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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 18/11/2009 @ 12:07:10, in Letture e spettacoli, letto 1220 volte)
La follia è una costruzione culturale, sosteneva Foucault. Questo è il perno intorno cui ruota “Stravaganza” un testo teatrale di Dacia Maraini, scritto nel 1986 e oggi portato in scena nei teatri italiani da Claudio Misculin e dalla sua Accademia della Follia.  A raccontarci qualcosa in più di questo spettacolo è proprio la scrittrice Dacia Maraini.  
“Stravaganza” racconta la storia di cinque malati di mente, della loro esistenza, tra timori e relazioni personali, dentro e fuori dal manicomio. Qual è il confine tra follia e stravaganza?
“Lo spettacolo nasce da una serie di inchieste che feci prima della Legge Basaglia e dalla Legge Basaglia stessa, che portò alla chiusura dei manicomi. Spesso in questi posti i matti si costruivano: il più delle volte erano solo persone depresse ma quello che accadeva in quelle prigioni li segnava per tutta la vita. Come è accaduto ad Alda Merini, che ha conosciuto il manicomio più duro, quello con le sbarre alla finestra, ma alla fine ne è uscita e questa esperienza terribile non le ha impedito di scrivere cose meravigliose”.
Il ritorno dei protagonisti alle proprie case comporta l’esclusione, il rifiuto e anche la paura. Eppure nel finale c’è un riscatto dato dalla speranza di qualcosa di diverso.
“I protagonisti della storia, che non sono dei veri e propri pazzi ma delle persone stravaganti, dopo la Legge Basaglia devono tornare dalle rispettive famiglie dove si accorgono di essere stati ormai sostituiti, sono esclusi o addirittura temuti. E quando capiscono che quella non è più casa loro, decidono di unirsi, di andare a vivere insieme. La creazione di luoghi in cui stare insieme - in cui i malati psichiatrici vengano trattati come gli altri malati e non come dei prigionieri - era ciò che la Legge Basaglia si auspicava ma che in realtà è stato realizzato solo in pochissimi posti in Italia. I protagonisti vengano riscattati da loro stessi, dalla loro scelta di non restare con chi li tratta come delinquenti: se si controllano le statistiche emerge che il 99% dei delitti vengono compiuti da persone cosiddette ‘normali’, che non sono mai state in manicomio e che mai avresti considerato capaci di uccidere o fare stragi”.
Per la prima volta “Stravaganza” viene portato in scena da una compagnia composta per lo più da ex pazienti psichiatrici. Come è stato lavorare con l’Accademia della Follia?
“Sono ragazzi molto bravi. Ho lavorato in prima persona con loro e sono rimasta davvero colpita dalla loro straordinaria disciplina. Li distingue il fatto che sul corpo portano il segno di questa malattia e questo rende lo spettacolo molto credibile, toccante”.
Per respirare follia oggi non è necessario incontrare dei malati psichiatrici. Quali sono secondo lei i gesti folli che si possono vedere nel mondo cosiddetto “normale”?
“Considero follia l’aggressività verbale, la deriva linguistica. Il fatto che le persone comuni ma anche i politici si insultino apertamente indica un profondo squilibrio, qualcosa che non dovrebbe assolutamente essere considerato normale”.
È quindi folle privare la parola del suo valore …
“Purtroppo c’è una forte spinta culturale a svuotare di ogni significato la parola, che invece è un grande strumento di critica, di comunicazione e di cambiamento. Fortunatamente gli scrittori ancora tentano di salvare questo valore”.


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Di Loris (del 13/11/2009 @ 17:24:35, in un po' di rassegna stampa..., letto 1102 volte)
di Carlotta Frenquellucci

Al via al Mulino di Amleto di Rimini la quarta, e probabilmente ultima, stagione de "La Nube di Oort - Transiti di nuovo teatro". La rassegna, nata per osservare il transito del "nuovo teatro", propone sette spettacoli caratterizzati dalla spiccata carica innovativa e dalla indubbia qualità, con alcune incursioni particolari nel mondo della musica.  Si parte il weekend del 7 e 8 novembre con "Cose dell'altro mondo - diario dal Congo", con Teodoro Bonci del Bene, attore riminese che ha studiato alla scuola di Mosca del celeberrimo maestro Stanislavskij. Sabato 14 novembre il Mulino ospiterà la compagnia Libero Fortebraccio Teatro in "Iago", concerto scenico di Roberto Latini e Gianluca Misiti. Il 21 novembre "Sul confine", di e con Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi: in equilibrio tra drammaturgia e coreografia l'incubo di due uomini proiettati oltre il ricordo. Sabato 28 novembre "Si l'ammore no", di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano (Kataklisma - amnesiA vivacE), finalista al Premio Tuttoteatro.com 2008. Sabato 5 e domenica 6 dicembre si gioca in casa con "Mani in alto...!!!" (Banyan Teatro) per la regia di Gianluca Reggiani, l'Odissea di un uomo qualunque alle prese con il desiderio e l'ambizione di riuscire a realizzare se stesso nella società in cui vive. Domenica 13 dicembre va in scena Fever 103° di NicoNote, performance che prende il nome da una lirica di Sylvia Plath. Un "concerto per voce, cd, dischi e laptop" con musiche e testi di NicoNote ma anche di tante "guest star" da Elvis Presley a Robert Schumann per la musica, da Shakespeare a Yeats per la letteratura. La stagione si chiude sabato 19 (ore 21.1) e domenica 20 dicembre con la prima assoluta di "Nato da donna" (Compagnia Extra Q), spettacolo che trasporta gli archetipi di quattro eroine del mito ai nostri tempi. Ideato e diretto da Stefania Succitti che ne ha curato i testi, lo spettacolo vede in scena Julia Alimasi, Lara Balducci, Simona Bisacchi, Emanuela Neri e Stefania Succitti. La scrittrice riminese Simona B. Lenic per l'occasione ha scritto un testo originale dedicato a Teti. A gennaio (8,9 e 10), infine, un fuori programma con la compagnia Banyanteatro-Lab in "I Lunatici" ideato da Marco Bianchini e Roberto Peruzzini. Lo spettacolo, tratto dal romanzo di Ermanno Cavazzoni "Il poema dei lunatici", racconta la storia tra sogno e realtà di Ivo Savini che ispirò Federico Fellini per "La voce della luna".
Gli spettacoli hanno inizio alle ore 21.15. Info e prenotazioni tel. 0541.752056 - info@banyanteatro.com

da Chiamami Città 624 RIMINI - Notizie cultura - mer 04 nov 2009

 

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I libri hanno un loro fascino nascosto tra le pagine. Ma hanno anche un fascino esteriore, un loro modo di apparire che può catturare l’attenzione o incuriosire. A volte è un titolo che ci colpisce subito. L’immagine di copertina che ci rimane impressa. O un formato particolare. E se passeggiando per la libreria vi è capitato di adocchiare dei libri dall’aspetto snello, quasi slanciato da quanto stretto e lungo, allora avete avuto il piacere di incontrare i frutti della casa editrice Iperborea. Questi libri dall’aspetto particolarissimo contengono un tesoro prezioso e spesso ancora da scoprire: la letteratura del Nord Europa,  un mondo scandito da un ritmo tutto suo, un’umanità possente e tenera, autori e storie che prima del 1987 – anno di nascita della casa editrice Iperborea – in Italia erano quasi totalmente sconosciuti. Come mi ha raccontato la fondatrice Emilia Lodigiani.
Come è nata l’idea di creare una casa editrice “dedicata” alla letteratura del Nord Europa?
“L’idea è nata 23 anni fa da una passione personale. Ho avuto un primo approccio con la letteratura medievale del nord Europa, attraverso lo studio di Tolkien su cui avevo scritto un saggio ("Invito alla lettura di Tolkien" Mursia, nda). Poi ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Karen Blixen, che pur essendo danese scriveva in inglese e riuscivo quindi a leggerla. In quegli anni vivevo a Parigi e ho cominciato a cercare autori nordici nelle librerie, fino a scoprire la Bibliothèque Nordique di Saint-Geneviève specializzata in questa letteratura. Quando sono tornata in Italia ho però scoperto con dispiacere che gli autori nordici contemporanei non erano pubblicati e i classici erano quasi introvabili. Così nel 1987 ho partecipato alla Fiera di Francoforte con un progetto che prevedeva la pubblicazione di dieci dei più grandi autori nordici: non solo me li hanno concessi ma sono stati felici che qualcuno finalmente si interessasse a loro seriamente”.
Quali sono le peculiarità della narrativa proveniente da questi paesi?
“Ogni libro e ogni autore ha una sua storia. È però possibile cogliere alcune caratteristiche tipiche della letteratura del Nord Europea. Innanzitutto una grande fiducia nella narrazione, che ha una doppia origine: le saghe, ancora oggi vive e conosciute nei paesi scandinavi, tanto che in Islanda bambini giocano a Eric il Rosso; e la Bibbia, che in molti paesi è stato il primo esempio di narrativa. È spesso presente anche il tema ecologico: in nord Europa le persone vivono in mezzo a una natura forte e violenta, a cui si deve rispetto ma verso cui si prova anche un profondo senso di appartenenza. Ritroviamo inoltre l’importanza della storia, come ricerca delle proprie radici. E anche l’aspetto sociale, perché non dimentichiamoci che si tratta di paesi che hanno realizzato l’eguaglianza sociale e hanno raggiunto la parità uomo-donna un secolo prima di noi”.
Nei vostri libri non mancano nemmeno personaggi paradossali.
“Questo ha una triplice causa. Primo, uno dei difetti della società nordica è il pericolo di grande conformismo, non è un caso che gli intellettuali si oppongano alla società proprio per fuggire all’uniformità diventando spesso esseri estremi, capaci di creare a loro volta personaggi un po’ fuori. Il secondo motivo è da ricercare nell’alcool che è una frequente valvola di sfogo alla cappa di controllo personale, sociale e religioso che vige in questi paesi. Infine, influiscono anche i miei gusti personali, in quanto a me piacciono molto questi personaggi un po’ folli”.
Quali sono i libri adatti per iniziare un viaggio nella narrativa nord europea?
“Consiglierei i libri che hanno ottenuto un seguito di pubblico più vasto. L’anno della lepre di Arto Paasilinna, che racconta un viaggio attraverso la Finlandia in cui si incontrano tutti i gruppi sociali scandinavi. Un altro libro è La vera storia del pirata Long John Silver di Bjorn Larsson, in cui nonostante la trama avventurosa è forte l’approccio etico. Qui la libertà viene descritta come una conquista che ha dei costi e questo nella letteratura nordica è un passaggio molto importante: la realizzazione dei sogni è un lavoro faticoso, che comporta anche negoziazioni, ma che alza il livello umano dell’essere”.
Quali sono i capolavori che un lettore non dovrebbe perdersi?
“I libri che amo sono davvero tantissimi. “L’oratorio di Natale” di Goran Tunstrom, “Scrittura cuneiforme” e “La casa della moschea” di Kader Abdolah e “Il medico di corte” di Per Olov Enquist. Ci sono però anche giovani davvero molto interessanti come Johan Arstad, autore di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” un libro che è piaciuto moltissimo a Paolo Giordano (Premio Strega per “La solitudine dei numeri primi” nda). Inoltre da quest’anno abbiamo inaugurato una collana dedicata ai gialli, a cui oggi si dedicano tantissimi autori per descrivere le difficoltà del nostro tempo ”.
Le lingue del nord Europa sembrano particolarmente difficili e poco diffuse, come viene affrontato il problema della traduzione?
“In una casa editrice che pubblica solo libri tradotti da altre lingue deve esserci una cura spasmodica per la traduzione. In alcune lingue, come lo svedese, ci sono tanti e bravi traduttori, mentre per il finlandese e l’islandese non ce ne sono più di due o tre e questo comporta che ci siano pochi libri tradotti da queste lingue. Però in realtà, fatta eccezione per il finlandese, le lingue scandinave non sono così difficili: per chi conosce bene inglese e tedesco sono piuttosto facili da imparare. È però importante sottolineare che sono lingue piuttosto povere di vocaboli quindi la traduzione in italiano comporta un lavoro di ampliamento del vocabolario, anche perché mentre la letteratura scandinava non ha paura della ripetizione, da noi non è ammessa”.

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Di Simona (del 03/11/2009 @ 21:02:27, in Diario, letto 1076 volte)

Non so cosa sia l’ispirazione. Non so come fa un personaggio a prendere quell’aspetto, quel nome, quelle movenze strane che hanno gli esseri umani nei libri. L’ispirazione è un attimo. Una specie di pensiero che prende forma di parola o immagine e per venire alla luce, per essere comunicato anche agli altri, si serve di uno strumento – sempre imperfetto – che è l’artista, lo scrittore, l’inventore… Sì, lo strumento è imperfetto, perché gli esseri umani sono imperfetti. Ma ci sono strumenti che il destino ha affinato con tanta cura da farli diventare parole vive. Alda Merini non prendeva ispirazione da qualcosa o da qualcuno, Alda Merini era ispirazione. Le parole erano dentro di lei, ammassate in strati di voci, le partivano da dentro e uscivano dalla sua penna o ancora più spesso dalla sua bocca. Nell’introduzione del “Magnificat. Un incontro con Maria” – un libro che definire meraviglioso non basta - Arnoldo Mondadori racconta che la Merini lo chiamava e gli dettava i versi che hanno composto questo piccolo capolavoro. Lui poteva essere in riunione, a cena, su un taxi, nella notte, all’alba, appena la sentiva prendeva carta e penna e scriveva quello che lei dettava. Versi di una precisione sconcertante che non correggeva mai. Alda Merini è un mondo. Lo è ancora, lo è anche adesso che ha lasciato la terra. Perché quello che ha scritto lo ha scritto ieri, ma quello che è scritto da lei è anche oggi, ed è domani. Deve essere un processo lento e inesorabile quello che mette il poeta a contatto diretto con la Poesia. Deve essere come farsi sbucciare. Strato dopo strato. Fino alla polpa. E accogliere.

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