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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 28/12/2015 @ 21:22:39, in I miei articoli su Fixing, letto 601 volte)

Non c’è una voce uguale all’altra. E ci sono tanti strumenti che improvvisano musica lungo le strade del mondo. Tutti suonano in modo diverso. Ma tutti possono trovare una stessa armonia. A Quinnipack ognuno ha la sua nota. Te la insegna il signor Pekisch. Con un po’ di impegno tu la imparerai. E quella nota sarà tua per tutta la vita. Perché a Quinnipack suona un peculiare strumento, l’umanofono: un organo che invece delle canne utilizza le persone. Ogni bocca è una nota. Tutti insieme sono musica. Nel mondo raccontato da Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”, il venerdì sera il signor Pekisch accorda il suo singolare strumento. Non lo accorda con le mani. Non utilizza un diapason. Accorda gli uomini con le parole. Spiega che ognuno ha la sua nota dentro di sé, e può riconoscerla tra mille. Puoi anche scappare e rinunciare, nessuno ti rimprovererà, ma non puoi negare di averla. Il signor Pekisch non ti obbliga, non ti insegue, ma senza di te quella nota rimarrà sempre muta. Senza la tua storia, la tua esperienza, la tua voce, mancherà sempre un suono. “La verità è che quella nota c’è. C’è ma voi non la volete ascoltare. E questo è idiota, è un capolavoro di idiozia, un’idiozia da rimanere di stucco. Uno ha una nota, che è sua, e se la lascia morire dentro... No... Statemi a sentire... Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più. Portatela con voi, ripetetevela quando lavorate, cantatevela nella testa, lasciate che vi suoni nelle orecchie, e sotto la lingua e nella punta delle dita. E magari anche nei piedi”. A Quinnipack nessuno pretende che tu sappia l’intera scala musicale, che tu sia responsabile della melodia degli altri, o ti impegni a riuscire in un accordo che non è proprio il tuo. Non ti viene chiesto altro che di portare avanti la tua nota, fino in fondo, con tutta la dedizione e l’ardore possibile. Perché la musica ha bisogno di quella nota, e solo tu puoi suonarla così bene. Chi non ha mai sentito quello che sai fare non si accorgerà nemmeno della tua assenza. Ma un musicista non sceglie di stonare solo perché gli ascoltatori sono distratti. E poi tu, ascoltando la musica che il popolo suona, avvertiresti sempre una pausa, un vuoto all’interno di una melodia di cui potevi far parte. Perché per quanto ti sembri piccola, faticosa, e così insignificante da non farsi quasi sentire, quella nota è il tuo compito, è il tuo omaggio alla musica. E se quella nota non vuoi proprio farla uscire, se la vuoi far star zitta, non la ridurrai al silenzio. Girerà dentro di te, incessantemente. Fino a che il rumore diventerà assordante.

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Di Simona (del 21/12/2015 @ 21:29:05, in I miei articoli su Fixing, letto 667 volte)

Ci sono giorni in cui la pioggia sembra battere non sull’asfalto, ma direttamente sull’umore delle persone. Come se ogni goccia fosse uno scrigno di malinconia. Ma se si guarda un pochino oltre, un pochino più in là, si può intravedere in questo sipario di acqua un invito, una promessa. Un invito alla confidenza, al tepore. La promessa di un nuovo punto di vista, perché “Senza un temporale ogni tanto, come faremmo ad apprezzare i giorni di sole?” (Kevin Alan Millen, “Il gusto segreto del cioccolato amaro”). Il problema della pioggia sembra risiedere proprio lì, nel sole, o meglio nella nostalgia per la sua assenza. Come se ci si dimenticasse che “Anche quando il cielo è coperto, il sole non è scomparso. È ancora lì dall’altra parte delle nuvole” (Eckhart Tolle, “Il potere di adesso”). Anche in una mattinata di pioggia la luce filtra e illumina il giorno, perché ciò che è nascosto esiste comunque e fa avvertire la sua forza. Ma a volte si è troppo imbronciati per ciò che non c’è, per riuscire ad assaporare ciò che ci circonda. Non ci si accorge che anche “Un acquazzone impartisce i suoi insegnamenti. Se la pioggia sorprende a metà strada, e camminate più in fretta per trovare un riparo, nel passare sotto alle grondaie o nei punti scoperti vi bagnerete ugualmente. Se invece ammettete sin dall’inizio la possibilità di bagnarvi, non vi darete pena, pur bagnandovi lo stesso. La stessa disposizione d’animo, per analogia, vale in altre occasioni” (Yamamoto Tsunetomo, “Hagakure”). La pioggia ha il sapore della casa. Del guardare di fuori, e sentirsi al riparo, al sicuro. Ha il gusto di una pausa, dell’essere autorizzati a fermarsi, a non correre, almeno per un’ora, perché tanto fuori piove. La pioggia è un gioco da bambini. È buttarsi nelle pozzanghere e stare a testa in su con la bocca aperta, a bere. La pioggia insegna l’armonia. Lei che batte per terra, sul mare, disegnando cerchi, piccoli e perfetti. La pioggia crea un movimento. Muove la natura. Riunisce le zolle di terra spezzate dall’afa. Rinfresca. Rinnova. “Come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità, l’amore è un’esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato” (Bertrand Russel, “La conquista della felicità”). Ma se il suo tintinnare sul tetto vi infastidisce, se guardando fuori vedete solo traffico, schizzi e umidità, se il suo profumo per voi è l’odore della tristezza, non preoccupatevi, in “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez assicura: “Non può piovere per tutta la vita”.

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Di Simona (del 14/12/2015 @ 21:37:48, in I miei articoli su Fixing, letto 562 volte)

Dicembre. Ultimo mese dell’anno.
Ci si guarda indietro e ci si chiede se quest’anno ha portato tutto ciò che si desiderava, se ci si è dati abbastanza da fare per realizzarlo, e se si è ancora in tempo per quello che si era lasciato indietro.
Difficile che ogni desiderio si sia avverato, un po’ perché questi non sono tempi dove i sogni hanno vita facile, e un po’ perché per quanto evoluti, dentro al progresso e proiettati nel mondo, ancora non abbiamo imparato a desiderare.
“Il desiderio affretta l’avvenire e crea”, Niccolò Tommaseo è molto chiaro su questo punto.
Il che significa che questo presente e questo mondo, così come li vediamo oggi, sono la realizzazione del desiderio di qualcuno. Desiderare è quindi una grande responsabilità, qualcosa da fare con attenzione, e rispetto. Allo stesso tempo, se un desiderio crea, un desiderio nuovo può creare qualcosa di diverso.
“Ogni preghiera si può ridurre a ciò: riconoscere il limite, e chiederne l’allargamento”, questa è una preghiera di due secoli fa, è il desiderio espresso da Tommaseo, ed è un pensiero che si rinnova generazione dopo generazione in chi vuole crescere, non solo esistere. Alla conquista di una libertà che sia rispetto dell’altro. “Libertà è conoscere i limiti propri e altrui; questi e quelli difendere”.
Due frasi, una rivoluzione. Tommaseo ci spinge a guardare il mondo da tutto un altro punto vista. Non ci chiede di fissare lo sguardo su un infinito lontano. Ci chiede di cercarlo nella vita di tutti i giorni, tentando di scovarlo, un passo dopo l’altro, nelle miserie umane. Sia quelle che ci appartengono, e non abbiamo voglia di ammettere. Sia quelle che scorgiamo in chi ci sta accanto, e che spesso utilizziamo per sentirci meglio, un po’ più salvi, un po’ più al sicuro. Il buon vecchio Niccolò ci spinge a guardare i nostri piedi, le nostre mani, i passi che siamo in grado di fare, e quelli che riteniamo impossibili solo perché costano una fatica immane.
Perché c’è un altro aspetto del desiderio che non viene tenuto molto in considerazione: il suo prezzo. Ogni desiderio ha un costo. Più grande è, più costa. È così nella materia. Ed è così nella vita. Nei cuori. Più si desidera essere forti, più questa forza sarà messa alla prova per aumentarla, come in un allenamento. Più si custodisce un bene prezioso, più tenteranno di afferrarlo, e gettarlo nel fango. I desideri che contengono in se stessi un valore - un valore umano, di condivisione e rispetto - sono merce rara. Richiedono impegno. “Non è coraggio senza pazienza, non è gioia senza fatica, non è forza senza dolcezza, senza umiltà non è gloria”, e lo dice un uomo che ha unito un popolo attraverso un dizionario. Ha presentato gli italiani agli italiani. Ha desiderato che gli uomini divisi in dialetti potessero essere una nazione, grazie alla loro lingua. Ha desiderato che le parole fossero dialogo, condivisione, comprensione.
E adesso, esprimi un desiderio.

Da Fixing










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