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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di Simona (del 20/08/2015 @ 16:47:56, in I miei articoli su Fixing, letto 497 volte)

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio «Sto diventando acqua, come faccio? Acqua che fugge nel suo gocciolìo! Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri. Il mondo cambia, sotto i raggi miei.
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri. E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento. Non ebbe più paura di cambiare.
E un giorno disse: «Il sale che io sento mi dice che sto diventando mare.
E mare sia. Perché ho capito, adesso. Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
Bruno Tognolini, “Filastrocca dei mutamenti”

Non c’è giorno in cui non avvenga una metamorfosi. E non c’è giorno in cui chi cambia non si opponga alla trasformazione. Lo scrittore e poeta Bruno Tognolini, con la delicatezza della sua penna - capace di parlare all’innocenza dei bambini e di sciogliere la complessità degli adulti – racconta il lento disgregarsi della materia per tramutarsi in poesia. Dal ghiaccio al mare. Da ciò che è freddo e privo di movimento fino a ciò che accoglie e danza di continuo. Ma il processo è lungo, non avviene in un giorno. L’autore fa scorrere gocce e un fiume d’argento, prima che il mutamento sia completo. Quasi a farci capire quanto questo sviluppo sia difficile, delicato e spesso doloroso, perché per diventare mare bisogna accettare che il sale bruci la dolcezza dell’acqua di fiume. Eppure il cambiamento avviene. E quando arriva il momento in cui si sta per compiere il grande salto, lì capisci quanto era necessario.
“Iniziare un nuovo cammino spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi” ci racconta Roberto Benigni.
Perché siamo pellegrini e non c’è pellegrino senza un cammino da percorrere. Senza tanta strada da masticare, senza imprevisti, sorprese e meraviglie da affrontare. E non c’è viaggio che non abbia come scopo il tramutare il marmo in creta. Addolcendo la sua rigidità il marmo diventa materia viva, capace di farsi plasmare, e prendere la forma di cui ha bisogno per lasciarsi toccare dalla vita. In un perenne cammino dall’esito sempre sorprendente. Perché come ammette lo Zarathustra di Nietzsche “Io sono un viandante e uno che sale sulle montagne… Io non amo le pianure e non riesco, a quanto pare, a stare tranquillo. E qualunque cosa possa ancora venire a me come destino ed esperienza – vi sarà sempre un vagabondare e un salire montagne: infine non si fa esperienza se non di se stessi”.

Da San Marino Fixing

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Di Simona (del 10/08/2015 @ 16:38:01, in I miei articoli su Fixing, letto 3296 volte)

Nel cielo d’agosto sembra si svolga ogni notte una battaglia.
La luna si alza all’orizzonte tinta di rossa. Le stelle iniziano a cadere. E noi tutti a guardarle esprimendo desideri.
Le scie luminose che abbandonano il cielo catturano gli sguardi, i sogni, forse perché “L’anima è piena di stelle cadenti” (“I miserabili, Victor Hugo). Non esistono punti fermi ma solo punti di luce che ti accompagneranno per un tratto del viaggio e poi si spegneranno, per lasciare spazio a luci più forti, più intense, più profonde. Come vecchi marinai ci aggiriamo per la nostra esistenza cercando di lasciarci guidare dal cielo che abbiamo a disposizione. Anche in mezzo alla battaglia,“Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle” (Oscar Wilde).
Puntare lo sguardo in alto rimanendo con i piedi ben affondati nella terra, questo è un gioco da equilibristi. Si puntano gli occhi in su e si vorrebbe cogliere l’infinito. E alla fine si scorge solo quello che noi vogliamo, quello che pensiamo, quello che desideriamo. Guardiamo un pezzo di meteora che cade nel buio e lo riempiamo di significati, di premonizioni, di profezie. Ma nessuno può conoscere il nostro destino. Nessuno può sapere quante stelle cadenti e quante fonti di meraviglia può contenere la nostra anima. E nessuno può sapere in quale modo la vita ci dona nuove stelle che illuminino il nostro cammino. O che almeno rendano meno buia la strada.
E ogni errore che facciamo offusca quel cielo. Siamo noi le nostre nuvole. Siamo noi che non diamo la possibilità alle stelle di brillare. Eppure “La nuvola nasconde le stelle e canta vittoria ma poi svanisce: le stelle durano” (Rabindranath Tagore). Le stelle durano. È il tempo che fa la differenza. È il tempo che rende frutto il seme. È il tempo che permette a una stella di diventare un punto di riferimento per i naviganti. È il tempo che può trasformare un sogno in un’illusione. O custodire un segreto fino a farlo diventare una storia da raccontare.
Perché alcune storie sono davvero come le stelle, che illuminano il cielo anche quando non ce ne accorgiamo. Anche se la luce dei lampioni è più forte, più facile da notare. È più facile cogliere quello che dovrebbe essere, quello che sarebbe meglio, più opportuno, più semplice… Ma la realtà è più creativa dei nostri “vorrei” e di tutti i “si deve”. E allora puntiamo gli occhi sulla luna, sulle stelle, e cerchiamo un frammento di infinito per sollevarci dalla terra greve. Proviamo a cercare qualcosa di più. Come il piccolo principe “Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua” (Antoine de Saint Exupéry). E può sembrare un controsenso, ma l’unico modo per trovare la propria stella è vivere questa terra.
Con il naso puntato in alto per scorgere nel cielo il rosso della battaglia che si svolge tra gli astri.
Per cercare un conforto e uno scopo dal nostro fango.
Per ricordarci che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (William Shakespeare) ma abbiamo la possibilità di diventare realtà. Abbiamo la possibilità di avere una storia da raccontare.

Da Fixing n. 31

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