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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 25/02/2014 @ 10:33:04, in I miei articoli su Fixing, letto 4531 volte)

Prima che il mare diventasse Riviera, la spiaggia era solo sabbia, il porto era un approdo non scontato per i pescatori, e l’orizzonte svelava il destino delle donne, che lo scrutavano in attesa dei loro marinai. Erano gli anni che precedevano la Seconda Guerra Mondiale. Le pescivendole aspiravano a fare la cameriera per una ricca signora. Le balie dovevano spostare i bambini dal letto quando arrivavano i loro babbi a dormire. Ma già in quegli anni qualcuno immaginava una vita diversa, dove per lavorare non bisognava solcare il mare e non essere mai certi del ritorno. Una vita dove il mare si poteva guardare con i piedi nella sabbia, vendendo l’ombra ai bagnanti. Inizia così la storia di “E’ Mer. Storie del nostro mare”, portato in scena da ExtraQ Teatro per la regia di Stefania Succitti.
Lo spettacolo – a cui ho avuto il piacere di collaborare scrivendo alcuni monologhi - prende ispirazione dagli scritti di Gualtiero Gori, autore dei libri “Se dormi svegliati. Serenate, canti d’amore, di nozze e balli tradizionali”, “La barcàza” e “La società dei marinai”(Panozzo editore). La fisarmonica di Cesare Succi, le musiche originali del gruppo Uva Grisa, e due poesie di Raffaello Baldini arricchiscono come perle questo progetto dedicato alla tradizione marinara e non solo.
Di tutti i sogni che un ragazzo degli anni Trenta poteva avere, il pescatore Pnel sceglie quello di diventare bagnino. Sogna di mettere due seggiole in riva al mare, dare l’ombrellino alle signorine e preparare i sardoncini ai clienti. Ma la realtà è solo nebbia nelle ossa, un mare che ogni notte decide la tua sorte, e quelle donne a gridare il tuo nome sulla palata. Poi le notti di tempesta svaniscono nei canti dell’osteria, nelle risate ubriache, nella calma ninna nanna della balia che cresce i figli di tutti, e nelle serenate d’amore. Si smorza la malinconia e arriva l’allegria, con una partita a briscola o con due confidenze scambiate dopo aver venduto tutto il pesce. I sogni però restano. E vengono trafitti dai bombardamenti, che infilzano il cielo e le vite. Ma quella guerra che fa smettere tante esistenze, non ferma i sogni di Pnel. E arriva il tempo in cui Pnel è diventato grande, ha una spiaggia da gestire, una moglie con cui litigare e un debole per le belle donne. È il tempo della rinascita, del sacrificio e della determinazione. Il tempo del birro, che beve zabaione a colazione, e non riesce a conquistare la “svizzerotta”. Il tempo delle sorelle Mascalzoni che della loro casa bombardata sono riuscite a fare una pensione con giardino, dove ospitano addirittura una diva del cinematografo. È il tempo di Cagnina che vende uva candita sulla spiaggia, e dell’ingegner Calvi venuto a costruire villette dove c’erano solo dune. Il tempo in cui cameriere e gran signori si ritrovano tutti sulla spiaggia o in balera. “Una vita che a uno gli passa la voglia di morire” ammette uno sfaticato custode.
Ma i sogni di Pnel dove sono finiti oggi? I ricordi dei nonni, i loro racconti hanno lasciato un’eco più forte della loro voce? Pnel cammina sulla riva. È anziano. Raccoglie i cannelli. E ha ancora fiato per un altro incontro…

“E’ mer. Storie del nostro mare” torna in scena sabato 1° marzo alle 21 e domenica 2 marzo alle 17, al teatro Astra di Bellaria.
Regia e adattamento teatrale di Stefania Succitti. Monologhi originali Simona Bisacchi Lenic. In scena Lara Balducci, Simona Bisacchi, Emanuela Ceccarini, Andrea Cenni, Francesco Conti, Stefano Della Rosa, Federica Fabbri, Antonella Gelsomini, Filippo Molari, Niccolò Montini, Emanuela Neri, Loris Pironi, Maurizio Vettraino.
Alla fisarmonica Cesare Succi. Tecnico luci Antonio Vanzolini. Tecnico audio Nicola Succi.
Con il Patrocinio del Comune di Bellaria e Igea Marina Ingresso € 10 Bambini fino ai 10 anni € 5 (sotto i 5 anni ingresso libero)
Per Prenotazioni Teatro Astra tel 339.4355515.

Da Fixing n. 5

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Di Simona (del 17/02/2014 @ 17:17:50, in I miei articoli su Fixing, letto 898 volte)

Sono giorni di neve. Di gente che vola, scivola e cade. Giorni in cui si mastica oro, e ghiaccio. E poi trionfi, catastrofi, velocità, imprese, occasioni perdute. Le Olimpiadi invernali sono un grande romanzo, dall’ambientazione esotica e la trama inverosimile.
La storia narra di un tempo - breve ma ciclico – in cui 88 nazioni si riuniscono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope (nel caso del curling). Il suo teatro è il mondo. Il suo protagonista è l’atleta. Nel breve intervallo di tempo e spazio che va dalla pista al podio, si svolgono le loro gesta imprevedibili, bizzarre ed epiche.
Tra le pagine dei Giochi di Sochi, capita di incontrare Armin Zoeggeler, che a 40 anni non solo arriva alla sua sesta Olimpiade, ma che per la sesta Olimpiade consecutiva conquista un posto sul podio scendendo giù con uno slittino a 130 Km all’ora, per poi fermarsi e - in attesa di fumarsi un sigaro con gli allenatori - dichiarare “Se a 40 anni riesco ancora a fare questo è anche grazie al mio mondo, un paesino molto piccolo dove sono sempre Armin e non la star, lì mi posso riprendere e ricaricare”. Gente tenace quella che scende sulla neve armata di uno slittino. C’è il tedesco Albert Demchenko, sette medaglie per sette olimpiadi. E c’è Fuahea Semi, del Tongo, pronto a tutto pur di partecipare ai Giochi, tanto da rinunciare al suo nome e assumere quello del suo sponsor, Bruno Banani, produttore tedesco di slip e affini.
C’è chi la tenacia non la mette solo in pista. Perché tutto quel correre, scivolare e spingere, può servire anche nella vita di tutti i giorni. Lo ha dimostrato lo statunitense Johnny Quinn, che rimasto chiuso in bagno ha sfondato la porta, sfruttando la tecnica che usa per spingere il bob. E c’è chi porta avanti la propria bandiera con tutto se stesso, mettendoci la faccia, la fatica e anche i pantaloni. Lo sciatore di fondo Tucker Murphy alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali ha sfilato in giacca, cravatta, scarpe lucide e… calzoncini corti in onore al suo paese, le Bermuda. E anche la più antica Repubblica del mondo ha i suoi rappresentanti, Federica Selva e Vincenzo Michelotti porteranno avanti i colori sammarinesi nello slalom gigante.
Ma come in ogni romanzo che si rispetti non possono mancare eroine d’altri tempi. In un’epoca in cui attirare i riflettori su di sé è diventato lo sport internazionale per eccellenza, sfugge a ogni controllo la decisione di Vanessa Mae, violinista da dieci milioni di album venduti, residente in Inghilterra, che si è ritirata dalle scene per un anno per prepararsi alle Olimpiadi, dove prenderà parte allo slalom gigante con i colori della Thailandia, e con il cognome del padre, Vanakom. La più giovane solista a registrare i concerti per violino di Tchaikovskji e Beethoven è riuscita a qualificarsi ai Giochi nonostante un gomito rotto. Dramma, determinazione e bellezza. Un po’ come Carolina Kostner, che nel corso della sua carriera ha conquistato l’oro mondiale ed europeo, ma non è mai salita sul podio olimpico. Ha un’ultima occasione e se la gioca sulle note dell’Ave Maria di Schubert e del Bolero di Ravel, armata di un’eleganza che nessuna quindicenne dalle innate doti tecniche può essersi ancora conquistata.
Il pattinaggio di velocità racconta la favola dei due gemelli olandesi, Michel e Ronald Mulder, saliti sul podio – rispettivamente al primo e al terzo gradino – dopo una gara fratricida. E poi c’è l’incredibile storia di Hubertus von Hohenlohe, unico atleta messicano, discendente di un’aristocratica famiglia tedesca, che a 55 anni affronterà lo slalom gigante vestito da mariachi. Il suo debutto alle Olimpiadi risale esattamente a trent’anni fa, in una irriconoscibile Sarajevo. Una Sarajevo in festa. Simbolo di una Jugoslavia unita e multietnica. Dieci anni dopo, lo Stadio Olimpico divenne un cimitero per le vittime di guerra, l’impianto di bob una trincea. Di quelle Olimpiadi oggi rimangono solo rovine. Eppure si narra di un tempo in cui le nazioni si riunirono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope…

Da Fixing n.6

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Di Simona (del 03/02/2014 @ 14:48:40, in I miei articoli su Fixing, letto 1252 volte)

 Ogni favola ha una sua morale. Anche Pinocchio ha la sua. Qualcuno potrebbe obiettare che Pinocchio non è esattamente una favola. In realtà, non lo è per niente. È più che altro il viaggio del singolo alla conquista della sua umanità. Il percorso di un individuo - burattino degli eventi e del destino - che cerca la dignità di uomo. Ma poi c’è quell’elemento fantastico, quel pezzo di legno che urla quando viene levigato, quel naso che si allunga al suono di ogni bugia, e quella fata che si trasforma ma rimane sempre turchina... E allora si pensa che queste siano pagine per bambini, che la realtà sia decisamente più in là, che la vita vera sia tutta un’altra storia, non certo quella di Pinocchio. L’elemento fantastico rende sempre tutto più leggero e surreale, e permette di non spaventarsi anche se quel gatto e quella volpe ci ricordano tanto qualcuno che abbiamo incontrato. Anche se tante volte ci siamo sentiti appesi per il collo. Anche se dentro la pancia di quel pescecane abbiamo perso la speranza e siamo rinati mille volte.
Se però siete di quelli che credono che Geppetto fosse un tenero vecchietto inerme, se credete che Mangiafuoco fosse così cattivo da non commuoversi davanti alla storia del burattino Pinocchio e del suo babbino, e se credete che il grillo parlante andasse in giro in smoking e mai avrebbe subito una martellata definitiva… Allora devo farvi una rivelazione: Pinocchio non lo ha scritto Walt Disney ma l’italianissimo Carlo Collodi, e la storia non è esattamente la stessa.
E forse nemmeno la morale. Perché la morale c’è sempre. E la morale di Pinocchio è che nella vita bisogna sempre essere buoni figli. Non basta essere buoni. E non basta essere figli. Bisogna scegliere un padre e seguire quello che dice per essere degni di diventare uomini, o per sempre saremo a metà, burattini senza fili, ma pur sempre burattini.
Il paese dei Balocchi sarà sempre lì ad aspettarci, e per quanto ne conosciamo le conseguenze rimane comunque la tentazione di chiudersi lì e pensare che è tutto a posto, che il mondo non ha bisogno di noi e che alla fin fine meglio divertirsi oggi perché “del doman non v’è certezza”. E sempre lì rimane la tentazione di credere che ci sia un modo o un luogo – reale o virtuale – in cui seminare quattro monete e raccoglierne intere ceste. Ma se tra tutte queste tentazioni non ci fosse il desiderio di far contento quel nostro babbo che ci ha forgiati con tanta cura e con tanta cura ci ha vestiti, se non ci fosse l’aiuto materno di una fata sempre disponibile ad aiutare ma non a farsi prendere in giro, cosa ne sarebbe dell’uomo? Per quante notti rimarrebbe impiccato al ramo di un albero? E da quanti pescicani dovrebbe venir divorato per farsi togliere di dosso quella pellaccia d’asino?

Da Fixing n.3

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