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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di Simona (del 19/04/2010 @ 18:03:34, in I miei articoli su Fixing, letto 796 volte)

Per essere una buona lettura, un libro non deve essere per forza un tomo di mille pagine, un concentrato di profondità. Non deve nemmeno atteggiarsi a impegnato o impegnativo. Non ci deve obbligatoriamente ricordare tutti i problemi del mondo. Un libro può anche sdrammatizzare, può essere letto in un’ora, può non essere un capolavoro, avere mille pecche ma rimanere comunque una buona lettura, lasciarti comunque qualcosa. Sono una sostenitrice (anche) delle letture leggere. L’importante è che non scadano nella banalità.
Qualche tempo fa il mio amico Muro mi ha consigliato un romanzo di Eric Emmanuel Schmitt, intitolato “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o).
Schmitt è un autore francese molto eclettico. È un autore teatrale (sua la pièce “Piccoli crimini coniugali”), uno sceneggiatore cinematografico (“Lezioni di felicità” – tratto da un suo racconto - è un film semplice e trasognato che spiega molto bene come la gioia nell’affrontare una quotidianità non proprio brillante migliori l’esistenza fino a farla cambiare e renderla più bella dei tuoi sogni) e uno scrittore di successo. Suo il romanzo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” da cui è stato tratto il film con un grandissimo Omar Sharif.
La storia de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” è molto semplice: Jun è un ragazzino mingherlino di quindici anni che vive per le strade di Tokyo, da solo, vendendo chincaglieria molto brutta. Non ha più il papà, sua madre è un’analfabeta che sembra capace di prendersi cura di tutti tranne che di lui, e al mondo non ha nessun altro, non un amico, non un insegnate perché a scuola non ci va. La sua vita sembra destinata a svanire così, nell’assenza di prospettive e in un corpo talmente gracile da risultare quasi invisibile. Ma qualcuno si accorge di lui. Un maestro di sumo lo vuole nella sua Accademia, perché vede in lui “un grosso”. Jun si ritrova catapultato in una realtà di cui non aveva mai nemmeno lontanamente sospettato il fascino e la profondità. Impara la forza, la potenza sottile delle energie, l’accettazione di sé, dei propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità, attraverso il buddismo zen (che tra l’altro in Occidente va molto di moda, come se nella cultura europea non ci fosse un insegnamento altrettanto forte per sfuggire al consumismo, alla fretta e alla meccanicità dell’esistenza…).
Ci sono momenti di questo libro davvero toccanti. Toccanti le lettere di una madre analfabeta che senza scrivere una parola riesce a dire tutto: un foglio bianco con una piccola macchiolina nel centro per far sapere al suo bambino quanto ha pianto quando se ne è andato; una pietra grigia per raccontargli la pesantezza del suo cuore; un vecchio collare spezzato per lasciarlo libero… Interessante anche quando il vecchio maestro spiega a Jun perché nonostante l’attività fisica e il cibo non riesca a crescere, ingrassare, prosperare: “perché non è possibile nutrirsi di se stessi”.
Il libro però non è tutto così. Ripeto se avete voglia di una lettura leggera, questo può essere una soluzione. Ma non aspettatevi troppo. Non fatevi ingannare dai passaggi ricchi di significato nella loro semplicità. Le frasi scontate sono dietro l’angolo. E non mancano nemmeno soluzioni che lasciano un po’ perplessi. Quando però un libro non ha pretese è un rischio che si può accettare. Nulla di indimenticabile. Ma un modo piacevole di passare qualche ora.
E se poi vi sentite un po’ come Jun, come uno destinato a rimanere quasi invisibile allora sarà particolarmente incoraggiante leggere la storia di questo ragazzino, che nel suo impegnarsi per diventare “grosso” impara a diventare “grande”.

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Di Simona (del 12/04/2010 @ 16:23:44, in Letture e spettacoli, letto 584 volte)

La tua vita può cambiare in un secondo. Puoi avere più di 50 anni. Avere una famiglia. Un lavoro che non solo ti piace ma in cui credi. Puoi essere soddisfatto, realizzato. Puoi essere quasi “abituato” al mondo che ti circonda, anche se non è un mondo semplice. Anche se è un mondo crudele. Anche se è l’Afghanistan. L’Afghanistan delle “vette che sembrano toccare il cielo”. L’Afghanistan “prigione a cielo aperto, che mi opprime per l’impossibilità di girare liberamente a causa di dieci milioni di mine disseminate in tutte le trentaquattro province. Un intero paese punteggiato dalla morte”. Così lo descrive il reporter Daniele Mastrogiacomo, autore de “I giorni della paura” (edizioni e/o).
Loris Pironi, direttore di Fixing, lo ha intervistato in un incontro pubblico, dove l’autore non ha semplicemente presentato il suo libro ma ha sinceramente raccontato la sua storia.
Matrogiacomo è un reporter di Repubblica. Dopo alcuni anni nel territorio afgano, nel 2007 Daniele viene rapito dai talebani. Rimane loro prigioniero per due settimane. Due settimane di puro terrore. Gli “studenti coranici” gli annunciano che verrà giustiziato. Vede il suo autista Sayed venir ucciso, decapitato, davanti ai suoi occhi. E nemmeno il suo amico Ajmal, l’interprete con cui collaborava da cinque anni, ce la farà: lui e Daniele vengono liberati nello stesso momento ma Ajmal viene catturato subito dopo, tenuto prigioniero altri due mesi e poi ucciso.
Lo stesso volevano fare con Mastrogiacomo. Ma non ci sono riusciti. Lui è vivo e con non poche difficoltà riesce a raccontare ciò che ha vissuto, come è caduto nella trappola dei talebani, cosa ha voluto dire essere prigioniero e come è avvenuta la liberazione. Ma nel libro c’è altro. C’è il cielo dell’Afghanistan, l’inquietante quotidianità dei giovani talebani, capaci di giocare a calcio dopo aver compiuto un’esecuzione. C’è non solo lo scontro ma il confronto con il nemico. E con se stesso.
“Tornato a casa non volevo far altro che dimenticare tutta questa esperienza – spiega l’autore - Ma non ci sono riuscito. E ho capito che è qualcosa che mi porterò sempre addosso. La scrittura mi ha aiutato ad affrontare tutto questo. Ho scritto quello che mi è successo per una reale necessità. Necessità di raccontare la storia di Ajmal e Sayed. Necessità di far sapere cosa è successo veramente”.
Nella parte conclusiva del libro, Mastrogiacomo scrive:
“Molti considerano questa vicenda semplicemente una brutta storia di sangue. Io voglio ricordarla come un’esperienza che mi ha catapultato nel profondo del mio animo. Che mi ha rafforzato. Nei legami affettivi, nelle piccole cose quotidiane, nei valori umani. Nella mia professione. Lasciarla preda dei ricordi e dei fantasmi sarebbe stato egoista”.
Non so se la scrittura guarisce ma sicuramente accudisce. Si prende cura di te e di quello che hai dentro. E non sempre è facile condividere ciò che scrivi, perché vuol dire lasciare agli altri un po’ di te.

 

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Di Simona (del 08/04/2010 @ 16:25:54, in Laboratori e Incontri, letto 766 volte)

Flying è il nostro obiettivo. O meglio, il nostro obiettivo è far uscire il secondo numero di Flying, la rivista interamente scritta dai ragazzi delle medie che hanno partecipato a Giornalisti in erba. Il laboratorio - tenuto da me e da Loris Pironi, giornalista professionista, direttore del settimanale Fixing – ripartirà giovedì 15 aprile e proseguirà fino al 3 giugno, sempre nella sede dell’associazione culturale Laboratorio di Myriam (centro storico di Rimini).
Non ho molto da aggiungere perché credo che la rivista frutto del lavoro dei ragazzi racconti benissimo quello che facciamo al corso. Ci siamo avvicinati al mondo del giornalismo cercando innanzitutto di capire come nasce e come va trattata una notizia, ma anche come va letta nella giusta maniera. Questi i passi iniziali che hanno portato alla stesura dei primi articoli e alla scelta dei temi da trattare nella rivista, seguendo le passioni e gli interessi dei ragazzi (che hanno anche scelto e disegnato il titolo della testata).
Personalmente non vedo l’ora di conoscere i prossimi argomenti di Flying…

Gli incontri si svolgeranno ogni giovedì dalle 17.15 alle 18.30 (ma i genitori non si arrabbino se qualche volta stiamo insieme dieci minutini in più!) per un totale di 8 incontri.
Per informazioni e iscrizioni Laboratorio di Myriam tel. 0541.24138 (dal lunedì al sabato ore 10-12.30 e 17-19.30. Martedì solo mattina)

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