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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 12/11/2018 @ 12:04:13, in I miei articoli su Fixing, letto 55 volte)



La scala musicale è composta da sette note. E milioni di sinfonie possibili.
Proprio come la letteratura. Come l’esistenza.
Ogni libro inizia con una copertina e finisce con un epilogo: nel mezzo uno svariato numero di pagine, storie, riflessioni. Così l’esistenza, che inizia da nostra madre e finisce in modi e tempi non stabiliti da noi: nel mezzo uno svariato numero di parole, gesti, folgorazioni. Mille miliardi di sinfonie possibili, lungo una stretta scala riservata, che per ognuno è semplicemente la propria vita.
Ad ogni gradino della scala una scoperta, e il conseguente prezzo per ottenerla.
“Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” (poesia 5 in “Xenia II”), Eugenio Montale racconta così la propria scala personale. Racconta di sua moglie Drusilla Tanzi, tanto miope da aver bisogno di aggrapparsi al suo braccio. Eppure, senza di lei, i gradini si susseguono, si susseguono i problemi e le vicissitudini, e non basta avere una buona vista per affrontarli. Al poeta manca la mano che si stringeva a lui. Mancano quegli occhi che necessitavano di occhiali per le vie del mondo, ma che avevano una visione chiara e non superficiale di tutto ciò che accadeva intorno. Erano occhi capaci di scorgere la verità, la vita, dietro alle inezie e alle tragedie dell’umanità. E così il poeta finisce il suo celebre componimento ammettendo che in realtà lui non faceva altro che dare il braccio a colei che lo guidava, “perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”.
C’è chi questa scala vuole percorrerla correndo, volendo raggiungere subito la cima, l’apice, con la stessa presunzione di chi voleva costruire la Torre di Babele. Doveva essere la scalinata suprema che portava fino a Dio. Solo che gli uomini cominciarono a parlare lingue diverse, non si capivano più tra loro. E come si può raggiungere Dio se non sei in grado di comprendere i tuoi simili?
Scala ardua anche quella che dovette percorrere Dante, esiliato dall’amata Firenze.
Nel diciassettesimo canto del Paradiso, nella Divina Commedia, Dante incontra lo spirito del suo trisavolo Cacciaguida, che predice l’esilio del sommo poeta e lo ammonisce: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salire l’altrui scale”.
È amaro il pane che non sa della propria terra e duro è il cammino lungo le strade che non ti sei scelto. Eppure questa scala così ripida porta in sé un profondo riscatto.
Come spiega il professor Franco Nembrini, in “Nel mezzo del cammin”, l’esilio - il lasciare ciò che ami - dovrebbe essere la vocazione di ciascuno, in quanto bisogna essere capaci di lasciare ciò che ci è stato dato, affinché produca frutto.
Lasciare non significa tradire ma condividere, far sì che ciò che amiamo dia un raccolto, che può essere diverso da come lo avevamo sognato o sospettato.
Dante vivrà in esilio fino alla fine dei suoi giorni.
Eppure, dall’alto di quella scomoda scala, ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, che a settecento anni di distanza ancora parlano di noi, del nostro tempo, svelando le nostre miserie, le nostre attese e le grandiose potenzialità.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing
 
Di Simona (del 12/11/2018 @ 11:06:51, in I miei articoli su Fixing, letto 127 volte)

La noia.
Oscar Wilde dichiara che sia l’unico peccato imperdonabile.
Secondo Schopenhauer è figlia degli agi e dell’abbondanza, e solo il lavoro ci preserva da essa.
In ogni caso è qualcosa da cui sfuggire.
Ma non sempre... Perché, a volte, è proprio dalla noia, che nascono idee e scoperte.
Prendete in mano “Un grande giorno di niente” (Topipittori, 2016) dell’illustratrice Beatrice Alemagna. Con poche parole e meravigliose immagini, questo libro racconta come la monotonia di giorni che si ripetono sempre uguali possa diventare l’ispirazione per nuove scoperte.
Durante l’ennesimo pomeriggio di brutto tempo, dopo l’ennesima discussione con la mamma che non lo vuole sempre davanti ai videogiochi, un bambino decide - semplicemente - di uscire di casa. Esce in una natura misteriosa, avventurosa, dove la pioggia precipita come una cascata di perline che colpisce tutto ciò che incontra. Il bambino è con il suo videogioco, lo perde, si dispera. Si sente immobile e solo, tanto che l’autrice disegna le sue gambe come fossero dei tronchi d’albero.
Ma basta appoggiare una mano a terra per scoprire il mondo. Quel mondo che è lì tutti i giorni, ma che non si ha tempo di vedere perché si è sempre impegnati in qualcos’altro. E allora serve la pioggia che rallenta i ritmi.
Serve l’acqua che inghiotte il videogioco, il telefonino o il pc.
Serve la mano schietta di un’illustratrice come Beatrice Alemagna per far sprofondare la mano intimorita del bambino nella terra: “Allora ho sentito grani, granelli, grumi, radici e bacche brulicare sotto le dita. Un mondo sotterraneo di micro-cose sconosciute”.
Non è più solo la vista a guidare il bambino. La vita si svela attraverso il tatto, l’olfatto, per condurlo al valore della memoria: “Poi, ho preso un sentiero. C’erano tantissimi funghi. Mi hanno ricordato un odore: quello della cantina del nonno, dove da piccolo nascondevo le cose preziose. Lo avevo dimenticato”.
Un viaggio che parte dalla noia e porta il protagonista finalmente a casa. Al ricordo di suo padre. Nell’abbraccio di sua madre.
Parlando della sua opera, l’autrice dichiara “Penso che la noia debba essere un diritto per tutti. Il momento importante è realizzare che la noia è libertà”.
Perché, certo, vivere senza mai un attimo di noia è bellissimo. Ma può essere drammatico.
Gli stimoli che ti danno il lavoro, gli amici, la società, o l’arte sono fondamentali.
Ma non sono da meno gli stimoli che vengono da dentro di sé. Quelli che affiorano mentre fai qualcosa di banale come asciugare i piatti o cambiare la lampadina dell’abat-jour.
Idee che vengono fuori, non che qualcuno ti mette dentro.
Seguendo le orme di un bambino infagottato in un impermeabile arancione, si capisce che un momento di noia crea bellezza, sogni. E affina la delicata arte di stare con se stessi.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

 
Di Simona (del 03/10/2018 @ 10:45:44, in I miei articoli su Fixing, letto 64 volte)

In biblioteca nulla è “solo” tuo, ma tutto è “anche” tuo.
È un territorio di condivisione. È uno spazio ideale - al limite dell’utopistico - in cui tutti possono prendere tutto, al patto di essere consapevoli che non appartiene a loro.
È un luogo rivoluzionario, perché ti permette di conoscere e viaggiare, anche se non hai un soldo in tasca, anche se non hai nemmeno uno scaffale in cui appoggiare un romanzo.
È un posto in cui ti occupi degli altri tenendo in mano un libro, perché trattarlo bene significa lasciarlo in ordine e pronto per chi lo prenderà dopo di te. Un po’ come si dovrebbe fare con il mondo, con i valori e i sogni.
“La biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”, scrive Jorge Louis Borges (in “La biblioteca di Babele”).
La biblioteca è armata. Armata di tutto lo scibile umano. Di tutta quella storia grandiosa e di tutte quelle storie piccine, che vedono protagonista il genere umano. E se si spegnessero i computer, se le tv interrompessero le trasmissioni, lei rimarrebbe lì. Manterrebbe intatta la sua voce. I suoi archivi sarebbero ancora pronti per essere consultati. Per raccontarci ancora del mondo, attraverso parole che nemmeno un blackout totale può spegnere.
“Quand’ero piccolo da grande volevo fare il libro. Non lo scrittore, il libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver”, scrive Amos Oz in “Una storia di amore e di tenebra”.
I libri resistono. Anche al fuoco. Anche quando c’è qualcuno che ha come unica missione quella di incendiarli. In “Fahrenheit 451” di Bradbury, i pompieri devono eliminare non solo tutti i volumi, ma ogni casa che ne contenga uno. Roghi di libri, di abitazioni, ma non di idee. Perché la gente continua a pensare, a trovare soluzioni, e i libri li impara a memoria. Ogni uomo diventa parte di una grande biblioteca di voci.
Perché come ci ricordano “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, “Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino FIxing

 
Di Simona (del 02/10/2018 @ 11:42:21, in I miei articoli su Fixing, letto 238 volte)

Dove c’è creatività, composizione, c’è lei: l’ispirazione, la musa.
È quel pensiero che arriva talmente chiaro da sembrare illuminato e guida la penna, il colore, o le note per raccontare il mondo da un altro punto di vista. Per raccontare qualcosa che va “al di là” del mondo e della vista.
Nella mitologia le nove dee che proteggevano le arti e il sapere erano figlie di Zeus e Mnemosine, la dea della memoria. Il re degli dei e la facoltà di ricordare generano l’arte, diventano ispirazione. Come a indicare che l’essere umano per diventare artista ha bisogno di rievocare quella scintilla di infinito, che abita il mondo - e l’uomo stesso - ma che spesso viene messa da parte, schiacciata, dimenticata.
L’arte diventa così memoria, un rispolverare quell’immenso che c’è, è alla portata di tutti, ma solo l’artista sa cogliere e comunicare. Solo l’artista sa riconoscere la meraviglia in mezzo al caos.
La musa ispiratrice a volte è una donna in carne e ossa. La moglie Zelda per lo scrittore Francis Scott Fitzgerald. La madre per il pittore futurista Umberto Boccioni. Le numerose amanti di Picasso. Altre volte l’ispirazione è semplicemente un’idea. Il desiderio di provocare di Maurizio Cattelan. O la ricerca di ciò che di più nobile esiste nel mondo e nell’arte. Dante Alighieri con la sua Beatrice fonde questi due aspetti, la donna e l’idea. Descrive la grazia, dandole un nome e dei lineamenti. Ma la donna di cui parla non ha nei. E tocca questo mondo, tocca i pensieri di Dante, solo per renderli migliori. Non crea dissensi, fratture, separazione. Influenza la sua scrittura solo per guidarla, in una ricerca intensa e profonda della verità, della vita.
Questo è il compito della musa. Tirare fuori il meglio dell’artista, del pensatore, dell’essere umano.
È la capacità di Catherine Barkley di far nascere e crescere un sentimento in mezzo alla furia della guerra, in “Addio alle armi” di Ernest Hemingway. È la rosa superba ma con una sola spina che fa desiderare al piccolo principe di tornare a casa, nel capolavoro di Saint Exupery. È la bizzarra Anna dai capelli rossi che dà un nuovo senso all’esistenza dei due anziani fratelli Marilla e Matthew, nel romanzo (per ragazzi?) di Lucy Maud Montgomery. È la fragile Italia - di “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini - che svela al dottor Timoteo che l’amore e la vita sono da tutta un’altra parte rispetto a dove le stava cercando.
E a volte seguire l’ispirazione, seguire la musa è semplicemente un atto di coraggio. Il coraggio di descrivere il mondo in un modo diverso da come gli altri lo vedono.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino Fixing 

 
Di Simona (del 06/09/2018 @ 17:44:14, in I miei articoli su Fixing, letto 119 volte)

Numerose sono le cause del prodigioso fascino della fotografia.
Trattiene in sé un ricordo. Rappresenta la realtà. Racconta luoghi e popoli che mai si incontrerebbero dal vivo. Informa. Rallegra. Fa riflettere.
Ma tra queste numerose cause di bellezza, ce n’è una che la rende unica: il tempo.
Ogni scatto cattura un istante, un unico secondo nello scorrere perpetuo degli anni. Eppure quel secondo, quell’istante, può raccontare un’intera epoca.
La pittura ha bisogno di tempo. La scrittura ha bisogno di pagine. Ma la fotografia si gioca tutto in un palpito.
“Noi fotografi abbiamo sempre a che fare con cose che svaniscono di continuo, e quando sono svanite non c’è espediente che possa farle ritornare. Non possiamo sviluppare e stampare un ricordo”, questo dichiarava il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004), un poeta per immagini, uno dei più grandi del Novecento, tanto da essere definito “lo sguardo del secolo”. E dichiarava anche che le persone in grado di vedere sono rare quanto quelle capaci di ascoltare. E che la sensibilità non si insegna. E che un buon fotografo deve saper allineare il cuore, la mente e l’occhio. Alla ricerca dell’eternità in un istante lungo un respiro.
L’infinito a volte è racchiuso nella vita di tutti i giorni, che sembra tutta uguale, quasi monotona, finché non la coglie un occhio come quello del fotografo argentino Pedro Luis Raota (1934-1986), che racconta una partita di pallone tra due ragazzini come se fosse il più epico dei gesti atletici. E racconta di una vecchia signora che appoggia la stampella al muro e suona il violino a due bambini. Un Caravaggio con la macchina fotografica, che ha reso eterna la quotidianità.
E c’è chi con quel piccolo scatto ha voluto riassumere un periodo storico. La fotografa di origine tedesca Gerda Taro (1910-1937) - “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018 - ha immortalato la guerra civile spagnola, perdendo lì la vita. Entusiasta, avventurosa, ha raccontato al mondo gli addestramenti delle miliziane sulla spiaggia di Barcellona, i bombardamenti dell’aviazione nazionalista, e se n’è andata violentemente, lasciando solo il suo compagno Robert Capa (1913-1954), celebre fotografo di conflitti in giro per il mondo, che dichiarò “Il più intenso desiderio di un reporter di guerra è la disoccupazione”.
Il fotografo è un artista che rischia di essere sempre spiazzato dal tempo, sorpreso a tradimento. Ma quando si fa trovare preparato, pronto, la sua macchina cattura quello che sarebbe passato inosservato, quello che sarebbe stato rinnegato o semplicemente dimenticato. Il fotografo non permette questo. Non permette che la storia sia l’opinione del più forte. Non permette che la quotidianità svanisca nella banalità. Non permette che la terra giri senza raccontare chi e cosa la abita.
Il fotografo statunitense Ansel Adams raccontava che “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”.
Hai un istante per farlo.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino Fixing

 
Di Simona (del 31/07/2018 @ 11:44:05, in I miei articoli su Fixing, letto 416 volte)

Il cielo d’estate è in continuo movimento.
Ci colpisce tingendo la luna di rosso, in un’eclissi totale così peculiare da potersi considerare unica in questo secolo.
Ci svela Marte, avvicinandolo come mai era accaduto negli ultimi quindici anni.
E si prepara a mostrarci lo spettacolo di quelle meteore che s’incendiano a contatto con l’atmosfera terrestre, creando scie luminose a cui affidare desideri.
Tutti a testa in su, a guardare le Perseidi, frammenti lasciati da una stella cometa all’interno della costellazione di Perseo.
Tutti a testa in su, a riaccendere speranze e a pronunciare un desiderio.
Anche se si è scettici. Anche se “si sa che tanto non è vero”. Anche se non si muovono nemmeno le labbra e si esprime col pensiero.
Non costa nulla sdraiarsi in un campo, guardare in alto e aspettare che qualcosa avvenga.
Per una notte, per una notte soltanto, si mettono da parte le lotte e le fatiche quotidiane, per parlare con il cielo.
Tu cosa gli diresti?
Cosa racconteresti a una stella che passa per caso tra te e il cielo?
Forse ti fermeresti a qualcosa di superficiale. Parleresti di un’auto che non ti puoi permettere. Un viaggio che non farai mai. Oppure andresti un po’ più sul personale. Qualche problema sul lavoro. Qualcuno con la moglie, qualcun altro con la suocera.
Se, però, la notte è una di quelle belle. Se il campo in cui ti sei steso è morbido e la compagnia è così perfetta da permetterti di stare anche in silenzio, allora oseresti anche qualcosa di più. Forse racconteresti che non ti piace granché esprimere desideri, perché in fondo sei d’accordo con George Bernard Shaw: “Nella vita esistono due tragedie. La prima è la mancata realizzazione di un intimo desiderio, l’altra è la sua realizzazione”.
E quando tua moglie ti ha regalato “L’Alchimista” di Paulo Coehlo, hai tremato leggendo “Quando desideri una cosa, tutto l’Universo trama affinché tu possa realizzarla”.
Eppure, dato che in questa notte di stelle cadenti si sta così comodi, puoi confessare che ogni desiderio - avverato, disilluso o scansato - ha portato a una resa dei conti, a mille interrogativi, a un cambiamento. Perché “Ogni desiderio mi ha arricchito più che il possesso sempre falso dell’oggetto del mio desiderio”, scriveva André Gide, ne “I nutrimenti terrestri”. E poi quella volta che hai letto “Le affinità elettive” di Goethe (anche questo regalo di tua moglie), hai apprezzato quando ha scritto che “La sorte appaga i nostri desideri, ma a modo suo, per poterci dare qualcosa al di là dei desideri stessi”.
E allora tutto questo esprimere desideri, queste stelle cadenti a cui affidarli, alla fine non sono altro che gradini di una scala da salire. Realizzati o irrealizzabili, quei desideri ti hanno indicato la strada per andare avanti, ogni giorno. E il desiderio che ti senti di esprimere a quella bella stella - che in realtà è una meteora - che sta crollando verticalmente proprio davanti a i tuoi occhi... Ecco, l’unico desiderio è di continuare a salire quella scala, non scenderla. Andare avanti, non tornare indietro.
Ma realizzare un desiderio ha un costo.
Qual è il costo di un desiderio in una notte d’estate?
Alzarti da quel bel campo morbido, lasciare che la notte finisca, e riprendere le lotte e le fatiche quotidiane. Sperando che in fondo Coehlo abbia ragione.

Simona Bisacchi, da San Marino Fixing 

 
Di Simona (del 15/02/2018 @ 17:39:11, in I miei articoli su Fixing, letto 306 volte)

C’era una volta...
E c’è ancora...
Un lupo che si aggira famelico in quel bosco in cui non dovremmo proprio entrare, perché è troppo buio. Troppo intricato. E noi abbiamo ancora troppa paura, per capire che quel lupo aspetta qualcuno che gli dia da mangiare. Qualcuno che lo ammansisca. Aspetta un amico che lo metta al suo posto.
C’è un gigante, per cui non siamo altro che formichine. E chi se ne importa se camminando ci calpesta! Ci considera piccoli e non così rilevanti, ma forse sta solo suggerendo la nostra giusta misura nel mondo, a noi che ci crediamo tanto grandi e importanti.
E ci sono i draghi. Che volano sulle nostre teste, enormi e minacciosi. Potrebbero proteggere la città, invece la incendiano. E mentre tutto brucia, siamo così impegnati a dare la colpa a chi li ha fatti entrare, e a cacciare il mostro con frecce e spade, da dimenticarci di spegnere il fuoco.
C’era una volta... E c’è ancora...
Una matrigna e una fata, una davanti all’altra, come in uno specchio. Come due facce di un’antica moneta. Come se fossimo noi a scegliere chi essere. Ogni giorno.
C’è una bambina persa in un bosco di perplessità e dubbi. Una bambina, qualunque sia la sua età.
C’è una sguattera che ancora non sa di poter diventare regina. E si ostina a vivere nella cenere.
C’è un’orfanella. Senza più padre e madre ha perso le sue radici, e non sa proprio come costruire una speranza.
C’è un principe, che gironzola su un cavallo bianco in attesa che qualcuno chieda il suo aiuto. Non è un principe vero. Le favole lo chiamano così, ma è solo un pensiero arrivato da un paese lontano lontano per sollevare il morale. È solo la voce di un amico. Lo chiamano principe, perché non c’è niente di più regale di una parola che ti salva.
E c’è la bella che deve affrontare la sua bestia, per andare oltre alle apparenze e innamorarsi di ciò che non ha un bel aspetto ma fa parte di lei.
C’era una volta... E c’è ancora...
Chi non crede alle favole, perché raccontano solo fantasie. Chi non vede, nelle storie degne di essere raccontate a un bambino, la complicata vita degli esseri umani e il loro riscatto. Chi non coglie il lieto fine, se avviene seguendo disegni misteriosi e perfetti, e non secondo piccoli progetti mentali.
C’era una volta... E c’è ancora... La possibilità di cambiare punto di vista.

Simona Bisacchi, da San Marino Fixing

 
Di Simona (del 02/02/2018 @ 18:35:58, in I miei articoli su Fixing, letto 343 volte)

Colore e acqua, per catturare la luce.
L’acquerello nasce così.
Nasce da WIlliam Turner (1775 - 1851), che si innamora della luce, di come cade sull’acqua e sui ponti, e comincia a dipingere paesaggi, e a viaggiare, per catturare ciò che non si può toccare ma illumina il mondo.
Il pittore inglese, precursore dell’impressionismo, “andò alle cascate per i colori dell’iride, guardò all’esplosione per le sue fiamme, chiese al mare l’azzurro più intenso e al cielo l’oro più puro”, come scrisse il critico inglese John Ruskin.
Inseguì la luce per tutta la vita.
Cercò di coglierne le sfumature e gli umori, quasi fosse un’amica accanto a lui.
Colse la sua delicatezza alla foce del Canal Grande di Venezia. La sua intensità bruciante nell’eruzione del Vesuvio. Riuscì ad afferrarla anche nella notte in mare dei pescatori. Tutta la vita a esplorarla. A cercare di mostrarla e rappresentarla. Tanto che nelle ultime opere non si vedevano più i contorni della natura e delle creazioni dell’uomo, ma la luce era il confine e la forma. La luce era l’essenza e il perimetro. Come se le onde, gli alberi e perfino le persone non meritassero di essere rappresentate per come apparivano. Il loro valore, la loro bellezza, non era nella conformazione, nei lineamenti. Il loro valore, ciò per cui valeva la pena dipingerli, era la luce che irradiavano.
A Turner non interessava più il contenitore. A Turner interessava la sostanza. Quella vita che sprigionava la sua forza al di là delle figure. E anche al di là dell’armonia.
In un suo dipinto, “Tempesta di neve” (1842), una nave è sorpresa in mare da una possente bufera. La tempesta sembra una spirale, un vortice destinato ad inghiottire l’imbarcazione. Eppure, anche nel caos, l’occhio segue la luce: la vela bianca, un cielo che non dimentica il suo celeste e, tra il buio delle onde, lo sprigiona.
Turner insegue la luce, cogliendola anche in situazioni estreme, in armonie interrotte da incendi e tumulti. La coglie anche là dove sembra che regni il caos. La luce c’è. È bellissima e splendente nel mattino dopo il diluvio. È un metro di misura nella bufera di neve che sorprende Annibale e il suo esercito mentre attraversano le Alpi: la luce si irradia dal cielo, dalle montagne, dalla bufera e gli uomini - per quanto gloriosi e forti - sono puntini inginocchiati davanti alla sua potenza.
Tutta la vita a seguirla, quella luce, per poi trovarla dappertutto. E dichiarare, sul letto di morte, che “La luce è Dio”.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 01/02/2018 @ 18:34:20, in I miei articoli su Fixing, letto 310 volte)

 

E vissero tutti felici e contenti.
Dame e cavalieri. Re e regine. Principesse irrequiete e improbabili consorti.
Nascono destinati a qualcosa di grande, poi lungo il tragitto qualcosa va storto e ha inizio la battaglia.
Per quanto la principessa sia bella, per quanto il cavaliere sia senza macchia sono costretti a mettere da parte sogni immacolati e teorie deliziose, per cominciare a vivere sul serio. La battaglia è dura e la soluzione non è assolutamente a portata di mano, ma quando riescono il lieto fine è lì ad aspettarli.
Sono belle le favole perché ti insegnano a spingere lo sguardo e la mente verso soluzioni che non avresti mai considerato. Perché “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”, scriveva Gianni Rodari.
Insegnano le favole che un cavaliere che non è pronto a combattere per ciò che gli sta a cuore è destinato a vivere nella solitudine e nell’insoddisfazione. E se una principessa non osa, non tenta, a costo di cadere e sporcarsi di fango mentre la sua carrozza torna a essere zucca, allora rimarrà sempre schiava di chi in lei vede solo una povera Cenerentola.
E quel “vissero tutti felici e contenti” che sta tanto antipatico agli adulti, perché secondo loro non corrisponde alla realtà, è invece quello che fa sognare i bambini, che li fa fantasticare su tutto quello che può accadere dopo.
Perché dopo accade sempre qualcosa.
Ma è assolutamente verosimile che il cavaliere e la principessa vivano comunque felici e contenti, perché le avventure terribili che hanno vissuto, le streghe che hanno dovuto sconfiggere e gli incantesimi che hanno spezzato hanno insegnato loro come si affronta la vita. Forse hanno perso un po’ della loro spensieratezza, ma hanno acquistato la consapevolezza di potercela fare. Anche nel fango.
Lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton scriveva “Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”. E allora certo che vivono tutti felici e contenti. Perché ora sanno. Sanno che nemmeno il fuoco di un drago può carbonizzare il coraggio. Nemmeno il sortilegio di una strega invidiosa può durare all’infinito se interviene la forza di un’unione. E anche un volto sfregiato dall’arroganza può guarire se c’è una Bella a far nascere un sorriso.
“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso”, sostiene Paulo Coelho. E in questo precario equilibrio umano, la contentezza è l’asta che può far mantenere l’armonia mentre si procede in quel vuoto, che sempre unisce due vette distanti.

Simona Bisacchi, da Fixing

 
Di Simona (del 31/01/2018 @ 11:45:10, in I miei articoli su Fixing, letto 226 volte)

Si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.
Eppure, oggi, quando si parla di Michelangelo Buonarroti vengono in mente solo le meraviglie che ci ha lasciato.
La sua permalosità, la sua suscettibilità non toccano il nostro tempo.
Le sue opere sì. Ancora ci accompagnano. Ci insegnano.
Ma di quel brutto carattere non ci raccontano nulla. Ci raccontano piuttosto di un’inquietudine profonda, e tremendamente attuale, di un’arte che non è solo bellezza ma anche tormento.
E quest’uomo - che sembrava vivere solo per se stesso e la sua arte, tanto da risultare indifferente anche alle sorti della propria famiglia - ha tramandato all’umanità intera un patrimonio di splendore.
Ha colto la grazia e la disperazione che la terra racchiude. Ha dovuto viverle per poterle raccontare così bene. Ha dovuto sforzarsi fino all’ultimo tocco di pennello, fino all’ultimo colpo di scalpello, perché tutti potessimo vedere, e cercare di capire.
Sembra dirci che non esiste bellezza senza tensione, senza spinta al movimento, all’azione.
Nemmeno i santi e i martiri del “Giudizio universale” - nella Cappella Sistina - sono fermi, immobili in un’estatica contemplazione. No, nemmeno nella pace eterna si sfugge a un eterno movimento, a un costante lavoro.
Michelangelo sta lì, con la sua barba lunga, i suoi modi bruschi e il suo sguardo illuminato, a lavorare per sei anni, perché la sua visione risultasse chiara, perché i suoi dipinti fossero precisi come parole.
Ci ha messo tutto il suo genio e la sua pena per dirci che alla resa dei conti - anche sulla terra - si arriva spogliati. Niente più vestiti. Niente più maschere. Non ci sono più azioni che possono essere nascoste, né nel bene, né nel male.
Alla resa dei conti si arriva come si è. Non come si sarebbe potuto o dovuto essere.
Ma non si ferma qui Michelangelo.
Ci dice qualcosa di più.
Ci dice molto di più.
Da cinque secoli, Michelangelo ci sta urlando che non ci si salva da soli.
Ha studiato, organizzato e dipinto il “Giudizio universale” per farci vedere che la condanna dell’inferno è la solitudine.
I dannati se ne stanno ammassati, stipati sulla barca di Caronte, ma nessuno rivolge uno sguardo o un sospiro all’altro. Nessun conforto. Nessun appoggio. Procedono soli nella loro condanna.
Mentre un po’ più in là, i beati si salvano a vicenda.
Afferrano i polsi, allungano le braccia, e usano corde per tirare su chi è più in basso.
Ci si salva insieme.
O si è destinati alla solitudine.
È Michelangelo a scriverlo, su una parete immortale.
Eppure, si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.

Simona BIsacchi, da Fixing

 
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