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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 07/03/2012 @ 17:50:18, in I miei articoli su Fixing, letto 1649 volte)

Pangea, tutta la terra, un nome simbolico per una collana editoriale che raccoglie piccole perle di letteratura sparse per il mondo. Un progetto portato avanti dal Gruppo Viator – che ha assorbito e oggi gestisce la casa editrice Servitium, fondata da padre David Maria Turoldo e proprietà dei Servi di Maria – e curato da Paolo Brera, scrittore e traduttore. Suo il compito di scegliere e di tradurre racconti e romanzi brevi, da ben otto lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo, polacco e serbo). Un’impresa ardua che a oggi ha portato alla luce quattro volumi: “Sull’acqua” di Guy de Maupassant, “La cartomante” di Joaquim Machado De Assis (il più grande romanziere brasiliano dell’Ottocento), “La illustre fregona” di Miguel de Cervantes e – fresco di stampa – il romanzo breve “Primo amore” di Ivan Turgenev. Tra tanti capolavori stranieri compariranno anche autori italiani, tra cui Camillo Boito e il suo “Senso”, novella che ispirò il celebre film di Luchino Visconti.
Come è partito il progetto Pangea?
“L’idea – racconta Paolo Brera – è nata da una personale forma di follia, perché quando trovavo racconti di grande autori cominciavo a tradurli, un po’ per il piacere di farlo, un po’ per non dimenticare una lingua. Così ho pensato che nell’epoca in cui l’IPad sta sostituendo il libro, poteva essere interessante proporre opere, a volte poco conosciute, di grandi autori, in edizioni tascabili, economiche e molto pratiche. I racconti scelti sono avvincenti e possono rappresentare anche un modo per avvicinarsi a grandi autori”.
Traduttore, curatore ma anche scrittore (è da poco uscito “Il Visconte”, spy story scritta a quattro mani con Andrea Carlo Cappi per Sperling & Kupfer, ndr). Quale il ruolo più difficile da sostenere? E quale quello che dà maggiori soddisfazioni?
“Amo molto scrivere roba mia ma la traduzione mi dà una gioia particolare, perché permette a qualcuno di avvicinarsi a opere che altrimenti non sarebbe riuscito a leggere. Amo molto le lingue, amo coglierne le sfumature. Quando si tratta di autori di fine Ottocento o del primo Novecento si deve rendere l’atmosfera di quel tempo nella traduzione, usando per esempio forme di italiano arcaiche. Allo stesso tempo è importante che il lettore capisca cosa intendeva l’autore, quindi si può arrivare a tradurre qualcosa che suona come ha perduto il senno con un termine più contemporaneo come è andato fuori di testa. A ogni frase il traduttore è chiamato a fare le proprie scelte, in una continua opera di mediazione tra l’autore e il lettore. Un lavoro che parte già dal titolo, che è la parte del testo che si può toccare di più”.
Nel suo ultimo romanzo ci troviamo davanti a un’ambientazione storica importante come il Risorgimento e a un personaggio di fantasia ma molto verosimile, molto contemporaneo, come Josè Pau, spia nizzarda al servizio di Napoleone III, infiltrato tra le file austriache. Come è nato “Il Visconte”?
“L’idea è venuta dall’esterno, da una persona che non c’entrava e che mi ha proposto una storia di spionaggio ambientata nel Risorgimento, in occasione dei 150 anni dall’unità d’Italia. L’idea mi è piaciuta molto così ho subito buttato giù una prima traccia e ho cercato la collaborazione di Andrea Carlo Cappi, il maggior esperto italiano di spionaggio. All’ambientazione, che volevamo già di per sé accattivante abbiamo aggiunto un personaggio molto complesso, il Visconte appunto, che funge da filtro, da catalizzatore, in una narrazione dove fantasia e realtà storica si fondono di continuo, e dove il tema del doppio caratterizza ogni personaggio”.
Le vicende del Visconte si fermeranno qui?
“È in progetto un secondo romanzo, che vedrà il Visconte impegnato sul fronte della guerra di secessione americana. E chissà, forse lo vedremo anche in un terzo volume dividersi tra Roma e la guerra franco-prussiana”.

 

Da Fixing n.8

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Di Simona (del 22/02/2012 @ 12:55:26, in Letture e spettacoli, letto 11893 volte)

 

 Questa sera andrò a teatro con la giovanissima redazione di Flying.

Andremo a vedere “Sogno di una  notte di mezza estate”, la commedia di Shakespeare nella versione diretta da Gioele Dix, con alcuni attori comici di Zelig e i Musica Nuda, duo composto da Petra Magoni (voce) e Ferruccio Spinetti (contrabbasso), che suoneranno e canteranno dal vivo.

Gioele Dix ha rispettato la storia originale restituendole quella connotazione comica che inizialmente aveva, ma sia l’ambientazione – il locale di una periferia post industriale – sia i ritmi, il linguaggio, saranno contemporanei.

Insomma, sulla carta sembra davvero un’ottima occasione per avvicinare i ragazzi a Shakespeare, per far conoscere le sue storie nel luogo per il quale erano state pensate (il palcoscenico), per ascoltare le sue parole nella modalità in cui dovevano arrivare al pubblico (interpretate da attori) e per far scoprire che commedie e tragedie del Bardo non sono solo eterne ma anche molto attuali, e godibili.

Vedremo come andrà e cosa ne penseranno i ragazzi, che non mancheranno di recensire lo spettacolo (la recensione la trovate qui, nda).

E a chi trova profano questo connubio tra Shakespeare e Zelig dedico le parole di Gioele Dix:

“In 25 anni di teatro, avrò visto 10 diverse versioni di Sogno di una notte di mezza estate. Nessuna comica. Eppure, quando Shakespeare portava in scena questo testo, il pubblico si sbellicava. Abbiamo seguito la linea del Bardo. Anche se oggi sembra che far ridere sia una colpa” (intervista di Alessandro Carli, per San Marino Fixing).


"Sogno di una notte di mezza estate" andrà in scena stasera, mercoledì 22 febbraio, alle 21.15 al Teatro Nuovo di San Marino.

Per info e prenotazioni www.sanmarinoteatro.sm

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Di Simona (del 19/02/2012 @ 21:22:25, in I miei articoli su Fixing, letto 1173 volte)

Tra i miei ricordi universitari, il professor Stefano Benassi spicca come un faro.
Era il mio insegnate all’Università di Bologna. Il professore con cui mi sono laureata. Quello che mi ha concesso di scrivere la tesi su un pittore, anche se frequentavo filosofia. Quello che a diciannove anni mi ha insegnato che scrivere non è solo tenere un diario o redigere tesine, scrivere è anche narrativa, è inventare storie, osando, raccontare non solo quello che vediamo ma anche quello che immaginiamo, con la chiarezza che dobbiamo a un lettore.
Il mio professore è scomparso nel 2008, troppo presto.
Ha portato via con sé la sua pazienza, la sua voce sottile, la delicatezza dei suoi modi e quella penna rossa che non lesinava. Ma ha lasciato la voglia di continuare a scrivere, non solo a me, ma a tutti quelli che negli anni lui aveva accompagnato lungo i percorsi della narrazione e della poesia, e che una volta o dieci avevano partecipato ai corsi di scrittura che teneva a Rimini, all’associazione Università Aperta “Giulietta Masina e Federico Fellini”.
E proprio da Università Aperta parte una bellissima iniziativa in suo onore. Un concorso di scrittura narrativa che porta il suo nome, aperto a tutti i maggiorenni – sia italiani che sammarinesi – che hanno un racconto nel cassetto o che hanno voglia di scriverne uno ex novo, l’importante è che non superi le 5000 battute e che sia ispirato alla frase di Iosif Brodskij “Sulla bilancia della verità la forza dell'immaginazione pesa quanto la realtà e, anzi, persino di più”.
Spero che partecipino in tanti. E spero che partecipino anche tanti giovani, per rendere omaggio al professore che tutti vorrebbero, a un professore disponibile e attento alle singole peculiarità di ognuno. A un professore che amava le parole, i libri e i significati che si celavano dietro alle storie.
Il regolamento completo e la scheda di partecipazione al Concorso di narrativa “Premio Stefano Benassi” sono scaricabili sul sito di Università Aperta, www.uniaperta.it

Da Fixing n.6

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Di Simona (del 07/02/2012 @ 12:20:54, in I miei articoli su Fixing, letto 1553 volte)

“Credo di parlare di cose che stanno a cuore alla gente. Credo di fare la stessa cosa che fa la poesia a un livello superiore. Lo faccio per l’uomo della strada. Metto l’accento su cose che in genere le persone comuni percepiscono solo confusamente. Definisco emozioni. Un esempio perfetto per ciò che intendo dire è quando qualcuno dice Oggi mi sento proprio come Charlie Brown. Non deve aggiungere nient’altro. Perché sai benissimo come si sente”.
Charles Schulz

Capita a tutti di sentirsi piccoli come noccioline. E capita a tutti, una volta o l’altra, di assomigliare tanto a un personaggio dei Peanuts, le noccioline più famose del mondo del fumetto, pubblicate per l’ultima volta il 13 febbraio del 2000, il giorno dopo la morte del loro autore.
Un universo fatto di bambini, raccontato con quell’ironia quasi inconsapevole di cui i ragazzini sembrano non accorgersi e di cui gli adulti sanno fare tesoro, perché“quando si tratta di pensare un’idea divertente – scrive Schulz - hai bisogno di esperienza: per saper cogliere il lato divertente della vita occorre aver vissuto la propria parte di esperienze”.
In Sessant’anni di Peanuts (Panini Comics) sono raccolte alcune delle strisce più significative dagli anni Cinquanta al Duemila, intervallate da frammenti di interviste e commenti dell’autore, che ha alimentato i suoi personaggi con la sua stessa vita: “Se leggete la striscia, imparerete a conoscermi. Tutto ciò che sono finisce per entrarci… Tutte le mie paure, le mie ansie, le mie gioie”. Che sono le paure, le ansie e le gioie che toccano un po’ tutti.
La malinconia di Charlie Brown che non sa cosa fare, perché in certi momenti si sente così solo che non riesce a sopportarlo e altre volte vorrebbe soltanto essere lasciato in pace (“Cerca di vivere tra un momento e l’altro” gli consiglia la psicologa Lucy).
La necessità che ogni tanto si sente di avere una coperta di sicurezza come quella di Linus, quel cencio di flanella che ammorbidisce il mondo, lo rende meno freddo, e un po’ più distante.
Il sarcasmo di Lucy. La sua strafottenza, l’arroganza, e il suo sdraiarsi sul piano di Schroeder, il suo assecondarlo in quella passione che lei non capisce e non apprezza, sapendo benissimo – pur senza ammetterlo - che non l’avrà mai vinta su Beethoven.
La schiettezza di Piperita Patty, che crede che Snoopy sia un bimbo con il naso grande. Il sospetto che ci siano alberi così grandi e dispettosi da mangiarsi gli aquiloni. La paura di passare la vita sul sellino di dietro della bicicletta, come Replica. Le notti buie e tempestose scritte da Snoopy. L’amicizia che non ha bisogno di parole con Woodstock. E un’unica grande certezza per il futuro, come Linus, che alla domanda “Cosa vuoi essere da grande?”, candidamente risponde: “Vergognosamente felice”.

Da Fixing n.5

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Di Simona (del 23/01/2012 @ 17:50:07, in I miei articoli su Fixing, letto 982 volte)

 

Prendete un giorno, non uno qualsiasi, ma uno che per voi ha un significato. Quel giorno che ha irrimediabilmente cambiato tutto. Allora non lo sapevate, ma a distanza di tempo quel giorno ha dettato il ritmo al resto della vostra vita. È un giorno speciale, a pensarci ora, ma non lo avete mai considerato un giorno da celebrare. Era uno come tanti, a cui non avete dato peso ma oggi dovete ammettere che lì è iniziato tutto, gioia o dolore che sia, ha avuto lì il suo preludio. Come succede in “Un giorno” (Neri Pozza editore) di David Nicholls. L’autore racconta la storia di Emma e Dexter, che passano una sola notte insieme, quando hanno poco più di vent’anni, e non sanno ancora cosa fare della loro vita, sanno però che quella mattina scozzese del 15 luglio potrebbe essere l’ultima volta che si vedono, o forse no, forse si incontreranno ancora, non capiscono proprio che saranno legati per sempre, non potranno più prescindere uno dall’altra, per quanto si riveli doloroso o salvifico. L’autore scrive la loro storia, vent’anni della loro vita, raccontandoci un unico giorno all’anno, il 15 luglio, giorno di san Swithin.
Ogni capitolo segna un anno, a partire dal 1988, e a ogni capitolo noi incontriamo Emma e Dexter nel giorno di san Swithin: in qualsiasi luogo siano, con chiunque siano, noi sapremo cosa stanno facendo. Li ritroviamo in quel giorno mentre cercano di cavarsela, di affrontare eventi, delusioni, disillusioni, uniti anche se lontani, distanti anche se uno accanto all’altra. Tutto quello che accade prima o dopo il 15 luglio lo sappiamo di riflesso: conosciamo quello che è accaduto leggendone gli effetti, le conseguenze, non la presa diretta. Una struttura accattivante, che racconta con profondo disincanto due vite complici ma non abbastanza forti, oneste o umili da ammettere di essere indispensabili l’uno all’altro. Gli anni Novanta con tutti i loro lustrini e le promesse non mantenute scivolano lungo le pagine, quasi a sottolineare che quegli anni potevano essere qualcosa di differente, la giovinezza poteva essere spesa diversamente, gli affetti, i dolori potevano essere affrontati diversamente. I due protagonisti esprimono appieno gli anni di cui sono figli, i tentativi, le utopie, il successo, l’eccesso. E anche se l’ironia di Emma a volte crolla nell’autolesionismo, e anche se l’esuberanza di Dexter sfocia largamente nell’idiozia, Emma e Dexter sono due protagonisti a cui ci si affeziona, perché sono persone comuni, con difetti e possibilità, con un bagaglio di sbagli e occasioni mancate da far invidia ai protagonisti del romanzo russo ottocentesco, eppure sempre pronti a rimettersi in gioco. L’autore pennella un ritratto corale: il ritratto di due personaggi, di una società, ma anche di un’epoca, di un modo di vivere e sentire che oggi non è già più lo stesso, ma di cui oggi si affrontano le conseguenze. Cosa ne è stato di quegli anni Novanta? Cosa ne è stato di Emma e Dexter? Il ritratto prende forma mentre si legge, per arrivare a un finale cesellato, scritto in punta di penna, affilato come una spada.
È un viaggio che inizi con curiosità, perché vuoi proprio sapere cosa ne sarà di questi due folli che incontri mezzi nudi in un letto a parlare, poi però la curiosità diventa vero e proprio interesse, perché c’è qualcosa di reale in Emma e Dexter - persi, audaci, coraggiosi, innamorati, affranti, afflitti, mai pienamente sconfitti - qualcosa che a tutti è capitato di essere, almeno in un’occasione, in un momento della vita. Almeno per un giorno.

Da Fixing n. 2

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Di Simona (del 23/01/2012 @ 17:27:46, in Flying on line, letto 1162 volte)

Articoli scritti da ragazzi, per i ragazzi. Questo è l’obiettivo di Flying, magazine on line frutto del lavoro di una piccola redazione Under 16.
Da tre anni, insieme a Loris Pironi, tengo un corso di giornalismo dedicato ai ragazzi, presso l’associazione culturale Laboratorio di Myriam di Rimini, e da questo corso è nato Flying, che ha anche un blog e una pagina facebook gestiti dai ragazzi.
La redazione sta crescendo e il giornale con loro, come dimostra il nuovo numero di Flying.
Il giornale si apre con una riflessione – a tratti ironica - sulle gioie e le difficoltà di avere dei fratelli. Si prosegue poi con il ritratto di Bill Hicks, caustico comico statunitense, che ha conquistato tante persone proprio per il suo spirito irriverente e per il suo invito a pensare sempre con la propria testa. Le pagine centrali di questo numero sono dedicate ai telefilm, da I diari del vampiro a Gossip Girl. Non manca, infine, lo spazio per affrontare una questione delicata e profonda come quella legata ai nostri sogni: cosa succede mentre dormiamo? E poi rubriche di cucina, sport, videogiochi e libri.
A questa punto, non mi resta che dirvi buona lettura, di Flying numero 7.

Per info sui corsi simonalenic@libero.it

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Di Simona (del 24/12/2011 @ 13:06:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1477 volte)

“Scrooge divenne il migliore degli amici, il migliore dei padroni, il migliore degli uomini della vecchia città, di ogni altra vecchia città, paese o borgo del buon vecchio mondo. Qualcuno rise di questo mutamento, ma egli lo lasciò ridere e non ci fece caso, perché era abbastanza saggio da sapere che nulla di buono succede su questa terra, senza che qualcuno, sulle prime, si prenda il gusto di riderne… Del resto anche il suo cuore era tutto un sorriso, e ciò era per lui più che sufficiente.

Non ebbe più nulla a che fare con gli spiriti, ma visse sempre secondo i dettami della temperanza integrale e sempre si disse di lui che sapeva festeggiare degnamente il Natale, se mai creatura vivente può attribuirsi questo vanto”.

Charles Dickens, Canto di Natale

 
Saper far festa è un’arte. Un’arte che s’impara,  come è successo al vecchio Scrooge di Dickens, per cui si sono dovuti scomodare ben tre spiriti – del Natale presente, passato e futuro - per fargli imparare la lezione in tempo. Del resto, è un’arte di cui non si può far a meno, se non si vuole correre il rischio di inaridirsi.

I libri di favole raccontano di feste con abiti sfarzosi, spartiti d’orchestra e cibo raffinato. Ma se lo sguardo si sposta dal salone principale, se scavalca la finestra e si butta giù in strada, si può vedere l’intero mondo danzare. Mentre il re apre il gran ballo, mentre il signorotto butta cosciotti al giullare, nel cortile c’è gente che fa festa. Ci sono danze, musica e chiacchiere di un intero popolo. C’è la voglia di non rimanere soli, di stare tutti insieme, non per dimenticare le proprie miserie ma per ballarci sopra. C’è la voglia di ridere per una battuta, anche se riesce male, perché quando l’allegria aleggia sulle teste poi strabocca sulle labbra.

C’è la fantasia in una festa. C’è il colore. C’è “il momento in cui raccontare le storie più incredibili, adesso che siamo accanto al fuoco e le lampade a gas gorgogliano come palombari” (Dylan Thomas, Un Natale). C’è una giornata che è finita, un periodo che è concluso, e prima di cominciare daccapo, prima di buttare giù buoni propositi e cambi di direzione, c’è questo grande tuffo nel mare, questo momento in cui spogliarsi delle preoccupazioni, in cui sospendere progetti e aspettative, per tornare a essere semplici. Ci sono feste in cui si è semplicemente una famiglia, e ogni membro della famiglia si sistemerà i capelli al meglio, metterà da parte gli affanni per essere in grado di sorridere più spontaneamente, e porterà forse una bottiglia o un dolce, ma non è necessario perché sta andando nell’unico posto, dalle uniche persone, che non pretendono nulla.

Per partecipare alla festa bisogna solo averne voglia, trovare dentro di sé un motivo per brindare e fare tutta la strada necessaria per arrivare. Non importa se quella strada è lunga, fredda e senza mezzi: la festa è cominciata nel momento in cui si è deciso di partecipare.



Da Fixing n.46

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Di Simona (del 10/11/2011 @ 08:47:06, in I miei articoli su Fixing, letto 1814 volte)

Abbiamo tutti bisogno di sogni. Non fughe, non scappatoie, ma il bisogno di concentrare le nostre forze in qualcosa in cui crediamo. In qualcosa che a volte solo noi vediamo, solo noi consideriamo davvero importante.
Svegliarsi la mattina e avere uno scopo, un obiettivo che vada al di là delle necessità primarie, qualcosa che fa intuire che noi siamo anche altro. Non siamo solo la fretta, il traffico, la spossatezza che inchioda al divano la sera. Siamo qualcosa di più che carne da telegiornale, pubblicità di profumi, lacrime di orgoglio, di dolore, di insoddisfazione. Siamo qualcosa di più della schiena curva su un banco, una scrivania, un campo.
Possiamo anche fare di meglio che provare fastidio davanti a certe persone, o a certe situazioni. Di meglio che impiegare tempo a etichettare gli altri, pretendendo di conoscerli alla perfezione, noi che così poco conosciamo noi stessi.
Siamo peccatori, e chi non lo ammette pecca più di tutti.
Siamo spaventati, curiosi, furiosi.
Siamo così piccoli che potremmo perderci in un pugno, se capitassimo nella mano sbagliata.
Siamo così infiniti, da poter contare ogni nostro passo, senza mai scorgere il mistero che li racchiude tutti.
Siamo così imprevedibili, da cambiare strada per seguire un sorriso, se solo pensiamo che sia un sorriso buono.
Siamo “le catene che ci siamo forgiati”, direbbe Charles Dickens. Siamo i buffoni della sorte, come il Romeo di Shakespeare. “Siamo l’acqua, non il diamante duro/ che si perde, non quella che riposa” scrive Borges. Ed è bello pensare che quando ce la mettiamo tutta, quando non ci arrendiamo, costi quel che costi, in quel momento lì succede qualcosa che nemmeno il sole è in grado di fare, perché in quel momento lì – come ha scritto il dottor Costa parlando di Marco Simoncelli - “io sono i miei sogni”.

da Fixing n. 42

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Di Simona (del 24/10/2011 @ 17:23:26, in Diario, letto 1446 volte)

"Quello che si prova non si può spiegare qui
hai una sorpresa che neanche te lo immagini
Dietro non si torna, non si può tornare giù
quando ormai si vola non si può cadere più"

Gli angeli, Vasco

 

 

Qui, un pezzo di Loris Pironi su Marco Simoncelli.
La lettera di un giornalista a un campione. Stupenda

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Di Simona (del 11/10/2011 @ 08:12:30, in Laboratori e Incontri, letto 1921 volte)

Come possiamo raccontare le nostre passioni, la musica, lo sport, il mondo come lo vediamo noi, con un linguaggio che possano capire tutti, anche chi non abbiamo mai visto in faccia? Con un taccuino e le parole appropriate si possono raccontare storie, esprimere opinioni e arrivare anche a fare interviste.
Un percorso che da anni Loris Pironi e io stiamo portando avanti con i ragazzi della redazione di Flying, il giornale che esce solo quando ne ha voglia e da cui è nato anche un blog. I ragazzi della redazione – che frequentano il nostro corso di giornalismo da tre anni e hanno intorno ai 16 anni – torneranno a riunirsi giovedì 13 ottobre, dalle 17.30 alle 18.45 per lavorare su un nuovo numero del magazine (per un totale di 8 incontri).
Per chi invece ha tra gli 11 e i 14 anni partirà giovedì 27 ottobre un laboratorio di giornalismo ex novo, che si svolgerà dalle 16.15 alle 17.15 (per un totale di 10 incontri).
Le redazioni si riuniscono al Laboratorio di Myriam di Rimini, in centro storico (Vicolo Gioia, n 8, dietro alla Coin).

Per informazioni: 0541.24138 (dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 12.20 e dalle 17 alle 19.30). Oppure scrivete a me: simonalenic@libero.it

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