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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 24/07/2010 @ 10:35:10, in Letture e spettacoli, letto 725 volte)

Un mondo dove vivono uomini, sacerdoti, guerrieri, ma anche maghi e stregoni. Un mondo dove magia e stregoneria sono pratiche assolutamente diverse tra loro e dove gli dei sono egoisti e capricciosi quasi quanto nella mitologia antica. Questo è il mondo creato da Luca Centi, giovane scrittore de L’Aquila, che ha debuttato nel mondo del fantasy nel 2009 con “Il Silenzio di Lenth” (Piemme editore). Un libro che tiene il lettore sveglio, perché è un libro che ha bisogno del lettore. È il lettore che piano piano deve scegliere da che parte stare, proprio come il protagonista Windaw. Perché nel mondo di Lenth non è importante solo quale tipo di azione scegli di fare, ma anche l’intenzione con cui la fai.
Come è nato questo mondo?
“Per puro caso - spiega l'autore - All’inizio c’era solo un racconto, poi sono diventati due. Alla fine mi sono ritrovato con così tante storie che ho deciso di unirle, insieme all’ambientazione, creando parte del mondo di Lenth. Il resto è venuto da sé”.
E come ha preso corpo questa storia “corale”?
“Di nuovo, per puro caso. I vari racconti che avevo scritto erano tutti incentrati su personaggi diversi, troppi forse. Così ne ho creato uno nuovo, Windaw, un protagonista in grado di unire tante vicende dando loro un senso compiuto”.
Nel libro ci sono tanti personaggi e tutti piuttosto complessi. In un’intervista hai dichiarato che in molti di loro c’è qualcosa di te. Raccontaci che cosa.
“Sì, è vero, ogni personaggio ha qualcosa di mio. Gabriel è forse quello che più mi rappresenta, nonostante appaia per poche pagine e sono nella prima parte. L’insicurezza di Lea, l’incertezza di Windaw e la fermezza di Kaas sono comunque parte del mio carattere. Per Julah (ma anche Gludia) il discorso è più complesso. Diciamo che sono una parte di me che è poi presente in tutti, quel lato oscuro che ci sforziamo di reprimere ogni giorno ma che potrebbe venire fuori quando meno ce l’aspettiamo. E poi Julah sotto sotto è simpaticissima!”
Il bello di Lenth è che praticamente nulla è come sembra. A ogni pagina le situazioni – e ancora di più i personaggi – acquistano nuove sfumature, nuove intenzioni, e quello che sembrava buono non lo è più. E quello che sembrava cattivo è salvifico. Come nasce questa contrapposizione così forte e allo stesso tempo sempre in evoluzione?
“Leggendo fantasy, specie quello classico, si nota spesso una netta contrapposizione tra bene e male, tra bianco e nero. In pochi si sono soffermati su quella zona grigia che comunque esiste, anche se non viene mai nominata. Ho provato a rendere Lenth totalmente grigio, a ribaltare la prospettiva per non annoiare troppo il lettore. La stessa Julah di cui si parlava prima, è vista con gli occhi dei suoi “fratelli e sorelle”, come una traditrice, quindi una donna capace di tutto pur di raggiungere i propri fini. Ma proprio nel secondo volume mostrerà un lato del suo carattere abbastanza nascosto. E forse l’opinione che si ha di lei cambierà”.
La Fede dei maghi diventa quasi un fanatismo che trasforma i sacerdoti in poco più che burattini. Cosa c’è di più forte della Fede a Lenth?
“Lenth è fede. E’ una delle tematiche-pilastro della storia completa che ho in mente. L’aforisma che meglio descrive Il Silenzio di Lenth è La verità rende liberi, una verità capace di smuovere persino l’animo dei più fedeli. E poi in Lenth la fede raramente è pura. Quella dei maghi, ad esempio, si fonda sulla menzogna. E non appena qualcuno scopre questa menzogna, come Goyah o Windaw o Lea o Keira, reagisce allo stesso modo: cercando di conoscere la verità”.
Windaw, ma anche i Custodi che conosciamo all’inizio del libro, vorrebbero rifiutare il loro compito, il loro dono, ma questo non è possibile. Quanto conta il destino, il fato nelle terre di Lenth? E quanto è difficile accettarlo?
“L’accettazione, specie nella prima parte del romanzo, è molto importante. Ogni personaggio la raggiunge in modi e tempi diversi; alcuni poi, come Gabriel, non la raggiungeranno mai del tutto, preferendo affidarsi alle tenebre piuttosto che alla luce. La mia idea di destino poi è completamente diversa da quella mostrata nel romanzo. Lì cerco di difendere entrambe le fazioni, chi crede nella predestinazione e chi nel libero arbitrio, restando appunto nella zona grigia. Io invece sono convinto che ognuno di noi abbia una strada ben precisa davanti”.
Tu sei un appassionato di manga. Questo genere influenza – o ha influenzato – la tua scrittura?
“I manga mi hanno influenzato tantissimo. Spesso per imprimere nella mente l’immagine di un luogo o l’aspetto di un personaggio, ricorro al disegno vero e proprio. Mi aiuta a concentrarmi sugli aspetti più importanti, tralasciando le caratteristiche più banali. E poi è anche una forma di antistress incredibile! Bastano pochi minuti di chiaroscuro a rendere tutto più semplice!”.
Quando esce il secondo volume di Lenth? E quando si concluderà la trilogia?
“Il secondo volume uscirà nei prossimi mesi, anche se non si sa ancora una data precisa. Pur avendo la storia in mente, infatti, ogni tanto modifico alcuni passaggi. Cerco sempre di raggiungere l’obiettivo prefissato, ma le strade che scelgo sono diverse. In questo aiuta anche la lettura, un alleato prezioso quando si scrive”.

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Di Simona (del 13/07/2010 @ 10:20:14, in Laboratori e Incontri, letto 597 volte)

Da alcuni anni tengo laboratori di scrittura. Ma quello che mi aspetta questo week end è qualcosa di assolutamente nuovo, perché non sarà un corso ma una sorta di seminario, una full immersion, nel genere fantasy. A Verucchio, venerdì 16 e sabato 17 luglio, dalle 15.30 in poi, parlerò (poco) e farò scrivere (molto), in due giornate che spero saranno soprattutto un confronto. Un momento in cui cercherò di soddisfare le curiosità di chi sarà lì con me. Non sono un’insegnante, quindi non darò insegnamenti. E nonostante la mia “veneranda” età non sono nemmeno abbastanza vecchia per dare consigli: De Andrè diceva che “la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio” e – ahimè – personalmente il cattivo esempio posso darlo ancora e ancora! Quindi, in queste ore insieme darò più che altro indicazioni, racconterò alcune vie che val la pena prendere in considerazione ma che solo chi scrive deciderà se seguire o abbandonare. Insomma, i veri protagonisti saranno le persone che avrò davanti e che spero arriveranno piene di domande, voglia di fare, scrivere e raccontarsi, perché il fantasy è un universo intero e in compagnia è più divertente esplorarlo!
L’iniziativa rientra nel programma di “Fantastici castelli. Il fantasy nelle rocche malatestiane”.

Il laboratorio si svolgerà venerdì 16 e sabato 17 luglio dalle 15.30.
Rientrando in un progetto europeo, i partecipanti pagheranno solo la quota d'iscrizione di 10 euro.
Per info e prenotazioni 0541.670222

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Di Simona (del 05/07/2010 @ 11:02:47, in I miei articoli su Fixing, letto 791 volte)

È cresciuto leggendo Verne e Stevenson. Non stupisce quindi che da bambino volesse fare l’esploratore. “È stato brutto scoprire che avevano già scoperto tutto. Ho pensato che si sbagliavano”. E in effetti si sbagliavano, perché John Boyne non avrà trovato il centro della terra o l’isola del tesoro, ma ha scoperto storie che hanno conquistato il mondo, come La sfida (Bur), e Il bambino con il pigiama a righe (Rizzoli), best seller internazionale da 5 milioni di copie vendute.
Questa superstar della narrativa ha incontrato i suoi a lettori a Rimini, a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono (e che piace molto anche agli adulti, vista la partecipazione di genitori, insegnanti, addetti ai lavori o appassionati): un vero e proprio gioiellino organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17.
In attesa del nuovo romanzo Il bambino con il cuore di legno (Rizzoli) – ma in Italia non si possono tradurre i libri di Boyne senza metterci la parola bambino nel titolo? – l’autore ha parlato della sua opera di maggior successo, che racconta l’amicizia tra Bruno, figlio di un comandante delle SS, e Shmuel, chiuso in un campo di concentramento. “Una notte mi è venuta l’idea di due bambini che parlavano divisi da un recinzione di filo spinato. In soli due giorni e mezzo ho finito la prima bozza: ero sopraffatto dal libro. Mi dicevo non pensare troppo, non farti prendere dagli intellettualismi, vai avanti”. Boyne sapeva pochissimo dell’Olocausto, finché non ha letto Se questo è un uomo di Primo Levi. “Mi ha fatto crescere dentro l’orrore, spingendomi a documentarmi in cerca di risposte. Quando nel 2004 ho scritto questo libro, ricercavo già da 15 anni”.
Sin dall’inizio sapeva che il protagonista doveva essere un bambino, perché erano necessaria quella ingenuità e quella innocenza. “Non poteva però essere il bambino ebreo, perché pur avendo letto tanto non potevo immaginare cosa significasse stare dentro a un campo di concentramento. Potevo invece immaginare di guardarlo da fuori. Questo fanno gli scrittori: camminano verso il filo spinato e cercano di guardare dentro”. Ed è proprio avvicinandosi a questo filo che la vita di Bruno diventa altro. “Quando scopre cosa fa il padre, deve decidere da che parte stare. Alcune situazioni, tra cui veder picchiare il suo amico, gli fanno capire che tutto questo non è giusto”.
Non c’è violenza tra le pagine, perché quando accade qualcosa di tremendo Bruno non trova le parole e non lo descrive. “Mio nipote che allora aveva 10 anni avrebbe voluto un lieto fine ma per me questo è un finale onesto. Chi legge rimane turbato ma si accorge che questi due bambini così diversi condividono una fede, hanno delle somiglianze, come se il filo spinato fosse uno specchio. Vorrei che il lettore si allontanasse dal libro capendo quanto è sbagliato il pregiudizio”.
Dal libro è stato anche tratto un film. “Ho cercato di essere di aiuto a regista e produttore, non distruttivo. Mi soffermavo prima sulle cose positive poi educatamente chiedevo ciò che non capivo, così si è creato un rapporto di fiducia e rispetto. Il risultato è un film assolutamente dentro lo spirito del romanzo”.

Da "Fixing" del 2 luglio 2010

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