato, a lavorare per sei anni, perché la sua visione risultasse chiara, perché i suoi dipinti fossero precisi come parole.
Ci ha messo tutto il suo genio e la sua pena per dirci che alla resa dei conti - anche sulla terra - si arriva spogliati. Niente più vestiti. Niente più maschere. Non ci sono più azioni che possono essere nascoste, né nel bene, né nel male.
Alla resa dei conti si arriva come si è. Non come si sarebbe potuto o dovuto essere.
Ma non si ferma qui Michelangelo.
Ci dice qualcosa di più.
Ci dice molto di più.
Da cinque secoli, Michelangelo ci sta urlando che non ci si salva da soli.
Ha studiato, organizzato e dipinto il “Giudizio universale” per farci vedere che la condanna dell’inferno è la solitudine.
I dannati se ne stanno ammassati, stipati sulla barca di Caronte, ma nessuno rivolge uno sguardo o un sospiro all’altro. Nessun conforto. Nessun appoggio. Procedono soli nella loro condanna.
Mentre un po’ più in là, i beati si salvano a vicenda.
Afferrano i polsi, allungano le braccia, e usano corde per tirare su chi è più in basso.
Ci si salva insieme.
O si è destinati alla solitudine.
È Michelangelo a scriverlo, su una parete immortale.
Eppure, si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.

Simona BIsacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 02/10/2017 @ 13:56:16, in I miei articoli su Fixing, letto 571 volte)

Non può esserci teatro, se non c’è immaginazione.
Sali sul palcoscenico per dar vita a un personaggio che non sei tu, ma che ha bisogno di te per esprimere se stesso e la sua storia.
Devi spostare i riflettori dalla tua esistenza e mettere tutto te stesso a disposizione di quella Desdemona, di quel Faust, o di quella Nora che si è stancata di essere trattata come una bambola.
Non c’è tempo per riorganizzare l’agenda, per chiamare in riunione i tuoi collaboratori o per preoccuparti che sta per piovere e hai lasciato i panni sul terrazzo.
Devi fermare la logica, accettare che le regole consuete che governano il tuo mondo non valgono sulla scena. E prendere in considerazione che l’impossibile abbia forti possibilità di riuscita.
Quando non si è in grado di guardare al di là della cronaca dei fatti, quando si è così ingabbiati nelle opinioni più di moda da non capire più qual è la propria, allora è il momento di prendere lezioni di immaginazione.
Potete fare un corso di teatro. Ma che sia un teatro capace di appoggiare i piedi sulla realtà e spiccare il volo per guardarla da un po’ più in alto, da un po’ più distante, da dove è possibile intuire un nuovo significato.
Oppure immaginatevi. Immaginate voi stessi, in modo differente. Guardate la vostra giornata, il vostro lavoro, il vostro modo di sopportare o arrabbiarvi, e immaginate qualcosa di diverso - di più bello, di più forte - per produrre qualcosa di diverso, di più bello, di più forte.
Seguite le indicazioni di quel genio di Albert Einstein che ancora ci suggerisce che “La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto”.
E se il vostro unico credo è la scienza, ammettete che “Ogni grande progresso scientifico è scaturito da una nuova audace immaginazione”, come sottolinea il filosofo John Dewey.
A chi invece è convinto che la vera arte nasca solo dalla sofferenza, scriva sulla lavagna del proprio studio che “L’immaginazione a volte dispiega ali grandi come il cielo in un carcere grande come una mano”, parola dello scrittore romantico Alfred de Musset.
Non c’è evoluzione che non passi dall’immaginazione.
Prendete lezioni di immaginazione dai vostri figli che guidano uno scatolone e parlano con gli animali. Dalle maestre che chiedono ai propri alunni di inventare favole. Dai fiori che nascono sui marciapiedi. Dai vostri amici che vi immaginano migliori di quanto voi siate, altrimenti non si spiegherebbe perché vi vogliano così bene.
Prendete lezioni di immaginazione dall’anziana che si dondola su un’altalena del parco.
Da chi - come Joseph Conrad - sta lavorando guardando fuori dalla finestra.
Dai nonni che hanno creduto in un futuro migliore del loro.
Dai genitori che hanno pensato per voi una vita.
Non c’è limite all’immaginazione se qualcuno ha fatto di tutto per farvi capire che l’impossibile può diventare possibile, nonostante tutto.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 15/08/2017 @ 09:00:00, in I miei articoli su Fixing, letto 374 volte)

E alla fine arriva per tutti un momento in cui si inizia a pregare.
Anche se sei ateo. Anche se non sei così convinto sul nome del tuo Dio o della tua religione.
Ci si inginocchia. Come Abraham Lincoln, che scriveva “Molte volte sono finito in ginocchio spinto da una schiacciante convinzione di non avere alcun altro luogo dove andare”. Oppure si rimane dritti in piedi, con le mani in tasca, perché non si è così convinti di quello che si sta facendo, e forse un po’ ci si vergogna, perché si sa benissimo che “Per qualunque cosa uno preghi, prega sempre per un miracolo. Ogni preghiera si riduce a questa: Buon Dio, concedimi che due più due non faccia quattro” (Ivan Turgenev).
Pregare è un’arte. L’arte di saper chiedere. Di ascoltare una risposta che arriverà non come una voce nel tuo orecchio ma come un evento nelle tue giornate. E di accettarla, quella risposta.
Antoine de Saint Exupery, nella sua poesia “Insegnami l’arte dei piccoli passi”, trasforma la preghiera in un viaggio. Un viaggio in cui ogni tappa corrisponde a una capacità che l’uomo, con fatica e forza di volontà, può raggiungere.
“Non ti chiedo né miracoli né visioni ma solo la forza necessaria per questo giorno”, inizia così la sua supplica. Inizia da questa realtà, dalla sua quotidianità.
Il tragitto comincia da una semplice, ma non scontata, consapevolezza: è nella vita di tutti i giorni, attraverso la “banalità” del quotidiano, che si possono raggiungere traguardi elevati.
Le sue richieste non hanno nulla di trascendentale o metafisico.
Chiede attenzione ed inventiva per scegliere al momento giusto conoscenze ed esperienze. Chiede consapevolezza nell’uso del tempo. E discernimento per distinguere ciò che essenziale e ciò che è secondario. Chiede forza, autocontrollo e misura, per organizzare con sapienza la giornata e non lasciarsi portar via passivamente da quello che accade.
“Aiutami a far fronte, il meglio possibile, all’immediato e riconoscere l’ora presente come la più importante”. E qui il viaggio si fa serio. Riconoscere il presente come il fondamento del futuro e la possibilità di migliorare il passato, ciò che siamo stati, è il punto di svolta per aprirsi a un nuovo sguardo sulla realtà, arrivando quasi a capovolgere il modo in cui deve essere interpretata: “Dammi di riconoscere con lucidità che le difficoltà e i fallimenti che accompagnano la vita sono occasione di crescita e maturazione”.
Una volta cambiata così profondamente la propria mentalità, è finalmente possibile aprirsi agli altri: “Fa di me un uomo capace di raggiungere coloro che hanno perso la speranza”. Solo a questo punto si può realizzare quella accettazione che permette a un essere umano di compiere la preghiera delle preghiere: “E dammi non quello che io desidero ma solo ciò di cui ho davvero bisogno”.
L’ultimo verso della poesia, dove chiede “Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi”, non è che è il riassunto di tutte le tappe precedenti. Il modo migliore per affrontare il viaggio.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 10/07/2017 @ 16:29:23, in I miei articoli su Fixing, letto 282 volte)

Scolpire.
Prendere un materiale inerte, fermo, per poi lavorarlo, scartarlo, fino a dargli una forma piena di vitalità, di movimento, di idee.
È l’artista, la vita che gli scorre nelle mani, a tirare fuori da un blocco di marmo la grazia e la meraviglia di un’opera d’arte.
Succede nella scultura.
Succede nel cuore dell’uomo.
Scolpire è il gesto che l’esistenza, la quotidianità, compie sugli esseri umani.
Sono le esperienze che levigano l’uomo. Sono gli incontri a smussarne gli spigoli.
“Ho visto un angelo nel marmo - spiegava Michelangelo Buonarroti - E ho scolpito fino a liberarlo”.
Per quanto coriaceo, il marmo non è più duro dello strato di abitudini e personalissime convinzioni che abita il nostro essere. Per scovare, sotto tonnellate di vizi e pregiudizi, le grandi potenzialità che possediamo, lo scalpello ha bisogno di prendere un’energica rincorsa. Ed è per questo che la vita di tutti i giorni ci mette davanti a situazioni poderose e al limite dell’assurdo, come le menti e le mani dei grandi artisti.
I giorni levigano, arrotondano, addolciscono, ma solo chi si lascia scolpire.
Le parole - ascoltate, pronunciate, pensate - soffiano la vita, in meandri invisibili agli occhi.
La vita incide il marmo, lo spacca e lo definisce, e il suo scalpello sono le persone che vengono messe sulla nostra strada. Che siano le persone che amiamo, che siano quelle che non sopportiamo, sono loro a lasciare un’incisione - più o meno profonda - nella nostra roccia. Perché la vita, come l’arte, non è un’esperienza da eremiti.
Implica una partecipazione.
Implica condividere quel poco che si ha. E no, non è semplice come buttare in un cappello sdrucito quei due spiccioli che avanzano nelle tasche. Condividere significa guardare in faccia la realtà, non lasciarsi sopraffare, e portare avanti i propri principi, agire secondo quei principi, anche quando non conviene. Anche quando è scomodo. Anche quando sembrerebbe più confortante rinchiudersi in un presuntuoso silenzio.
Ma come scrive lo scultore Arnaldo Pomodoro, “Credo che l’artista non possa chiudersi in una torre d’avorio e anzi debba essere coinvolto e proiettato nella società: è un problema etico che ho sempre sentito”. È un problema umano, non solo artistico.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 19/06/2017 @ 16:45:58, in I miei articoli su Fixing, letto 334 volte)

Dove risiede la bellezza della luna?
Nel suo essere perfetta e discreta all’occhio.
Nel suo splendere velata.
Nel valore che le diamo, nei presagi che leggiamo nei suoi colori, nelle leggende che risiedono nel suo farsi piena.
Ma la sua bellezza è anche nel suo lato oscuro, in ciò che di lei rimane coperto, misterioso, in quella parte a noi invisibile che si nasconde dietro al suo incanto.
“Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno” scrive Mark Twain.
Come la luna possiamo brillare di luce riflessa quando un’idea ci ispira e viene ad abitarci perché possiamo realizzarla.
Come la luna possiamo accogliere in silenzio confidenze e preghiere.
E come nella luna lo splendore convive con l’ombra.
Quando ci presentiamo diciamo il nostro nome, il cognome, la professione anche, e tiriamo fuori un sorriso. La nostra ombra no, non la presentiamo. Cerchiamo di renderla discreta, non predominante, attraverso quotidiani esercizi di gentilezza. Ma per riuscire a farlo, bisogna ammettere di possedere quell’ombra. Bisogna accettare di essere come la luna: capace di portare uno spiraglio di luce in mezzo alle tenebre più scure, ma anche di agitare gli animi, perché - come scrive Shakespeare - “È tutta colpa della luna, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”.
Chi crede di essere solo luce, chi si crede il sole, è destinato a incontrare il suo lato oscuro in continuazione, in ogni istante, e lo attribuirà a qualcun altro.
Non accettare la propria zona d’ombra, equivale a moltiplicarla all’infinito, fino a vederla riflessa in ogni essere umano che incrocia il nostro cammino.
Come la luna raccogliamo desideri, che ci fanno diventare pieni ma mai sazi. Come la luna siamo soli, perché non ci accorgiamo di quante stelle ci siano intorno.
Come la luna, che solleva interi oceani in maree, siamo capaci di imprese straordinarie.
Capaci di quiete. Di riservatezza. E di enorme conforto.
“Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva per il cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” (“Ciaula scopre la luna”, Luigi Pirandello).

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 16/05/2017 @ 08:57:12, in I miei articoli su Fixing, letto 434 volte)

 Quando si vuole conoscere meglio qualcuno, il modo più efficace è ascoltarlo.
Non solo ascoltare i suoi discorsi, ma mettersi in ascolto dei suoi gesti, delle parole trattenute, di quelle nascoste.
Prendete una donna. Prendete la donna che vi sta accanto, che sia vostra moglie, o la mamma, che sia un’amica o vostra sorella.
Potete conoscere i ricordi che lei è disposta a condividere con voi. Nel caso di una mamma potete elencare le regole che vi ha dato nel corso della vostra vita. E chi è stato più attento potrà ripescare dalla memoria i suoi consigli, anche se non li ha ascoltati. Potete essere così certi della risposta che vi darà a una domanda, da non porgliela nemmeno. Eppure, chi avete davanti rimarrà comunque un mistero, se non deciderete di ascoltare.
Tenendo bene a mente che “Sentire è facile perché esercizio dell’udito, ma ascoltare è un’arte perché si ascolta anche con lo sguardo, con il cuore, con l’intelligenza”, come scrive il saggista Enzo Bianchi.
Quando si vuole conoscere il mondo di una donna, il primo passo è il silenzio.
Silenzio su come appare, perché sicuramente è molto più forte - o fragile - di quello che mostra. Silenzio su tutto ciò che in lei trovate banale, perché non esiste qualcuno di ordinario sulla terra, ma se anche ci fosse non sarebbe una donna.
Quando il silenzio è stato fatto, allora l’ascolto ha inizio.
Il modo in cui cammina. I prodotti che compra quando fa la spesa. Le sue letture. La capacità di cucinare, o di cantare, o di parlare. L’innata abilità di aggiustare. Le foto che tiene sul comodino. La sua risata spontanea, e quella che usa quando non vuole offendere qualcuno. Questo può raccontarti una donna, senza nemmeno dire una parola. È facile da vedere, è sotto gli occhi di chi le sta accanto, ma per lo più si è impegnati in altro.
Come ha scritto il giornalista statunitense Patrick Jake O’Rourke, “Tutti vogliono salvare la terra, nessuno vuole aiutare la mamma a lavare i piatti”.
Conoscere qualcuno comporta che si sia interessati a farlo. Comporta impegno. Ma soprattutto comporta accettare di mettere da parte qualcosa: quello spropositato ego, che ci fa vedere gli altri come semplici proiezioni di noi stessi, delle nostre antipatie o simpatie, dei nostri limiti o delle nostre fortune.
Ma se si decide di fare un passo al di là di se stessi, allora l’incontro è possibile. E “tutto quel che ha valore è il prodotto di un incontro” (Simone Weil).

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 20/04/2017 @ 16:34:44, in I miei articoli su Fixing, letto 231 volte)

 

Il patrimonio di un popolo risiede nelle sue capacità di esprimersi e raccontarsi.
Quando manca questa capacità, l’uomo è destinato al silenzio.
Conoscere una lingua straniera sembra, oggi, fondamentale.
Trascurare la propria lingua sembra, oggi, abituale.
Mentre i dialetti sono diventati, oggi, appannaggio di autori e registi che colgono la loro forza espressiva, ma rimangono sconosciuti - o addirittura bistrattati - da molti.
Abbiamo abbandonato il dialetto perché non è abbastanza raffinato, è brusco, grossolano. Lo abbiamo messo da parte e chiuso in soffitta, come i ricordi dei nonni, la loro storia. Lo abbiamo accantonato perché è fuori moda. E lo abbiamo rimpiazzato con uno slang contemporaneo fatto di termini anglofoni di cui - quasi - nessuno conosce il significato autentico.
Ci si riempie la bocca di “brunch”, si mettono insieme le idee in un “brain storming”, si immortalano momenti in un “selfie”, e si pretende un’esistenza “all inclusive”. Fino a perdersi in un fatuo linguaggio da villaggio globale, dove tutti usano gli stessi termini e non dicono niente.
“Quand’è che finisce il gergo e comincia un nuovo dialetto? - si chiede la giornalista statunitense Constance Hale - Dov’è la linea tra neologismo e iperbole? Come possiamo tenere il passo con la tecnologia senza impiantarci nei tecnicismi? È possibile scrivere di macchine senza perdere il senso dell’umanità e della poesia?”.
Umanità e poesia di cui i dialetti sono ricolmi.
La lingua italiana ha unito un popolo, diviso da troppi dialetti che ostruivano il dialogo. Ma ora che il dialogo è possibile, e il dialetto non è più divisione ma cultura - cultura di una regione, cultura di radici e generazioni - appare tutto troppo provinciale. Ci si finge cittadini del mondo rimanendo fermi davanti alle nostre “chat”, ai nostri “sms”, che danno la sensazione di essere dappertutto, mentre si è solo - e soli - davanti a uno schermo.
Non si fa fatica a parlare il dialetto, si fa semplicemente fatica a parlare, perdendo concretezza sia nel linguaggio che nel pensiero.
“La parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare”, questa definizione dello scrittore Luigi Meneghello spiega con immensa semplicità perché ci sono termini dialettali che sono intraducibili in italiano. Sono parole nate dalla quotidianità, dal lavoro, non filtrate da libri o professori, solo vissute. Le parole dialettali non definiscono concetti ma dipingono la realtà. Perché “Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia” (Gilbert Keith Chesterton).

Simona Bisacchi , da Fixing

 
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