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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 29/04/2019 @ 08:01:33, in I miei articoli su Fixing, letto 64 volte)

E mentre tutti parlano, nessuno più dice qualcosa.
Che tu stia guardando la tv, bevendo un caffè al bar o assistendo alla lectio magistralis di qualche illustre (studioso, guru, scegli tu), hai la netta impressione che i concetti si rincorrano di bocca in bocca, lasciando vuoto il piatto della concretezza.
In tv accade perché c’è una ricerca maniacale del proprio personaggio. Commentatori ed “esperti” sono così concentrati a dare un’immagine di sé - e a catturare l’attenzione - da ridurre ogni riflessione alla manifestazione del proprio ego, trascurando buonsenso, bene comune e spesso anche la lingua italiana.
Al bar si ha voglia di parlare, sfogando su casi di carattere nazionale e internazionale le proprie frustrazioni. Non potendo ammettere quanto si è stanchi, avviliti e preoccupati, si sfoga tutta la stanchezza, l’avvilimento e la preoccupazione addosso alla prima pagina del giornale, ai risultati della partita di ieri o a quello che è successo ai vicini di casa.
Infine, ci sono loro. Gli illustri oratori tanto attenti allo stile e ai concetti, da aver perso completamente di vista il vero destino della parola, la comunicazione. Per cui, in aule, comizi e sale piene di persone, si assiste a eccellenti “soliloqui”.
Non è sempre così, ovviamente. Ma è così sempre più spesso. E non da oggi.
Pier Paolo Pasolini scriveva “In un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza”. Si torna bambini, quando prediche e sgridate non lasciavano traccia, ma bastava un gesto - corretto o sbagliato - di mamma e papà per imparare qualcosa di nuovo, corretto o sbagliato che fosse. Si torna a cogliere l’importanza dell’esempio, del modello, dell’emulazione. A volte con risultati terribili. A volte con cambiamenti meravigliosi. Perché quando incontri un professore che ama il suo lavoro, o quell’uomo semplice che con una frase ti ricorda le tue vere radici, e quella donna che con due parole scioglie il tormento in cento piccole risate, allora prendere ispirazione dalle loro azioni diventa una salvezza. E chi è capace di un comportamento genuino non pronuncia parole deboli. Può pronunciare silenzi. Questo sì. Ma quando parla, le parole hanno senso, coerenza.
Il poeta santarcangiolese Raffaello Baldini definiva il dialetto la “lingua più discreta che ci sia”. Anche la discrezione è una qualità sottovalutata. Si tende a esternare tutto quello che si ha in mente, senza aver prima sviluppato un pensiero di senso compiuto. Non si pensa, si dice. Quella che viene definita la “propria opinione” in realtà è un riassunto approssimativo di discorsi sentiti dire, in cui di “proprio” c’è poco o nulla. Ed è un peccato! Perché per quanto piccole e insignificanti, la propria esperienza e la propria intuizione sono le uniche considerazioni davvero originali che saremo mai in grado di raccontare.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 28/04/2019 @ 16:59:12, in I miei articoli su Fixing, letto 102 volte)

Che cos’è la felicità?
Come si rincorre?
Dove si trova? Inizi a leggere le novelle di Luigi Pirandello e pensi che la felicità non esista.
Pensi che il grande scrittore premio Nobel, indagando l’animo umano sin nelle sue più profonde asperità, si sia ritrovato davanti a un vuoto di gioia senza scampo.
I personaggi di queste brevi storie sono brutti, schiacciati dall’esistenza, destinati a vicende senza speranza.
Vorresti interrompere la lettura, per prendere una boccata di allegria... Ma se hai la pazienza di scansare quella sensazione claustrofobica che emana la pagina, e procedi, troverai inaspettate risposte alla più consueta, complessa e imprescindibile domanda che l’essere umano si pone: cos’è la felicità?
Cos’è la felicità, signor Pirandello?
La felicità è la luna, ti risponderà. Perché quando un misero ragazzo, inutile agli occhi degli altri, spaventato più dal buio della notte che dal nero delle miniere... Quando questo ragazzo inciampa nel riflesso della luna, scopre la natura del proprio cuore, conosce la grandezza che l’essere umano porta in sé anche nelle più oscure cave, anche là dove la luce non sembra arrivare e nessuno è disposto a prestarti la sua. “E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla gran dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” (in “Ciaula scopre la luna”).
Pirandello ti racconterà anche che la felicità è un bambino. Quando iniziamo a leggere la sua storia, Elisabetta è una donna insignificante, rinnegata dal padre, umiliata dal marito che se ne andrà dopo averle rubato ogni spicciolo, tanto da non permetterle nemmeno di mangiare. Ma a lei non importa. A lei importa solo proteggere il figlio che aspetta. Non le importa di essere sola con quella creatura, di non poter contare sulle ricchezze del padre, di non poter tornare nella sua grande dimora. Perché l’animo umano respira diversamente in ogni petto. C’è chi non può fare a meno di portoni dorati, chi ha bisogno di un bicchiere d’acqua per scatenare tempeste e chi ha solo bisogno di un sorriso per ricominciare a prendere fiato. “ ‘Io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? Tanta allegrezza!’ E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati” (in “Felicità”).
E poi c’è la felicità più strana di tutte. La felicità dell’immaginazione, che alcuni chiamano follia e che Pirandello sa descrivere da gran maestro. È la felicità di Belluca, così afflitto dalla sua quotidianità, da arrivare a dimenticarsi che esisteva il mondo. Non vedeva altro al di fuori delle proprie miserie. Lavorava come fosse legato a un giogo e non si accorgeva di altro. Finché una notte in cui non riusciva a prendere sonno sentì un treno passare in lontananza. Un treno che andava verso qualche parte del mondo là fuori. Anche quando gli affanni sembrano binari da cui non si può scappare, c’è sempre un treno che corre da qualche parte, verso un angolo di mondo che ancora non si conosce, verso una possibilità che non si è presa in considerazione. E basta una notte insonne e un fischio lontano, per ricordarci che non esiste prigione più straziante di quella che ci costruiamo quando facciamo dei nostri problemi il fulcro dell’universo. “Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nervose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... C’erano gli oceani... Le foreste... E, dunque, lui - ora che il mondo gli era entrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’Immaginazione una boccata d’aria nel mondo. Gli bastava” (in “Il treno ha fischiato”).
E se siete tra quelli che credono che la felicità non esiste, almeno siate contenti di voi stessi, perché “Sapete cosa significa amare l’umanità? Significa soltanto questo: essere contento di noi stessi. Quando uno è contento di se stesso, ama l’umanità” (dall’opera teatrale “Ciascuno a suo modo”, Luigi Pirandello).

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 27/04/2019 @ 08:10:05, in I miei articoli su Fixing, letto 102 volte)

Anita Garibaldi. Storia e leggenda si intrecciano intorno a questo nome, senza farci capire dove la verità storica ceda il passo al mito.
Secondo Indro Montanelli - che a Garibaldi dedicò un libro, nel 1966 - non fu una vera guerriera ma semplicemente una donna talmente innamorata del marito da abbracciarne gli ideali e per questi combattere. Al suo fianco. Spaventata non dalle granate ma dalla possibilità di perdere il suo Giuseppe.
In “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017), la storica Silvia Cavicchioli ha cercato la sua vita, il suo pensiero, al di là del romanzo e dell’epica, sfatando alcune dicerie come la vicenda che la voleva in fuga su un cavallo con un bambino in braccio.
Eppure, per quanto il suo nome sia indissolubilmente legato a quello del marito, Anita ha conquistato una sua unicità, un suo ruolo - esclusivo e prezioso - nell’immaginario collettivo.
Non è semplicemente la moglie di Giuseppe Garibaldi. È il coraggio, la determinazione, e quella follia che rende possibile l’inammissibile, in un’epoca in cui l’audacia era lecita solo agli uomini. Anita è il simbolo di un eroismo che nasce non dal desiderio di gloria o immortalità, ma dall’amore. Per il marito e per la libertà.
La sua forza, la sua risolutezza hanno trovato in Giuseppe un complice, un alleato. Il loro incontro è stato un fiammifero che ha messo in luce le doti fuori dall’ordinario di questa donna. Doti che lei già possedeva e che sono rimaste impresse negli annali della storia, nonostante lei fosse analfabeta e di tutto quello che ha vissuto e pensato non abbia potuto lasciare una sola parola scritta.
Anita ha preso in mano le carte che aveva a disposizione, sapendo che non poteva cambiarle, ma poteva decidere come giocarsele. E quel destino, che per tanti è una gabbia in cui tentare di sopravvivere, per lei è stata la possibilità di entrare nella storia e addirittura di valicarla, diventando qualcosa di più di un’eroina. Entrando nella leggenda.
Perché non importa che non sia scappata spavaldamente da una finestra, ma solo da una parte secondaria. E non importa nemmeno che non abbia galoppato con suo figlio neonato stretto addosso, sfuggendo ai nemici, in cerca del marito. Non è importante che sia accaduto veramente, perché sarebbe stata capace di farlo e questo è sufficiente per ammirarla. E per ispirarsi a lei.
Perché a tutti è capitato di essere sotto assedio, di dover decidere il proprio destino senza poter consultare nessuno. Ed è capitato di forzare mille finestre, pur di mettersi in salvo da situazioni rischiose. E di scappare con stretto al petto ciò che di più prezioso si possiede - che sia un bambino, una lettera o solo ciò che rimane di noi stessi - e correre verso l’unica salvezza conosciuta, che sia un amico, una casa, o un amore di nome Garibaldi.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 26/04/2019 @ 10:05:05, in I miei articoli su Fixing, letto 124 volte)

Tutto ha inizio con l’Inferno.
Eppure il viaggio che Dante racconta è così vivo e generoso, che il suo autore lo chiamò “Commedia”. Quasi ci tenesse a far capire che la lettura che si intraprende non è una tragedia, non è una storia che finisce male. Bisogna avere un po’ di pazienza, ma poi il Paradiso arriva.
Tutto ha inizio con l’Inferno ed è un Inferno da cui si rimane profondamente colpiti. Forse è addirittura la cantica che meglio si capisce. La più immediata, la più comprensibile. Il peccato, come occasione perduta, è qualcosa di familiare a tutti. Ed è familiare il tormento degli ignavi. La passione di Paolo e Francesca. Il desiderio di conoscenza di Ulisse. Il gelo che circonda Lucifero. A scavare nella memoria personale, ognuno può ritrovare un po’ di se stesso lungo i gironi.
Dante descrive con dovizia di particolari l’Inferno che l’essere umano si porta addosso, quello che ogni giorno deve affrontare, quello che risiede in lui, e quello che il mondo gli schiaffa davanti per insegnargli che ciò che c’è fuori è solo lo specchio di ciò che ha dentro.
Ma non si ferma qui Dante. Non lascia annegare l’uomo in un pessimismo senza via di uscita. Perché anche se quell’Inferno è presente, la condanna non è un destino. La salvezza è ancora, ogni giorno, possibile. Ti racconta che da quell’Inferno puoi uscirne vivo, perché ti assicura che non sei solo, che se ti guardi bene intorno troverai al tuo fianco una guida, qualcuno che ti farà strada tra i tormenti. Il tuo Virgilio è lì - a volte è un amico che ti dà l’informazione giusta, a volte è solo un parola che arriva quando meno te lo aspetti - e se lo ascolti, quegli inevitabili affanni diventano superabili.
Dante ti racconta che puoi scendere all’Inferno e uscirne integro.
La selva oscura ha un richiamo forte su ogni uomo che decida di guardare in faccia se stesso. Ma non è un richiamo verso la morte, è un richiamo verso la vita, verso la verità di se stessi, delle proprie fragilità, della propria umanità: unica via che porta al Paradiso.
Difficili, sin troppo elevati sono i versi della terza cantica di Dante. Capiamo così bene questo Inferno, ma il Paradiso ci sfugge, nella “Divina Commedia” come nella mente.
Eppure, il Paradiso è ciò che instancabilmente l’uomo cerca. Riduzione triste e assai banale sarebbe far coincidere il Paradiso con una vita agiata, tranquilla. Dante aspira a molto di più. A Dio. All’armonia. A quella pace misteriosa che tutto accoglie e solo il bene racchiude in sé.
E per cogliere la complessità de “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Dante sembra disseminare le cantiche di ammonimenti, di inviti alla semplicità. All’umanità.
Ammetti i tuoi limiti, la tua incompetenza, senza scadere nell’insicurezza. Non perdere tempo a giudicare: gli altri si giudicano già abbastanza da soli e sono spietati. Non svilirti con inutili moralismi. Non costruirti ulteriori gironi dell’Inferno. Fidati del tuo Virgilio, perché c’è sempre qualcuno che ne sa più di te. Sempre. Non rinnegare la tua Beatrice - che è la parte migliore di te, il sentimento più alto che sei in grado di provare - e vai. Affronta il tuo Inferno. E non dubitare nemmeno un istante che possa spalancarsi il Paradiso.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 24/04/2019 @ 16:40:47, in I miei articoli su Fixing, letto 99 volte)

Le parole esprimono il mondo di ognuno.
Giocano. Nascondono. Mentono. Fanno capriole.
Rimangono ferme, immutabili, sempre le stesse.
O cambiano in continuazione e le verità di ieri sono le bugie di oggi.
Meravigliano. Scoprono. Uccidono.
Non ispirano fiducia quando nascono da lunghi discorsi.
Hanno un peso pericoloso quando nascono dai vocii.
E valgono un tesoro quando nascono dall’esperienza.
Le parole sono argilla, e “l’argilla è necessaria per modellare un vaso. Ma il suo uso dipende dal vuoto interno che si riesce a creare” scriveva l’antico filosofo cinese Lao Tzu.
Se non si è capaci di stare in ascolto, se non si presta attenzione perché convinti di sapere già, le parole che usciranno dalla bocca non costruiranno un dialogo, non plasmeranno un vaso capace di contenere una relazione, non si produrrà uno scambio reciproco. Quando, invece, si dedica tempo - e un po’ di se stessi - ad ascoltare, allora si possono creare ponti con le parole, contenitori in grado di racchiudere e proteggere un oceano di storie, potenti come onde.
Le parole richiedono silenzio, per non nascere già corrotte: silenzio dei pregiudizi, silenzio della presunzione. Eppure sono così facili da pronunciare che ci si permette di farle uscire a vanvera, ed è un rischio grosso.
Bisognerebbe prendere spunto dai danzatori: il loro alfabeto è il movimento e non si possono permettere di sprecarne nemmeno una lettera, perché ogni gesto richiede un grande impegno per essere realizzato, facendo apparire semplici degli sforzi al limite dell’umano.
Le parole dovrebbero imparare a danzare. Dovrebbero contenere quella leggerezza, quella delicatezza del conforto, anche in mezzo alle fiamme. Perché le parole non possono bruciare.
Hanno provato a bruciare i libri, in “Storia di una ladra di libri” Markus Zusak racconta i grandi roghi di volumi della Germania nazista e della piccola Liesel che li salvava di nascosto. Secondo Ray Bradbury non è finita, ci proveranno ancora in un ipotetico futuro, e lo descrive con dovizia di particolari in “Fahrenheit 451”, dove i pompieri hanno il compito non di spegnere ma di appiccare il fuoco nelle case di chi si azzarda a nascondere libri, in un mondo in cui la lettura è proibita.
Le parole non sono fatte di carte. Non temono un fiammifero.
Ma se perdono il loro significato.
Se vengono pronunciate inutilmente.
Se a un verbo non corrisponde più un’azione.
Allora le parole sono destinate a diventare fumo.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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