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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 22/09/2010 @ 12:18:01, in I miei articoli su Fixing, letto 842 volte)

“Da una parte c’era il mare, invaso di adolescenti in quell’ora bestiale. Dall’altra il muso dei casermoni popolari. E tutte le serrande abbassate lungo la strada deserta. Il mare e i muri di quei casermoni sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlavano contro. Non c’era niente da fare: via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria”.
Silvia Avallone, Acciaio (Rizzoli)

Il romanzo d’esordio di Silvia Avallone non ha bisogno di presentazioni. Vincitrice del Premio Campiello Opera Prima e seconda al Premio Strega (non ha vinto per un soffio contro Antonio Pennacchi e il suo “Canale Mussolini” Mondadori), in “Acciaio” l’autrice racconta la storia di Anna e Francesca, amiche inseparabili che vivono nei casermoni di via Stalingrado, a Piombino, una periferia operaia dove non è facile avere 14 anni.
“La mia intenzione era di parlare della realtà – racconta Silvia Avallone - La città di Piombino mi ha criticata, perché c’è chi crede che la letteratura debba fare pubblicità. Invece la letteratura può toccare tasti dolenti, ha un valore etico, là dove la tv tende a semplificare. Con il mio libro ho scardinato il mito operaio”. Una storia dove si alternano bellezza e squallore, arroganza e fragilità. “Dentro la bellezza e la verità c’è un nucleo di inquietudine che però secondo me aggiunge, non toglie – spiega Silvia Avallone - Sono andata a caccia di operai, di maschi che tradiscono le loro donne nei night, di donne che stanno a casa ad aspettare e in tutto ciò io ci ho visto la vittoria delle persone, dell’affetto, della comprensione. L’emancipazione della donna l’ho incontrata più in tv che nella realtà. E poi si parla molto di queste donne tanto emancipate, non hanno bisogno che la letteratura si scomodi per loro. Io invece racconto la realtà di donne brutte, grasse e che sanno poco l’italiano”.

Fixing n. 34 - 2010

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Di Simona (del 13/09/2010 @ 12:02:51, in I miei articoli su Fixing, letto 1539 volte)

C’è un periodo per ogni cosa. Anche quando si parla di lettura. Se hai voglia di frivolezze non cominciare Borges o lo odierai per sempre. Se hai voglia di avventura non leggerti un saggio o ti avvilirai. Ma se una mattina ti svegli e decidi di prendere in mano il libro che da anni ti consigliano, fallo. E preparati. Alla delusione. O alla grande scoperta.
E grande è stata la scoperta leggendo “Cuori in Atlantide” di Stephen King (Sperling&Kupfer, 2000). Qui non è il maestro dell’horror a raccontare. Qui lo scrittore diventa la mano del destino, che in cinque racconti – all’apparenza scollegati ma in realtà inscindibili – compone una tela complessa di mistero e ineluttabilità.
Tutto ha inizio con “Uomini bassi in soprabito giallo”, con l’incontro tra il piccolo Bobby Garfield e l’anziano Ted Brautigan. E qui ci troviamo di fronte allo Stephen King che preferisco, quello capace di raccontare l’amicizia e i sentimenti – spesso contrastanti e intinti nel sopranaturale – con la profondità di una penna che non si appoggia sul foglio, ma lo squarcia. Anche quando è delicato, Stephen King è così potente da lasciarti l’amaro in bocca. E quando non è delicato, la violenza diventa qualcosa di selvaggio, non colpisce solo l’immaginario, ti mozza il fiato, ti fa male allo stomaco da quanto ci affonda il suo pugno. Poi il libro procede spiazzando il lettore. Nel secondo racconto (cha dà il titolo al libro) nuovo protagonista, nuova ambientazione, altri anni. Gli anni che vedono nascere i movimenti contro la guerra in Vietnam. Gli anni in cui comincia a vedersi in giro il simbolo della pace. E in cui incontriamo Carol – il primo amore di Bobby - al college. È una giovane donna. È il filo conduttore di una storia che prende forma quando tutti sono bambini. Bambini che non dimenticano. Bambini che diventano adulti pieni di rimorsi e convinzioni che sfociano nell’errore, in onore di una giustizia imparata da piccoli. E gli anni procedono negli altri racconti (“Willie il cieco” e “Perché siamo finiti in Vietnam”, sotto tono rispetto al resto). E raccontano la guerra. Quello che ha lasciato a chi è riuscito a tornare. Quello che ha lasciato a chi non è mai partito. Fino a “Scendono le celesti ombre della notte” – brevissimo racconto conclusivo – che riporta in qualche modo alle origini, come se solo da anziani si riuscisse a guardare allo specchio il bambino che si è stati, senza vergognarsi. Come se tornare dove tutto ha avuto inizio fosse un dolore da affrontare solo quando ne hai incontrati tanti altri, tanto più forti. Solo allora ci si può sedere nell’angolo del bosco dove non avresti voluto più tornare. Solo allora ti puoi sedere lì, senza avere più paura ma solo nostalgia. Perché sedendoti su quella panchina, aprendo un vecchio libro, quello che vedi non sono gli errori, ma l’attimo prima, il momento preciso in cui ancora dovevi compierli. Il momento in cui avresti potuto fare qualcosa di diverso. Il momento in cui eri un bambino che dava la caccia a code di aquiloni appese ai cavi del telefono.

Fixing n. 34 - 2010




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Di Simona (del 03/09/2010 @ 09:44:29, in Diario, letto 895 volte)

Settembre. Ultimi sgoccioli di mesi un tantino intensi.
Se dovessi riassumere la mia estate lo farei così:
1. Gli amici sono una gran invenzione. Le lacrime agli occhi dal ridere pure
2. La piadina dell’Ilde è sempre la più buona di Rimini
3. Certe chiacchierate sono una flebo per l’anima
4. Il gelato quando è buono non fa ingrassare (e se fa ingrassare chi se ne frega)
5. Quando non sai come comportarti, comportati come se una persona che ami ti stesse osservando
6. Libri e taccuini sono compagni di viaggio indimenticabili
7. Basta una cinta e un abito cambia faccia. Ma anche il tacco 12 aiuta…
8. Non sempre è questione di guardare le cose da un altro punto di vista. A volte la si pensa diversamente e basta
9. Esprimi un desiderio… Ma non sentirti in colpa se non si realizza
10. La normalità non esiste. E se anche esistesse non saprei che farmene

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