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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 03/02/2014 @ 14:48:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1665 volte)

 Ogni favola ha una sua morale. Anche Pinocchio ha la sua. Qualcuno potrebbe obiettare che Pinocchio non è esattamente una favola. In realtà, non lo è per niente. È più che altro il viaggio del singolo alla conquista della sua umanità. Il percorso di un individuo - burattino degli eventi e del destino - che cerca la dignità di uomo. Ma poi c’è quell’elemento fantastico, quel pezzo di legno che urla quando viene levigato, quel naso che si allunga al suono di ogni bugia, e quella fata che si trasforma ma rimane sempre turchina... E allora si pensa che queste siano pagine per bambini, che la realtà sia decisamente più in là, che la vita vera sia tutta un’altra storia, non certo quella di Pinocchio. L’elemento fantastico rende sempre tutto più leggero e surreale, e permette di non spaventarsi anche se quel gatto e quella volpe ci ricordano tanto qualcuno che abbiamo incontrato. Anche se tante volte ci siamo sentiti appesi per il collo. Anche se dentro la pancia di quel pescecane abbiamo perso la speranza e siamo rinati mille volte.
Se però siete di quelli che credono che Geppetto fosse un tenero vecchietto inerme, se credete che Mangiafuoco fosse così cattivo da non commuoversi davanti alla storia del burattino Pinocchio e del suo babbino, e se credete che il grillo parlante andasse in giro in smoking e mai avrebbe subito una martellata definitiva… Allora devo farvi una rivelazione: Pinocchio non lo ha scritto Walt Disney ma l’italianissimo Carlo Collodi, e la storia non è esattamente la stessa.
E forse nemmeno la morale. Perché la morale c’è sempre. E la morale di Pinocchio è che nella vita bisogna sempre essere buoni figli. Non basta essere buoni. E non basta essere figli. Bisogna scegliere un padre e seguire quello che dice per essere degni di diventare uomini, o per sempre saremo a metà, burattini senza fili, ma pur sempre burattini.
Il paese dei Balocchi sarà sempre lì ad aspettarci, e per quanto ne conosciamo le conseguenze rimane comunque la tentazione di chiudersi lì e pensare che è tutto a posto, che il mondo non ha bisogno di noi e che alla fin fine meglio divertirsi oggi perché “del doman non v’è certezza”. E sempre lì rimane la tentazione di credere che ci sia un modo o un luogo – reale o virtuale – in cui seminare quattro monete e raccoglierne intere ceste. Ma se tra tutte queste tentazioni non ci fosse il desiderio di far contento quel nostro babbo che ci ha forgiati con tanta cura e con tanta cura ci ha vestiti, se non ci fosse l’aiuto materno di una fata sempre disponibile ad aiutare ma non a farsi prendere in giro, cosa ne sarebbe dell’uomo? Per quante notti rimarrebbe impiccato al ramo di un albero? E da quanti pescicani dovrebbe venir divorato per farsi togliere di dosso quella pellaccia d’asino?

Da Fixing n.3

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Di Simona (del 19/12/2013 @ 15:59:06, in I miei articoli su Fixing, letto 1558 volte)

“E' la vigilia di Natale. E' la notte dei desideri. E voi potete incontrare il personaggio di un libro. Per un'ora intera, per un'ora soltanto potete parlare, passeggiare, fantasticare con il personaggio che amate di più. Chi vorreste al vostro fianco? E perché?”.
Ho scritto questa domanda su Facebook, facendo partire un piccolo sondaggio pre-natalizio.
Le risposte sono state così varie, diversificate e ben motivate, da poter tranquillamente dire che questo articolo non l’ho scritto io, ma i lettori. Quindi, grazie a tutti quelli che hanno contribuito a questo pezzo.

Se si potesse vedere a fondo, se si potesse vedere al di là del buio, e poco sopra le stelle, la notte avrebbe altri colori da mostrare, altre visioni da regalare. E se nella notte che attende il Natale, in quella notte in cui l’impossibile diventa possibile, bastasse esprimere un desiderio per incontrare chi non esiste più, chi non è esistito mai, allora lungo le vie della città si vedrebbero personaggi d’altri tempi, d’altri mondi, camminare avvolti nei loro cappotti. Se in quella notte di miracoli i sogni si trasformassero in incontri, vedremmo il ramponiere Quequeg uscire dalle pagine di Melville, lasciare il Pequod e la sua disperata caccia a Moby Dick, per aggirarsi – scuro e possente – tra le luci natalizie, accanto a un lettore che non teme la sua collezione di teste essiccate. Li vedremmo parlare. Sentiremmo i nomi di Achab e Ismaele ripetersi qua e là. E loro, tutti presi da discorsi di fiocine e balene, passerebbero incuranti davanti a un angolo tetro, a fianco di un palazzo antico, senza accorgersi di Iago, l’insidioso alfiere shakesperaino, pronto a raccontare – o tramare – nuovi inganni.
L’aria dicembrina verrebbe affumicata dalla pipa di Sherlock Holmes. E il cielo sarebbe sorvolato da Ruth, l’unico drago bianco del ciclo di Pern (di Anne Mc Caffrey). Risuonerebbero per la piazza la voce forte de “Lo hobbit” Bilbo Baggins, gli incantesimi di Gandalf, i passi irrequieti di Jo March, seguita dalle altre”Piccole donne”, e la musica sola e struggente del violinista Jeno Verga mentre suona la Ciaccona di Bach in “Canone inverso” (di Paolo Maurensig).
In questa notte di visioni e incontri impossibili, l’illusionista Celia Bowen porterebbe una lettrice ad accendere una candela all'albero dei desideri e visitare “Il circo della notte”(di Erin Morgenster). E anche se è buio, ed è inverno, non stupitevi di vedere due uomini camminare con un asciugamano al collo, sono solo Ford Prefect - di “Guida galattica per autostoppisti” - e un lettore che sa bene quanto un asciugamano possa essere fondamentale, e addirittura salvifico, in certi momenti della vita. Donne appassionate e commoventi attraverserebbero la vostra strada, la nostalgica Amaranta Buendìa di “Cent’anni di solitudine”, l’intensa Moll Flanders, la selvaggia e misteriosa Morgana, sorella di Artù in “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley.
Alcuni lettori invece non li troveremmo lungo vie conosciute. Non farebbero comparire qui i loro beniamini, ma andrebbero loro a trovarli. Lettori circondati dalle montagne, a scaldarsi davanti al fuoco insieme a Heidi e suo nonno. Lettori immersi nella foresta vergine accanto a Mowgli de “Il libro della giungla”, a imparare la lingua e le usanze di un luogo così lontano da tutto. Lettori pronti a un “Viaggio al centro della terra”, a volare su una mongolfiera con il mago di Oz o a chiudersi in una soffitta con Bastiano de “La storia infinita” e sognare Fantàsia. Lettori costretti a salire su una nave per incontrare T. D. Lemon “Novecento”, perché se vuoi sapere come il pianista folle e geniale creato da Baricco vede il mondo, allora devi salire sulla sua nave, perché lui da lì non è mai sceso. Lui da lì non scenderà mai.
Alcuni, invece, vorrebbero incontrare autori che non ci sono più. Sedersi a un caffè con Hemigway. O fare domande a Saint Exupery.
Personalmente, vorrei incontrare non l’autore ma l’aviatore del “Piccolo principe”, l’uomo che nella disperazione del deserto, schiacciato da sabbia e vento, è riuscito ad accorgersi di quel bambino dai capelli biondi e a innamorarsi delle stelle.

Da Fixing n. 46

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Di Simona (del 21/11/2013 @ 12:25:51, in I miei articoli su Fixing, letto 942 volte)

Le barriere rendono vulnerabile chi le costruisce, non solo chi rimane chiuso fuori.
Eppure, se non costruisci un recinto il tuo bestiame scapperà, un lupo entrerà, un ladro si avvicinerà.
Ma quante sono le barriere costruite per proteggersi? E quante quelle costruite per non essere messi in discussione, per non dover fare i conti con qualcosa – o qualcuno – di diverso?
Quante sono le barriere che difendono la nostra terra?
E quante, invece, quelle che limitano i nostri pensieri?
Non possiamo che rimanere stupiti, ammirati e grati a Primo Levi che ci racconta che “La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo” (da “Se questo è un uomo”). Una testimonianza che mostra una prospettiva di sopravvivenza – e dignità - in mezzo all’orrore. E non un orrore qualunque, ma quello dei lager nazisti. Allora la barriera non è più limite, o indifferenza, è il difendere la propria umanità in mezzo al disumano agire.
Leggendo Primo Levi si nota nelle sue parole una sospensione del giudizio. Racconta quello che gli accade, non inventa nulla, eppure non emette sentenze. È il lettore che deve arrivare a provare vergogna, o speranza. L’autore non giudica. L’autore non costruisce un’altra barriera, mentre ogni giorno, in ogni istante, la barriera del giudizio e della condanna è a portata di parola. Basta una frase per elevare la propria mannaia su situazioni e persone, di cui – in realtà – non si sa nulla. Un “sentito dire”, un’impressione, e la lingua è pronta a tagliare teste. Le proprie teste vengono tagliate fuori dalla comprensione, e dalla possibilità di conoscere. Le proprie parole creano muri spessi ed elevati. Muri che – una volta costruiti – possono essere abbattuti solo tramite gesti. E per quanto è facile far uscire parole dalla bocca, tanto è difficile tirar fuori le forze per un’azione che abbatta il cemento tra le persone.
“Scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza” precisa Bertolt Brecht nella sua “Vita di Galileo” (1938-1939). Ignorare non significa essere stupidi, ma non conoscere e illudersi di muoversi liberi perché solo una dogana divide una nazione dall’altra, o perché davanti a un computer si può circumnavigare il pianeta. Senza accorgersi che in un mondo senza confini, si continua a scrutare l’orizzonte all’ombra delle barriere che ci si è costruiti.


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Di Simona (del 25/10/2013 @ 16:47:43, in I miei articoli su Fixing, letto 4217 volte)

Sono milioni, nel mondo, i libri che ogni giorno giacciono dimenticati sui comodini.
Copertine che collezionano polvere. Segnalibri addormentati a pagina cinquanta da tempi immemorabili. Volumi che su quel comodino hanno visto alternarsi romanzi, saggi o fumetti, tutti però solo di passaggio, perché – a differenza loro – quei libri venivano iniziati e finiti.
Quante pagine non verranno sfogliate.
Quanti capitoli non verranno mai svelati.
Quanti personaggi vivranno l’illusione di essere scelti, amati, senza sapere che ben prima della fine verranno abbandonati.
Ma queste pagine, questi capitoli, questi personaggi, a chi appartengono?
Quale libro hai iniziato e mai terminato? Svolgendo un piccolo sondaggio, la risposta a questa domanda ha dato esiti niente affatto scontati.
Immancabile, naturalmente, qualche grande classico. Più di un lettore si è arreso davanti a “Guerra e pace” di Tolstoj: per alcuni la trama è troppo intricata, ma c’è anche chi ammette candidamente che ci sono troppi nomi, troppo complessi, e soprattutto troppo lunghi. Il principe Andrei Nikolaevic Bolkonskij non deve aversene a male, deve avere pazienza con questa nostra generazione abituata ai nickname. E c’è chi si è arreso, più e più volte, davanti a “Moby Dick” di Melville. Il libro che ha rischiato di mandare per mare milioni di lettori, che sognando l’avventura e l’ignoto avrebbero lasciato tutto il conoscibile sulle orme del capitano Achab… Quello stesso libro è riuscito a scoraggiare chi non ha saputo fare i conti con il XXXII capitolo, intitolato semplicemente “Cetologia”: con la “scienza della balena” Ismaele ha destinato ad altri lidi diversi lettori.
Ma non solo di grandi classici vive il comodino.
C’è chi ha lasciato “Il codice da Vinci” a sessanta pagine dalla fine perché l’incoerenza nelle vicende e le imprecisioni nella trama sono un crimine che nessun giallo si può permettere. Nemmeno la donna più ricca della regina d’Inghilterra può sottrarsi alle stroncature: “Il seggio vacante” della Rowling è stato abbandonato perché il bello stile nulla ha potuto contro banalità e noia. “The American” di Martin Booth è un altro grande escluso: la versione cinematografica poteva avvalersi del fascino di George Clooney, ma nel romanzo dopo 100 pagine il succo della storia ancora latitava. I deliri del protagonista hanno rilegato nello scaffale dei non desiderati anche “Il pasto nudo” Di William Burroughs. Il primato del libro “abbandonato prima ancora di essere iniziato” va, però, a“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi: una volta scoperto che “Sostiene Pereira” non è solo il titolo del romanzo ma una sorta di intercalare presente dalla prima all’ultima pagina, il lettore che lo stava sfogliando si è innervosito e lo ha riposto nello scaffale della libreria. Fine di una storia.
Anche il genere fantasy non è esente da rifiuto. La mole di pagine ha inibito più di un lettore de “Il Signore degli anelli”, che oltre tutto ha la pecca di essere difficile da leggere per conciliare il sonno, perché se inavvertitamente chiudi gli occhi e ti cade addosso il rischio trauma cranico è dietro l’angolo.
A volte, però, un libro non terminato è solo un libro giusto, preso in mano nel momento sbagliato.
Così il romanzo accantonato, a distanza di anni diventa fonte di ispirazione, di divertimento o riflessione. Libri come “Le memorie di Adriano” della Yourcenar, “Passaggio in India” di Forster o “Per chi suona la campana” di Hemingway letti per obbligo o nel momento inadatto si trasformano da capolavori a zavorre.
Noia, pesantezza, banalità e prevedibilità sono alcune giuste cause di abbandono di un romanzo. E se qualcuno vi dice che è un sacrilegio non terminarlo, appellatevi al terzo punto dei “diritti imprescrittibili di un lettore” formulati dallo scrittore Daniel Pennac: “perché sprecare tempo a leggere un libro che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a leggerne uno migliore?”.

Da Fixing n.36

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Di Simona (del 23/09/2013 @ 08:29:59, in I miei articoli su Fixing, letto 830 volte)

Incontrare un poeta non è un’esperienza comune. Avere la sensazione di aver assistito a un incontro memorabile lo è ancora meno.
Eppure, in una notte d’agosto, nella Vecchia Pescheria di Rimini, Sergio Zavoli ha raccolto tutti intorno alla sua poesia come intorno a un fuoco, per raccontare una dimensione così intima di sé e del suo percorso umano, prima ancora che professionale, da trasformare il pubblico in compagni di viaggi, testimoni. Fosse anche solo per una notte.
“L’infinito istante” è il titolo della raccolta di poesie che il giornalista, senatore a vita, è venuto a presentare alla rassegna Moby Cult, diretta da Manola Lazzarini. Testimonial della serata lo scrittore riminese Piero Meldini. A me il compito di introdurre questo incontro, questi grandi personaggi figli della mia città.
Sergio Zavoli arriva puntuale. E senza calzini… Come ha poi raccontato sul palco, sottolineando lo spirito “libero” di Rimini, dove nessuno fa caso se un vecchio amico infila i calzini a un altro al tavolino di un Caffé. L’autore è molto diverso da come appare nella copertina del suo libro. Non diverso nell’aspetto, ma nello sguardo. Qui si coglie una gentilezza, che sovrasta la fierezza.
Così come nelle sue poesie si coglie l’immediatezza e la semplicità di un’anima spogliata, e per questo potente. Sorseggiando appena qualche sorso d’acqua, Sergio Zavoli parla per un’ora e mezza, ininterrottamente, tra momenti passati, consapevolezze e domande universali. Non è scontato che un grande intellettuale riesca a essere un poeta. Non è facile “togliere” fino ad arrivare alla poesia. Ma in questa serata è un canto anche il ricordo dell’amico Federico Fellini, con cui Zavoli apre l’incontro. “Quando un giornalista non sa cosa dire, si inventa una domanda – racconta così la sua visita insieme a Enzo Biagi all’amico morente – Ed Enzo Biagi gli chiese che cosa desidereresti ora? Innamorarmi ancora una volta, fu la risposta”.
La dimensiona privata è al centro di questo libro, dove la vita si mostra attraverso i ricordi di gioventù, le persone care al poeta, gli addii, ma anche gli incontri “perché si conosce solo attraverso l’altro. L’altro è la nostra ombra, la possibilità di imparare”. La ricerca dell’incontro ha segnato profondamente anche la sua vita professionale. “Ho sempre amato molto fare interviste. Non mi preparavo una scaletta di domande: la risposta alla prima domanda era lo spunto da cui nasceva la seconda, e a quel punto sapevo che si era instaurato un dialogo. Non ho mai cercato lo scoop, non cercavo di strappare all’intervistato quello che non avrebbe voluto rivelare, ma ero contento quando la persona che avevo davanti raccontava ciò che pensava di non riuscire a dire”.
E non può esserci incontro senza comunicazione. “Purtroppo oggi la parola è relegata a un segno, un logo, una traccia. Nelle scuole dovrebbero far leggere di più ai ragazzi poeti come Pascoli, Tonino Guerra”.
Nell’ultimo capitolo del libro “L’indicibile elogio” la poesia incontra Dio e la trascendenza. “Il vero miracolo della vita è la nascita. Tu sei qualcosa che mai c’è stato prima sulla terra, qualcosa che mai più avverrà così, in questo modo”.
La presentazione si conclude con un riferimento alla politica - che rimane una delle grandi passioni di Sergio Zavoli - un richiamo all’unione delle persone al di là delle ideologie, un richiamo ai valori, e a una società dove ognuno sia il fautore del proprio capolavoro, nel lavoro che svolge, nelle mansioni a cui ogni giorno è chiamato. “L’immaginazione è importante perché permette di vedere al di là delle apparenze, di cogliere la realtà, ma oltre all’immaginazione sono necessari l’impegno e la volontà”. La speranza descritta dallo scrittore è una valore attivo. “Sant’Agostino scriveva Signore, guardami dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento. Non si può sperare, aspettando l’intervento di qualcun altro. Oggi la voce del verbo legato alla speranza non è sperare, ma agire”.

Da Fixing n.33






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Di Simona (del 06/08/2013 @ 16:17:41, in I miei articoli su Fixing, letto 1020 volte)

Sarà la voglia di spensieratezza. Sarà che ciò che non c’è più provoca sempre un po’ di nostalgia. Il fatto è che dopo averli bistrattati, derisi, e nascosti in soffitta come un paio di imbarazzanti spalline, gli anni Ottanta stanno rientrando nella vita delle persone, sia di quelle che li hanno vissuti sia di chi non era nemmeno nato. Trasmissioni che ricordano “come eravamo”, serate a tema, blog, spazi radiofonici e un lento ritorno dei pantaloni a vita alta confermano che gli anni Ottanta sono “i nuovi Sessanta”: un ricettacolo di malinconie, risate, commozione e possibilità mancate. Se a Red Ronnie venisse voglia di farci un programma, il passaggio di testimone sarebbe ufficiale.
Avevano detto che erano stati superficiali. Un decennio di passaggio. Ma ora che il ventunesimo secolo comincia a entrare nel vivo, vengono rivalutati gli anni della guerra fredda e di Chernobyl, gli anni di “Born in the Usa” e “Thriller”, gli anni del walkman e delle sale giochi, gli anni di “ET” e “Blade Runner”. Da rinnegati a ricercati. Studiati. In alcuni casi addirittura rimpianti, perché non tutto è vuoto e superficiale solo perché si muove a ritmo di un sintetizzatore.
E mentre gli Spandau Ballet rivaleggiavano con i Duran Duran, Gabriel Garcia Marquez vinceva il Nobel per la letteratura (1982). Negli stessi anni Umberto Eco mandava alle stampe il suo primo romanzo, “Il nome della rosa”, un capolavoro a livello mondiale, Premio Strega nel 1981, tradotto in 40 lingue, trenta milioni di copie vendute, e un film diretto da Jean Jacques Annaud.
Bestseller di tutt’altro genere quello partorito dalla mente di Stephen King, che proprio lungo questo decennio si consacra maestro dell’horror con “It”, segnando un’intera generazione: nessun ragazzo degli anni Ottanta sarà più in grado di ridere davanti a un clown.
Ma la fantasia non si ferma all’horror. Assume i contorni di un’avventura oltre il tempo e si insinua tra le pagine di un libro che diventa un cult del fantasy: nel 1981 esce in Italia “La storia infinita” di Michael Ende. Lo scrittore tedesco crea un universo fantastico splendido e fragile, che ha bisogno del mondo reale per sopravvivere. Ha bisogno di un bambino comune, un bambino solo che conduce un’esistenza normale e non sa di essere speciale. Bastiano Baldassarre Bucci per alcuni aspetti ricorda tanto Harry Potter, che nascerà solamente decenni dopo.
Si leggeva negli anni Ottanta, e spesso le storie stridevano con i colori fluorescenti degli scaldamuscoli e le note pop delle stelline del momento. Mentre l’Italia scimmiottava gli Stati Uniti indossando pantacollant e mangiando hamburger, nel romanzo “Volevo i pantaloni” Lara Cardella raccontava l’arretratezza mentale e culturale di un paese della Sicilia.
Prima che il decennio scadesse, morì lo scrittore Leonardo Sciascia, nel 1989, lasciandoci “Una storia semplice”, pubblicato il giorno stesso della sua morte. Sopravvisse, invece, agli anni Ottanta Pier Vittorio Tondelli, ma solo per un soffio. Scrittore simbolo di questi anni, pubblicò il suo primo romanzo “Altri libertini” nel 1980 e dopo successi come Rimini (1985) e Camere separate (1989) morì nel 1990, affetto da aids, una delle più dolorose scoperte di questi “lontani” anni Ottanta.

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Di Simona (del 28/07/2013 @ 08:53:17, in Flying on line, letto 1024 volte)

Il valore della bellezza.
Il lato oscuro dell'umorismo.
L'aspetto comico - ma non sempre - del fare la baby sitter.
Il fascino senza tempo dei giochi di prestigio.
E tra le rubriche di libri, videogiochi, film, fumetti, ricette e sport, un nuovo spazio dedicato ai telefilm
Anche questa volta la redazione Under 18 di Flying si è data da fare per offririvi una lettura piacevole, ma mai superificiale. Perché nonostante quello che si sente in giro, i ragazzi di oggi sanno essere davvero in gamba.
Il numero 12 di Flying lo potete sfogliare qui.
Buona lettura!

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Di Simona (del 24/07/2013 @ 08:22:13, in I miei articoli su Fixing, letto 981 volte)

Allontaniamoci dal mappamondo. E apriamo un libro come una mappa, puntando il dito sui luoghi citati, così come abbiamo puntato l’immaginazione sui volti dei personaggi.
Prendiamo “Il paziente inglese” – il libro di Michael Ondaatje (Garzanti), non il film di Anthony Minghella – e aggiriamoci per l’Italia. Cerchiamo le opere d’arte nascoste in santuari dimenticati. La chiesa gotica di Arezzo, gli affreschi di Piero della Francesca, la regina di Saba che conversa con il saggio re Salomone. E poi Monterchi, Cortona, Urbino, Sansepolcro, Anghiari, “cittadine-fortezze arroccate su alti promontori contese in battaglia sin dall’ottavo secolo ora (1944-1945 ndr) assalite, come niente fosse, dagli eserciti di nuovi re”. Fissiamo l’orizzonte di Gabicce Mare, come fece l’artificiere Kip, che invece del nemico vide emergere dalle onde la statua della Vergine Maria, portata da una barca - come un relitto, come un tesoro – e poi accompagnata tra le vie della città da un’orchestra muta. Seguiamo ancora Kip, il suo turbante, la sua storia di Sikh a servizio della corona inglese, e arriviamo fino a Roma, e nella Cappella Sistina cerchiamo il viso del profeta Isaia, la sua espressione “simile a una lancia, saggia e implacabile”. O entriamo nella Galleria Borghese, in silenzio davanti a “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio, “la giovinezza che giudica la vecchiaia, il giudizio della propria mortalità”.
I più temerari possono spingersi oltre, superare i confini europei. Spingersi in Africa. Nel deserto tra Egitto, Libia e Sudan. Un pezzo di terra critico, che negli anni Trenta aveva abbattuto le frontiere, le etnie e le nazionalità, in nome dell’esplorazione, dell’avventura. Seguendo la mappa di Madox e Almasy tra gli alberi di acacia, alla ricerca dell’oasi di Zarzura, si arriva a scoprire la Caverna dei Nuotatori presso Gilf Kebir, perché dove ora c’è il deserto in un tempo remoto c’era un lago, e le figure dipinte sulla roccia ancora nuotano, ignare che il tempo sia passato, e l’acqua. Procedendo come turisti, spaventati e tesi, vi chiederete dove siano le nazioni tra le dune e i venti, lì dove riposano le voci di quegli antichi esploratori. Dove al tocco della morfina si risvegliano i ricordi del conte Almasy, l’avventuriero, il folle, il paziente inglese che inglese non è, l’uomo che non voleva più nazioni, perché in nome delle nazioni la guerra gli aveva portato via la donna che amava, l’unico amico e la pelle del corpo, ustionata, sottile, insensibile.
Seguiamo l’infermiera Hana sulle colline a nord di Firenze, dove gioca “alla settimana” nel buio di una stanza di Villa San Girolamo. Seguiamola nel frutteto dove ha piantato una croce rubata da una chiesa, per spaventare gli uccelli. Muoviamoci con lei che ha appena vent’anni ma ha lasciato il Canada, ha viaggiato attraverso l’Europa e le atrocità della guerra, per fermarsi in una villa bombardata, dove i libri servono a sostituire i gradini saltati in aria, ma anche “come unica via d’uscita alla segregazione”.
Mettiamo da parte il film vincitore di 9 premi Oscar, e seguiamo lo scrittore Michael Ondaatje. La sua storia meno sentimentale, e più lirica, violenta, ricca di sfumature, di alberi nostrani contro cui si rompevano le seghe perché pieni del piombo delle pallottole. Ricca di amore profondo per i libri, per le parole, perché “le parole hanno potere”. Un romanzo che racchiude un incontenibile stupore davanti a ciò che di meraviglioso l’uomo sa creare - i dipinti, la poesia – e davanti a ciò che di vergognoso sa escogitare, le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Un viaggio sulla terra che ci appartiene. Su terre esotiche e nervose. Ma soprattutto un viaggio negli spazi che scorrono tra gli individui, alla ricerca di una mitica caverna, o di quel perduto lago d’acqua azzurra, che ancora si nasconde nelle profondità di ogni deserto umano.

Da Fixing n. 22

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Di Simona (del 21/07/2013 @ 08:36:18, in Flying on line, letto 915 volte)

La redazione Under 18 di Flying varca i confini dell'universo, dedicando l'undicesima uscita della rivista alla fantascienza, con tanto di omaggio all'immortale Doctor Who, e ponendosi la grande domanda su quale sia il rapporto tra scienza e fede.
A riportarci alla realtà di tutti i giorni ci pensano invece gli articoli dedicati alla tecnologia e ai dolci provenienti da tutto il mondo, oltre alle consuete rubriche su film, libri, sport, fumetti, videogiochi e ricette.
Tutto tranquillamente sfogliabile qui.
Buona lettura!

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Di Simona (del 19/07/2013 @ 08:00:28, in I miei articoli su Fixing, letto 1017 volte)

 

Sotto il sole d’estate anche la cultura si spoglia. Diventa più allegra. Scende sulla spiaggia, in mezzo alla gente. Come dimostrano due iniziative molto diverse tra loro, ma entrambe di scena a Rimini: da una parte l’esordiente ScriviRimini, premio letterario che animerà la Darsena dal 19 al 21 luglio all’insegna della scrittura, della lettura ma anche dello svago; dall’altra parte una delle grandi conferme dell’estate in Riviera, Cartoon Club, la manifestazione che fino al 28 luglio renderà Rimini la città del fumetto, una delle forme culturali più espressive e di tendenza di oggi, nonostante ci sia ancora chi lo rileghi a passatempo per bambini.

ScriviRimini
Laboratori di scrittura e lettura per i più piccoli, un incontro dedicato alla scrittura e alla pubblicazione rivolto agli adulti, ma anche mostre, sport e spettacolo. Queste sono le caratteristiche del premio letterario ScriviRimini, che ha scelto la Darsena come ambientazione per questa sua prima edizione (19-21 luglio). Tre giornate dedicate ad attività e workshop, che avranno culmineranno con la proclamazione dei vincitori del premio, scelti da una giuria presieduta dalla giornalista Rai Rossana Cancellieri. Il comico Carmine Farmaco di Colorado Cafè presenterà la prima serata, mentre sabato sera la scrittrice Catena Fiorella – madrina dell’evento – dividerà il palco con il conduttore Massimo Giletti e con l’attore Sebastiano Somma, che leggerà stralci dei romanzi in concorso.
I sei finalisti della sezione editi sono: La nostra Africa di Michelangelo Bartolo, Blu Principe di Alessandra Burzacchini, Conegrina a Colazione di Giovanni Cerruti, Loro parlano con i tacchini di Carlo Corda, Fai sbocciare un fiore nella notte di Raffaele Cortollessa, Una Stella in Trincea di Alessandro Demaria. Tra gli inediti sono invece stati selezionati: Il sorriso di Hans di Giuseppe Barcellona, Io Faust di Antonio Giordano, Nebbia di Daria Romanini, Al suon dell’oro di Angelo Tecchi.
“Come prima edizione, non ci aspettavamo una larga partecipazione – commenta Mirella Guzzo, presidente della casa editrice Miremi, nonché ideatrice e direttrice dell’evento - Sono felice, invece, di constatare che ci siano tante persone che amano la scrittura e la esercitano con passione. Ringrazieremo tutti coloro che hanno inviato le proprie opere con una pergamena di partecipazione”.

Cartoon Club
A pochi passi dalla Darsena troviamo invece la stessa spiaggia, ma altre letture.
Se per voi la tavola non è apparecchiata, ma disegnata. Se le parole scritte non bastano mai, perché hanno bisogno di qualcosa di più per farle vivere. Se sapete che baloon non è una parolaccia, ma la possibilità che hanno gli eroi di comunicare col resto del mondo. Allora tenetevi pronti, liberi e possibilmente con una matita in mano, perché dal 4 al 28 luglio riparte Cartoon Club, festival internazionale del cinema d’animazione e del fumetto. Dal mare al centro storico, il festival invaderà la città con eventi e mostre. Fino a sbocciare nella kermesse di RiminiComix, che dal 18 al 21 luglio occuperà piazza Fellini con una grande mostra scambio, uno stage di fumetto, gli incontri con autori e disegnatori di “Fumetti on the beach” (iniziativa che si svolgerà dal 19 al 21 luglio, dalle 10 alle 12 al Bagno 34) e appuntamenti dedicati a Zagor, Dampyr e Dragonero. Tra mostre, riunione dei Cosplay, proiezioni e musica, un ruolo fondamentale verrà giocato dalla lettura. Al Barge si terrà, infatti, un reading che si preannuncia di grande effetto, perché a leggere stralci de “Il signore degli anelli” interverranno i doppiatori italiani della trilogia cinematografica tratta dal capolavoro di Tolkien (sabato 20 luglio ore 21.30).
Per saperne di più su programma e appuntamenti: www.cartoonclub.it

Da Fixing n. 26


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