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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 12/02/2010 @ 11:52:51, in Flying on line, letto 1188 volte)

Flying. E cioè “volando”. E’ il modo migliore per vedere le cose da un punto di vista differente. Il punto di vista dei ragazzi di Giornalisti in Erba, corso che ho tenuto insieme a Loris (al Laboratorio di Myriam di Rimini) e da cui è nato il primo numero di questa rivista, sfogliabile on line.
Il nome della testata è stato proposto e “disegnato” interamente dai ragazzi, che hanno scelto gli argomenti di cui scrivere seguendo il proprio gusto e i propri interessi.
In questo numero di Flying oltre agli articoli che vedete nei richiami in copertina – dedicati a parkour, vacanze studio, moda e animali – troverete rubriche di videogiochi e libri.
Cliccando sull’immagine (o sul link) si “entrerà” nel giornale: potete sfogliarlo on line come fosse di carta, cliccando col mouse sull’angolo della pagina e trascinandolo. Per ingrandire o ridurre gli articoli basta un clic, occorre solo qualche secondo di pazienza per permettere al programma di caricare la pagina desiderata. Si può anche scaricare il giornale in un file formato pdf.
Sia io che Loris siamo curiosi di sapere cosa ne pensate. A questo punto non resta che augurarvi buona lettura!

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Di Simona (del 10/02/2010 @ 15:28:22, in I miei articoli su Fixing, letto 1066 volte)

“Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”
J. D. Salinger, “Il giovane Holden” (Einaudi)

Holden Caufield è un ragazzo che viene cacciato dalla scuola e che cerca di rimandare il più possibile il momento in cui dovrà confessare tutto ai suoi genitori. Così torna nella sua città natale, New York, ma non a casa, non dai suoi, e  se ne va in giro, alla larga dalla famiglia e dalle convenzioni. Una storia semplice, datata (è stata pubblicata nel 1951) ma raccontata in maniera così originale e grandiosa da conquistare ogni anno migliaia di lettori, fino a raggiungere i 60 milioni.
A raccontarla è Jerome David Salinger. E la racconta con un linguaggio diretto, scocciato, attraverso immagini oniriche, disarmanti, tra insofferenza e jazz, fino a costruire un universo così saturo e in movimento da far dimenticare chi lo ha creato. Salinger è morto lo scorso 28 gennaio, aveva 91 anni e da quasi 50 non si faceva vedere. Si era ritirato nel New Hampshire, a Cornish, facendo perdere le proprie tracce, tanto che qualcuno si è stupito non per la morte ma per il fatto che fosse ancora vivo. Forse in pochi pensavano a Salinger, allo scrittore, al personaggio controverso che ha scelto l’isolamento, il non apparire, in maniera quasi ossessiva. Ma il suo giovane Holden non ha perso un grammo di fascino, spicca come nuovo nelle librerie, riposa sui comodini, è difficile da trovare in biblioteca e le sue frasi più belle sono sottolineate da matite di tutto il mondo. Salinger se ne è andato. Holden è vivo. Ma non solo: Holden è giovane. È giovane non di età, ma nella sua rabbia, nel modo di pensare, nelle “cose da matti” che gli succedono, come se avesse compiuto diciassette anni l’altro giorno, lui che è figlio di un tempo che a raccontarlo oggi sembra una bugia.

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Di Simona (del 23/01/2010 @ 18:04:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1809 volte)

C’è chi fa di tutta l’erba un fascio. E c’è chi fa di tutti i ragazzi un fascio di incolti, superficiali, privi di interessi e idee. Un fascio crudele come una morsa in cui finiscono schiacciati anche tutti quei bambini e quegli adolescenti che hanno voglia di conoscere e scoprire - magari a modo loro, magari in maniera originale, stravagante (che non significa per forza pericolosa)  – e che non si accontentano dei pensieri già masticati e sputati da altri. Ci sono - ne ho le prove - ragazzi che non sognano di fare i calciatori, ragazze che odiano stare ore a parlare di smalto per le unghie e borse firmate, adolescenti che negli sms scrivono xché, nn e cmq ma che poi sanno parlare per esteso e usare più di venti parole. Molte di più. Ci sono ragazzi per cui giocare ai videogiochi è un modo per stare insieme, ridere e “fare cagnara e bisboccia con gli amici” (testuali parole scritte da un ragazzo di terza media in un articolo). Ci sono ragazzini che leggono. Sì, leggono tanto e si appassionano ai romanzi in maniera totalizzante. Magari non sono i grandi classici, magari non sono i romanzi che noi adulti avremmo scelto per loro, ma quando trovano un genere che li appassiona, un fumetto d’autore, un libro illustrato, diventano lettori attenti, puntigliosi, critici feroci e pubblico fedele.
Ci sono ragazzi che scrivono storie (parlo per esperienza, li incontro tutte le settimane) e quando si devono buttare in progetti nuovi si esaltano a tal punto da schizzare come trottole per tutta la stanza. Ci sono ragazzi che raccontano le emozioni, i disagi e le risate della loro quotidianità con l’unica pretesa di essere ascoltati. Ci sono ragazzi svegli, a volte sin troppo. Ragazzi che sanno cosa vogliono e si impegnano così tanto per ottenerlo che a noi adulti fanno pure un po’ paura. Ci sono ragazzi che vanno bene a scuola. Altri che si dedicano a uno sport che non sarà mai la loro professione ma che comunque li aiuta a crescere, a conoscere la disciplina e il gusto di muoversi e provare la propria capacità fisica. Ci sono altri ragazzi che non sono un asso a scuola, né nello sport e che non sentono la necessità di essere un asso in qualche cosa, sentono solo l’impulso di avere amici, di essere contenti e mirano alla serenità senza nemmeno sapere bene cosa sia, senza capire che è l’armonia a cui tutti tendiamo, piccoli e grandi, professionisti e studenti, primi della classe e ultimi della società. Siamo tutti qui a cercare un senso, un obiettivo, una pace. E a volte è così dura che preferiamo perderci dietro lo smalto per le unghie, finte relazioni via sms, pensieri già masticati e sputati, frasi prive di senso e brutte fiction. E mentre lo facciamo i ragazzi ci osservano e ci imitano.

 

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Di Simona (del 16/01/2010 @ 10:06:14, in I miei articoli su Fixing, letto 1049 volte)

“Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che ti meriti… Pensavo che scalare il Devils Thumb avrebbe sistemato tutto quello che non andava della mia esistenza. Di fatto non cambiò quasi nulla, ma mi permise di comprendere che le montagne non sono un buon ricettacolo per i sogni.
E sopravvissi per raccontare la mia storia”.
da Nelle terre estreme, di Jon Krakauer (Corbaccio)

“Nelle terre estreme” è una sorta di reportage in cui l’autore ricostruisce la storia di Chris McCandless , che nell’aprile del 1992 lasciò casa, famiglia e abitudini, per immergersi negli spazi selvaggi dell’Alaska. Attraverso il diario del ragazzo e le testimonianze di chi lo ha incontrato e amato, Krakauer ricostruisce il viaggio di due anni intrapreso da Chris, alla ricerca della purezza e del senso profondo dell’esistenza. Da questo libro è stato tratto lo straordinario “Into the wild” di Sean Penn, che – distaccandosi dall’approccio “giornalistico” del libro – lascia che sia lo stesso Chris a raccontare la sua storia, tra paesaggi di una bellezza intatta, personaggi di una tenerezza disarmante e una colonna sonora che porta la firma di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam.


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Di Simona (del 15/01/2010 @ 10:02:15, in I miei articoli su Fixing, letto 1206 volte)

Come si sa esiste una classifica dei libri. Anzi, ce ne sono diverse. La classifica proposta da Fixing è una di queste. Ma scartabellando qua e là se ne trovano tante su riviste, quotidiani, siti internet o blog. Sbirciando un po’ potrete vedere che alcuni dei libri in classifica sono anche film di successo, o almeno girati e pubblicizzati perché lo diventino.
Se una pellicola, una pubblicità o un attore fanno venire voglia di leggere un libro, per me va benissimo! Mi dispiace giusto un po’ se  qualcuno si limita a guardare il film senza leggere la storia da cui è nato. Un film – per quanto fatto bene e ben recitato – è comunque un’interpretazione della storia scritta, un punto di vista, a volte addirittura una rivisitazione. Non ho comunque la convinzione che il libro sia sempre meglio del film. Bisogna accettare che sono due cose diverse, a volte complementari, a volte di due livelli differenti.
Quanto il cinema sia potente lo dimostra L’eleganza del riccio di Muriel Burbery (edizioni E/O), caso letterario del 2007, di nuovo in classifica grazie al film Il riccio nelle sale italiane dal 5 gennaio ma annunciato in ogni forma pubblicitaria esistente già dallo scorso novembre. La storia della portinaia Renée (in alto a destra un’immagine del film) - donna di una cultura straordinaria e di grandissimo gusto ma che si finge sciocca e banale (non si sa bene perché, o meglio a un certo punto lo spiega ma è una motivazione piuttosto deboluccia) - ha incantato e commosso milioni di lettori. Tranne me. La sua amicizia con la giovanissima Paloma, ragazzina così intelligente e sveglia da volersi togliere la vita (?), il suo incontro con l’enigmatico monsieur Ozu, tutta la carrellata di personaggi minori (non poco stereotipati) - con vicende e vicissitudini a seguito - si mescolano a pagine di vera e propria filosofia e critica d’arte (le parti a mio avviso meglio riuscite). Un libro scritto benissimo ma che non mi ha affatto convinta, forse anche a causa delle grandi aspettative che mi ero creata ascoltando critici e lettori entusiasti. Le aspettative sono pregiudizi e il pregiudizio – anche nella sua connotazione “positiva”, anche inteso come “pensar bene” di qualcosa o qualcuno che comunque non conosci – non è mai un approccio corretto. Ammetto il mio errore e ammetto anche che in un caso come questo il film mi incuriosisce molto, perché il regista potrebbe aver trovato la chiave di lettura per farmi entrare dentro una storia che mi ha lasciata stranamente distaccata, una chiave di lettura che mi renda simpatici questi personaggi con cui non ho proprio legato, a cui non mi sono affezionata.
Altre volte capita che per quanto bello il film non riesca comunque a reggere il confronto con il libro. Un esempio per tutti Le ore di Micheal Cunningham (Bompiani), premio Pulitzer nel 1999, portato sul grande schermo con il titolo originale The hours, premio Oscar come miglior attrice a Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Se non avete visto il film pazienza. Se non avete letto il libro, prendetelo in mano e viaggiate nel tempo, nel cuore di una società che dal 1941 a oggi si evolve lasciando gli esseri umani a inseguirla.
Il tempo va avanti, sfregiato dalla guerra, ma anche quell’orrore si supera, la fragilità umana invece no. Quella rimane. Il peso di vivere, il peso ancora più grosso di non sentirsi mai abbastanza vivi, quel peso che trascina Virginia Woolf sul fondo del fiume è lo stesso peso di Laura Brown, giovane sposa e madre insoddisfatta del dopoguerra che vorrebbe scappare per un giorno, uno soltanto. Un peso che diventa il peso di Clarissa Vaughan e del suo Richard, che sta morendo di aids. Come si può rendere la complessità, l’attualità di personaggi così? Come si può trasmettere l’intreccio sottile e violento di vite all’apparenza così distanti? Non basta una colonna sonora coinvolgente, un cast di attori del calibro di Meryl Streep, alcune immagini d’impatto e nemmeno un’interpretazione da Oscar.

http://www.sanmarinofixing.com/public/fixing/La-passione-di-un-librobro-il-fascino-di-un-film-ita-a1220.php



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Di Simona (del 08/01/2010 @ 11:21:29, in Letture e spettacoli, letto 1541 volte)

“La vita già vola da sé.
La credono un sogno e non lo è;
ha i tuoi occhi, i tuoi gesti, la tua bocca, i tuoi passi”.

"La Nube di Oort. Transiti di nuovo teatro" si conclude con un fuori programma davvero speciale. Da venerdì 8 a domenica 10 gennaio alle 21.15 il Mulino di Amleto di Rimini ospiterà “I Lunatici” portato in scena dai 14 attori della compagnia Banyanteatro Lab. La regia è di Marco Bianchini - attore riminese noto anche per alcune piccole perle del teatro nato in Romagna come “L’ultimo sarto” - che insieme a Roberto Peruzzi ha ideato questo lavoro tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni, romanzo che a sua volta ispirò “La voce della luna” di Federico Fellini.
“Quando ho visto La voce della luna di Fellini mi è piaciuto così tanto da andare a cercare il libro da cui era tratto – racconta Marco Bianchini – A quel punto è nato dentro di me il desiderio di portare questa storia a teatro. Trasformare un romanzo in testo teatrale non è certo facile, così quando andavamo in crisi con il libro ci rifacevamo al film, da cui alla fine abbiamo attinto alcune atmosfere”.
La storia narra le vicende di Ivo Santini, un uomo che ad un certo punto della sua esistenza sente un richiamo costante e irresistibile provenire dai pozzi persi nelle campagne della pianura padana. Nel tentativo di seguire le voci che lo chiamano, comincia la ricerca di “quelli che son naufragati” o forse la ricerca di se stesso con il proposito di ritrovare “un maestro che si doveva sposare perché non ne poteva più di tutto l’umido che aveva in casa”. Entra così in un mondo popolato da figure che l’odierna ragione comune definirebbe borderline in un’oscillazione continua tra realtà e sogno dove tutto si manifesta in una luce diversa da quella che illumina quotidianamente le nostra vita. A interpretare questi personaggi ci sono Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi e Paolo Dolci.
Questa storia porta in sé il tema universale della ricerca di qualcosa di più vero, qualcosa in grado di andare al di là delle illusioni, come se il mondo fosse altro rispetto a ciò che ogni giorno vediamo. Protagonista di questa storia sospesa tra sogno e realtà è appunto Ivo Santini – interpretato da Marco Moretti – un uomo scostante, che cerca qualcosa di profondo e diverso, un altro punto di vista forse. Roberto Peruzzi, ideatore e aiuto regista definisce questo personaggio come “Teseo spettatore e impersonale, che non trova il gomitolo nel labirinto della città invisibile”.
Una ricerca profonda che si concretizza in vicende ricche di poesia ma anche di comicità, grazie a un linguaggio quanto mai attuale.
“Cavazzoni, in diverse interviste, accosta le vicende narrate alla scienza dell’osservazione degli insetti – spiega Roberto Peruzzi - Non a torto, anche il buffo linguaggio che il testo teatrale rispetta, fa scattare la molla comica tarando sulla differenza di potenziale; cercando di catalogare i discorsi dei matti evoca il buffo. Umorismo padano, linguisticamente frutto anche di giochi di inversione, salti sulla linearità sintattica del discorso, ma anche inciucio tra italiano parlato sopra una dizione antropologicamente padana, quella dei nostri genitori che stiamo continuando, per intendersi filogeneticamente”.


La Compagnia Banyanteatro Lab in I Lunatici
tratto da “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni.
Ideazione Marco Bianchini, Roberto Peruzzi.
Regia Marco Bianchini.
Collaborazione alla regia Roberto Peruzzi. Scenografie Mauro Dall’onda.
Luci e Suoni Antonio Vanzolini.
Con Marco Moretti, Lara Balducci, Maria Teresa Lifonti, Emanuela Neri, Marco Bianchini, Sara Galli, Marco Lunedei, Alessandro Buresta, Riccardo Benghi, Luca Ravaglia, Roberto Peruzzi, Nazario Giordano, Filippo Molari, Francesca Sancisi, Paolo Dolci
Info e prenotazioni Mulino di Amleto, via del Castoro 7 (zona Grotta Rossa) Rimini
tel. 0541.752056 – info@banyanteatro.com



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Di Simona (del 31/12/2009 @ 12:18:56, in Diario, letto 1003 volte)
Mi hanno insegnato che il cielo è meraviglioso. Più meraviglioso di quanto la nostra vista possa raccontarci. Il cielo è uno splendido arazzo di cui noi vediamo  il retro. Da qui si vedono solo i punti del ricamo, non il suo disegno. Eppure quei punti sono meravigliosi. Quei punti sono le stelle e sono tra le cose più belle che ci stanno intorno. La bellezza è lì. Ma non solo. La bellezza è nel mare, anche nel mio, che per quanto scuro e bistrattato è una vastità e una potenza che non si doma, si può solo rispettare. E accanto al mare e alle stelle appoggio il tramonto e tutti i suoi colori, anche quelli che non ho visto perché in quei giorni ero troppo presa da questioni e passioni. Vicino al mare, alle stelle e al tramonto, ci metto tutte le risate, i momenti pieni di baci e abbracci, la necessità di solitudine di certe giornate, tutte le volte che affacciandomi alla finestra ci ho visto un mondo, e le volte in cui quel mondo era davvero troppo. E poi gli amici, la famiglia, il grande amore e tutte quelle cose che dicono che non esistano più, che le soap hanno contribuito a banalizzare, che i potenti della terra utilizzano come slogan. Ma per me esistono davvero, non sono banali, non sono uno slogan. Solo bisogna accettare che non sono trascurabili, che non si possono dare per scontati, che richiedono impegno e dedizione e qualche “io” e “mio” in meno. Bisogna accettare che la bellezza ha bisogno di uno sguardo in grado di coglierla. E che la bellezza del nuovo anno sarà dove lo sguardo saprà raccoglierla.
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Di Simona (del 24/12/2009 @ 09:56:06, in Diario, letto 1196 volte)

"Quest'acqua era ben altra cosa che un alimento.

Era nata dalla marcia sotto le stelle,

dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia.

Faceva bene al cuore come un dono.

Quando ero piccolo,

le luci dell'albero di Natale, la musica della Messa di mezzanotte,

 la dolcezza dei sorrisi

facevano risplendere i doni di Natale che ricevevo.

"Da te gli uomini - disse il piccolo principe - coltivano cinquemila rose nello stesso giardino... e non trovano quello che cercano..."

"Non lo trovano" risposi.

"E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po' d'acqua..."

"Certo" risposi.

E il piccolo principe soggiunse: "Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore".

Antoine De Saint - Exupéry, "Il piccolo principe"

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Di Loris (del 21/12/2009 @ 09:37:42, in un po' di rassegna stampa..., letto 1333 volte)

di Leonardo Agolanti

L’acqua è il filo conduttore dello spettacolo teatrale “Nato da donna” che farà il debutto assoluto sabato 19 dicembre al Mulino di Amleto di Rimini (ore 21, con replica domenica 20 dicembre ore 16 e ore 21), all’interno della rassegna “La nube di Oort”. L’acqua come principio femminile, che sgorga dal mito, che scorre e non si lascia afferrare, che non oppone resistenza ma può essere irresistibile. Uno spettacolo che è il culmine di un lungo lavoro sulla simbologia e sulla poesia. Che proietta ai giorni nostri quattro archetipi di donna dell’antichità.
“Nato da donna” è ideato e diretto da Stefania Succitti.
“Lo spettacolo parte dal presupposto di raccontare quattro personaggi femminili dell’antica Grecia – racconta la regista – Se queste donne antiche vivessero ai giorni nostri , ci siamo chieste, come vivrebbero? Cosa sentirebbero? Penelope aspetterebbe comunque il suo sposo, Cassandra avrebbe ancora le sue crisi esistenziali nell’anelito di modificare se stessa e il suo destino? E Polissena sarebbe ancora una seduttrice a cui interessa solo avere in pugno l’uomo? E poi Teti: quali tentativi, quali errori, compirebbe per far emergere le potenzialità, la divinità, di suo figlio Achille?”.
Il messaggio che c’è dietro “Nato da donna” è profondo. Da dove nascono i testi?
“C’è stata una ricerca approfondita sui libri dietro questi personaggi, e il testo di Teti in particolare è stato creato dal nulla dalla scrittrice Simona B. Lenic. Mi piace pensare che il cambiamento, il nuovo pensiero, siano rappresentati dal parto, quindi da un principio femminile. E questo spettacolo è un vero e proprio parto che nasce da una lunga gestazione, durata due anni, durante i quali tutti i personaggi sono cambiati radicalmente. Hanno collaborato tante persone, ciascuna ha dato qualcosa e poi ha preso la sua strada. Quindi si è formato un gruppo che ha finito per dar voce ai rispettivi archetipi”.
Cosa possiamo ritrovare oggi di Penelope, Polissena, Cassandra, Teti?
“Le sfaccettature di queste donne del mito ci sono ancora tutte. C’è la donna in carriera, la seduttrice, la madre, c’è la donna che attende l’uomo della sua vita. Ciò che mi piace è che tutte le nostre donne non subiscono il proprio destino: per esse c’è una svolta dietro l’angolo, e riescono a prendere in mano la loro esistenza. Confrontandosi con i propri mostri, i propri limiti, con tutto quello in cui la società le vorrebbe trasformare”.
Lo spettacolo s’intitola “Nato da donna”, regista e attrici sono tutte donne. Ma c’è spazio per l’uomo, almeno in platea?
“A parte il fatto che dietro le quinte c’è un lavoro preziosissimo svolto dagli uomini, a partire dal nostro tecnico audio e video Maurizio ‘Muro’ Vettraino, il fatto che voglio sottolineare è che dove ci sono tutte donne, gli uomini sono assolutamente essenziali. Noi vogliamo platee maschili. Perché i cambiamenti innescati dalle donne mettono in movimento cambiamenti ancora più significativi nell’uomo. E questo rappresenta la crescita”.
In scena un cast interamente al femminile: ci saranno la stessa Stefania Succitti (a reinterpretare Penelope), Julia Alimasi (Polissena), Emanuela Neri (Cassandra) e Simona Bisacchi (Teti) con il contraltare di Lara Balducci a simboleggiare la società

Dal free press Chiamami Città
http://www.chiamamicitta.net/1000/1904/notizie/RIMINI/Agolanti_Leonardo/articolo/Nato_da_donna_dall’acqua_dal_mito.html

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Di Simona (del 17/12/2009 @ 09:51:22, in Diario, letto 1159 volte)
Ho scritto un testo per uno spettacolo teatrale. Un testo dedicato alla figura di Teti, madre di Achille. Un breve testo che si inserisce in un progetto più vasto intitolato “Nato da donna”, ideato, curato e diretto da Stefania Succitti, la quale partendo dalla figure di Penelope, Cassandra e Polissena ha dato vita a una storia sospesa tra mito e realtà.
Penelope; Cassandra, Polissena; Teti. Sono acqua che sorge dal mito e che scorre anche ai giorni nostri. Sono acqua che scorre per far conoscere gesti antichi, per scoprirne di nuovi, per svelare segreti e sfatare credenze. Sono quattro personaggi femminili ancora innegabilmente attuali. Antiche memorie si fondono a immagini del presente, in un incontro-scontro tra la quotidianità e gli archetipi che queste donne rappresentano. Donne che si spogliano delle vesti di dee e eroine epiche per diventare donne mortali, per affrontare una quotidianità che pretende coraggio per essere affrontata, per affrontare i problemi e le speranze di un mondo lontano da favole antiche.

C’è Penelope, la sposa di Ulisse, simbolo della fedeltà coniugale e della caparbietà della fede, che attende suo marito. E nell’attesa racconta la sua storia di moglie e amante, ma anche di caparbia lavoratrice, di amministratrice dei beni. Una regina che difende la sua terra, che non si lascia annullare dal dolore ma decide di rimanere padrona. Prima di tutto di se stessa.

E poi c’è Cassandra, la profetessa a cui nessuno crederà.
“Volli a tutti i costi il dono della veggenza”, dice.
Un desiderio formulato non con l’intenzione di comprendere ma di comandare. In un mondo fatto da maschi, una donna infatti deve riuscire a vedere un po’ più in là per emergere. Ma una volta svelato il futuro, conosciuta la verità, Cassandra non riesce più a convivere con la falsità e con la menzogna. Tuttavia, negli abissi del mito come nella contemporaneità, chi vive nella menzogna non è pronto per ascoltare verità così scomode, e la giovane veggente diventa un’emarginata, una pazza. Attraverso un duro percorso interiore Cassandra giungerà a cogliere il senso profondo della veggenza, come consapevolezza di sé e non come potere da esercitare sugli altri. E solo allora sceglierà la verità e la vita.
Percorso inverso compirà Polissena, pronta a tutto per scappare dall’emarginazione, ossequiosa verso il potere, amata per la sua allegria e la sua spregiudicatezza, desiderata per la sua sensualità. Anche lei cerca il potere e usa la sua bellezza per soggiogare gli uomini. Ma un amore sbagliato la segnerà per sempre, obbligandola allo stesso destino tanto disprezzato della sorella.

E infine c’è Teti, un personaggio tra mitologia ed epica, la madre di Achille.
Teti ama a tal punto suo figlio da volerlo rendere un dio. Ma le sue attenzioni, il suo impegno per crescere un Uomo vero non le impediscono un unico, grande e fatale errore: Teti non lascia libero suo figlio, lo lega a sé, lo stringe così forte al tallone da non lasciarlo andare più. Riesce a formare un eroe, coraggioso e sprezzante, ma non un uomo capace di staccarsi dalla madre, non un uomo capace di resistere a una donna. Achille sa sconfiggere il più forte dei guerrieri ma non affrontare l’inganno di una donna. Con un unico, piccolo, all’apparenza insignificante gesto, Teti segnerà il destino di suo figlio.

Nel ruolo di Penelope la stessa Stefania Succitti. Nel ruolo di Cassandra Emanuela Neri, in quello di Polissena Julia Alimasi. Nei panni di Teti troverete me con il contraltare della Società interpretata da Lara Balducci. Tecnico audio e video l’indispensabile Maurizio Muro Vettraino.

In scena al Mulino di Amleto di Rimini sabato 19 dicembre (ore 21) e domenica 20 dicembre (ore 16 e ore 21) all’interno della rassegna “La nube di Oort. Transiti di nuovo teatro”.
Info e prenotazioni tel. 0541.752056 – info@banyanteatro.com


Qui, su Fixing.com, trovate il foglio di sala dello spettacolo "Nato da donna"
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