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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 13/06/2010 @ 08:45:12, in Diario, letto 1510 volte)

Uno spettacolo epico. E divertente. Uno spettacolo che s'ispira al testo di un poeta, Tonino Guerra, che a sua volta si è ispirato a Omero. Ulisse così non lo avevo mai visto. Ulisse raccontato dall'Allegra Compagnia del Laboratorio di Myriam rimane un eroe ma diventa un po' più uomo. Forse perché a portarlo in scena sono ragazzi delle elementari e delle medie. Forse perché parla bene in italiano ma anche un po' in dialetto. Fatto sta che questa Odisèa- liberamente ispirata all'omonimo libro del già citato Tonino Guerra - è racconto, letteratura ma anche tanto divertimento, sia per chi è sul palco che per chi sta in platea.
Oggi, domenica 13 giugno, alle 16, il Mulino di Amleto di Rimini ospiterà questo spettacolo, saggio finale del corso di teatro tenuto dall'attrice e regista Stefania Succitti.
L'anno scorso l'Allegra Compagnia aveva raccolto davanti a sè un pubblico di ben 120 persone.
Spero che quest'anno si ripeta il pienone. Ma soprattutto spero che insegnanti e presidi di scuole - elementari e medie - si interessino a un progetto che vede sul palco ragazzi che raccontano ad altri ragazzi una delle più belle storie della letteratura di tutti i tempi, resa più attuale da un linguaggio semplice e simpatico, che riprende anche la tradizione.
In scena Anna Bettini, Liliana Cogliandro, Lorenzo Della Rosa, Elisa Poggiali, Federica Ripa, Elena e Serena Rossi, e Filippo Selva, con la partecipazione di Stefania Succitti e Stefano Della Rosa. Le scenografie sono di Sonia De Angelis, il supporto tecnico di Niccolò Montini e Maurizio Muro Vettraino.

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Di Simona (del 07/06/2010 @ 10:09:55, in I miei articoli su Fixing, letto 1669 volte)

Una sera durante un incontro con i lettori, dal piccolo gruppo riunito davanti a me si alza una mano. Un signore anziano – un anziano vero, non uno di quelli stile “mi conservo come una mummia al botox”, e nemmeno di quelli che “non essere più giovani è un insulto”, insomma un anziano come quelli di una volta! - si solleva in piedi e mi chiede: “Perché nei libri i protagonisti sono sempre ragazzi? Non parlate mai dei vecchi?”.
Già, i vecchi. Quelli che hanno l’esperienza. Che hanno visto anni che noi possiamo a malapena ricostruire. Quelli che hanno fatto della loro esistenza saggezza. Dove sono i vecchi così? Non dappertutto, purtroppo. A volte si incontrano nei libri. Chi è fortunato – come me – può incontrarli nella realtà. Queste persone che hanno una struttura che non esiste più, capaci di andare in bicicletta a novant’anni e brindare con vino rosso. Capaci di vivere tranquilli, condividendo se stessi con i malanni (più o meno gravi) e una badante. Anziani che si annoiano davanti al Grande Fratello perché “quelli stanno in una casa a far niente, cosa c’è da guardare?”. Caratteri forti, spesso duri, che il tempo ha levigato fino ad ammorbidire, o rendere ancora più tremendi. Vecchi che non si vergognano di appartenere a un’altra generazione. Che danno un senso e un valore profondo ai loro anni. Vecchi come il Santiago di Hemingway (“Il vecchio e il mare”), con quella forza di volontà, capace di affrontare i pescicani, di tornare sconfitto ma degno, ancora più sofferto nel corpo e nell’espressione, ma vivo. Vecchi vivi perché vivi vogliono rimanere. Come l’Amaranta di Marquez - in “Cent’anni di solitudine” - che morirà solo quando avrà finito il suo sudario, e allora procede con calma poi con più fretta, e intanto organizza il suo funerale, decide la data, dove morire, e tutto avviene come lei ha scelto.
La letteratura parla di vecchiaia. E lo fa con una penna gentile e cruda. Come quando Sepulveda racconta di Antonio José Bolívar Proaño, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, che ha vissuto avventure e tragedie, pronto a mettere in gioco la sua stessa esistenza quando gli chiedono aiuto, pronto a mettersi da parte, con se stesso e i suoi libri, quando il mondo non ha più bisogno di lui. E poi c’è la vecchietta dipinta da Aarto
Paasilinna ne “Il bosco delle volpi” (Iperborea). Un’ultranovantenne che i figli vogliono rinchiudere in un ospizio proprio il giorno del suo compleanno. Ma lei non ci sta, scappa con il suo gatto fino al bosco, dove si rifà una vita in compagnia di un gangster e di un maggiore dell’esercito finlandese. Un capolavoro di vecchietta!
Questi sono gli anziani “fatti di pagine” a cui sono più affezionata. Anziani che non sono il capitolo finale dell’essere uomo, ma l’audace proseguimento di un cammino.

Da "Fixing" del 4 giugno 2010

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Di Simona (del 05/06/2010 @ 21:07:41, in Diario, letto 1204 volte)

Puoi avere talento. Tecnica. Stile. Ore e ore di allenamento alle spalle. Ma se non hai carattere, come fai a vincere?
Se non credi in te quando hai di fronte un avversario potente. Se non rimani concentrata, quando l’arbitro decide contro di te e sei convinta che stia sbagliando. Se non mantieni alta la grinta, quando stai perdendo. Se non dai il massimo, anche quando sono in pochissimi a credere in te. Se non fai fino in fondo quello che sai fare, anche se sembra sempre meno di quello che sanno fare gli altri. Se non sai capire quanto vale il tuo avversario, senza sottovalutare te stesso. Se non sai rimanere con i piedi per terra, anche quando sei in vantaggio. Se non hai carattere, puoi essere bravo, preparato, fortunato ma non un campione. Se non hai carattere puoi riuscire in qualche gara ma non compiere l’impresa. E quella di oggi è un’impresa che entra nella storia e porta la firma di Francesca Schiavone, diventata la prima tennista italiana a vincere il Roland Garros – un torneo del Grande Slam - nel singolo femminile.
Il 5 giugno 2010 la numero 17 del mondo sconfigge la strafavorita numero 7 (l’australiana Samantha Stosur). Si rotola per terra, bacia la terra rossa, forse ne mangia anche un po’, come aveva annunciato in caso di vittoria. Si arrampica sulla tribuna e va ad abbracciare il suo staff. Poi sale sul palco della premiazione. Non sa cosa dire. Fa i complimenti all’avversaria. Saluta tutti, tecnici, parenti, amici, e – naturalmente – mamma e papà. Si dimentica di ringraziare l’ex campionessa franco-canadese Mary Pierce, che le ha consegnato il premio. Ma rimedia subito. Scesa dal palco annuncia in un’intervista una serata di festeggiamenti a base di champagne. Ricorda tutto quello che di straordinario c’è nel tennis. E con noncuranza butta lì una frase: “Amo rispettare il mio avversario. È un modo per rispettare me stessa”.
Questa frase mi ha fatto venir voglia di scrivere di lei.
Se lo sport fosse un libro, queste parole sarebbero letteratura.

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Di Simona (del 04/06/2010 @ 12:13:54, in Letture e spettacoli, letto 1127 volte)
Torno a parlare di teatro e ragazzi. Perché oltre a far imparare le lingue e far conoscere meglio la Storia, il teatro può unire, può trasformare una classe in un gruppo (di individui), può creare un linguaggio che vada oltre la parola, un linguaggio che fa sentire a proprio agio anche chi l’italiano non lo conosce ancora alla perfezione. Un linguaggio che pesca in quella cultura a cui tutti apparteniamo che è la cultura della narrazione, della fantasia, dell’avventura. Tutti abbiamo un’avventura in noi. E quella che si preparano a raccontare i ragazzi della IE della scuola media Dante Alighieri di Rimini è un’avventura che parte dall’epica classica, ma che cresce in pochi mesi, nella palestra di una scuola media, con l’appoggio di insegnanti e artisti. Sabato 5 giugno, alle 10, questa classe sarà di scena a teatro, al Tiberio di Rimini, con Il canto del cavallo, spettacolo liberamente ispirato a Odisèa di Tonino Guerra.
La rappresentazione è il frutto conclusivo del laboratorio teatrale condotto dall’attrice e regista Stefania Succitti, con la collaborazione di Niccolò Montini. Il laboratorio ha potuto contare sul sostegno della preside e degli insegnanti, in particolare della professoressa Giovanna Frisoni.
Le scenografia de “Il canto del cavallo” sono di Sonia De Angelis. Tecnico luci il prezioso Maurizio Muro Vettraino.
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Di Simona (del 02/06/2010 @ 11:47:50, in Letture e spettacoli, letto 1263 volte)

Mi piace il teatro. E credo che per imparare, apprendere e ricordare il teatro sia un grande alleato. Portare in scena situazioni e personaggi – magari della storia o della letteratura – è un modo divertente per capire più da vicino mondi spesso lontani, nel tempo, nello spazio o nella sensibilità. Grazie al teatro, imparare la storia e le lingue straniere può essere uno spasso. Magari non sarà meno impegnativo ma decisamente accattivante.
Ne sanno qualcosa i ragazzi della scuola media Alighieri-Fermi di Rimini, protagonisti di 22 luglio 1588 spettacolo di ambientazione storica, interamente recitato in inglese e spagnolo, in programma giovedì 3 giugno alle 20 al teatro Rosaspina di Montescudo. L’iniziativa – che rientra nel progetto europeo “Label” – è stata sostenuta dalle professoresse Viviana Scandola e Donatella Sarti (che ne curano la regia) e dai professori Andrea Carlini e Stefano Montanari (scenografi) con l’appoggio degli insegnanti che hanno prestato ore per le prove, e con il sostegno (e la soddisfazione!) della preside Enrica Morolli. In scena i ragazzi della 3B nei panni di Elisabetta I e la sua corte, di Filippo II di Spagna e della sua invincibile armada. I ragazzi della 3C saranno invece i musicisti di questo spettacolo, incentrato sulla celebre battaglia tra Inghilterra e Spagna. Come finì è storia. E se non ve la ricordate potete ripassarla sui libri. O concedervi una sera a teatro (l'ingresso è libero).
Ho scritto questo post non solo per dare l'appuntamento dello spettacolo ma anche per continuare a ricordare - di continuo, incessanemente - che c'è vita su questo pianeta! Ci sono ragazzi che s'impegnano in progetti come questi e professori che si danno da fare, per rendere la scuola un posto dove imparare e crescere.

Per sapere qualcosa di più di questo spettacolo potete leggere qui il racconto di una delle sue protagoniste (nonché redattrice di Flying).

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Di Simona (del 31/05/2010 @ 13:55:17, in Letture e spettacoli, letto 1169 volte)

Sto leggendo Non dire notte di Amos Oz. È il mio approccio con lo scrittore israeliano  che ha conquistato il mondo. È il nostro primo momento insieme. La prima volta che sono andata in libreria e ho scelto lui. Lo devo ancora finire, ancora non so come andrà tra noi. Se scoccherà la scintilla tra lettrice e autore. Quella scintilla che non dipende solo da talento e sapienza. Quel qualcosa che va oltre tutto. Chissà se arriverà, per ora mi hanno colpita il suo stile, il mondo che racconta - di cui mi accorgo a ogni riga di non sapere nulla – la profondità delle riflessioni e delle descrizioni. Il nostro primo incontro non sta andando affatto male. Ci sono buoni presupposti per approfondire la conoscenza. Vedremo…

“Radio Londra mi dirà quel che qui ancora non si sa. Come sta il mondo stanotte? Scontri di tribù in Namibia. Alluvioni in Bangladesh. Forte aumento dei suicidi in Giappone. Che sarà? Aspettiamo, vedremo. Musica punk, sarà. Violenta, molesta, roca e assetata di sangue, da Londra, alle due e un quarto, verso la mattina di mercoledì”.
“Non dire notte” di Amos Oz (Feltrinelli)

 

 

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Di Simona (del 21/05/2010 @ 09:28:29, in Diario, letto 1135 volte)

Dire di essere affezionata a un giornale fa un po’ ridere. Soprattutto se una persona è – come me – un’appassionata lettrice di libri e una lettrice piuttosto distratta di riviste. Eppure sono decisamente affezionata a Fixing, un po’ perché ci lavora bella gente (ogni riferimento al direttore Loris Pironi è decisamente non casuale) e un po’ perché ci scrivo. E questo giornale per me così speciale da oggi, venerdì 21 maggio, sbarca in edicola.
Fixing è un settimanale di economia, politica e finanza, con sede nella Repubblica di San Marino ma sempre attento anche alla realtà riminese.
Un giornale che da 18 anni arriva sulle scrivanie degli imprenditori e dei dirigenti sammarinesi. E dato che proprio l’economia e la finanza stanno scandendo le fasi di un momento storico particolarmente delicato e – sinceramente – non sempre comprensibile per i non addetti ai lavori, Fixing ha deciso di rivolgersi a un pubblico più ampio per dare informazioni chiare anche a chi non s’intende di economia ma in qualche modo è costretto a farci i conti.
”Continueremo sulla strada del rigore, dell’attenzione, dell’impegno giornalistico, delle inchieste e degli approfondimenti normativi, come sempre affiancati dalla ricerca degli esempi di pratiche virtuose da cui farsi ispirare, e dall’immancabile sguardo oltre confine, perché è ampliando gli orizzonti che si migliora – spiega il direttore Loris Pironi - Più in generale San Marino Fixing continuerà ad avere come proprio punto di riferimento il mondo dell’impresa, cercando di offrire un’informazione ampia e approfondita, che sia un complemento di quella dei giornali quotidiani, a cui ovviamente non ci sovrapponiamo”.

Fixing si trova in tutte le edicole della Repubblica di San Marino, a Rimini (nell'edicola Pecci di via Covignano, nelle edicole di piazza Cavour e in quella di piazza Malatesta), a Verucchio (via Pieve Corena 596), Coriano (Piazza Mazzini 1 e in Piazza Falcone 7) e Cerasolo (in via 1° maggio 55).

Per saperne di più è possibile consultare il sito di Fixing , che offre un aggiornamento quotidiano

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Di Simona (del 11/05/2010 @ 09:10:03, in I miei articoli su Fixing, letto 1160 volte)
“Che cos’è per noi, oggi, la memoria? Come la pensiamo e come la utilizziamo?” con questi interrogativi si apre il Salone internazionale del libro di Torino (Lingotto Fiere, dal 13 al 17 maggio). Tema conduttore di questa edizione è proprio “La memoria, svelata”.
La memoria che porta alla tomba di Alessandro Magno, raccontata da Valerio Massimo Manfredi. La memoria della nostra storia racchiusa in un romanzo, come sa fare Melania Mazzuco. La memoria della poesia, con l’incontro di Yves Bonnefoy (Premio Alassio). La memoria dell’orrore raccontato da Helga Schneider, che nel suo “La baracca dei tristi piaceri” narra un’altra pagina - poco conosciuta ma non per questo meno tremenda - del nazismo. C’è la memoria raccontata per immagini dai registi Giuseppe Tornatore e Pupi Avati. C’è una memoria che verrà, un avvenire della memoria descritto da Umberto Eco. E poi ancora gli interventi di Luciano Canfora, Claude Lanzmann, Giampaolo Pansa. Grandi autori che attraverso la loro personale conoscenza ed esperienza tenteranno di svelare la memoria. Questo momento che non è ieri, è un tempo diventato eterno, un perenne qui e ora, che ancora pulsa dentro ognuno. Un qualcosa che magari non ci ha toccato personalmente, di cui magari non siamo stati nemmeno testimoni, ma fa comunque parte di noi. Qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, anche se non siamo stati noi a sceglierlo. Qualcosa che ha scosso così tanto la terra, da sentirne ancora lo scricchiolio dentro. Da sentirne ancora l’esempio. Da imitare. O da non imitare mai più.
Ognuno ha dentro di sé la sua memoria. Gli eventi storici o i personaggi che più ci ispirano. O che più ci fanno indignare.
E ancora germogliano i semi gettati dalle vittime e dai carnefici del passato, ancora dobbiamo farci i conti, perché far finta di niente significherebbe rivivere sempre gli stessi drammi. Peccato per chi crede che sapere a memoria date e nomi significhi avere memoria di un fatto, della sua tragedia e della sua redenzione.
La memoria è fatta da noi. Non solo da quello che ricordiamo ma da quello che consapevolmente conosciamo – e accettiamo – del nostro passato più prossimo (il nostro ieri, la nostra famiglia di sangue, la generazione che ci ha preceduti) e del nostro passato più viscerale e antico (le battaglie combattute da altri, i popoli nostri padri).
Un bagaglio ancestrale da non dimenticare, da cui imparare, ma da cui non lasciarsi schiacciare, perché il passato ci uccide se per paura di sbagliare smettiamo di tentare.

da Fixing del 7 maggio 2010


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Di Simona (del 07/05/2010 @ 12:05:33, in Laboratori e Incontri, letto 1066 volte)

La redazione di Flying parteciperà a Mare di libri. Festival dei ragazzi che leggono, in scena a Rimini dal 18 al 20 giugno.
I ragazzi che hanno preso parte al corso di giornalismo del Laboratorio di Myriam - da cui è nato il magazine fatto da e per ragazzi – introdurranno il primo ospite della rassegna, il giornalista Fabrizio Gatti, autore de L’eco della frottola (Rizzoli).
Come nasce una notizia? O meglio. Come nasce una notizia falsa? E come fa a diffondersi passando per vera? Il giornalista d’inchiesta del Corriere della Sera e dell’Espresso lo racconta con ironia – e con un linguaggio semplice e immediato – in questo libro per ragazzi, che porta alla luce temi seri e scottanti legati al mondo dell’informazione.
I giovanissimi redattori di Flying avranno il compito di fare una piccola presentazione di questo romanzo e di rompere il ghiaccio, ponendo le prime domande all’autore.
In bocca al lupo, ragazzi!

Appuntamento venerdì 18 giugno alla Sala del Giudizio dei Musei Comunali, alle 15.

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Di Simona (del 19/04/2010 @ 18:03:34, in I miei articoli su Fixing, letto 1501 volte)

Per essere una buona lettura, un libro non deve essere per forza un tomo di mille pagine, un concentrato di profondità. Non deve nemmeno atteggiarsi a impegnato o impegnativo. Non ci deve obbligatoriamente ricordare tutti i problemi del mondo. Un libro può anche sdrammatizzare, può essere letto in un’ora, può non essere un capolavoro, avere mille pecche ma rimanere comunque una buona lettura, lasciarti comunque qualcosa. Sono una sostenitrice (anche) delle letture leggere. L’importante è che non scadano nella banalità.
Qualche tempo fa il mio amico Muro mi ha consigliato un romanzo di Eric Emmanuel Schmitt, intitolato “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o).
Schmitt è un autore francese molto eclettico. È un autore teatrale (sua la pièce “Piccoli crimini coniugali”), uno sceneggiatore cinematografico (“Lezioni di felicità” – tratto da un suo racconto - è un film semplice e trasognato che spiega molto bene come la gioia nell’affrontare una quotidianità non proprio brillante migliori l’esistenza fino a farla cambiare e renderla più bella dei tuoi sogni) e uno scrittore di successo. Suo il romanzo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” da cui è stato tratto il film con un grandissimo Omar Sharif.
La storia de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” è molto semplice: Jun è un ragazzino mingherlino di quindici anni che vive per le strade di Tokyo, da solo, vendendo chincaglieria molto brutta. Non ha più il papà, sua madre è un’analfabeta che sembra capace di prendersi cura di tutti tranne che di lui, e al mondo non ha nessun altro, non un amico, non un insegnate perché a scuola non ci va. La sua vita sembra destinata a svanire così, nell’assenza di prospettive e in un corpo talmente gracile da risultare quasi invisibile. Ma qualcuno si accorge di lui. Un maestro di sumo lo vuole nella sua Accademia, perché vede in lui “un grosso”. Jun si ritrova catapultato in una realtà di cui non aveva mai nemmeno lontanamente sospettato il fascino e la profondità. Impara la forza, la potenza sottile delle energie, l’accettazione di sé, dei propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità, attraverso il buddismo zen (che tra l’altro in Occidente va molto di moda, come se nella cultura europea non ci fosse un insegnamento altrettanto forte per sfuggire al consumismo, alla fretta e alla meccanicità dell’esistenza…).
Ci sono momenti di questo libro davvero toccanti. Toccanti le lettere di una madre analfabeta che senza scrivere una parola riesce a dire tutto: un foglio bianco con una piccola macchiolina nel centro per far sapere al suo bambino quanto ha pianto quando se ne è andato; una pietra grigia per raccontargli la pesantezza del suo cuore; un vecchio collare spezzato per lasciarlo libero… Interessante anche quando il vecchio maestro spiega a Jun perché nonostante l’attività fisica e il cibo non riesca a crescere, ingrassare, prosperare: “perché non è possibile nutrirsi di se stessi”.
Il libro però non è tutto così. Ripeto se avete voglia di una lettura leggera, questo può essere una soluzione. Ma non aspettatevi troppo. Non fatevi ingannare dai passaggi ricchi di significato nella loro semplicità. Le frasi scontate sono dietro l’angolo. E non mancano nemmeno soluzioni che lasciano un po’ perplessi. Quando però un libro non ha pretese è un rischio che si può accettare. Nulla di indimenticabile. Ma un modo piacevole di passare qualche ora.
E se poi vi sentite un po’ come Jun, come uno destinato a rimanere quasi invisibile allora sarà particolarmente incoraggiante leggere la storia di questo ragazzino, che nel suo impegnarsi per diventare “grosso” impara a diventare “grande”.

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