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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 13/09/2010 @ 12:02:51, in I miei articoli su Fixing, letto 1823 volte)

C’è un periodo per ogni cosa. Anche quando si parla di lettura. Se hai voglia di frivolezze non cominciare Borges o lo odierai per sempre. Se hai voglia di avventura non leggerti un saggio o ti avvilirai. Ma se una mattina ti svegli e decidi di prendere in mano il libro che da anni ti consigliano, fallo. E preparati. Alla delusione. O alla grande scoperta.
E grande è stata la scoperta leggendo “Cuori in Atlantide” di Stephen King (Sperling&Kupfer, 2000). Qui non è il maestro dell’horror a raccontare. Qui lo scrittore diventa la mano del destino, che in cinque racconti – all’apparenza scollegati ma in realtà inscindibili – compone una tela complessa di mistero e ineluttabilità.
Tutto ha inizio con “Uomini bassi in soprabito giallo”, con l’incontro tra il piccolo Bobby Garfield e l’anziano Ted Brautigan. E qui ci troviamo di fronte allo Stephen King che preferisco, quello capace di raccontare l’amicizia e i sentimenti – spesso contrastanti e intinti nel sopranaturale – con la profondità di una penna che non si appoggia sul foglio, ma lo squarcia. Anche quando è delicato, Stephen King è così potente da lasciarti l’amaro in bocca. E quando non è delicato, la violenza diventa qualcosa di selvaggio, non colpisce solo l’immaginario, ti mozza il fiato, ti fa male allo stomaco da quanto ci affonda il suo pugno. Poi il libro procede spiazzando il lettore. Nel secondo racconto (cha dà il titolo al libro) nuovo protagonista, nuova ambientazione, altri anni. Gli anni che vedono nascere i movimenti contro la guerra in Vietnam. Gli anni in cui comincia a vedersi in giro il simbolo della pace. E in cui incontriamo Carol – il primo amore di Bobby - al college. È una giovane donna. È il filo conduttore di una storia che prende forma quando tutti sono bambini. Bambini che non dimenticano. Bambini che diventano adulti pieni di rimorsi e convinzioni che sfociano nell’errore, in onore di una giustizia imparata da piccoli. E gli anni procedono negli altri racconti (“Willie il cieco” e “Perché siamo finiti in Vietnam”, sotto tono rispetto al resto). E raccontano la guerra. Quello che ha lasciato a chi è riuscito a tornare. Quello che ha lasciato a chi non è mai partito. Fino a “Scendono le celesti ombre della notte” – brevissimo racconto conclusivo – che riporta in qualche modo alle origini, come se solo da anziani si riuscisse a guardare allo specchio il bambino che si è stati, senza vergognarsi. Come se tornare dove tutto ha avuto inizio fosse un dolore da affrontare solo quando ne hai incontrati tanti altri, tanto più forti. Solo allora ci si può sedere nell’angolo del bosco dove non avresti voluto più tornare. Solo allora ti puoi sedere lì, senza avere più paura ma solo nostalgia. Perché sedendoti su quella panchina, aprendo un vecchio libro, quello che vedi non sono gli errori, ma l’attimo prima, il momento preciso in cui ancora dovevi compierli. Il momento in cui avresti potuto fare qualcosa di diverso. Il momento in cui eri un bambino che dava la caccia a code di aquiloni appese ai cavi del telefono.

Fixing n. 34 - 2010




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Di Simona (del 03/09/2010 @ 09:44:29, in Diario, letto 1164 volte)

Settembre. Ultimi sgoccioli di mesi un tantino intensi.
Se dovessi riassumere la mia estate lo farei così:
1. Gli amici sono una gran invenzione. Le lacrime agli occhi dal ridere pure
2. La piadina dell’Ilde è sempre la più buona di Rimini
3. Certe chiacchierate sono una flebo per l’anima
4. Il gelato quando è buono non fa ingrassare (e se fa ingrassare chi se ne frega)
5. Quando non sai come comportarti, comportati come se una persona che ami ti stesse osservando
6. Libri e taccuini sono compagni di viaggio indimenticabili
7. Basta una cinta e un abito cambia faccia. Ma anche il tacco 12 aiuta…
8. Non sempre è questione di guardare le cose da un altro punto di vista. A volte la si pensa diversamente e basta
9. Esprimi un desiderio… Ma non sentirti in colpa se non si realizza
10. La normalità non esiste. E se anche esistesse non saprei che farmene

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Di Simona (del 16/08/2010 @ 10:07:32, in I miei articoli su Fixing, letto 1854 volte)


“E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene
a volte credo di esserne certo
a volte invece sembra tutto uno scherzo
fuggono gli occhi come falene…”

da Dylan Dog n° 74
Il lungo addio

A volte un addio capovolge il mondo per come lo conosciamo. E se il mondo in questione è quello di Dylan Dog l’effetto può essere devastante. E allora benvenuti nell’universo parallelo di Tiziano Sclavi, che ne “Il lungo addio” si allontana da mostri, indagini e scene splatter, per regalarci una poesia. Una poesia davanti a cui anche Groucho, l’assistente un po’ pazzo di Dylan Dog, per una volta – l’unica volta nella storia del fumetto! – non trova parole. Rimane zitto. Si comporta quasi da persona normale. Non servono le sue battute in queste tavole. O forse anche lui è sopraffatto dalla storia di Dylan e Marina, il primo amore dell’indagatore dell’incubo. Amore mai dichiarato e già perduto. Il presente e il passato si avvinghiano in una lenta danza onirica tra i disegni mozzafiato di Carlo Ambrosini. E la strada verso Moonlight - la strada che Dylan percorre per accompagnare a casa Marina – è un viaggio in un’estate lontana, in cui tutto poteva ancora accadere. Ma poi nulla è andato come pensavano. E questa Marina che ancora si passa due dita tra i capelli come faceva da ragazza, questa Marina che in un’estate ha reso Dylan Dog tanto di ciò che è ora, questa Marina non è più concreta di un sogno, non è più fisica di un ricordo. È solo un’occasione per dirsi addio. Come non avevano mai fatto.

Fixing n. 31 - 2010
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Di Simona (del 12/08/2010 @ 10:01:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1438 volte)


La parola addio è piena di significati, perché a qualunque cosa o persona sia rivolta, c’è tutta una storia dietro. C’è il perché lo si dice, il come, c’è quello che è avvenuto prima e ha portato fino a quel momento. E c’è tutto quello che verrà dopo. O meglio, quello che si spera – e si teme - venga dopo.
A volte si è costretti a dire addio all’immagine che abbiamo di noi stessi, come ne “La carriola” (a proposito, qui il testo integrale) di Luigi Pirandello (in “Novelle per un anno” e anche nell’audiolibro “Pallino e Mimì – La carriola” edito da Il narratore Audiolibri).
Non basta avere una professione stimata, una famiglia da cui tornare. Non basta l’intelligenza. E nemmeno la follia. L’immagine che proiettiamo di noi non basta, per capire chi siamo. E l’avvocato tratteggiato da Pirandello lo capisce. Lo capisce in un momento apparentemente senza significato, mentre viaggia su un treno verso casa. Capisce che ha passato la vita a indossare maschere, spesse e variegate maschere che cambia a seconda della festa a cui è invitato. Sempre straordinario Pirandello. Sempre incredibilmente attuale, attento all’inquietudine dell’uomo, a quello che si rimescola nel suo animo. E sempre pronto a raccontarlo con uno stile scorrevole, con parole che scivolano veloci sotto gli occhi.
“Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo”.
E allora addio a quello che un uomo è stato, se finalmente ha deciso di scoprire se stesso. Addio a ciò che la famiglia, gli amici e la società da lui hanno sempre preteso, senza chiedere mai, in un ordine muto e costante che creava strati di sensi del dovere e di colpa a cui non poteva scappare. C’è una soluzione a questo addio? C’è un addio che faccia meno male di così?
C’è quello che viene dopo. C’è il momento in cui quest’uomo decide di strappare via quello scudo pesante e serrato che aveva appoggiato sull’anima e decide a suo modo di liberarla, smettendo di nasconderla almeno a se stesso. C’è la ricerca di una sopravvivenza che non sia solo apparenza. C’è un desiderio di portare avanti quella messa in scena che non sa bene quando e come ha costruito ma a cui – ammettiamolo – ormai si è affezionato. Una messa in scena di cui crede abbiano bisogno anche quelli che lo circondano. Ma c’è anche il desiderio di creare uno spazio che sia solo suo. Un momento in cui essere pienamente se stesso. Ogni giorno. Ogni giorno un po’ di follia. Un po’ di quello che sarebbe potuto essere. Ogni giorno il sapore della vita che si è svelata ai suoi occhi.
L’avvocato non rinuncia all’esistenza che fin lì ha costruito. Ma nel segreto del suo studio compie un gesto, sempre lo stesso. E in questo gesto lui non è padre, non è marito, né avvocato, né borghese. È libero. E ognuno si conquista la propria libertà come può, dove può, per il tempo che gli è concesso o che lui stesso si concede.
Sarebbe bello però se la libertà non fosse solo un gesto innocuo da dover compiere di nascosto.
Sarebbe bello se la libertà non fosse solo un gesto di cui in fondo ci si vergogna.

Da Fixing n.31 - 2010
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Di Simona (del 24/07/2010 @ 10:35:10, in Letture e spettacoli, letto 1460 volte)

Un mondo dove vivono uomini, sacerdoti, guerrieri, ma anche maghi e stregoni. Un mondo dove magia e stregoneria sono pratiche assolutamente diverse tra loro e dove gli dei sono egoisti e capricciosi quasi quanto nella mitologia antica. Questo è il mondo creato da Luca Centi, giovane scrittore de L’Aquila, che ha debuttato nel mondo del fantasy nel 2009 con “Il Silenzio di Lenth” (Piemme editore). Un libro che tiene il lettore sveglio, perché è un libro che ha bisogno del lettore. È il lettore che piano piano deve scegliere da che parte stare, proprio come il protagonista Windaw. Perché nel mondo di Lenth non è importante solo quale tipo di azione scegli di fare, ma anche l’intenzione con cui la fai.
Come è nato questo mondo?
“Per puro caso - spiega l'autore - All’inizio c’era solo un racconto, poi sono diventati due. Alla fine mi sono ritrovato con così tante storie che ho deciso di unirle, insieme all’ambientazione, creando parte del mondo di Lenth. Il resto è venuto da sé”.
E come ha preso corpo questa storia “corale”?
“Di nuovo, per puro caso. I vari racconti che avevo scritto erano tutti incentrati su personaggi diversi, troppi forse. Così ne ho creato uno nuovo, Windaw, un protagonista in grado di unire tante vicende dando loro un senso compiuto”.
Nel libro ci sono tanti personaggi e tutti piuttosto complessi. In un’intervista hai dichiarato che in molti di loro c’è qualcosa di te. Raccontaci che cosa.
“Sì, è vero, ogni personaggio ha qualcosa di mio. Gabriel è forse quello che più mi rappresenta, nonostante appaia per poche pagine e sono nella prima parte. L’insicurezza di Lea, l’incertezza di Windaw e la fermezza di Kaas sono comunque parte del mio carattere. Per Julah (ma anche Gludia) il discorso è più complesso. Diciamo che sono una parte di me che è poi presente in tutti, quel lato oscuro che ci sforziamo di reprimere ogni giorno ma che potrebbe venire fuori quando meno ce l’aspettiamo. E poi Julah sotto sotto è simpaticissima!”
Il bello di Lenth è che praticamente nulla è come sembra. A ogni pagina le situazioni – e ancora di più i personaggi – acquistano nuove sfumature, nuove intenzioni, e quello che sembrava buono non lo è più. E quello che sembrava cattivo è salvifico. Come nasce questa contrapposizione così forte e allo stesso tempo sempre in evoluzione?
“Leggendo fantasy, specie quello classico, si nota spesso una netta contrapposizione tra bene e male, tra bianco e nero. In pochi si sono soffermati su quella zona grigia che comunque esiste, anche se non viene mai nominata. Ho provato a rendere Lenth totalmente grigio, a ribaltare la prospettiva per non annoiare troppo il lettore. La stessa Julah di cui si parlava prima, è vista con gli occhi dei suoi “fratelli e sorelle”, come una traditrice, quindi una donna capace di tutto pur di raggiungere i propri fini. Ma proprio nel secondo volume mostrerà un lato del suo carattere abbastanza nascosto. E forse l’opinione che si ha di lei cambierà”.
La Fede dei maghi diventa quasi un fanatismo che trasforma i sacerdoti in poco più che burattini. Cosa c’è di più forte della Fede a Lenth?
“Lenth è fede. E’ una delle tematiche-pilastro della storia completa che ho in mente. L’aforisma che meglio descrive Il Silenzio di Lenth è La verità rende liberi, una verità capace di smuovere persino l’animo dei più fedeli. E poi in Lenth la fede raramente è pura. Quella dei maghi, ad esempio, si fonda sulla menzogna. E non appena qualcuno scopre questa menzogna, come Goyah o Windaw o Lea o Keira, reagisce allo stesso modo: cercando di conoscere la verità”.
Windaw, ma anche i Custodi che conosciamo all’inizio del libro, vorrebbero rifiutare il loro compito, il loro dono, ma questo non è possibile. Quanto conta il destino, il fato nelle terre di Lenth? E quanto è difficile accettarlo?
“L’accettazione, specie nella prima parte del romanzo, è molto importante. Ogni personaggio la raggiunge in modi e tempi diversi; alcuni poi, come Gabriel, non la raggiungeranno mai del tutto, preferendo affidarsi alle tenebre piuttosto che alla luce. La mia idea di destino poi è completamente diversa da quella mostrata nel romanzo. Lì cerco di difendere entrambe le fazioni, chi crede nella predestinazione e chi nel libero arbitrio, restando appunto nella zona grigia. Io invece sono convinto che ognuno di noi abbia una strada ben precisa davanti”.
Tu sei un appassionato di manga. Questo genere influenza – o ha influenzato – la tua scrittura?
“I manga mi hanno influenzato tantissimo. Spesso per imprimere nella mente l’immagine di un luogo o l’aspetto di un personaggio, ricorro al disegno vero e proprio. Mi aiuta a concentrarmi sugli aspetti più importanti, tralasciando le caratteristiche più banali. E poi è anche una forma di antistress incredibile! Bastano pochi minuti di chiaroscuro a rendere tutto più semplice!”.
Quando esce il secondo volume di Lenth? E quando si concluderà la trilogia?
“Il secondo volume uscirà nei prossimi mesi, anche se non si sa ancora una data precisa. Pur avendo la storia in mente, infatti, ogni tanto modifico alcuni passaggi. Cerco sempre di raggiungere l’obiettivo prefissato, ma le strade che scelgo sono diverse. In questo aiuta anche la lettura, un alleato prezioso quando si scrive”.

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Di Simona (del 13/07/2010 @ 10:20:14, in Laboratori e Incontri, letto 1135 volte)

Da alcuni anni tengo laboratori di scrittura. Ma quello che mi aspetta questo week end è qualcosa di assolutamente nuovo, perché non sarà un corso ma una sorta di seminario, una full immersion, nel genere fantasy. A Verucchio, venerdì 16 e sabato 17 luglio, dalle 15.30 in poi, parlerò (poco) e farò scrivere (molto), in due giornate che spero saranno soprattutto un confronto. Un momento in cui cercherò di soddisfare le curiosità di chi sarà lì con me. Non sono un’insegnante, quindi non darò insegnamenti. E nonostante la mia “veneranda” età non sono nemmeno abbastanza vecchia per dare consigli: De Andrè diceva che “la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio” e – ahimè – personalmente il cattivo esempio posso darlo ancora e ancora! Quindi, in queste ore insieme darò più che altro indicazioni, racconterò alcune vie che val la pena prendere in considerazione ma che solo chi scrive deciderà se seguire o abbandonare. Insomma, i veri protagonisti saranno le persone che avrò davanti e che spero arriveranno piene di domande, voglia di fare, scrivere e raccontarsi, perché il fantasy è un universo intero e in compagnia è più divertente esplorarlo!
L’iniziativa rientra nel programma di “Fantastici castelli. Il fantasy nelle rocche malatestiane”.

Il laboratorio si svolgerà venerdì 16 e sabato 17 luglio dalle 15.30.
Rientrando in un progetto europeo, i partecipanti pagheranno solo la quota d'iscrizione di 10 euro.
Per info e prenotazioni 0541.670222

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Di Simona (del 05/07/2010 @ 11:02:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1500 volte)

È cresciuto leggendo Verne e Stevenson. Non stupisce quindi che da bambino volesse fare l’esploratore. “È stato brutto scoprire che avevano già scoperto tutto. Ho pensato che si sbagliavano”. E in effetti si sbagliavano, perché John Boyne non avrà trovato il centro della terra o l’isola del tesoro, ma ha scoperto storie che hanno conquistato il mondo, come La sfida (Bur), e Il bambino con il pigiama a righe (Rizzoli), best seller internazionale da 5 milioni di copie vendute.
Questa superstar della narrativa ha incontrato i suoi a lettori a Rimini, a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono (e che piace molto anche agli adulti, vista la partecipazione di genitori, insegnanti, addetti ai lavori o appassionati): un vero e proprio gioiellino organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17.
In attesa del nuovo romanzo Il bambino con il cuore di legno (Rizzoli) – ma in Italia non si possono tradurre i libri di Boyne senza metterci la parola bambino nel titolo? – l’autore ha parlato della sua opera di maggior successo, che racconta l’amicizia tra Bruno, figlio di un comandante delle SS, e Shmuel, chiuso in un campo di concentramento. “Una notte mi è venuta l’idea di due bambini che parlavano divisi da un recinzione di filo spinato. In soli due giorni e mezzo ho finito la prima bozza: ero sopraffatto dal libro. Mi dicevo non pensare troppo, non farti prendere dagli intellettualismi, vai avanti”. Boyne sapeva pochissimo dell’Olocausto, finché non ha letto Se questo è un uomo di Primo Levi. “Mi ha fatto crescere dentro l’orrore, spingendomi a documentarmi in cerca di risposte. Quando nel 2004 ho scritto questo libro, ricercavo già da 15 anni”.
Sin dall’inizio sapeva che il protagonista doveva essere un bambino, perché erano necessaria quella ingenuità e quella innocenza. “Non poteva però essere il bambino ebreo, perché pur avendo letto tanto non potevo immaginare cosa significasse stare dentro a un campo di concentramento. Potevo invece immaginare di guardarlo da fuori. Questo fanno gli scrittori: camminano verso il filo spinato e cercano di guardare dentro”. Ed è proprio avvicinandosi a questo filo che la vita di Bruno diventa altro. “Quando scopre cosa fa il padre, deve decidere da che parte stare. Alcune situazioni, tra cui veder picchiare il suo amico, gli fanno capire che tutto questo non è giusto”.
Non c’è violenza tra le pagine, perché quando accade qualcosa di tremendo Bruno non trova le parole e non lo descrive. “Mio nipote che allora aveva 10 anni avrebbe voluto un lieto fine ma per me questo è un finale onesto. Chi legge rimane turbato ma si accorge che questi due bambini così diversi condividono una fede, hanno delle somiglianze, come se il filo spinato fosse uno specchio. Vorrei che il lettore si allontanasse dal libro capendo quanto è sbagliato il pregiudizio”.
Dal libro è stato anche tratto un film. “Ho cercato di essere di aiuto a regista e produttore, non distruttivo. Mi soffermavo prima sulle cose positive poi educatamente chiedevo ciò che non capivo, così si è creato un rapporto di fiducia e rispetto. Il risultato è un film assolutamente dentro lo spirito del romanzo”.

Da "Fixing" del 2 luglio 2010

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Di Simona (del 23/06/2010 @ 17:47:21, in Letture e spettacoli, letto 2509 volte)

 “Le storie fanno miracoli” scrive Beatrice Masini. E lei un piccolo miracolo lo ha fatto davvero. Quest’anno il suo “Bambini nel bosco” – edito da Fanucci - è stato candidato al Premio Strega. Una vera e propria impresa: il primo libro per ragazzi nella storia a rientrare nella rosa dei dodici finalisti.
E questa “scrittrice che fece l’impresa” è stata tra i protagonisti a Rimini della terza edizione di “Mare di libri”, il festival dedicato alla letteratura per ragazzi (non bambini, ma adolescenti!), organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17. A intervistarla la sua amica e collega Lodovica Cima, che è partita proprio chiedendo qualche impressione sull’esperienza allo Strega. “L’ho presa come un’avventura totalmente imprevista. È stato un divertimento ma non mi sono mai fatta illusioni” ha confessato Beatrice Masini. L’attenzione è stata poi rivolta interamente a quel mondo azzerato, come lo ha definito Lodovica Cima, il mondo senza passato e senza futuro tratteggiato nel romanzo.
“La prima immagine che ho avuto di questa storia è stata un gruppo di bambini sporchi, vestiti approssimativamente, che facevano giochi ripetitivi. Ci ho impiegato cinque anni per scrivere questo libro: ha avuto tutto il tempo di crescere e prendere la sua strada”.
Protagonista della storia è Tom. “All’inizio Tom assomiglia ai personaggi dei miei libri precedenti: solitario, in confronto con se stesso più che con gli altri. Poi decide di aprirsi e di diventare il capo. Un capo che vuole sostenere e aiutare, non essere un tiranno. Così diventa un eroe che si mette a servizio degli altri”.
Anche gli adulti hanno però un ruolo fondamentale. “In realtà non ne escono molto bene. Ci sono bambini sopravvissuti a una catastrofe, bambini che sono il futuro, ma gli adulti non sanno come trattarli, li tengono rinchiusi in un campo aspettando che qualcuno decida cosa farne. Tra questi adulti c’è Jonas che ha il compito di controllarli attraverso una telecamera. Ma a un certo punto si affeziona ai ragazzi, smette di sorvegliarli e comincia a osservarli. Quando scappano li asseconda e a distanza cerca di aiutarli, perché si accorge che lì dentro si stavano perdendo. È anche grazie a lui che ci potrà essere qualcosa di nuovo”.
L’oggetto magico di questa vicenda è un libro di fiabe.
“Qui le fiabe diventano uno strumento di salvezza: le letture di Tom sono un momento di condivisione, di affetto. Poi Tom smetterà di leggere e comincerà a raccontare, perché tutti abbiamo delle storie da raccontare, storie che fanno bene sia a chi le racconta che a chi le ascolta. Le storie curano, medicano”.
E per chi si chiede se questo libro che parla di tredicenni sia adatto ai tredicenni, riporto il commento di una ragazza di questa età che si è alzata dal pubblico cacciando ogni dubbio: “Questo libro è come un puzzle: ogni pezzo ti fa venire voglia di scoprire qual è il pezzo successivo”.


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Di Loris (del 18/06/2010 @ 11:13:21, in Flying on line, letto 1255 volte)

E' on line il numero 2 di Flying, il giornale realizzato dai ragazzi del nostro corso di giornalismo del Laboratorio di Myriam. Tra l'altro oggi la redazione di Flying al gran completo è ospite di Mare di Libri di Rimini, festival di letteratura per ragazzi, dove avranno il compito di inaugurare il festival conversando sul giornalismo con Fabrizio Gatti, autore del libro "L'eco della frottola". Se siete da quelle parti non perdeteveli!
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Di Simona (del 14/06/2010 @ 15:55:14, in Setalux e i suoi protagonisti, letto 1079 volte)

Avere a che fare con ragazzi svegli tieni in allenamento il pensiero e la capacità di riflettere.
Negli ultimi dieci giorni, due ragazzi – che hanno età diverse e che nemmeno si conoscono – mi hanno fatto delle domande sui personaggi di Setalux, il mio primo libro.
Due domande semplici, che mi hanno fatto ricordare come sono nati Joshua, Matt, Leon e Sfaira.
Un ragazzo mi diceva che non capiva perché avevo fatto parlare i personaggi subito all’inizio, perché avevo permesso loro di raccontare tanto di sé, prima ancora che la storia iniziasse.
La ragazza – una delle ragazze della redazione di Flying, del corso di giornalismo – mi ha chiesto come mai Sfaira era descritta come una magrolina, carina ma non bellissima.
I personaggi hanno una propria vita. Si presentano con una loro storia. Non sempre la capisci subito. A volte è necessario un po’ di dialogo attraverso le pagine per capire davvero chi hai tra le mani. E spesso i personaggi si vedono in un modo che non corrisponde proprio a come sono veramente.
Setalux comincia con un preludio a quattro voci perché ognuno dei quattro protagonisti è convinto di sapere tutto di sé. Ognuno di loro crede che nulla lo farà mai cambiare, perché il mondo intorno sarà sempre lo stesso e in quel mondo loro non riusciranno mai a sentirsi diversi da così. Alla ricerca della felicità sì, ma sempre un po’ fuori posto. Li ho lasciati fare, li ho lasciati raccontare, innanzitutto perché non puoi metterti tra il personaggio e la sua storia o finisci per trasformarlo in un burattino che fa solo quello che vuoi tu e questo non è proprio permesso. I personaggi devono andare per la loro strada, anche quando a te – autore - sembra la strada peggiore. Anche se ti dispiace tanto che a volte si comportino come degli imbecilli, non puoi farci niente. Non puoi mentire per loro. Né metterti al loro posto. Li devi lasciare andare.
Inoltre, quello che i personaggi di Setalux raccontano all’inizio fa capire meglio quanto cambieranno nelle duecento pagine successive.
Per rispondere alla domanda della mia giovane allieva di giornalismo, invece, come (le) ho già detto i personaggi bisogna buttarli giù così come si presentano, con bellezze e difetti. Se ti si presentano belli da mozzare il fiato, saranno belli da mozzare il fiato. Ma se ti si presentano carini, imperfetti, imprecisi, adorabilmente umani, affascinanti proprio nelle loro imperfezioni, così li devi accettare e riportare. E aggiungo una cosa. Sfaira si descrive in un modo che nelle pagine successive… Be’, qualcuno le dirà che lei non è esattamente così… Ma a quindici anni non viene spontaneo guardarsi allo specchio e trovarci qualcosa di bello.

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