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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 06/06/2012 @ 17:14:38, in Letture e spettacoli, letto 1296 volte)

Da cosa nasce cosa, si sa. Ma a volte succedono cose strane, e le storie diventano avventure e a raccontarle sono i bambini, e ad ascoltarle sono soprattutto gli adulti. E allora "Da rosa nasce rosa”… Uno spettacolo teatrale ideato e diretto da Stefania Succitti, in conclusione del corso di teatro dell'associazione culturale Laboratorio di Myriam di Rimini. In scena un gruppo di vivacissimi bambini delle elementari, nel primo atto, e un gruppo di simpaticissime adolescenti, nel secondo atto.
“Da rosa nasce rosa” è una favola, che parte da un mondo di giocattoli e natura, un mondo dove delle piccole creature inteneriranno il cuore di un vecchio burbero (e degli spettatori). Una favola che nel secondo atto ci catapulterà ai giorni nostri, tra manichini e centri commerciali, alla scoperta di qualcosa che non si compra e non si vende.
I ragazzi ce la stanno mettendo tutta per regalare un momento d’allegria. I tecnici audio e luci, Niccolò Montini e Maurizio "Muro" Vettraino, sono già in postazione. La regista Stefania Succitti sta dando le ultime indicazioni. E io ho dato il mio contributo scrivendo i testi. Se volete venire a trovarci l’appuntamento è domenica 10 giugno, alle 18, al Mulino di Amleto di Rimini.

Il costo del biglietto è di 5 euro per gli adulti e 3 euro per i bambini.
Per i
nfo Laboratorio di Myriam 0541.24138

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Di Simona (del 29/05/2012 @ 22:58:50, in Progetti per le scuole, letto 1619 volte)

"La fantasia è solo un diverso modo di guardarela realtà"
Joshua in Setalux

Questo progetto - rivolto non solo ai ragazzi ma anche agli adulti - nasce dalla constatazione che l’elemento fantastico possa essere utilizzato non come estraniazione dal reale, ma come un diverso punto di vista da cui osservare e raccontare la realtà.
L’incontro offre ai partecipanti l’occasione di parlare di scrittura, di come concretamente nasca una storia o un personaggio, e di come un plot riesca poi a svilupparsi in un racconto o – perché no – in un libro. Ma non solo. L’incontro sarà strutturato come un vero e proprio laboratorio, dove protagonisti saranno i partecipanti che - armati di carta e penna - verranno guidati nella creazione di storie originali.
Info simonalenic@libero.it

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Di Simona (del 29/05/2012 @ 22:54:56, in Progetti per le scuole, letto 3184 volte)

"Anziani fatti di pagine" è un progetto di lettura e scrittura rivolto ai bambini delle elementari.
Un lavoro sulla memoria per riscattare il grande valore che gli anziani - e le loro esperienze - hanno nella società, ma anche per far capire ai ragazzi quanto sia fondamentale il valore del ricordo e dell’ascolto di questi ricordi.
Gli anziani sono pezzi di storia vivente, capaci di raccontare e farci rivivere anni che noi non abbiamo mai visto. Ma gli anziani sono anche il presente perché hanno in loro la forza di comunicare, di tramandare e di insegnare ai più giovani ciò che loro ancora ignorano.
Il dialogo tra generazioni è l’obiettivo di questo laboratorio.
Info simonalenic@libero.it

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Di Simona (del 29/05/2012 @ 22:39:25, in Progetti per le scuole, letto 1145 volte)

 

Questo progetto - rivolto ai ragazzi delle medie e del biennio delle superiori - prevede la lettura, in classe o individuale, del mio romanzo "Setalux", e un incontro tra me e i ragazzi per parlare del libro e del mestiere di scrivere.
L'obiettivo è stimolare la lettura e l’approfondimento di un testo grazie a al coinvolgimento in prima persona degli studenti che – prendendo spunto dal libro – dovranno realizzare una creazione originale (che può spaziare dal racconto a una performance o un video).
Inoltre, il libro affronta temi importanti per i ragazzi come la scuola, la famiglia, l’amicizia, il rapporto con culture diverse dalle proprie, offrendo lo spunto per discussioni in classe, favorendo un dialogo tra ragazzi e insegnanti e un incontro tra generazioni diverse.
Per info simonalenic@libero.it

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Di Simona (del 14/05/2012 @ 10:19:19, in I miei articoli su Fixing, letto 1259 volte)

È affidato a un pacchetto di Nazionali il compito di accogliere i lettori di “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini. Il marchio delle sigarette è proprio in copertina, quasi a dirci che un tempo si poteva fumare dove si voleva. Era un tempo in cui il letto si scaldava con il prete. Per tenere le cose al fresco non c’era il frigo, che produce ghiaccio, ma la ghiacciaia, dove il ghiaccio dovevi metterlo tu. Per le strade si girava con la topolino. Ci si conosceva a ritmo di un ballo in balera, ci si baciava nel buio del cinema, e si aveva freddo, a volte.
“Non ho scritto questo libro con nostalgia, forse c’è un certo rimpianto che è rimpianto della giovinezza… Ma fino a un certo punto! – ha spiegato il cantautore modenese durante un incontro a Rimini – Era tremendo da ragazzino infilare la maglia di lana, pizzicava dappertutto, ed era tremendo anche svegliarsi e non avere acqua corrente. Insomma, sono cose che guardo più con ironia che con nostalgia”.
La vita quotidiana degli italiani nell’immediato dopoguerra e prima del grande boom economico era caratterizzata da oggetti e situazioni che piano piano sono spariti o sono diventati altro. In questo libro Guccini raccoglie aneddoti, ricordi e sensazioni per fissare nella memoria un tempo che sembra lontano non pochi decenni ma diversi anni luce.
“L’idea non è nata da me, è venuta a un editor che mi ha proposto il progetto. Pensando alle cose perdute mi sono subito venute in mente le braghe corte che si portavano anche d’inverno e arrivavano a mezza coscia. Quelle al ginocchio erano da fighetti!”.
Un capitolo è dedicato ai cantastorie, di cui Francesco Guccini sembra portare avanti l’eredità.
“Da piccolo, quando li incontravo in piazza, esercitavano un grande fascino su di me, tanto che la mia tesi, mai fatta, doveva essere proprio sui cantastorie del Nord. Erano grandissimi personaggi, davvero professionali: sapevano come attirare la gente, portavano nelle piazze i fatti e le loro canzoni erano patrimonio dell’umanità, la gente le canticchiava senza neanche ricordarsi dove le avevano sentite. Con l’arrivo della tv i cantastorie hanno perso il loro fascino, così si sono messi a vendere fogli dove c’erano i testi delle canzoni che si ascoltavano per radio e le foto delle dive americane in costume: questi fogli si chiamavano Sorrisi e canzoni”.
Era il tempo dei primi chewingum. Dei caffè d’orzo. Del Flit.
Era il tempo delle balere.
“Io in balera non ballavo ma suonavo, quando ero studente. Dopo la guerra c’era una voglia di ballare incredibile, anche perché il ballo era un modo per conoscere persone dell’altro sesso. Io facevo l’orchestrale e l’orchestrale era un po’ come un marinaio: una donna in ogni balera! Avevo anche diritto a una consumazione. Non alcolica… Era una vita divertente da fare a vent’anni”.
Guccini confessa che avrebbe voluto intitolare il libro Quando al cinema pioveva, ed è proprio un capitolo dedicato al cinema a concludere il volume.
“Nelle sale di terza visione pioveva dentro e la pellicola si rompeva. Però si passavano bei momenti. Si poteva fumare e si vedevano i cerchi di fumo fondersi con le luci del videoproiettore. In galleria si andava con le morosine e le ultime file si trasformavano in alcove. Poi c’erano i cinema delle parrocchie dove passavano sempre Lassie o Berdette, o quelli specializzati in fughini… La televisione ha ammazzato tante cose e ha ammazzato anche il cinema”. Ma tra tanti film ce n’è uno a cui il cantautore è particolarmente legato. “Uno dei film che guardo più spesso è Amarcord. Ringrazio Federico Fellini, che ho incontrato una sola volta, un incontro fugace, di cinque minuti, in un ristorante di Roma”.

Da Fixing n.17
Foto Alessandro Carli

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Di Simona (del 11/05/2012 @ 12:44:48, in I miei articoli su Fixing, letto 1310 volte)

Tre guardie del corpo già posizionate. Teatro degli Atti di Rimini pieno, e non solo di ragazzi.
Con una puntualità ammirevole – e del tutto insperata – entra lui, Christopher Paolini, un ragazzone con occhiali e camicia ben infilata nei jeans a vita alta.
Si accomoda nella sua postazione sul palco e scatta una foto al pubblico in delirio.
Esordisce con un ciao, che sprigiona un ulteriore fragoroso applauso, si dichiara felice di vedere così tante persone e – con genuina onestà - rivela che spera di firmare un sacco di libri.
Inizia così lo show di Christopher Paolini, acclamato scrittore fantasy statunitense, autore di Eragon (scritto quando aveva solo quindici anni) e di tutto il Ciclo dell’Eredità, trilogia che a dispetto del nome doveva concludersi con un quarto libro ma di cui Paolini ha già annunciato il quinto. “Ci sono tante idee che non ho inserito nelle saghe, ci sono domande lasciate senza risposta che saranno la base del quinto volume” ha confermato alla platea, entusiasta della notizia.
E con un tempismo sapiente, annuncia che per la prima volta gli è venuta un’ispirazione durante una presentazione. “Mi è venuta un’idea proprio in questo momento! Proprio qui!”. Fosse davvero così, tra i ringraziamenti del nuovo romanzo dovrebbe esserci posto anche per i ragazzi accorsi al teatro di Rimini e per Mare di libri, l’associazione che promuove l’omonimo festival che con impegno titanico è riuscita a strappare a città ben più grandi – come Napoli e Roma - uno dei tre incontri italiani dell’autore.
Paolini annuncia anche che non potrà dire di più sul nuovo libro o sarebbe obbligato a chiudere tutti i presente nel suo scantinato per almeno un paio di anni “Mi sembrate tutti molto simpatici, non mi dispiacerebbe portarvi con me, ma non credo che mia madre sarebbe disposta a cucinare per tutti per un tempo così lungo”.
Questo ragazzo certamente talentuoso - a confermarlo un tour mondiale e più di trenta milioni di copie vendute – ha costruito il mondo di Alagaesia per vincere la noia: non frequentando la scuola, studiando a casa con i genitori, diplomandosi a soli 15 anni ed essendo un appassionato di fantasy, gli è venuto naturale cominciare a porsi delle domande per occupare un po’ il tempo. Prima fra tutte: “Cosa farebbe, cosa penserebbe un ragazzo se trovasse un uovo di drago?”. Questa semplice domanda ha buttato le fondamenta di un universo cementato dalla sua naturale curiosità, che lo spinge a cercare e apprendere, per poi far finire tutto nelle sue storie.
Ha un modo di fare da vero istrione, è ironico, tanto da non risultare antipatico nemmeno quando muove critiche a Il signore degli anelli, il fantasy per eccellenza, quello con cui anche la Rowling, la mamma di Harry Potter, ha dovuto fare i conti (i riferimenti sono diversi, ma senza entrare troppo nel dettaglio diciamo che il ragno gigante che tanto spaventa Ron lo aveva già incontrato anche Frodo).
“A me piace giocare con le parole ma è importante avere un rapporto emotivo con i personaggi – sottolinea Paolini – Per esempio, io adoro Il signore degli anelli, ma alcune cose sono inverosimili: ci sono personaggi totalmente buoni e altri totalmente cattivi, se nasci orco, orco rimani. In Eragon invece i personaggi sono alle prese con quesiti su ciò che è buono o cattivo. L’assenza di realismo mina le fondamenta di una storia”.
Immancabile la richiesta di consigli per aspiranti scrittori.
Primo. “Scrivete tutti i giorni, nei week end, per il vostro compleanno, potete fare giusto una pausa per Natale, per il resto scrivete sempre”. Anche se lui dichiara che ora si prenderà una pausa perché scrive ininterrottamente da quindici anni, tanto che ha almeno venti storie in testa, di diversi generi, dalla fantascienza al romanzo storico.
Secondo. “Non aspettate l’ispirazione: a me arriva una volta ogni tre mesi”. E noi abbiamo assistito all’evento in diretta?
Terzo. “Imparate tutto sulla vostra lingua: è lo strumento con cui entrare in contatto con il lettore”.
Quarto. “Scrivete quello che vi piace. Qualsiasi cosa vi venga in mente scrivetela, fosse anche la storia di un tostapane volante: c’è qualcuno al mondo a cui piacerà”.
Quinto. “Trovate qualcuno che legga quello che scrivete, un amico, un parente, un insegnante, o un bibliotecario, e vi dia consigli critici: imparerete molto della scrittura dalle parole di chi vi legge”.
And last but not least, “Prima di buttarla giù , costruite la storia nella vostra testa e divertitevi! Non sempre è possibile, ma cercate di farlo”.

Domande dal pubblico
Quando ha inizio il confronto diretto con il pubblico, cortesemente Paolini chiede di non fare domande che possano essere spoiler per chi ancora non ha letto Inheritance.
Quasi tutti gli interventi iniziano con Grazie per i tuoi libri o Sei un grande. C’è chi si butta in spoiler nonostante le raccomandazioni. “Spoiler! Sorry, guys!”. C’è chi chiede perché uno muore e l’altro vive. C’è chi gli chiede di leggere in elfico e lui pronto ad arrotondare la r facendola vibrare per rendere al meglio la lingua. C’è chi non ha mai letto i suoi libri, ha semplicemente seguito le amiche, pensando inizialmente che si trattasse del Paolini che disturba i tg, e vuole che lui spieghi perché dovrebbe iniziare a leggere le sue storie (un’ottima domanda a mio parere). C’è chi vuole sapere perché ha delle guardie del corpo al seguito: “A volte i lettori sono troppo entusiasti”. E c’è chi gli chiede cosa ne pensa del film tratto da Eragon.
“Sono contento che abbiano fatto il film perché ha avvicinato tanti nuovi lettori al libro. Per la trasposizione ho cercato di dire la mia ma alla fine riflette la visione del regista e della casa di produzione, mentre il libro riflette la mia. Spero ci siano altre pellicole tratte dai miei libri ma la decisione spetta alla casa di produzione, quindi se volete un nuovo film potete scrivere alla Fox”. Svela inoltre un retroscena. “Dovevo avere una porticina anch’io: un Urgali che veniva decapitato da Eragon, poi per una serie di impegni non sono riuscito a esserci. Forse è meglio, perché sarei stato l’Urgali più piccolo della storia. Però chissà, se ci sarà un altro film, forse riuscirò a farmi decapitare”.
È Paolini stesso ad annunciare che c’è posto per una sola ultima domanda, e alle sue parole i ragazzi cominciano già a muoversi, a mettersi in fila per farsi fare l’autografo (un solo libro a testa o nessuno riuscirebbe ad uscire dal teatro fino al giorno seguente). L’organizzazione di Mare di Libri fa procedere tutto senza intoppi, grazie anche ai giovani volontari capaci di gestire le situazioni con una maturità che in pochi hanno (pochi adulti, intendo).

Fuori dall’incontro
Finito l’incontro, un gruppo di Firenze cammina per il Corso d’Augusto, commentando la bellezza di Rimini. “Proprio carina questa città, non l’avevo mai vista prima”.
A conferma che i libri, le belle storie, gli autori interessanti fanno muovere le persone, portano gente nelle città anche in un comune pomeriggio in mezzo alla settimana, e fanno scoprire nuovi posti. Non solo inventati.


Dopo questo primo assaggio internazionale, Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono, torna dal 15 al 17 giugno, nel centro storico di Rimini.

Da Fixing



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Di Simona (del 02/05/2012 @ 10:10:38, in I miei articoli su Fixing, letto 1627 volte)

A Marco Bianchini, attore e regista teatrale di Rimini, che ci ha lasciati lo scorso 29 aprile, a soli 43 anni.

Si apre il sipario. Potrebbe essere uno degli infiniti atti di una commedia così ben fatta da replicare per anni e anni.
Ma non questa volta.
Questa volta è l’ultimo atto. Non si muove nulla. Solo un sorriso appena sotto una testa riccia. Solo un sorriso appena sotto gli occhiali. Non dice nulla l’attore. Prepara le valigie, con discrezione.
Si dice che un attore abbia tante vite quanti sono i personaggi che interpreta. Tante vite che scorrono sul palco sorrette da un uomo solo, da un attore che le fa pulsare tutte.
Dentro la sua valigia, Marco Bianchini ci mette l’amore per la tradizione romagnola. La voce con cui recitava le poesie di Raffaello Baldini. Gli spettacoli che hanno ridato al nostro dialetto la dignità di una lingua. Le risate che ha fatto fare. Il folle del villaggio in “Acqua”. Uno spettacolo recitato su un palco in mezzo a un bosco. Il tango appassionato de “Il santo”. Ci sono “L’ultimo sarto”, la sua prima regia con “I lunatici”, c’è un amore speciale per “I lunatici”. Ci sono le lezioni che ha dato, il teatro che ha macinato al Mulino d’Amleto, insieme all’amico e maestro Gianluca Reggiani.
Prepara la valigia e non dice nulla, solo sorride.
E già ti rende felice, perché non è facile sorridere durante l’ultimo atto. Alcuni griderebbero. Alcuni si arrabbierebbero. C’è chi se la prenderebbe col pubblico e col regista, perché no, non doveva finire così, il regista poteva inventarsi qualcosa di meglio.
Ma lui no. Lui sorride. Coinvolge il pubblico nel suo sorriso e tutti a imparare come si fa. Come si fa ad aver voglia di sorridere. Come si fa a non lamentarsi, e accettare che questo spettacolo – difficile, incomprensibile e meraviglioso – è durato davvero poco.
Tutti lì a imparare e intanto l’attore saluta. Comincia a chiudersi il sipario e lui tranquillo a salutare. Verrebbe voglia di strapparlo quel sipario per non farlo chiudere. Verrebbe voglia di pregare il regista di concedere almeno un bis. Ma l’attore dignitosamente s’inchina, al suo pubblico, al regista, alla vita. Saluta tutti. Noi salutiamo lui.
Il sipario è chiuso. E cosa succede lì dietro noi non lo vediamo più.
“Vorrei riposare molto - aveva scritto ne "Il santo" - Fermo anche una vita senza preoccuparmi di fare qualcosa. Ecco mi vorrei fermare, se potessi rinascere. Fermarmi su qualcosa che conta veramente, non cercare tutto e scappare da tutto. Fermare mi vorrei”.
Fermare nei nostri cuori le tue parole, vorremmo.

Da Fixing



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Di Simona (del 28/04/2012 @ 17:50:35, in Diario, letto 1144 volte)

Ho ascoltato Guccini raccontare il suo Dizionario delle cose perdute in mezzo a circa 200 persone, seduta sul davanzale (interno, fortunatamente) di una finestra, ridendo davanti all’espressione di uno che stava decisamente pensando che “Non c’è niente da ridere in un mondo sobrio”.
Sono andata verso Venezia per incontrare Guido Ceronetti. E per raggiungere un toccante mondo di poesia, io e il consorte ci siamo persi totalmente, così tanto che a un certo punto il navigatore satellitare non ci rivolgeva più la parola e la freccia – che noi candidamente ignoravamo - diventava sempre più grande. Ci siamo persi così tanto che Loris si è chiesto “come è possibile che due persone così prive del senso dell'orientamento come noi si siano potute incontrare”. Il fato, mi amor, il fato!
Ho scoperto che c’è un modo di fare fotografie che è un po’ come scolpire: non immortali la realtà ma il suo significato. Complesso ma, nella mostra che ho visto a Pesaro, Roberto Kusterle ci è riuscito.
Tutte cose che mi piacciono. Ascoltare chi ha cose interessanti da dire, intervistare personaggi incredibili, ridere, ridere in generale ma anche di se stessi. E poi la poesia, le foto, la strada, la stanchezza e una canzone… Almeno una canzone. E oggi ne scelgo una dei Nomadi perché ieri sera sono andata al loro concerto: per la prima volta in (quasi) cinquant’anni di carriera (loro) e in (quasi) 36 anni di vita (miei) ho ascoltato le loro canzoni dal vivo. E allora scelgo Dio è morto, che unisce i Nomadi a Guccini e fa diventare questo post un cerchio.

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Di Simona (del 16/04/2012 @ 17:00:10, in I miei articoli su Fixing, letto 1404 volte)
Un monastero visto dall’alto è il simbolo del marchio Montebello, un marchio che porta con sè una storia da pionieri della coltura biologica in Italia, un marchio che si trova su confezioni di pasta, farina, legumi, e racchiude la storia di un uomo, il suo fondatore, Gino Girolomoni, già fondatore della cooperativa Alce Nero. Gino Girolomoni è venuto a mancare il 16 marzo scorso, ma non ha lasciato solo un marchio, ha lasciato una famiglia – la sua famiglia – a portare avanti un modo di lavorare e operare che aveva come scopo principale il produrre alimenti senza avvelenarli (e senza avvelenarne i fruitori). Un pensiero così semplice e primario, da risultare innovativo. Un pensiero animato da una profonda consapevolezza economica, sociale e politica che Girolomoni ha sempre cercato di condividere con gli altri partecipando a conferenze, organizzando convegni, creando a Montebello un punto di incontro e confronto che ha coinvolto intellettuali e artisti di primo piano, come lo scrittore Guido Ceronetti e il teologo Sergio Quinzio. Una condivisione, una comunicazione, che non poteva prescindere dalla scrittura. Attraverso i suoi libri, le lettere, gli articoli è possibile scoprire la storia di quelle persone che non hanno abbandonato la campagna, ma l’hanno resa viva, di nuovo, quando non la voleva più nessuno, quando essere contadini suonava come un’offesa, e hanno fatto della terra una risorsa, economica e culturale.
Leggere a volte è come ascoltare. Mi piace pensare che chi scrive dando alle parole il valore che meritano - senza aggrovigliarsi intorno ai concetti, senza tentare di convincere i più deboli sempre in cerca di un guru - sia in grado di lasciare non solo un testo ma una voce. E mentre leggo che la disoccupazione sale, che colpisce soprattutto i giovani, che non c’è lavoro, non c’è futuro, sento la voce di Gino Girolomoni salire da un editoriale scritto lo scorso anno per la rivista Mediterraneo, di cui era direttore: “Se il risultato nel nostro paese è che nessuno vuole fare il vasaio, il contadino, il muratore, l’artigiano, l’infermiere, il falegname, vuol dire che nel ciclo della pubblica istruzione nessuno ha saputo far capire il perché in una società sarebbe importante anche il praticare questi mestieri. E di una società che ritiene ininfluenti questi mestieri io francamente me ne infischio”.
Si alza a ogni pagina il richiamo a un cambio di prospettiva, a essere così controcorrente da risultare antichi. Si alza a ogni frase una prospettiva, che forse non sarà risolutiva (e non credo proprio pretenda di esserlo) ma che almeno tenta di far puntare lo sguardo su altre possibilità. In libri come “Ritorna la vita sulle colline” (Jaca Book), c’è la storia non solo di un uomo, della sua adorata moglie, dei suoi amici o famigliari, ma anche di un’Italia che negli anni Settanta aveva dimenticato la sua anima rurale, la storia di un posto che oggi appare bello come un giardino ma che neanche quarant’anni fa era un ammasso di macerie, una storia che nessuno può illustrare meglio di chi l’ha vissuta sulla pelle, con sacrificio, follia e dedizione. Perché senza le parole, senza comunicare, senza raccontare e raccontarsi di generazione in generazione, cosa rimane di quello che già è stato vissuto? È un’ignoranza che non possiamo permetterci o finiremo per combattere sempre la stessa lotta, senza mai andare avanti, ignari che sia già stata combattuta per secoli, prima di noi. Che sia una terra da riconquistare (nel senso più culturale, e meno bellicoso del termine), che sia una mentalità da debellare e un’altra da ricostruire, che almeno si possa fare affidamento sulle parole, sulle esperienze vissute, sugli esempi fonti di ispirazione: tutte armi preziose forgiate da chi aveva fuoco e metallo sufficienti per farlo. Perché - come ha scritto Gino Girolomoni - “Non bisogna arrendersi mai e continuare a sperare: non tanto per salvare il mondo che è un’operazione forse troppo difficile, ma, semplicemente, per non stare dalla parte di quelli che lo distruggono”.

Da Fixing n. 14
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Di Simona (del 06/04/2012 @ 11:44:06, in Flying on line, letto 1355 volte)

La redazione Under 16 di Flying è in viaggio.
Chi viaggia aggrappandosi alla sua curiosità.
Chi vorrebbe ritrovarsi “Sulla strada” di Kerouak.
Chi assapora a tavola il gusto di terre sconosciute.
E chi viaggia con la mente e si chiede semplicemente “che faremo, poi?”.
Signore e signori, ma soprattutto ragazze e ragazzi, ecco a voi Flying n.8

Flying nasce da un corso di giornalismo dedicato ai ragazzi, che tengo insieme a Loris Pironi presso l’associazione culturale Laboratorio di Myriam di Rimini.
Per saperne di più potete vistare il blog e la pagina facebook gestita dai ragazzi. Oppure scrivete a me:
simonalenic@libero.it


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15/12/2018 @ 07:39:17
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