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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 30/01/2015 @ 17:04:06, in I miei articoli su Fixing, letto 612 volte)

 

Quando si entra in una chiesa si è sempre alla ricerca di qualcosa.
Si cerca una bellezza dell’arte, dell’architettura. Si cercano risposte. O semplicemente silenzio.
Quando non si sta svolgendo una messa, quando non ci sono turisti d’assalto che parlottano o gruppi che pregano, l’assenza di rumore regna incontrastata tra le navate. Qualcosa di surreale. Saranno i muri spessi. Gli alti soffitti a volta. Ma quello che c’è dentro una cappella è un silenzio che rimbomba da quanto è forte e profondo. Seduti su una panca, davanti all’altare vuoto, nella luce debole del tramonto che filtra dai rosoni, si può intuire come sia venuta a Giovannino Guareschi l’idea di quel crocefisso che parla con Don Camillo, nel suo “Mondo piccolo”.
E ci teneva Guareschi a sottolineare che se i preti si sentivano offesi per via di Don Camillo potevano rompergli un candelotto in testa. Se i comunisti si sentivano offesi per via di Peppone potevano rompergli una spranga sulla schiena. “Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari miei interni. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti”.
Una coscienza che si disseta dalle acque del Po e respira l’aria dell’Appennino. Un paese inventato, ma dalla collocazione ben precisa, in riva a una potente massa d’acqua che scorre, e fa scorrere via la guerra, la miseria, e alimenta l’impulso sanguigno della Bassa. Perché senza il grande fiume la chiesetta di campagna di Don Camillo non sarebbe mai stata costruita, mattone su mattone, dalla fantasia di Guareschi.
E il soffitto di quella chiesetta non sarebbe mai potuto tremare per la voce tonante del prete, che - dopo aver coperto con un drappo la testa del crocefisso, perché Gesù non sentisse – rimproverava senza peli sulla lingua uno scostumato possidente terriero. Sarà per il carattere impulsivo, a tratti collerico, ma un prete come Don Camillo riesce a rendere simpatico il Padreterno anche al farmacista ateo del paese. Conquista i parrocchiani più impensabili facendo uscire dall’altar maggiore il crocefisso, portandolo in processione da solo, e brandendolo come una clava davanti agli uomini di Peppone che non volevano farlo passare. Quel prete che chiede perdono al Signore perché il suo cervello è pieno di nebbia, è lo stesso che è pronto a rinunciare alla sua amata campana, portata via dai tedeschi, per far andare in colonia i bambini scheletrici del dopoguerra.
Se davvero esistesse, sarebbe proprio da visitare quella chiesetta di campagna dove volano parole grosse e ancora più grosse baruffe. Dove si scontrano, ma per lo più si incontrano, la fede per niente quieta del prete di campagna e l’arroganza per niente cattiva del sindaco meccanico. E il grande fiume che potrebbe straripare da un momento all’altro diventa testimone dell’innocenza di Don Camillo e della bontà di Peppone, in un mondo piccolo di strade e case, ma grande di forza di volontà. Dove l’unica cosa da raccontare sono gli uomini. I loro gesti spropositati, il loro azzuffarsi per un’opinione e darsi una mano per un bene comune. La voce grossa del parroco. Le imprese eclatanti del sindaco. Una lacrima che scende dal crocefisso per un atto di carità così toccante, che sarebbe più inverosimile se Gesù non si commuovesse davanti a tanta gentilezza.
Restino le cattedrali di tutto il mondo a testimoniare epoche in cui l’uomo credeva di rendere omaggio a Dio, costruendo opere di straordinario ingegno, immense e pesanti come solo la materia sa essere. Restino come monumenti, e vengano visitate con la stessa devozione con cui un monumento viene scrutato. Ma ciò che sopravvive alle epoche, trascende le religioni, e la politica, è quella chiesetta di campagna fatta solo di valori e antico buon senso, dove la coscienza è in grado di parlare, e una vecchia anima, senza dubbio troppo impulsiva, è in grado di sentire.

Da Fixing

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Di Simona (del 22/01/2015 @ 17:00:38, in I miei articoli su Fixing, letto 681 volte)

Costruire pensieri con la stessa cura e attenzione con cui si costruiscono palazzi. Costruire gesti che abbiano il gusto della gentilezza. Abitudini che siano momenti di condivisione.
Le città degli uomini hanno bisogno anche di questo. Perché – come sostiene l’architetto Renzo Piano - “la bellezza cambia il mondo e lo cambia una persona alla volta”. Ogni uomo è un architetto di quotidianità, di giornate spese sulla propria pelle. È ingegnere di ponti che costruisce con le persone che ama, e – se è un ingegnere di quelli bravi – anche con le persone che scarsamente sopporta.
Ogni pensiero è un disegno. Si possono disegnare illusioni con la facilità con cui si lascia circolare una matita su un foglio bianco. Ma si possono anche disegnare palazzi di meraviglia e splendore, accettando però che non sia altrettanto semplice. Anche il progetto più nobile deve fare i conti con cantieri di polvere e sudore. La matita si inceppa. I calcoli sono complessi. I rilevamenti ardui. Ti chiedi se la realizzazione della tua idea meriti tutta quella fatica. E ti accorgi che quando un progetto non è dettato dall’interesse e dalla convenienza, sembra quasi non abbia più valore. Nessuno ti sostiene. Nessuno ti dice quanto sei bravo. I più nemmeno lo vedono il disegno. Sei l’unico a crederci. Sei l’unico a vedere un palazzo dove gli altri vedono un ammasso di righe geometriche. Il piano sembra tanto irrealizzabile, che quasi quasi conviene lasciar perdere. Ma l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright ricorda a tutti che “Si realizzano sempre le cose in cui credi realmente. E il credere in una cosa la rende possibile”. Ci sono case che non crolleranno alla prima scossa di terremoto. Ci sono scorci di bellezza che accompagneranno gli uomini nei tempi, e da uomini sono stati costruiti.
Ci sono sogni che non sono stati realizzati ma hanno cambiato la visione del mondo. Come i sogni di vetro pensati dall’architetto francese Hector Horeau. “Fu un pioniere delle costruzioni in ferro e vetro, ma non riuscì ad attuare nessuno dei suoi notevoli progetti”, recita l’enciclopedia Treccani. Ma i suoi palazzi di vetro mai costruiti sono entrati nella narrativa, sono diventati una storia da raccontare, qualcosa che tutti possono leggere e qualcuno ammettere pure di aver vissuto: in “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, Hector Horeau diventa il custode di una magia, “È la magia del vetro. Proteggere senza imprigionare. Stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo. Sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente”. Horeau con il vetro si proteggeva da ciò che desiderava ma di cui aveva paura. Ma c’è chi ha altri progetti. C’è chi ha deciso di fare altro della propria esistenza. E ha deciso di rompere quel vetro sotto cui ci si sente tanto al sicuro. Di andare oltre le paure. Di salvarsi in un altro modo. Di tentare un disegno mai fatto prima. E di pagarne il prezzo, perché “Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato” (dal film “L’arte di vincere”). Gli altri, però, avranno una porta da cui passare. E questo, tutto sommato, è ciò che dà un senso a tanta fatica.

Da Fixing

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