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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di Simona (del 16/08/2010 @ 10:07:32, in I miei articoli su Fixing, letto 1653 volte)


“E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene
a volte credo di esserne certo
a volte invece sembra tutto uno scherzo
fuggono gli occhi come falene…”

da Dylan Dog n° 74
Il lungo addio

A volte un addio capovolge il mondo per come lo conosciamo. E se il mondo in questione è quello di Dylan Dog l’effetto può essere devastante. E allora benvenuti nell’universo parallelo di Tiziano Sclavi, che ne “Il lungo addio” si allontana da mostri, indagini e scene splatter, per regalarci una poesia. Una poesia davanti a cui anche Groucho, l’assistente un po’ pazzo di Dylan Dog, per una volta – l’unica volta nella storia del fumetto! – non trova parole. Rimane zitto. Si comporta quasi da persona normale. Non servono le sue battute in queste tavole. O forse anche lui è sopraffatto dalla storia di Dylan e Marina, il primo amore dell’indagatore dell’incubo. Amore mai dichiarato e già perduto. Il presente e il passato si avvinghiano in una lenta danza onirica tra i disegni mozzafiato di Carlo Ambrosini. E la strada verso Moonlight - la strada che Dylan percorre per accompagnare a casa Marina – è un viaggio in un’estate lontana, in cui tutto poteva ancora accadere. Ma poi nulla è andato come pensavano. E questa Marina che ancora si passa due dita tra i capelli come faceva da ragazza, questa Marina che in un’estate ha reso Dylan Dog tanto di ciò che è ora, questa Marina non è più concreta di un sogno, non è più fisica di un ricordo. È solo un’occasione per dirsi addio. Come non avevano mai fatto.

Fixing n. 31 - 2010
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Di Simona (del 12/08/2010 @ 10:01:42, in I miei articoli su Fixing, letto 1071 volte)


La parola addio è piena di significati, perché a qualunque cosa o persona sia rivolta, c’è tutta una storia dietro. C’è il perché lo si dice, il come, c’è quello che è avvenuto prima e ha portato fino a quel momento. E c’è tutto quello che verrà dopo. O meglio, quello che si spera – e si teme - venga dopo.
A volte si è costretti a dire addio all’immagine che abbiamo di noi stessi, come ne “La carriola” (a proposito, qui il testo integrale) di Luigi Pirandello (in “Novelle per un anno” e anche nell’audiolibro “Pallino e Mimì – La carriola” edito da Il narratore Audiolibri).
Non basta avere una professione stimata, una famiglia da cui tornare. Non basta l’intelligenza. E nemmeno la follia. L’immagine che proiettiamo di noi non basta, per capire chi siamo. E l’avvocato tratteggiato da Pirandello lo capisce. Lo capisce in un momento apparentemente senza significato, mentre viaggia su un treno verso casa. Capisce che ha passato la vita a indossare maschere, spesse e variegate maschere che cambia a seconda della festa a cui è invitato. Sempre straordinario Pirandello. Sempre incredibilmente attuale, attento all’inquietudine dell’uomo, a quello che si rimescola nel suo animo. E sempre pronto a raccontarlo con uno stile scorrevole, con parole che scivolano veloci sotto gli occhi.
“Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo”.
E allora addio a quello che un uomo è stato, se finalmente ha deciso di scoprire se stesso. Addio a ciò che la famiglia, gli amici e la società da lui hanno sempre preteso, senza chiedere mai, in un ordine muto e costante che creava strati di sensi del dovere e di colpa a cui non poteva scappare. C’è una soluzione a questo addio? C’è un addio che faccia meno male di così?
C’è quello che viene dopo. C’è il momento in cui quest’uomo decide di strappare via quello scudo pesante e serrato che aveva appoggiato sull’anima e decide a suo modo di liberarla, smettendo di nasconderla almeno a se stesso. C’è la ricerca di una sopravvivenza che non sia solo apparenza. C’è un desiderio di portare avanti quella messa in scena che non sa bene quando e come ha costruito ma a cui – ammettiamolo – ormai si è affezionato. Una messa in scena di cui crede abbiano bisogno anche quelli che lo circondano. Ma c’è anche il desiderio di creare uno spazio che sia solo suo. Un momento in cui essere pienamente se stesso. Ogni giorno. Ogni giorno un po’ di follia. Un po’ di quello che sarebbe potuto essere. Ogni giorno il sapore della vita che si è svelata ai suoi occhi.
L’avvocato non rinuncia all’esistenza che fin lì ha costruito. Ma nel segreto del suo studio compie un gesto, sempre lo stesso. E in questo gesto lui non è padre, non è marito, né avvocato, né borghese. È libero. E ognuno si conquista la propria libertà come può, dove può, per il tempo che gli è concesso o che lui stesso si concede.
Sarebbe bello però se la libertà non fosse solo un gesto innocuo da dover compiere di nascosto.
Sarebbe bello se la libertà non fosse solo un gesto di cui in fondo ci si vergogna.

Da Fixing n.31 - 2010
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