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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:17:31, in I miei articoli su Fixing, letto 537 volte)

Arriva il momento in cui lo spettacolo finisce. Si svuota la platea al suono di un chiacchiericcio. Si spengono i fari che hanno illuminato la scena. E si accende una lampadina in un camerino dietro le quinte. L’attore si sveste di chi è stato, indossa i panni di chi è, e prepara la valigia per la prossima replica. Ma se quell’attore potesse abbandonare tutti i costumi di scena sulla sedia – sicuramente sdrucita – e potesse lasciare trucchi e maschere davanti allo specchio – sicuramente opaco - allora finalmente in quella valigia potrebbe infilare tutte le parole di cui ha bisogno. Via i tulle e i cappelli. Spazio ai libri e alle storie.
Nella pancia rettangolare della sua valigia, l’attore metterebbe quello da cui tutto ha avuto inizio. E tutto, sempre, ha inizio dalla poesia.
Pochi versi imparati a memoria alle elementari. Una filastrocca di Gianni Rodari. Quella dove l’autore all’avara formica preferisce la cicala, “che il più bel canto non vende, regala”. Poi sono arrivate le poesie d’amore di Neruda, i versi dialettali di Raffaello Baldini, qualcosa di fatale come Alda Merini. Perché la poesia è la prima forma di teatro, per chi non ha un palco dove esibirsi. Basta una serata tra amici, basta alzarsi dalla sedia e dire ciò che piace usando le parole di un altro.
Il personaggio arriva dopo. Quando la strofa diventa un copione. Quando la voce serve a esprimere il pensiero di qualcun altro. E il corpo è destinato a diventare una maschera.
Allora nella valigia dell’attore trova spazio Pirandello. Ma non solo i testi teatrali, anche le novelle, anche “Ciaula scopre la luna”, perché sapere che la luna esiste è un fatto scontato, ma vederla nel buio, forte come il sole, fa scoppiare a piangere.
E c’è posto anche per “Novecento” di Baricco. Un monologo. Un libro sottile che contiene tutta l’intera vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, passata su un transatlantico, a suonare un pianoforte e a dire addio a tutto ciò che esiste sulla terraferma.
Ma dentro quella valigia non mancano i romanzi. Non può mancare “Moby Dick” di Melville, perché anche le tavole di un palco scricchiolano e costano sudore proprio come quelle di una baleniera. E non esiste personaggio più teatrale, ed epico, del capitano Achab.
La valigia è ormai piena. Ma ancora c’è posto per un po’ di Shakespeare. In certi sogni che l’attore fa nelle notti di mezza estate è ancora il duca Teseo, e in fondo come lui ancora pensa che “Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia”.
Ma non l’attore. L’attore ha bisogno della realtà per poter interpretare chi non esiste.
L’attore ha bisogno del mondo per inventare se stesso ogni sera. Dentro la sua valigia deve mettere tutti i dialetti ascoltati per i vicoli dei paesi. I ricordi degli anziani raccolti sulla spiaggia. I pettegolezzi di due amiche, origliati al tavolino di un caffé. Deve mettere le confidenze dei bambini mentre giocano con i trenini. Le bugie di una ragazza al suo fidanzato. Il diario che la nonna scriveva in segreto.
Tutto, sempre, ha inizio dalla poesia, poi, però, è la vita di tutti i giorni che fa la nostra storia. È nella vita di tutti i giorni che prepariamo la nostra valigia. Attori di teatro. O attori del destino.

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Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:04:58, in I miei articoli su Fixing, letto 630 volte)

La poesia sembra possedere le chiavi dell’universo. C’è davvero qualcosa che la poesia non sa? Esiste un sentimento, un paesaggio, una guerra che la poesia non conosca?
In tre versi Ungaretti ci racconta la prima guerra mondiale e tutte le guerre che verranno, e tutte le guerre che ogni giorno combattiamo: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi le foglie” (“Soldati”).
Perché la poesia non è un mero intellettualismo. È azione. È gesto. È esperienza.
“Dove sono i poeti? Non c’erano poeti sotto le mura di Troia e nemmeno sulle navi con le quali ho solcato i mari. Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d’amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere”. In “Itaca per sempre” di Luigi Malerba, Ulisse diventa il poeta della sua Odissea, vivendola.
Perché la poesia conosce vivendo.
Sono anime gentili quelle dei poeti. Ma sono anche anime adulte, che non hanno paura di crescere, di diventare grandi. Non hanno paura di tentare, di rischiare, di affrontare se stessi. Il “fanciullino” di Pascoli è un animo capace di stupirsi, di provare meraviglia, di cogliere un linguaggio che vada al di là della razionalità. Avere un cuore bambino non significa fingersi piccoli per sfuggire alla propria coscienza.
La poesia non va a trovare le anime capaci di grandi discorsi e minime azioni.
Così come l’universo non si svela a chi parla come un adulto e vive come un bambino. Fare discorsi da grandi e comportarsi come ragazzini rende vuote le parole. E le parole senza vita sono aria stantia. Mentre la poesia è vento. È eterna.
La poesia non è dichiarare di provare vergogna, ma vergognarsi.
Non è in ghirigori di pensieri. Non è nelle alte vette raggiunte da altri. Non è nel commuoversi alle parole di qualcuno per poi tornare perennemente agli stessi alibi. Non è nell’ascoltare sempre e mettere in pratica mai.
La poesia è responsabilità. Un poeta non crede che il mondo riguardi gli altri.
La poesia non è nella vita quieta, ma è nella ricerca di una quiete dell’anima. Difficile da raggiungere. A volte impossibile. Ma è tendere a questo impossibile, il tentare di scoprire, che rende uomini, e rende gli uomini dei poeti. La scelta di quel cammino scomodo, e intimo, è già poesia, se i passi sono dei propri piedi. Se le parole vengono dalla propria bocca. Se l’esperienza fatta, la reazione avuta, ha scosso il sangue, non solo un formale disappunto.

Da Fixing

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