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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 24/05/2013 @ 17:00:42, in I miei articoli su Fixing, letto 977 volte)

Una ragazzina deve fare una ricerca di geografia, su un paese europeo. Apre il pc. Va su internet. Entra nel sito di Wikipedia. Digita il nome del Paese. Spinge “Stampa”. E voilà! La sua ricerca è finita. Nemmeno legge il foglio stampato. Figuriamoci poi controllare se i dati riportati sono esatti, se ci sono refusi o fonti inattendibili. La ricerca è fatta.

La ragazzina fa le medie. Fa parte di quella generazione che non sa cosa significa vivere senza telefonino e studiare senza internet. A 13 anni ha probabilmente una conoscenza tecnologica che la maggior parte dei quarantenni di oggi non raggiungerà mai. È una figlia del futuro. Di un futuro che si immagina sempre più digitalizzato, e sempre meno cartaceo. Eppure, imparare a fare una ricerca senza Wikipedia, magari addirittura senza internet, è un esercizio che ha un valore anche in un mondo tecnologicamente avanzato.

Ricercare sui libri, scegliere tra tanti a disposizione, e poi trascrivere, ricopiare, ma anche parafrasare per rendere tutto più semplice sono gesti che arricchiscono la mente, ampliano le capacità. È attraverso la scelta che si sviluppano le potenzialità. Poter scegliere – saper scegliere – quali temi scartare, quali approfondire, quali argomenti illustrare o segnalare è un’esperienza, oltre che un compito. Scegliere racconta chi sei, anche quando si tratta di una ricerca per la scuola. Scegliere è una possibilità così grande, che è un peccato delegarla a Wikipedia.

Internet è un dato di fatto. È una realtà con cui tutti – studenti e professionisti – hanno a che fare. Ma non ci si può fermare lì. L’elasticità mentale, la capacità di organizzare e organizzarsi – e quindi il concetto di ordine - si conquistano anche ricercando, archiviando, sottolineando quello che non si capisce, scoprendo qualche parola obsoleta che nemmeno sapevi esistesse. Scrivere a penna, leggere un libro, fare calcoli semplici su un foglietto non sono gesti che possono essere abbandonati, perché “tanto c’è il computer”.

La generazione dei quarantenni di oggi non è nata con un tablet in tasca, eppure ha imparato in fretta a utilizzarlo. Ma se ai ragazzi non si insegna a “cercare”, saranno in grado di imparare a farlo altrettanto a facilmente una volta adulti?

Non è necessario arrivare a pensare cosa succederebbe se un giorno si spegnessero i computer. Non è necessario uno scenario catastrofico per cogliere l’importanza di un lavoro scritto a mano, senza l’aiuto del correttore ortografico. L’importanza di un lavoro dove si possa cogliere l’originalità del singolo, invece della standardizzazione del copia e incolla. Un lavoro dove si possano anche cogliere le lacune dei ragazzi, e avere quindi la possibilità di colmarle.

Internet, smartphone, pc si usano per lavoro, per studio, per passatempo. Si usano sempre, quotidianamente. Non c’è il rischio che qualche ragazzo non ne faccia uso a sufficienza. I ragazzi sanno usare questi strumenti con assoluta facilità. Ma dobbiamo fornire loro tutti gli strumenti per usare con altrettanta facilità la testa, il buon senso, il discernimento, e la capacità di scegliere se scrivere una e-mail o una lettera da imbustare.

I ragazzi non devono vergognarsi di entrare in biblioteca perché “non sanno come funziona”. Non devono essere intimoriti dallo scrivere senza l’aiuto del correttore ortografico. Perché da adulti - indipendentemente dal lavoro che faranno, che diventino postini o ingegneri – tutti dovranno prendere decisioni, relazionarsi (dal vivo) con il prossimo, imparare sempre cose nuove. Ma come faranno, se nessuno ha mai insegnato loro nemmeno quelle vecchie?

Da Fixing n.17

 

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Di Simona (del 11/04/2013 @ 12:12:01, in I miei articoli su Fixing, letto 1079 volte)

Non c’è giorno dell’esistenza in cui non chiediamo qualcosa.
Ma chiedere non è così semplice. Non è semplice per l’orgoglioso, per il vanitoso, per chi crede di possedere già tutto e per chi non ha nessuna voglia di imparare altro.
Ogni giorno si chiede il sale, un numero di telefono, o il permesso.
Alcuni – ma mai abbastanza – si chiedono quale sia l’atteggiamento più corretto davanti a una persona o a una situazione, giusto per rispettare un po’ anche agli altri oltre a se stessi.
A volte si chiede ma poi la risposta non piace.
A volte non si chiede, si pretende. Ma il filosofo del diciannovesimo secolo Henry Frederic Amiel ci indica che la saggezza è tutta da un’altra parte, “La saggezza consiste nel chiedere alle cose e alle persone soltanto ciò che possono dare” (da "Diario intimo").
Forse sarebbe tutto più semplice se ammettessimo che “A colui il quale non si dà nulla, nulla si può chiedere”, come rivela lo scrittore Henry Fielding nel suo romanzo umoristico intitolato "Joseph Andrews" (1742). Ma chiedere è anche un impegno perché “Chi osa chiedere all’amico qualsiasi favore, con la sua stessa richiesta ammette di essere pronto a tutto per l’altro”, lo dice Cicerone nel suo trattato "Sull’amicizia". L’amicizia, si sa, è per sua natura gratuita, e un amico non ti rinfaccerà mai quello che tu gli hai chiesto, ma è un grande rischio se tu ti sentirai sempre un po’ in debito con lui.
Chiedere è diverso da domandare: a domanda viene risposto, a richiesta viene dato. Se chiedi un lavoro non ti ritrovi ad ascoltare una predica ma a picchiare duro sul ferro con un martello.
Chiedere cambia non solo a differenza delle parole, ma anche dell’intensità. E l’intensità con cui si chiede è una potenza. Potenza che cresce quando le parole da dette diventano scritte, perché - per il solo fatto di aver avuto il coraggio di metterle nero su bianco - acquistano valore.
Si chiede gridando. Si chiede cantando. Ci si chiede cosa fare quando la musica è finita, e a ballare sei rimasto solo tu. Si chiede non per avere una risposta precisa, ma perché interrogativo dopo interrogativo si arrivi al nucleo della questione, che è sempre solo di conoscere qualcosa in più di se stessi.

Da Fixing n.13

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Di Simona (del 26/03/2013 @ 18:24:55, in I miei articoli su Fixing, letto 1138 volte)

Ho scoperto cosa fosse un haiku leggendo “Neve” di Maxence Fermine.
Il protagonista di questo romanzo, piccolo e delicato come una favola, è uno scrittore di haiku, brevi poesie composte da tre versi e diciassette sillabe. Ne scrive di bellissimi. Ma sono tutti troppo bianchi. Le sue parole sono accurate, i suoi versi perfetti, ma su di loro incombe una meraviglia sbiadita, pallida. La sua avventura inizia così. Alla ricerca di un colore che non aveva dentro e non riusciva ad appoggiare fuori.
Tre versi. Diciassette sillabe. E nemmeno un colore.
È più che sufficiente per dare inizio a un viaggio.
Un viaggio che segue le pieghe di una leggenda, le vertigini di una funambola, il candore della neve e il genio di questo genere letterario che è nato in Giappone e ha interessato il mondo.
Raffinato, conciso, eccelso. Difficile da scrivere, altrettanto da comprendere.
Un lettore può rimanere un po’ freddino davanti alla poesia di Matsuo Basho: “Vecchio stagno/una rana si tuffa./Rumore dell'acqua”. E pur apprezzandone la bellezza, sembra comunque che sfugga qualcosa anche davanti alla potente immagine di Kobyashi Issa: “Ero soltanto./Ero./Cadeva la neve.”
Gli haiku, per intensità e concisione, riportano alla mente le poesie degli ermetici. Nel Novecento brevità e semplicità hanno incantato il mondo, uscendo dalle penne dei nostri Quasimodo e Montale. Si tende a rimanere senza fiato davanti a “Stasera” di Giuseppe Ungaretti: “Balaustrata di brezza/per appoggiare stasera/la mia malinconia” (da “L’allegria”).
Oggi la nostra società ha fatto della “brevità per iscritto” una delle sue principali forme di comunicazione, solo che la semplicità tende a sconfinare nella banalità e della poesia si è persa la traccia. Social network, sms e tweet sono i modi più utilizzati per far sapere cosa pensiamo, cosa facciamo e dove andiamo, in un numero limitato di frasi o parole.
E se gli sms coi loro 160 caratteri sembrano ormai relegati ai primi anni del Ventunesimo secolo - quando ancora ci si rivolgeva a una dimensione privata, personale, inviando un messaggino a uno o due amici - ora l’interlocutore è la folla, che sia di migliaia di persone o di una decina scarsa.
I cinguettii di Twitter da 140 caratteri hanno rivoluzionato il modo di conoscere e farsi conoscere. Vengono usati per informare, per fare pubblicità, per diffondere pettegolezzi. Il segreto è dire tutto, il più presto possibile, con il minor numero di parole. Gli stati di Facebook invece possono allargarsi un po’. Si può andare oltre ai 140 caratteri, ben oltre i tre versi, ma aggiornamenti di stato di più di una frase per lo più non vengono nemmeno letti. Eppure, anche in questa stringatezza così frettolosa è possibile trovare qualcosa di piccolo e acuto. Non poetico, ma ironico e intelligente. A pochi, pochissimi, sono addirittura concessi dei colpi di genio. E se non ci credete provate a diventare followers su Twitter o amici di Facebook della giornalista e scrittrice Lia Celi.
Che si tratti di politica o costume, c’è chi riesce a cogliere il mondo e racchiuderlo in così pochi caratteri che viene da chiedersi perché in certi programmi di seconda serata si parli tanto, continuando sempre a dire niente.

Da Fixing n.8

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Di Simona (del 20/02/2013 @ 09:46:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1276 volte)

È abitudine assai comune svegliarsi al mattino e chiedersi cosa sarà.
Potrebbe essere un effetto della crisi, o forse è solo il naturale tentativo dell’uomo di andare un po’ più in là, dove tutto sembra sempre migliore.
Ma quando il futuro diventa così incerto, e chiedersi cosa sarà provoca una smorfia più che un sollievo, allora il presente diventa tutto.
In realtà, nella pratica, il presente è l’unico tempo che all’uomo è dato di vivere. Eppure non gli viene dato un gran valore, perché mentre lo si vive si pensa al passato o si organizza il futuro.
Dato però che il mondo di ieri non assomiglia nemmeno un po’ a quello di oggi, e dato che progetti che vadano al di là di pochi mesi sono praticamente impossibili, il presente riacquista finalmente il suo valore, il suo senso originario.
“La vita è solo il ricordo, se non per quest’attimo presente che ti passa accanto così veloce che quasi non te ne accorgi” sosteneva lo scrittore e drammaturgo Tennessee Williams. Va veloce il presente, è vero. È un attimo, o un insieme di pochi attimi. Richiede attenzione, partecipazione, impegno. È vero. Ma lo scrittore Gustave Flaubert nelle sue “Lettere a Louise Colet” sembra trovare le radici di questa difficoltà: “Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, ecco perché il presente ci sfugge”.
Liberarsi dalle catene di chi si è stati e dalla paura di chi si potrebbe diventare significa liberarsi del tempo. Godersi non solo il presente, ma la vita. Non come un vagabondo senza obiettivi. Non come chi perde tempo, demandando agli altri la propria salute e la propria salvezza. Chi vive il presente non si nasconde dietro ai propri vizi, non si crea alibi, non tenta disperatamente di sopravvivere a se stesso. Chi vive il presente mette tutto se stesso ora e qui, e domani sarà già sul primo gradino di quella lunga scala che tutti devono salire per andare avanti.
“Il presente non è un potenziale passato, è il momento della scelta, dell’azione”, scrive la scrittrice e filosofa Simone De Beauvoir nel saggio “Per una morale dell’ambiguità”.
Il presente è vivo. È degli anziani, che non solo possono dire la loro, ma hanno un mondo da insegnare e di cui sappiamo sempre meno. È dei giovani, che devono essere svegli o si accorgeranno tardi che la loro vita è iniziata da un bel pezzo. È di chi lavora e vede il tempo scorrere su un computer o in mezzo a un campo. È di chi resta a casa, e - se si è in salute - solo chi ha poca fantasia o poca forza di volontà può annoiarsi.
Se il presente è di tutti, se – come scriveva Albert Camus, filosofo oltre che scrittore - “La vera generosità verso il futuro è donare tutto al presente”, non ci sono tante parole da spendere. C’è solo una rivoluzione – intima, pacifica e totale – da attuare.

Da Fixing n.4

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Di Simona (del 17/02/2013 @ 17:43:46, in I miei articoli su Fixing, letto 2867 volte)

Compie due anni il concorso internazionale di narrativa Premio Stefano Benassi, promosso da Università Aperta Giulietta Masina e Federico Fellini di Rimini e aperto a tutti i maggiorenni – di ogni nazionalità - che hanno un racconto in testa o nel cassetto. Cinquemila battute e una piccola quota d’iscrizione (10 euro) permetteranno di partecipare a questa iniziativa, che rende omaggio a un uomo che amava la parola scritta, i libri e i lettori.
Il professor Stefano Benassi - che era mio professore all’Università e che per anni ha tenuto corsi di narrativa – promuoveva la scrittura con lo stesso spirito con cui si cerca di comunicare il piacere della lettura ai bambini. Non perché scrivere sia una possibilità di successo, ma perché scrivere è una possibilità di comunicazione.
Per partecipare al premio è necessario inviare un racconto inedito, a tema libero, a Università Aperta, entro il 20 aprile 2013. I racconti verranno valutati prima da una giuria - presieduta dallo scrittore Michele Marziani, affiancato dall’agente letteraria imolese Carla Casazza, dallo scrittore lombardo Angelo Ricci e dalle insegnanti Giovanna Gazzoni e Angela Grossi – poi da uno dei gruppi di lettura della biblioteca Gambalunga di Rimini.
Chi ha un racconto si butti, osi.
La scrittura non è solo per addetti ai lavori.
Si scrive perché si è attraversati da una storia, anche piccola, anche ingenua, e scrivendo si tenta di trattenerne almeno la scia, almeno un’idea. E forse è proprio l’idea che qualcuno stava cercando.
Info Università Aperta, tel. 0541.28568 - 22323, segreteria@uniaperta.it

Da Fixing n.4

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Di Simona (del 29/01/2013 @ 11:52:33, in I miei articoli su Fixing, letto 1080 volte)

Un anno vissuto narrativamente lascia dietro di sé pagine e pagine di avventure, finali inaspettati, delusioni anche, ma anche grandi attese finalmente soddisfatte.
Ma nella libreria del tempo, cosa rimarrà sullo scaffale 2012?
Sicuramente verranno messi agli atti il premio Campiello vinto da Carmine Abate con “La collina del vento” (Mondadori) e lo Strega assegnato ad Alessandro Piperno e il suo “Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi” (Mondadori).
A livello internazionale, il 2012 sarà ricordato come l’anno del premio Nobel all’autore cinese Mo Yan, o come l’anno in cui il premio Pulitzer per la narrativa non venne assegnato? Quale dei due esiti rappresenta meglio il panorama letterario mondiale?
Addio sarà una delle parole chiave di questo anno appena concluso. L’addio a Ray Bradbury, il geniale autore di “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane” scomparso nel giugno scorso. E l’addio di Gabriel Garcia Marquez alla scrittura, annunciato dalle persone più vicine all’autore. Un annuncio che ha sottratto al mondo quel suo realismo magico, quella poesia fatta di terra e calore.
E mentre queste due grandi stelle della letteratura salutano i loro lettori, altri autori ricompaiono sulla scena. Il 2012 è stato l’anno del nuovo libro di Paolo Giordano “Il corpo umano” (Mondadori) e il ritorno – a lungo atteso – di Piero Meldini con il suo romanzo “Italia” (Mondadori). Ma è stato anche l’anno in cui la Rowling ha affrontato il mondo narrativo senza più Harry Potter al suo fianco, senza più giovani lettori ad attenderla, buttandosi nelle librerie di tutto il mondo con “Il seggio vacante” (Salani).
Per duemilioni di italiani (e per 37 milioni di lettori nel mondo) l’anno appena concluso rimarrà segnato da cinquanta sfumature di grigio, rosso o nero. La saga erotica della scrittrice E. L. James ha sostituito il vuoto – seriale – lasciato dal candore a lieto fine di Twilight e Harry Potter, estirpando al maghetto anche il record di libro più venduto nella storia.
Il 2012 ha portato anche alla riscoperta de “Lo hobbit”di John Tolkien, grazie a un film che ci ricorda che basta snaturare un gioiellino della letteratura – trasformando le sue trecentosessanta pagine in una trilogia – per fare incassi milionari.
Migliaia i titoli proposti, le copertine esposte, le pagine sfogliate.
E intanto cresce l’attesa per le novità dell’anno appena iniziato. Attesissimo in questo 2013 l’abbasso dei prezzi dei libri (che vengono decisi dagli editori, non dagli autori), perché sono davvero pochi i libri che meritano una spesa di più di 20 euro. Attesa anche la riscoperta di vecchi libri di qualità, senza l’intervento di Hollywood. Attesa la fine degli instant book, i libri nati per raccontare le tragedie appena accadute: la suddetta tragedia non fa in tempo ad accadere che qualcuno è già lì a venderne copie. Ed è atteso, attesissimo, il piacere della lettura. Non per scovare una storia indimenticabile, o scovare per forza il libro che un giorno diventerà un capolavoro, ma per prendersi una boccata d’ossigeno tra tutti i problemi che ogni anno irrimediabilmente porta con sé. Un momento dedicato a se stessi – che sia un’ora, che siano cinque minuti prima di addormentarsi – e per un momento solo, per un momento almeno, dimenticarsi in che anno ci troviamo.

Da Fixing n.1

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Di Simona (del 19/12/2012 @ 18:32:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1044 volte)

Quando si era piccoli a scuola si preparava il lavoretto di Natale per i genitori, che – si sa - per contratto devono amare i disegni fatti con il pirografo e le sculture di pasta di sale.
Ma il regalo-fai-da-te non è più appannaggio esclusivo della gioventù, e sotto l’albero si moltiplicano marmellate fatte in casa, candele e saponette per i più audaci, decoupage e origami per chi ha manualità da vendere.
Per un dono fatto in casa si è pronti ad affrontare la colla vinilica, varcare le porte di una ferramenta per una pinza a becco piatto, o far sciogliere cera nel pentolone dove di solito si cuociono gli spaghetti. Ma raramente viene l’idea di prendere in mano una penna, se non per scrivere buon Natale sui bigliettini (sempre che non abbiano gli auguri prestampati).
Si utilizzano carta, truciolato e stoffa, ma non si pensa a un regalo fatto di parole. Un racconto personalizzato, dedicato all’amica o al consorte. Una favola per i bambini. Un ricordo spiritoso messo nero su bianco per i nonni.
Qualcuno potrebbe barricarsi dietro a un “non sono capace di scrivere”. Ma, salvo rari casi, nella vita di tutti i giorni capita più spesso di tenere in mano una penna, o pigiare i tasti di un pc, che non maneggiare le tempere spray. Inoltre, così come la saponetta fatta dall’amica non sarà mai perfetta e levigata come il Dove ma la si apprezzerà comunque tanto, così si apprezzerà un racconto o una poesia fatta in casa senza aspettarsi i versi di Neruda o i romanzi di Marquez.
Forse un regalo di parole è meno tangibile e di conseguenza meno utile degli altri? Certo, nessuno vuole mettere in discussione la profonda necessità di due presine a forma di fiocco di neve, ma un regalo ricevuto a Natale è un piacere che va ben oltre al reale bisogno.
Il problema vero è che la fantasia costa, non ha uno schema fisso, non ha istruzioni. E soprattutto costa aprire se stessi, mettersi in gioco col rischio di non essere capiti, perché quando si scrive si è romantici, ironici o divertenti, come ognuno dentro di sé si sente ma raramente mostra.
È per questo che un regalo di parole non lo si può fare a tutti. È molto intimo, molto delicato, richiede un grande sforzo da parte di chi lo scrive e grande sensibilità da chi lo riceve.
Ma se ancora non avete deciso cosa regalare a quella vostra amica che quest’anno – e in altri mille anni – vi ha salvato da una catastrofe emotiva, o ancora non sapete cosa mettere sotto l’albero per vostra sorella che è riuscita a farvi ridere quando non ne avevate nessuna voglia, o se volete fare qualcosa di terribilmente originale per vostro marito, per la fidanzata o la nonna, mettetevi davanti a un foglio – di carta o di Word – e cominciate a scrivere. Non una lettera, ma una storia.
Prendete un aneddoto della vostra vita insieme, un momento che avete condiviso o quel sogno quasi irrealizzabile ma che volete realizzare solo con quella persona. Prendete una risata, una telefonata alle tre del mattino, la gita del liceo, l’imbarazzo di quella volta là o il momento in cui vi siete persi e ritrovati. Oppure immaginate quel viaggio in Australia che non avete mai fatto, ma non è ancora detta l’ultima parola… E poi create due personaggi, che non hanno i vostri nomi, magari non hanno proprio nome, ma hanno le vostre caratteristiche - i suoi capelli, i tuoi difetti - e fateli parlare, muovere, e cadere come avreste voluto parlare, muovervi e non cadere voi. Mettete la parola fine, lasciatelo in sospeso, reinventate una conclusione degna mai vissuta. Riempitelo di allusioni che solo voi e il vostro lettore potete capire. Non preoccupatevi della grammatica, il correttore di Word e l’affetto di chi legge farà sparire ogni orrore di ortografia. E non preoccupatevi del risultato. Sarà storto come un vaso di argilla fatto con le vostre mani, sfilacciato come il maglione che avete tentato l’anno scorso, sbafato come i disegni sul portafoto di cartone, ma anche degno di un fiore come quel vaso di argilla, caldo come quel maglione e colorato come quel disegno.

Da Fixing numero 41

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Di Simona (del 09/11/2012 @ 16:22:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1087 volte)

La notte.
È il momento del “chissà cosa accadrà”.
È un odore, di aria e cielo.
È un libro letto d’un fiato.
La notte sono i riassunti delle giornate precedenti.
Sono le stelle condite da desideri.
Sono milioni di coscienze che si prendono in esame.
La notte è il rimandare a domani. Il non pensarci ora, perché tanto è inutile, perché tanto non puoi far niente. Tutto è chiuso di notte: i negozi, gli uffici, gli occhi. Rimangono aperti fino a tardi solo i pub, e qualche intenzione.
Ci sono notti che finiscono presto sotto le coperte o su un divano.
E ci sono notti lunghe e ognuno le spezza come può. Posti in cui bere, tavoli su cui ballare, brutte trasmissioni, poesie lette con un filo di voce.
La notte è il letto del giorno, il sonno della luce. Il rimuginare della testa.
È il non essere stato all’altezza del compito, è la convinzione che domani farai meglio, la speranza che domani sarà meglio.
Sul filo della notte camminano le preghiere dei bambini, i sospiri, le richieste d’aiuto e di perdono.
C’è chi la usa per sognare, perché è di notte che si impara a sognare. E se i sogni diventano incubi non è colpa della sera, è la giornata che non è stata ancora spazzata via, è il domani che fa paura.
Perché la notte è il buio e il buio spaventa. C’è chi lo sconfigge chiudendo gli occhi. C’è chi lo affronta buttandocisi dentro. E c’è chi lo nega, lasciando una lucina accesa sul comodino.
La notte è guardarsi intorno e non vedere nessuno. È non riconoscere la strada che distingui così chiaramente alla luce del sole.
“So che la notte non è come il giorno – scrive Hemingway in Addio alle armi – Che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è incominciata”.
La notte lascia soli. Lascia pensare. Lascia che tutto si addormenti. E intanto sussurra consigli.
La notte sospende il tempo, i rumori, la fretta. Sospende il mondo e il suo continuo arraffare, solo per dare tregua agli uomini e lasciar liberi i poeti. “I poeti lavorano di notte / quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla / e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio / come falchi notturni o usignoli / dal dolcissimo canto / e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio / fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle” (Alda Merini, I poeti lavorano di notte, da Destinati a morire). E allora che questa notte sia grande, e se anche non c’è luce che almeno sia calda, accogliente e clemente. Che questa notte sia gentile, paziente. E poi svanisca, per far sorgere un nuovo sole.

Da Fixing n. 41

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Di Simona (del 26/10/2012 @ 17:27:20, in I miei articoli su Fixing, letto 1092 volte)
Guido Ceronetti entra in sala appoggiandosi a un bastone.
Questo personaggio così amato, e discusso, fine drammaturgo, ma anche sagace giornalista, ha più di 80 anni e uno sguardo da bambino. Ben vestito, con un cappello da artista in testa, entra quasi di soppiatto in una sala piena di persone che lo aspettano, per un’informale serata di poesia organizzata da amici. Cammina curvo sulle gambe forti e appena la gente lo intravede si alza un applauso.
Lui continua a camminare, guarda davanti a sé, a terra, ma sorride.
Si siede su una sedia, gli occhiali grandi sul viso minuto, sul tavolo i libri, una borsa, un bicchiere d’acqua (non fredda!).
“Leggere poesia non è come leggere narrativa – spiega lo scrittore - Oggi la lettura è silenziosa, in antichità nessuna lettura era fatta soltanto da muta. Non è male che oggigiorno si moltiplichino letture di poesie ma la riuscita dipende sempre da chi legge. Montale, per esempio, leggeva male. Ungaretti metteva molto patos: ti spaventava, ma era efficace. Una persona con una buona dizione può far rendere gradevole anche una poesia mediocre”.
Guido Ceronetti legge poesie di autori diversi, di diverse nazionalità, tutte tradotte da lui, molte raccolte nell’antologia Trafitture di tenerezza (Einaudi).
“Le lingue si sanno poco. Le lingue dei poeti ancora meno”.
Legge in modo magistrale, toccante, versi di Virgilio, Eraclito, Machado, ma anche Kavafis e Shakespeare. Con assoluta naturalezza e fluidità legge in portoghese, greco e francese. Cattura l’attenzione con la sua smisurata cultura, ma anche con il racconto di aneddoti simpatici. E prima di leggere il Salmo 91 confessa candidamente che una delle sue attrici ha il compito di leggerlo al suo funerale. “Se permettono a un trombettista di suonare Il silenzio avremo un bel funerale”.
La sua traduzione dei Salmi è una vera e propria rilettura. È una traduzione vissuta. “La lingua come la conosco e la creo è uno strumento e con i salmi l’ho sicuramente arricchita, c’è stato un approfondimento della musicalità. Quando leggono i salmi nelle messe ti scoraggiano. Se almeno prendessero dei salmi tradotti meglio”.
Conclude con una lettura tratta dalla sua raccolta di poesie Le ballate dell’angelo ferito.
“Ritengo perduta la lingua italiana. Noi che cerchiamo di difenderla siamo come quelli delle Termopili. Sappiamo che i persiani passeranno ma noi restiamo lì. È una lingua in perdita. Siamo in trincea. La lingua ci viene usurpata. Camminando per strada anche in negozi non hanno più insegne in italiano, ma in inglese”. Nel suo libro In un amore felice (Adelphi), il sottotitolo recita Romanzo in lingua italiana, proprio per sottolineare questa difesa, questa appartenenza.
“Non possiamo proporre ai bambini di oggi le poesiole di quando eravamo piccoli noi. Leggetegli delle poesie di Alda Merini, di Pavese, scelte da voi, raccontando un po’ di contorno, di contesto. La poesia ha una musicalità che il cervello dell’infanzia coglie. La poesia dovrebbe essere ben accolta da un bambino che oggi viene riempito di televisione e nozionismo: gli tagliamo le ali già prima che arrivino alle elementari”.
Terminata la lettura, c’è stato tempo anche per una piccola intervista, passeggiando lungo il vialetto di un giardino. Ma questa è un’altra storia, e la racconterò più avanti.
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Di Simona (del 13/10/2012 @ 11:17:31, in Letture e spettacoli, letto 1123 volte)


“E MER” Storie del nostro mare
Sabato 13 e domenica 14 ottobre, ore 21 – Mulino d’Amleto di Rimini

FOGLIO DI SALA
“Si crede che il tempo vada sempre e solo avanti.
Ma nelle notti di burrasca il mare sale e scende, tutto si mescola e il tempo impazzisce.
Spunta tra le onde la ninna nanna della Seppia, la serenata di Pnel per la sua Maria, una risata… Un canto d’osteria.
Il rumore che sentite quando il mare è in tempesta sono le grida delle donne che chiamano i pescatori, sono i bombardamenti, sono una musica arrivata dall’America per farci ballare.
Il mare fa andare il tempo su e giù… C’è un tempo vicino al fondale dove Pnel litiga ancora con la Saura e guarda le belle donne. E c’è un tempo ancora più in fondo dove i sogni di Pnel sono ancora sogni. Il mare coccola quel sogno, non lo fa venire su neanche nella burrasca, lo tiene segreto come il più prezioso dei tesori, come la giovinezza.
E ride il mare, piange, e si arrabbia.
Come un grande vecchio che nessuno ascolta più.”
Simona Bisacchi Lenic

Tenacia e caparbietà per far fronte ai marosi della vita, quelli che se non sei abbastanza forte ti spazzano via. Un pizzico di quell’eroismo a cui solo le persone normali sanno attingere nella sfida al destino quotidiano. E poi l’allegria della gente di Romagna, che unisce nelle difficoltà, che fa erompere un canto quando meno te l’aspetti.
Questa storia è la storia di Pnel, il cui ciuffo “a pennello” indica la direzione del vento; è un coro di pescivendole che non si piegano; è una ciurma che affronta le tempeste, pur di tornare a casa. È la Rimini degli anni Trenta che vive e che sogna. Che pensa al pesce ma riesce già a immaginare gli ombrelloni, la bella vita che verrà.
E dopo la guerra, infatti, la bella vita arriva. Porta i soldi, gli alberghi, le piscine. Porta la giusta dose di leggerezza. Porta anche altri problemi da affrontare, altre storie che s’intrecciano, davanti alla dolce risacca del Mare Adriatico.
E la vita, beh quella, la vita, in fondo va sempre presa con ironia. Anche se il tempo passa e non ritorna. Perché in fondo c’è sempre un filo indissolubile che ci lega, noi, noi tutti, al nostro mare.
Loris Pironi

Regia Stefania Succitti
In scena Simona Bisacchi Lenic, Emanuela Ceccarini, Andrea Cenni, Stefano Della Rosa, Marco Donati, Federica Fabbri, Antonella Gelsomini, Marco Imola, Valeria Marioli, Niccolò Montini, Loris Pironi, Agnese Pdgornik, Maurizio Vettraino
Adattamento teatrale Stefania Succitti
Monologhi originali Simona Bisacchi Lenic
Scenografie Maurizio Vettraino, Andrea Cenni, Sonia De Angelis
Luci Antonio Vanzolini
Fisarmonica Cesare Succi

Sabato 13 e domenica 14 ottobre, ore 21 – Mulino d’Amleto di Rimini
Prenotazione obbligatoria 0541.752056 - 335.8351487


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