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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loris (del 13/11/2009 @ 17:24:35, in un po' di rassegna stampa..., letto 1337 volte)
di Carlotta Frenquellucci

Al via al Mulino di Amleto di Rimini la quarta, e probabilmente ultima, stagione de "La Nube di Oort - Transiti di nuovo teatro". La rassegna, nata per osservare il transito del "nuovo teatro", propone sette spettacoli caratterizzati dalla spiccata carica innovativa e dalla indubbia qualità, con alcune incursioni particolari nel mondo della musica.  Si parte il weekend del 7 e 8 novembre con "Cose dell'altro mondo - diario dal Congo", con Teodoro Bonci del Bene, attore riminese che ha studiato alla scuola di Mosca del celeberrimo maestro Stanislavskij. Sabato 14 novembre il Mulino ospiterà la compagnia Libero Fortebraccio Teatro in "Iago", concerto scenico di Roberto Latini e Gianluca Misiti. Il 21 novembre "Sul confine", di e con Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi: in equilibrio tra drammaturgia e coreografia l'incubo di due uomini proiettati oltre il ricordo. Sabato 28 novembre "Si l'ammore no", di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano (Kataklisma - amnesiA vivacE), finalista al Premio Tuttoteatro.com 2008. Sabato 5 e domenica 6 dicembre si gioca in casa con "Mani in alto...!!!" (Banyan Teatro) per la regia di Gianluca Reggiani, l'Odissea di un uomo qualunque alle prese con il desiderio e l'ambizione di riuscire a realizzare se stesso nella società in cui vive. Domenica 13 dicembre va in scena Fever 103° di NicoNote, performance che prende il nome da una lirica di Sylvia Plath. Un "concerto per voce, cd, dischi e laptop" con musiche e testi di NicoNote ma anche di tante "guest star" da Elvis Presley a Robert Schumann per la musica, da Shakespeare a Yeats per la letteratura. La stagione si chiude sabato 19 (ore 21.1) e domenica 20 dicembre con la prima assoluta di "Nato da donna" (Compagnia Extra Q), spettacolo che trasporta gli archetipi di quattro eroine del mito ai nostri tempi. Ideato e diretto da Stefania Succitti che ne ha curato i testi, lo spettacolo vede in scena Julia Alimasi, Lara Balducci, Simona Bisacchi, Emanuela Neri e Stefania Succitti. La scrittrice riminese Simona B. Lenic per l'occasione ha scritto un testo originale dedicato a Teti. A gennaio (8,9 e 10), infine, un fuori programma con la compagnia Banyanteatro-Lab in "I Lunatici" ideato da Marco Bianchini e Roberto Peruzzini. Lo spettacolo, tratto dal romanzo di Ermanno Cavazzoni "Il poema dei lunatici", racconta la storia tra sogno e realtà di Ivo Savini che ispirò Federico Fellini per "La voce della luna".
Gli spettacoli hanno inizio alle ore 21.15. Info e prenotazioni tel. 0541.752056 - info@banyanteatro.com

da Chiamami Città 624 RIMINI - Notizie cultura - mer 04 nov 2009

 

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Di Simona (del 18/11/2009 @ 12:07:10, in Letture e spettacoli, letto 1400 volte)
La follia è una costruzione culturale, sosteneva Foucault. Questo è il perno intorno cui ruota “Stravaganza” un testo teatrale di Dacia Maraini, scritto nel 1986 e oggi portato in scena nei teatri italiani da Claudio Misculin e dalla sua Accademia della Follia.  A raccontarci qualcosa in più di questo spettacolo è proprio la scrittrice Dacia Maraini.  
“Stravaganza” racconta la storia di cinque malati di mente, della loro esistenza, tra timori e relazioni personali, dentro e fuori dal manicomio. Qual è il confine tra follia e stravaganza?
“Lo spettacolo nasce da una serie di inchieste che feci prima della Legge Basaglia e dalla Legge Basaglia stessa, che portò alla chiusura dei manicomi. Spesso in questi posti i matti si costruivano: il più delle volte erano solo persone depresse ma quello che accadeva in quelle prigioni li segnava per tutta la vita. Come è accaduto ad Alda Merini, che ha conosciuto il manicomio più duro, quello con le sbarre alla finestra, ma alla fine ne è uscita e questa esperienza terribile non le ha impedito di scrivere cose meravigliose”.
Il ritorno dei protagonisti alle proprie case comporta l’esclusione, il rifiuto e anche la paura. Eppure nel finale c’è un riscatto dato dalla speranza di qualcosa di diverso.
“I protagonisti della storia, che non sono dei veri e propri pazzi ma delle persone stravaganti, dopo la Legge Basaglia devono tornare dalle rispettive famiglie dove si accorgono di essere stati ormai sostituiti, sono esclusi o addirittura temuti. E quando capiscono che quella non è più casa loro, decidono di unirsi, di andare a vivere insieme. La creazione di luoghi in cui stare insieme - in cui i malati psichiatrici vengano trattati come gli altri malati e non come dei prigionieri - era ciò che la Legge Basaglia si auspicava ma che in realtà è stato realizzato solo in pochissimi posti in Italia. I protagonisti vengano riscattati da loro stessi, dalla loro scelta di non restare con chi li tratta come delinquenti: se si controllano le statistiche emerge che il 99% dei delitti vengono compiuti da persone cosiddette ‘normali’, che non sono mai state in manicomio e che mai avresti considerato capaci di uccidere o fare stragi”.
Per la prima volta “Stravaganza” viene portato in scena da una compagnia composta per lo più da ex pazienti psichiatrici. Come è stato lavorare con l’Accademia della Follia?
“Sono ragazzi molto bravi. Ho lavorato in prima persona con loro e sono rimasta davvero colpita dalla loro straordinaria disciplina. Li distingue il fatto che sul corpo portano il segno di questa malattia e questo rende lo spettacolo molto credibile, toccante”.
Per respirare follia oggi non è necessario incontrare dei malati psichiatrici. Quali sono secondo lei i gesti folli che si possono vedere nel mondo cosiddetto “normale”?
“Considero follia l’aggressività verbale, la deriva linguistica. Il fatto che le persone comuni ma anche i politici si insultino apertamente indica un profondo squilibrio, qualcosa che non dovrebbe assolutamente essere considerato normale”.
È quindi folle privare la parola del suo valore …
“Purtroppo c’è una forte spinta culturale a svuotare di ogni significato la parola, che invece è un grande strumento di critica, di comunicazione e di cambiamento. Fortunatamente gli scrittori ancora tentano di salvare questo valore”.


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Di Simona (del 01/12/2009 @ 12:17:34, in Letture e spettacoli, letto 999 volte)

"Practiced are my sins
Never gonna let me win...
Under everything, just another human being.
I don’t wanna hurt, there’s so much in this world to make me bleed..."
Pearl Jam, Just breathe

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Di Simona (del 07/12/2009 @ 12:51:49, in I miei articoli su Fixing, letto 3671 volte)
“Il Natale non è un Natale che si rispetti, senza regali”. Inizia con questo inno al consumismo un libro non del secolo scorso ma di quello prima ancora. Era il 1867 quando Jo March  – la più irruenta delle “Piccole donne” tratteggiate da Louisa May Alcott – pronuncia questa frase così attuale. Il libro della Alcott poi prenderà tutta un’altra piega. Ma il mondo di oggi no. E Natale è fatto anche - si spera non “soltanto” - di regali.
Personalmente apprezzo i doni che richiedono un minimo di tempo e dedizione, in cui si vede che per dieci minuti o dieci giorni quella persona ha pensato a te. E tra tutti i regali che si possono fare, comprare e costruire, quello che quest’anno non dovrebbe mancare in nessuna casa è una bella risata! Ridere di gusto, con gli occhi appannati per le lacrime, con la bocca che lascia uscire quel rumore - poco attraente - di respiro che manca. Una risata che non risolve i problemi, la crisi e l’influenza, ma che almeno dà un’energia nuova per affrontare sempre le stesse cose. Una risata che non è voler far finta che tutto vada bene, è piuttosto un serbatoio a cui attingere per costruire un po’ di ordine nella tormenta quotidiana. Ma ridere non è così facile. Bisogna staccare il pensiero e niente è più difficile che smettere di pensare. Eppure, per riuscire a impacchettare una risata e metterla sotto l’albero il modo c’è. Ognuno deve trovare il suo, a seconda della persona che ha accanto, dei suoi gusti e del suo carattere. Considerati tutti questi aspetti, il mio personalissimo metodo è prendere una bella carta da pacchi colorata e avvolgerla intorno al libro giusto. Possibilmente un buon libro. Un libro d’autore.
Non c’è bisogno di buttarsi sui comici televisivi per ridere leggendo. Provate a dare un’occhiata a Stefano Benni: da poco è uscito “Pane e tempesta” ma se conoscete qualcuno che ancora non ha letto “Bar Sport” (Feltrinelli) metteteglielo sotto l’albero e gli basterà fare la conoscenza della Luisona - la pasta esposta nella vetrinetta trasparente da tempi immemorabili - per spacchettare una bella risata. Storie decisamente più femminili quelle raccontate da Stefania Bertola, che riesce a fare ciò in cui il cinema da anni fallisce, commedie romantiche che fanno ridere per davvero: da “Ne parliamo a cena” a “Biscotti e sospetti” fino al più recente “La soavissima discordia dell’amore” (Tea). Infine, c’è una risata che val la pena scatenare in ogni appassionato lettore: una bella risata con “Zia Mame” di Patrick Dennis (Adelphi). Un libro scritto (benissimo) negli anni Cinquanta ma per il quale non sembra essere passato un giorno. La storia è di un’attualità eterna, i personaggi non sono figli dell’età contemporanea, sono figli di domani, così alla moda, così aperti, così ironici che le pagine scorrono tra risate incontrollabili, un sorriso sbalordito davanti alla raffinatezza del narratore e un innato affetto verso zia Mame, eccentrica, esuberante, pazza, intellettuale, determinata. Candida e folle quel tanto da riuscire a fare di ogni piccolo o grande dramma un nuovo inizio. Dopo aver conosciuto una così, nulla vi sembrerà più tanto strano. Nemmeno un Natale con baci, brutte giacche e bigliettini al posto dei regali.

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Di Simona (del 17/12/2009 @ 09:51:22, in Diario, letto 1182 volte)
Ho scritto un testo per uno spettacolo teatrale. Un testo dedicato alla figura di Teti, madre di Achille. Un breve testo che si inserisce in un progetto più vasto intitolato “Nato da donna”, ideato, curato e diretto da Stefania Succitti, la quale partendo dalla figure di Penelope, Cassandra e Polissena ha dato vita a una storia sospesa tra mito e realtà.
Penelope; Cassandra, Polissena; Teti. Sono acqua che sorge dal mito e che scorre anche ai giorni nostri. Sono acqua che scorre per far conoscere gesti antichi, per scoprirne di nuovi, per svelare segreti e sfatare credenze. Sono quattro personaggi femminili ancora innegabilmente attuali. Antiche memorie si fondono a immagini del presente, in un incontro-scontro tra la quotidianità e gli archetipi che queste donne rappresentano. Donne che si spogliano delle vesti di dee e eroine epiche per diventare donne mortali, per affrontare una quotidianità che pretende coraggio per essere affrontata, per affrontare i problemi e le speranze di un mondo lontano da favole antiche.

C’è Penelope, la sposa di Ulisse, simbolo della fedeltà coniugale e della caparbietà della fede, che attende suo marito. E nell’attesa racconta la sua storia di moglie e amante, ma anche di caparbia lavoratrice, di amministratrice dei beni. Una regina che difende la sua terra, che non si lascia annullare dal dolore ma decide di rimanere padrona. Prima di tutto di se stessa.

E poi c’è Cassandra, la profetessa a cui nessuno crederà.
“Volli a tutti i costi il dono della veggenza”, dice.
Un desiderio formulato non con l’intenzione di comprendere ma di comandare. In un mondo fatto da maschi, una donna infatti deve riuscire a vedere un po’ più in là per emergere. Ma una volta svelato il futuro, conosciuta la verità, Cassandra non riesce più a convivere con la falsità e con la menzogna. Tuttavia, negli abissi del mito come nella contemporaneità, chi vive nella menzogna non è pronto per ascoltare verità così scomode, e la giovane veggente diventa un’emarginata, una pazza. Attraverso un duro percorso interiore Cassandra giungerà a cogliere il senso profondo della veggenza, come consapevolezza di sé e non come potere da esercitare sugli altri. E solo allora sceglierà la verità e la vita.
Percorso inverso compirà Polissena, pronta a tutto per scappare dall’emarginazione, ossequiosa verso il potere, amata per la sua allegria e la sua spregiudicatezza, desiderata per la sua sensualità. Anche lei cerca il potere e usa la sua bellezza per soggiogare gli uomini. Ma un amore sbagliato la segnerà per sempre, obbligandola allo stesso destino tanto disprezzato della sorella.

E infine c’è Teti, un personaggio tra mitologia ed epica, la madre di Achille.
Teti ama a tal punto suo figlio da volerlo rendere un dio. Ma le sue attenzioni, il suo impegno per crescere un Uomo vero non le impediscono un unico, grande e fatale errore: Teti non lascia libero suo figlio, lo lega a sé, lo stringe così forte al tallone da non lasciarlo andare più. Riesce a formare un eroe, coraggioso e sprezzante, ma non un uomo capace di staccarsi dalla madre, non un uomo capace di resistere a una donna. Achille sa sconfiggere il più forte dei guerrieri ma non affrontare l’inganno di una donna. Con un unico, piccolo, all’apparenza insignificante gesto, Teti segnerà il destino di suo figlio.

Nel ruolo di Penelope la stessa Stefania Succitti. Nel ruolo di Cassandra Emanuela Neri, in quello di Polissena Julia Alimasi. Nei panni di Teti troverete me con il contraltare della Società interpretata da Lara Balducci. Tecnico audio e video l’indispensabile Maurizio Muro Vettraino.

In scena al Mulino di Amleto di Rimini sabato 19 dicembre (ore 21) e domenica 20 dicembre (ore 16 e ore 21) all’interno della rassegna “La nube di Oort. Transiti di nuovo teatro”.
Info e prenotazioni tel. 0541.752056 – info@banyanteatro.com


Qui, su Fixing.com, trovate il foglio di sala dello spettacolo "Nato da donna"
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Di Loris (del 21/12/2009 @ 09:37:42, in un po' di rassegna stampa..., letto 1373 volte)

di Leonardo Agolanti

L’acqua è il filo conduttore dello spettacolo teatrale “Nato da donna” che farà il debutto assoluto sabato 19 dicembre al Mulino di Amleto di Rimini (ore 21, con replica domenica 20 dicembre ore 16 e ore 21), all’interno della rassegna “La nube di Oort”. L’acqua come principio femminile, che sgorga dal mito, che scorre e non si lascia afferrare, che non oppone resistenza ma può essere irresistibile. Uno spettacolo che è il culmine di un lungo lavoro sulla simbologia e sulla poesia. Che proietta ai giorni nostri quattro archetipi di donna dell’antichità.
“Nato da donna” è ideato e diretto da Stefania Succitti.
“Lo spettacolo parte dal presupposto di raccontare quattro personaggi femminili dell’antica Grecia – racconta la regista – Se queste donne antiche vivessero ai giorni nostri , ci siamo chieste, come vivrebbero? Cosa sentirebbero? Penelope aspetterebbe comunque il suo sposo, Cassandra avrebbe ancora le sue crisi esistenziali nell’anelito di modificare se stessa e il suo destino? E Polissena sarebbe ancora una seduttrice a cui interessa solo avere in pugno l’uomo? E poi Teti: quali tentativi, quali errori, compirebbe per far emergere le potenzialità, la divinità, di suo figlio Achille?”.
Il messaggio che c’è dietro “Nato da donna” è profondo. Da dove nascono i testi?
“C’è stata una ricerca approfondita sui libri dietro questi personaggi, e il testo di Teti in particolare è stato creato dal nulla dalla scrittrice Simona B. Lenic. Mi piace pensare che il cambiamento, il nuovo pensiero, siano rappresentati dal parto, quindi da un principio femminile. E questo spettacolo è un vero e proprio parto che nasce da una lunga gestazione, durata due anni, durante i quali tutti i personaggi sono cambiati radicalmente. Hanno collaborato tante persone, ciascuna ha dato qualcosa e poi ha preso la sua strada. Quindi si è formato un gruppo che ha finito per dar voce ai rispettivi archetipi”.
Cosa possiamo ritrovare oggi di Penelope, Polissena, Cassandra, Teti?
“Le sfaccettature di queste donne del mito ci sono ancora tutte. C’è la donna in carriera, la seduttrice, la madre, c’è la donna che attende l’uomo della sua vita. Ciò che mi piace è che tutte le nostre donne non subiscono il proprio destino: per esse c’è una svolta dietro l’angolo, e riescono a prendere in mano la loro esistenza. Confrontandosi con i propri mostri, i propri limiti, con tutto quello in cui la società le vorrebbe trasformare”.
Lo spettacolo s’intitola “Nato da donna”, regista e attrici sono tutte donne. Ma c’è spazio per l’uomo, almeno in platea?
“A parte il fatto che dietro le quinte c’è un lavoro preziosissimo svolto dagli uomini, a partire dal nostro tecnico audio e video Maurizio ‘Muro’ Vettraino, il fatto che voglio sottolineare è che dove ci sono tutte donne, gli uomini sono assolutamente essenziali. Noi vogliamo platee maschili. Perché i cambiamenti innescati dalle donne mettono in movimento cambiamenti ancora più significativi nell’uomo. E questo rappresenta la crescita”.
In scena un cast interamente al femminile: ci saranno la stessa Stefania Succitti (a reinterpretare Penelope), Julia Alimasi (Polissena), Emanuela Neri (Cassandra) e Simona Bisacchi (Teti) con il contraltare di Lara Balducci a simboleggiare la società

Dal free press Chiamami Città
http://www.chiamamicitta.net/1000/1904/notizie/RIMINI/Agolanti_Leonardo/articolo/Nato_da_donna_dall’acqua_dal_mito.html

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Di Simona (del 24/12/2009 @ 09:56:06, in Diario, letto 1235 volte)

"Quest'acqua era ben altra cosa che un alimento.

Era nata dalla marcia sotto le stelle,

dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia.

Faceva bene al cuore come un dono.

Quando ero piccolo,

le luci dell'albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte,

 la dolcezza dei sorrisi

facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo.

"Da te gli uomini - disse il piccolo principe - coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano..."

"Non lo trovano" risposi.

"E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po' d'acqua..."

"Certo" risposi.

E il piccolo principe soggiunse: "Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore".

Antoine De Saint - Exupéry, "Il piccolo principe"

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Di Simona (del 31/12/2009 @ 12:18:56, in Diario, letto 1037 volte)
Mi hanno insegnato che il cielo è meraviglioso. Più meraviglioso di quanto la nostra vista possa raccontarci. Il cielo è uno splendido arazzo di cui noi vediamo  il retro. Da qui si vedono solo i punti del ricamo, non il suo disegno. Eppure quei punti sono meravigliosi. Quei punti sono le stelle e sono tra le cose più belle che ci stanno intorno. La bellezza è lì. Ma non solo. La bellezza è nel mare, anche nel mio, che per quanto scuro e bistrattato è una vastità e una potenza che non si doma, si può solo rispettare. E accanto al mare e alle stelle appoggio il tramonto e tutti i suoi colori, anche quelli che non ho visto perché in quei giorni ero troppo presa da questioni e passioni. Vicino al mare, alle stelle e al tramonto, ci metto tutte le risate, i momenti pieni di baci e abbracci, la necessità di solitudine di certe giornate, tutte le volte che affacciandomi alla finestra ci ho visto un mondo, e le volte in cui quel mondo era davvero troppo. E poi gli amici, la famiglia, il grande amore e tutte quelle cose che dicono che non esistano più, che le soap hanno contribuito a banalizzare, che i potenti della terra utilizzano come slogan. Ma per me esistono davvero, non sono banali, non sono uno slogan. Solo bisogna accettare che non sono trascurabili, che non si possono dare per scontati, che richiedono impegno e dedizione e qualche “io” e “mio” in meno. Bisogna accettare che la bellezza ha bisogno di uno sguardo in grado di coglierla. E che la bellezza del nuovo anno sarà dove lo sguardo saprà raccoglierla.
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Di Simona (del 08/01/2010 @ 11:21:29, in Letture e spettacoli, letto 1596 volte)

“La vita già vola da sé.
La credono un sogno e non lo è;
ha i tuoi occhi, i tuoi gesti, la tua bocca, i tuoi passi”.

"La Nube di Oort. Transiti di nuovo teatro" si conclude con un fuori programma davvero speciale. Da venerdì 8 a domenica 10 gennaio alle 21.15 il Mulino di Amleto di Rimini ospiterà “I Lunatici” portato in scena dai 14 attori della compagnia Banyanteatro Lab. La regia è di Marco Bianchini - attore riminese noto anche per alcune piccole perle del teatro nato in Romagna come “L’ultimo sarto” - che insieme a Roberto Peruzzi ha ideato questo lavoro tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, romanzo che a sua volta ispirò “La voce della luna” di Federico Fellini.
“Quando ho visto La voce della luna di Fellini mi è piaciuto così tanto da andare a cercare il libro da cui era tratto – racconta Marco Bianchini – A quel punto è nato dentro di me il desiderio di portare questa storia a teatro. Trasformare un romanzo in testo teatrale non è certo facile, così quando andavamo in crisi con il libro ci rifacevamo al film, da cui alla fine abbiamo attinto alcune atmosfere”.
La storia narra le vicende di Ivo Santini, un uomo che ad un certo punto della sua esistenza sente un richiamo costante e irresistibile provenire dai pozzi persi nelle campagne della pianura padana. Nel tentativo di seguire le voci che lo chiamano, comincia la ricerca di “quelli che son naufragati” o forse la ricerca di se stesso con il proposito di ritrovare “un maestro che si doveva sposare perché non ne poteva più di tutto l’umido che aveva in casa”. Entra così in un mondo popolato da figure che l’odierna ragione comune definirebbe borderline in un’oscillazione continua tra realtà e sogno dove tutto si manifesta in una luce diversa da quella che illumina quotidianamente le nostra vita. A interpretare questi personaggi ci sono Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi e Paolo Dolci.
Questa storia porta in sé il tema universale della ricerca di qualcosa di più vero, qualcosa in grado di andare al di là delle illusioni, come se il mondo fosse altro rispetto a ciò che ogni giorno vediamo. Protagonista di questa storia sospesa tra sogno e realtà è appunto Ivo Santini – interpretato da Marco Moretti – un uomo scostante, che cerca qualcosa di profondo e diverso, un altro punto di vista forse. Roberto Peruzzi, ideatore e aiuto regista definisce questo personaggio come “Teseo spettatore e impersonale, che non trova il gomitolo nel labirinto della città invisibile”.
Una ricerca profonda che si concretizza in vicende ricche di poesia ma anche di comicità, grazie a un linguaggio quanto mai attuale.
“Cavazzoni, in diverse interviste, accosta le vicende narrate alla scienza dell’osservazione degli insetti – spiega Roberto Peruzzi - Non a torto, anche il buffo linguaggio che il testo teatrale rispetta, fa scattare la molla comica tarando sulla differenza di potenziale; cercando di catalogare i discorsi dei matti evoca il buffo. Umorismo padano, linguisticamente frutto anche di giochi di inversione, salti sulla linearità sintattica del discorso, ma anche inciucio tra italiano parlato sopra una dizione antropologicamente padana, quella dei nostri genitori che stiamo continuando, per intendersi filogeneticamente”.


La Compagnia Banyanteatro Lab in I Lunatici
tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni.
Ideazione Marco Bianchini, Roberto Peruzzi.
Regia Marco Bianchini.
Collaborazione alla regia Roberto Peruzzi. Scenografie Mauro Dall’onda.
Luci e Suoni Antonio Vanzolini.
Con Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi, Paolo Dolci
Info e prenotazioni Mulino di Amleto, via del Castoro 7 (zona Grotta Rossa) Rimini
tel. 0541.752056 – info@banyanteatro.com



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Di Simona (del 15/01/2010 @ 10:02:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1244 volte)

Come si sa esiste una classifica dei libri. Anzi, ce ne sono diverse. La classifica proposta da Fixing è una di queste. Ma scartabellando qua e là se ne trovano tante su riviste, quotidiani, siti internet o blog. Sbirciando un po’ potrete vedere che alcuni dei libri in classifica sono anche film di successo, o almeno girati e pubblicizzati perché lo diventino.
Se una pellicola, una pubblicità o un attore fanno venire voglia di leggere un libro, per me va benissimo! Mi dispiace giusto un po’ se  qualcuno si limita a guardare il film senza leggere la storia da cui è nato. Un film – per quanto fatto bene e ben recitato – è comunque un’interpretazione della storia scritta, un punto di vista, a volte addirittura una rivisitazione. Non ho comunque la convinzione che il libro sia sempre meglio del film. Bisogna accettare che sono due cose diverse, a volte complementari, a volte di due livelli differenti.
Quanto il cinema sia potente lo dimostra L’eleganza del riccio di Muriel Burbery (edizioni E/O), caso letterario del 2007, di nuovo in classifica grazie al film Il riccio nelle sale italiane dal 5 gennaio ma annunciato in ogni forma pubblicitaria esistente già dallo scorso novembre. La storia della portinaia Renée (in alto a destra un’immagine del film) - donna di una cultura straordinaria e di grandissimo gusto ma che si finge sciocca e banale (non si sa bene perché, o meglio a un certo punto lo spiega ma è una motivazione piuttosto deboluccia) - ha incantato e commosso milioni di lettori. Tranne me. La sua amicizia con la giovanissima Paloma, ragazzina così intelligente e sveglia da volersi togliere la vita (?), il suo incontro con l’enigmatico monsieur Ozu, tutta la carrellata di personaggi minori (non poco stereotipati) - con vicende e vicissitudini a seguito - si mescolano a pagine di vera e propria filosofia e critica d’arte (le parti a mio avviso meglio riuscite). Un libro scritto benissimo ma che non mi ha affatto convinta, forse anche a causa delle grandi aspettative che mi ero creata ascoltando critici e lettori entusiasti. Le aspettative sono pregiudizi e il pregiudizio – anche nella sua connotazione “positiva”, anche inteso come “pensar bene” di qualcosa o qualcuno che comunque non conosci – non è mai un approccio corretto. Ammetto il mio errore e ammetto anche che in un caso come questo il film mi incuriosisce molto, perché il regista potrebbe aver trovato la chiave di lettura per farmi entrare dentro una storia che mi ha lasciata stranamente distaccata, una chiave di lettura che mi renda simpatici questi personaggi con cui non ho proprio legato, a cui non mi sono affezionata.
Altre volte capita che per quanto bello il film non riesca comunque a reggere il confronto con il libro. Un esempio per tutti Le ore di Micheal Cunningham (Bompiani), premio Pulitzer nel 1999, portato sul grande schermo con il titolo originale The hours, premio Oscar come miglior attrice a Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Se non avete visto il film pazienza. Se non avete letto il libro, prendetelo in mano e viaggiate nel tempo, nel cuore di una società che dal 1941 a oggi si evolve lasciando gli esseri umani a inseguirla.
Il tempo va avanti, sfregiato dalla guerra, ma anche quell’orrore si supera, la fragilità umana invece no. Quella rimane. Il peso di vivere, il peso ancora più grosso di non sentirsi mai abbastanza vivi, quel peso che trascina Virginia Woolf sul fondo del fiume è lo stesso peso di Laura Brown, giovane sposa e madre insoddisfatta del dopoguerra che vorrebbe scappare per un giorno, uno soltanto. Un peso che diventa il peso di Clarissa Vaughan e del suo Richard, che sta morendo di aids. Come si può rendere la complessità, l’attualità di personaggi così? Come si può trasmettere l’intreccio sottile e violento di vite all’apparenza così distanti? Non basta una colonna sonora coinvolgente, un cast di attori del calibro di Meryl Streep, alcune immagini d’impatto e nemmeno un’interpretazione da Oscar.

http://www.sanmarinofixing.com/public/fixing/La-passione-di-un-librobro-il-fascino-di-un-film-ita-a1220.php



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