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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 29/04/2019 @ 08:01:33, in I miei articoli su Fixing, letto 49 volte)

E mentre tutti parlano, nessuno più dice qualcosa.
Che tu stia guardando la tv, bevendo un caffè al bar o assistendo alla lectio magistralis di qualche illustre (studioso, guru, scegli tu), hai la netta impressione che i concetti si rincorrano di bocca in bocca, lasciando vuoto il piatto della concretezza.
In tv accade perché c’è una ricerca maniacale del proprio personaggio. Commentatori ed “esperti” sono così concentrati a dare un’immagine di sé - e a catturare l’attenzione - da ridurre ogni riflessione alla manifestazione del proprio ego, trascurando buonsenso, bene comune e spesso anche la lingua italiana.
Al bar si ha voglia di parlare, sfogando su casi di carattere nazionale e internazionale le proprie frustrazioni. Non potendo ammettere quanto si è stanchi, avviliti e preoccupati, si sfoga tutta la stanchezza, l’avvilimento e la preoccupazione addosso alla prima pagina del giornale, ai risultati della partita di ieri o a quello che è successo ai vicini di casa.
Infine, ci sono loro. Gli illustri oratori tanto attenti allo stile e ai concetti, da aver perso completamente di vista il vero destino della parola, la comunicazione. Per cui, in aule, comizi e sale piene di persone, si assiste a eccellenti “soliloqui”.
Non è sempre così, ovviamente. Ma è così sempre più spesso. E non da oggi.
Pier Paolo Pasolini scriveva “In un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza”. Si torna bambini, quando prediche e sgridate non lasciavano traccia, ma bastava un gesto - corretto o sbagliato - di mamma e papà per imparare qualcosa di nuovo, corretto o sbagliato che fosse. Si torna a cogliere l’importanza dell’esempio, del modello, dell’emulazione. A volte con risultati terribili. A volte con cambiamenti meravigliosi. Perché quando incontri un professore che ama il suo lavoro, o quell’uomo semplice che con una frase ti ricorda le tue vere radici, e quella donna che con due parole scioglie il tormento in cento piccole risate, allora prendere ispirazione dalle loro azioni diventa una salvezza. E chi è capace di un comportamento genuino non pronuncia parole deboli. Può pronunciare silenzi. Questo sì. Ma quando parla, le parole hanno senso, coerenza.
Il poeta santarcangiolese Raffaello Baldini definiva il dialetto la “lingua più discreta che ci sia”. Anche la discrezione è una qualità sottovalutata. Si tende a esternare tutto quello che si ha in mente, senza aver prima sviluppato un pensiero di senso compiuto. Non si pensa, si dice. Quella che viene definita la “propria opinione” in realtà è un riassunto approssimativo di discorsi sentiti dire, in cui di “proprio” c’è poco o nulla. Ed è un peccato! Perché per quanto piccole e insignificanti, la propria esperienza e la propria intuizione sono le uniche considerazioni davvero originali che saremo mai in grado di raccontare.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 28/04/2019 @ 16:59:12, in I miei articoli su Fixing, letto 83 volte)

Che cos’è la felicità?
Come si rincorre?
Dove si trova? Inizi a leggere le novelle di Luigi Pirandello e pensi che la felicità non esista.
Pensi che il grande scrittore premio Nobel, indagando l’animo umano sin nelle sue più profonde asperità, si sia ritrovato davanti a un vuoto di gioia senza scampo.
I personaggi di queste brevi storie sono brutti, schiacciati dall’esistenza, destinati a vicende senza speranza.
Vorresti interrompere la lettura, per prendere una boccata di allegria... Ma se hai la pazienza di scansare quella sensazione claustrofobica che emana la pagina, e procedi, troverai inaspettate risposte alla più consueta, complessa e imprescindibile domanda che l’essere umano si pone: cos’è la felicità?
Cos’è la felicità, signor Pirandello?
La felicità è la luna, ti risponderà. Perché quando un misero ragazzo, inutile agli occhi degli altri, spaventato più dal buio della notte che dal nero delle miniere... Quando questo ragazzo inciampa nel riflesso della luna, scopre la natura del proprio cuore, conosce la grandezza che l’essere umano porta in sé anche nelle più oscure cave, anche là dove la luce non sembra arrivare e nessuno è disposto a prestarti la sua. “E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla gran dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” (in “Ciaula scopre la luna”).
Pirandello ti racconterà anche che la felicità è un bambino. Quando iniziamo a leggere la sua storia, Elisabetta è una donna insignificante, rinnegata dal padre, umiliata dal marito che se ne andrà dopo averle rubato ogni spicciolo, tanto da non permetterle nemmeno di mangiare. Ma a lei non importa. A lei importa solo proteggere il figlio che aspetta. Non le importa di essere sola con quella creatura, di non poter contare sulle ricchezze del padre, di non poter tornare nella sua grande dimora. Perché l’animo umano respira diversamente in ogni petto. C’è chi non può fare a meno di portoni dorati, chi ha bisogno di un bicchiere d’acqua per scatenare tempeste e chi ha solo bisogno di un sorriso per ricominciare a prendere fiato. “ ‘Io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? Tanta allegrezza!’ E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati” (in “Felicità”).
E poi c’è la felicità più strana di tutte. La felicità dell’immaginazione, che alcuni chiamano follia e che Pirandello sa descrivere da gran maestro. È la felicità di Belluca, così afflitto dalla sua quotidianità, da arrivare a dimenticarsi che esisteva il mondo. Non vedeva altro al di fuori delle proprie miserie. Lavorava come fosse legato a un giogo e non si accorgeva di altro. Finché una notte in cui non riusciva a prendere sonno sentì un treno passare in lontananza. Un treno che andava verso qualche parte del mondo là fuori. Anche quando gli affanni sembrano binari da cui non si può scappare, c’è sempre un treno che corre da qualche parte, verso un angolo di mondo che ancora non si conosce, verso una possibilità che non si è presa in considerazione. E basta una notte insonne e un fischio lontano, per ricordarci che non esiste prigione più straziante di quella che ci costruiamo quando facciamo dei nostri problemi il fulcro dell’universo. “Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nervose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così... C’erano gli oceani... Le foreste... E, dunque, lui - ora che il mondo gli era entrato nello spirito - poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’Immaginazione una boccata d’aria nel mondo. Gli bastava” (in “Il treno ha fischiato”).
E se siete tra quelli che credono che la felicità non esiste, almeno siate contenti di voi stessi, perché “Sapete cosa significa amare l’umanità? Significa soltanto questo: essere contento di noi stessi. Quando uno è contento di se stesso, ama l’umanità” (dall’opera teatrale “Ciascuno a suo modo”, Luigi Pirandello).

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 27/04/2019 @ 08:10:05, in I miei articoli su Fixing, letto 86 volte)

Anita Garibaldi. Storia e leggenda si intrecciano intorno a questo nome, senza farci capire dove la verità storica ceda il passo al mito.
Secondo Indro Montanelli - che a Garibaldi dedicò un libro, nel 1966 - non fu una vera guerriera ma semplicemente una donna talmente innamorata del marito da abbracciarne gli ideali e per questi combattere. Al suo fianco. Spaventata non dalle granate ma dalla possibilità di perdere il suo Giuseppe.
In “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017), la storica Silvia Cavicchioli ha cercato la sua vita, il suo pensiero, al di là del romanzo e dell’epica, sfatando alcune dicerie come la vicenda che la voleva in fuga su un cavallo con un bambino in braccio.
Eppure, per quanto il suo nome sia indissolubilmente legato a quello del marito, Anita ha conquistato una sua unicità, un suo ruolo - esclusivo e prezioso - nell’immaginario collettivo.
Non è semplicemente la moglie di Giuseppe Garibaldi. È il coraggio, la determinazione, e quella follia che rende possibile l’inammissibile, in un’epoca in cui l’audacia era lecita solo agli uomini. Anita è il simbolo di un eroismo che nasce non dal desiderio di gloria o immortalità, ma dall’amore. Per il marito e per la libertà.
La sua forza, la sua risolutezza hanno trovato in Giuseppe un complice, un alleato. Il loro incontro è stato un fiammifero che ha messo in luce le doti fuori dall’ordinario di questa donna. Doti che lei già possedeva e che sono rimaste impresse negli annali della storia, nonostante lei fosse analfabeta e di tutto quello che ha vissuto e pensato non abbia potuto lasciare una sola parola scritta.
Anita ha preso in mano le carte che aveva a disposizione, sapendo che non poteva cambiarle, ma poteva decidere come giocarsele. E quel destino, che per tanti è una gabbia in cui tentare di sopravvivere, per lei è stata la possibilità di entrare nella storia e addirittura di valicarla, diventando qualcosa di più di un’eroina. Entrando nella leggenda.
Perché non importa che non sia scappata spavaldamente da una finestra, ma solo da una parte secondaria. E non importa nemmeno che non abbia galoppato con suo figlio neonato stretto addosso, sfuggendo ai nemici, in cerca del marito. Non è importante che sia accaduto veramente, perché sarebbe stata capace di farlo e questo è sufficiente per ammirarla. E per ispirarsi a lei.
Perché a tutti è capitato di essere sotto assedio, di dover decidere il proprio destino senza poter consultare nessuno. Ed è capitato di forzare mille finestre, pur di mettersi in salvo da situazioni rischiose. E di scappare con stretto al petto ciò che di più prezioso si possiede - che sia un bambino, una lettera o solo ciò che rimane di noi stessi - e correre verso l’unica salvezza conosciuta, che sia un amico, una casa, o un amore di nome Garibaldi.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 26/04/2019 @ 10:05:05, in I miei articoli su Fixing, letto 105 volte)

Tutto ha inizio con l’Inferno.
Eppure il viaggio che Dante racconta è così vivo e generoso, che il suo autore lo chiamò “Commedia”. Quasi ci tenesse a far capire che la lettura che si intraprende non è una tragedia, non è una storia che finisce male. Bisogna avere un po’ di pazienza, ma poi il Paradiso arriva.
Tutto ha inizio con l’Inferno ed è un Inferno da cui si rimane profondamente colpiti. Forse è addirittura la cantica che meglio si capisce. La più immediata, la più comprensibile. Il peccato, come occasione perduta, è qualcosa di familiare a tutti. Ed è familiare il tormento degli ignavi. La passione di Paolo e Francesca. Il desiderio di conoscenza di Ulisse. Il gelo che circonda Lucifero. A scavare nella memoria personale, ognuno può ritrovare un po’ di se stesso lungo i gironi.
Dante descrive con dovizia di particolari l’Inferno che l’essere umano si porta addosso, quello che ogni giorno deve affrontare, quello che risiede in lui, e quello che il mondo gli schiaffa davanti per insegnargli che ciò che c’è fuori è solo lo specchio di ciò che ha dentro.
Ma non si ferma qui Dante. Non lascia annegare l’uomo in un pessimismo senza via di uscita. Perché anche se quell’Inferno è presente, la condanna non è un destino. La salvezza è ancora, ogni giorno, possibile. Ti racconta che da quell’Inferno puoi uscirne vivo, perché ti assicura che non sei solo, che se ti guardi bene intorno troverai al tuo fianco una guida, qualcuno che ti farà strada tra i tormenti. Il tuo Virgilio è lì - a volte è un amico che ti dà l’informazione giusta, a volte è solo un parola che arriva quando meno te lo aspetti - e se lo ascolti, quegli inevitabili affanni diventano superabili.
Dante ti racconta che puoi scendere all’Inferno e uscirne integro.
La selva oscura ha un richiamo forte su ogni uomo che decida di guardare in faccia se stesso. Ma non è un richiamo verso la morte, è un richiamo verso la vita, verso la verità di se stessi, delle proprie fragilità, della propria umanità: unica via che porta al Paradiso.
Difficili, sin troppo elevati sono i versi della terza cantica di Dante. Capiamo così bene questo Inferno, ma il Paradiso ci sfugge, nella “Divina Commedia” come nella mente.
Eppure, il Paradiso è ciò che instancabilmente l’uomo cerca. Riduzione triste e assai banale sarebbe far coincidere il Paradiso con una vita agiata, tranquilla. Dante aspira a molto di più. A Dio. All’armonia. A quella pace misteriosa che tutto accoglie e solo il bene racchiude in sé.
E per cogliere la complessità de “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, Dante sembra disseminare le cantiche di ammonimenti, di inviti alla semplicità. All’umanità.
Ammetti i tuoi limiti, la tua incompetenza, senza scadere nell’insicurezza. Non perdere tempo a giudicare: gli altri si giudicano già abbastanza da soli e sono spietati. Non svilirti con inutili moralismi. Non costruirti ulteriori gironi dell’Inferno. Fidati del tuo Virgilio, perché c’è sempre qualcuno che ne sa più di te. Sempre. Non rinnegare la tua Beatrice - che è la parte migliore di te, il sentimento più alto che sei in grado di provare - e vai. Affronta il tuo Inferno. E non dubitare nemmeno un istante che possa spalancarsi il Paradiso.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 24/04/2019 @ 16:40:47, in I miei articoli su Fixing, letto 86 volte)

Le parole esprimono il mondo di ognuno.
Giocano. Nascondono. Mentono. Fanno capriole.
Rimangono ferme, immutabili, sempre le stesse.
O cambiano in continuazione e le verità di ieri sono le bugie di oggi.
Meravigliano. Scoprono. Uccidono.
Non ispirano fiducia quando nascono da lunghi discorsi.
Hanno un peso pericoloso quando nascono dai vocii.
E valgono un tesoro quando nascono dall’esperienza.
Le parole sono argilla, e “l’argilla è necessaria per modellare un vaso. Ma il suo uso dipende dal vuoto interno che si riesce a creare” scriveva l’antico filosofo cinese Lao Tzu.
Se non si è capaci di stare in ascolto, se non si presta attenzione perché convinti di sapere già, le parole che usciranno dalla bocca non costruiranno un dialogo, non plasmeranno un vaso capace di contenere una relazione, non si produrrà uno scambio reciproco. Quando, invece, si dedica tempo - e un po’ di se stessi - ad ascoltare, allora si possono creare ponti con le parole, contenitori in grado di racchiudere e proteggere un oceano di storie, potenti come onde.
Le parole richiedono silenzio, per non nascere già corrotte: silenzio dei pregiudizi, silenzio della presunzione. Eppure sono così facili da pronunciare che ci si permette di farle uscire a vanvera, ed è un rischio grosso.
Bisognerebbe prendere spunto dai danzatori: il loro alfabeto è il movimento e non si possono permettere di sprecarne nemmeno una lettera, perché ogni gesto richiede un grande impegno per essere realizzato, facendo apparire semplici degli sforzi al limite dell’umano.
Le parole dovrebbero imparare a danzare. Dovrebbero contenere quella leggerezza, quella delicatezza del conforto, anche in mezzo alle fiamme. Perché le parole non possono bruciare.
Hanno provato a bruciare i libri, in “Storia di una ladra di libri” Markus Zusak racconta i grandi roghi di volumi della Germania nazista e della piccola Liesel che li salvava di nascosto. Secondo Ray Bradbury non è finita, ci proveranno ancora in un ipotetico futuro, e lo descrive con dovizia di particolari in “Fahrenheit 451”, dove i pompieri hanno il compito non di spegnere ma di appiccare il fuoco nelle case di chi si azzarda a nascondere libri, in un mondo in cui la lettura è proibita.
Le parole non sono fatte di carte. Non temono un fiammifero.
Ma se perdono il loro significato.
Se vengono pronunciate inutilmente.
Se a un verbo non corrisponde più un’azione.
Allora le parole sono destinate a diventare fumo.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 12/11/2018 @ 12:04:13, in I miei articoli su Fixing, letto 154 volte)



La scala musicale è composta da sette note. E milioni di sinfonie possibili.
Proprio come la letteratura. Come l’esistenza.
Ogni libro inizia con una copertina e finisce con un epilogo: nel mezzo uno svariato numero di pagine, storie, riflessioni. Così l’esistenza, che inizia da nostra madre e finisce in modi e tempi non stabiliti da noi: nel mezzo uno svariato numero di parole, gesti, folgorazioni. Mille miliardi di sinfonie possibili, lungo una stretta scala riservata, che per ognuno è semplicemente la propria vita.
Ad ogni gradino della scala una scoperta, e il conseguente prezzo per ottenerla.
“Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” (poesia 5 in “Xenia II”), Eugenio Montale racconta così la propria scala personale. Racconta di sua moglie Drusilla Tanzi, tanto miope da aver bisogno di aggrapparsi al suo braccio. Eppure, senza di lei, i gradini si susseguono, si susseguono i problemi e le vicissitudini, e non basta avere una buona vista per affrontarli. Al poeta manca la mano che si stringeva a lui. Mancano quegli occhi che necessitavano di occhiali per le vie del mondo, ma che avevano una visione chiara e non superficiale di tutto ciò che accadeva intorno. Erano occhi capaci di scorgere la verità, la vita, dietro alle inezie e alle tragedie dell’umanità. E così il poeta finisce il suo celebre componimento ammettendo che in realtà lui non faceva altro che dare il braccio a colei che lo guidava, “perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”.
C’è chi questa scala vuole percorrerla correndo, volendo raggiungere subito la cima, l’apice, con la stessa presunzione di chi voleva costruire la Torre di Babele. Doveva essere la scalinata suprema che portava fino a Dio. Solo che gli uomini cominciarono a parlare lingue diverse, non si capivano più tra loro. E come si può raggiungere Dio se non sei in grado di comprendere i tuoi simili?
Scala ardua anche quella che dovette percorrere Dante, esiliato dall’amata Firenze.
Nel diciassettesimo canto del Paradiso, nella Divina Commedia, Dante incontra lo spirito del suo trisavolo Cacciaguida, che predice l’esilio del sommo poeta e lo ammonisce: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salire l’altrui scale”.
È amaro il pane che non sa della propria terra e duro è il cammino lungo le strade che non ti sei scelto. Eppure questa scala così ripida porta in sé un profondo riscatto.
Come spiega il professor Franco Nembrini, in “Nel mezzo del cammin”, l’esilio - il lasciare ciò che ami - dovrebbe essere la vocazione di ciascuno, in quanto bisogna essere capaci di lasciare ciò che ci è stato dato, affinché produca frutto.
Lasciare non significa tradire ma condividere, far sì che ciò che amiamo dia un raccolto, che può essere diverso da come lo avevamo sognato o sospettato.
Dante vivrà in esilio fino alla fine dei suoi giorni.
Eppure, dall’alto di quella scomoda scala, ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, che a settecento anni di distanza ancora parlano di noi, del nostro tempo, svelando le nostre miserie, le nostre attese e le grandiose potenzialità.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing
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Di Simona (del 12/11/2018 @ 11:06:51, in I miei articoli su Fixing, letto 214 volte)

La noia.
Oscar Wilde dichiara che sia l’unico peccato imperdonabile.
Secondo Schopenhauer è figlia degli agi e dell’abbondanza, e solo il lavoro ci preserva da essa.
In ogni caso è qualcosa da cui sfuggire.
Ma non sempre... Perché, a volte, è proprio dalla noia, che nascono idee e scoperte.
Prendete in mano “Un grande giorno di niente” (Topipittori, 2016) dell’illustratrice Beatrice Alemagna. Con poche parole e meravigliose immagini, questo libro racconta come la monotonia di giorni che si ripetono sempre uguali possa diventare l’ispirazione per nuove scoperte.
Durante l’ennesimo pomeriggio di brutto tempo, dopo l’ennesima discussione con la mamma che non lo vuole sempre davanti ai videogiochi, un bambino decide - semplicemente - di uscire di casa. Esce in una natura misteriosa, avventurosa, dove la pioggia precipita come una cascata di perline che colpisce tutto ciò che incontra. Il bambino è con il suo videogioco, lo perde, si dispera. Si sente immobile e solo, tanto che l’autrice disegna le sue gambe come fossero dei tronchi d’albero.
Ma basta appoggiare una mano a terra per scoprire il mondo. Quel mondo che è lì tutti i giorni, ma che non si ha tempo di vedere perché si è sempre impegnati in qualcos’altro. E allora serve la pioggia che rallenta i ritmi.
Serve l’acqua che inghiotte il videogioco, il telefonino o il pc.
Serve la mano schietta di un’illustratrice come Beatrice Alemagna per far sprofondare la mano intimorita del bambino nella terra: “Allora ho sentito grani, granelli, grumi, radici e bacche brulicare sotto le dita. Un mondo sotterraneo di micro-cose sconosciute”.
Non è più solo la vista a guidare il bambino. La vita si svela attraverso il tatto, l’olfatto, per condurlo al valore della memoria: “Poi, ho preso un sentiero. C’erano tantissimi funghi. Mi hanno ricordato un odore: quello della cantina del nonno, dove da piccolo nascondevo le cose preziose. Lo avevo dimenticato”.
Un viaggio che parte dalla noia e porta il protagonista finalmente a casa. Al ricordo di suo padre. Nell’abbraccio di sua madre.
Parlando della sua opera, l’autrice dichiara “Penso che la noia debba essere un diritto per tutti. Il momento importante è realizzare che la noia è libertà”.
Perché, certo, vivere senza mai un attimo di noia è bellissimo. Ma può essere drammatico.
Gli stimoli che ti danno il lavoro, gli amici, la società, o l’arte sono fondamentali.
Ma non sono da meno gli stimoli che vengono da dentro di sé. Quelli che affiorano mentre fai qualcosa di banale come asciugare i piatti o cambiare la lampadina dell’abat-jour.
Idee che vengono fuori, non che qualcuno ti mette dentro.
Seguendo le orme di un bambino infagottato in un impermeabile arancione, si capisce che un momento di noia crea bellezza, sogni. E affina la delicata arte di stare con se stessi.

Simona Bisacchi, dal settimanale San Marino Fixing

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Di Simona (del 03/10/2018 @ 10:45:44, in I miei articoli su Fixing, letto 200 volte)

In biblioteca nulla è “solo” tuo, ma tutto è “anche” tuo.
È un territorio di condivisione. È uno spazio ideale - al limite dell’utopistico - in cui tutti possono prendere tutto, al patto di essere consapevoli che non appartiene a loro.
È un luogo rivoluzionario, perché ti permette di conoscere e viaggiare, anche se non hai un soldo in tasca, anche se non hai nemmeno uno scaffale in cui appoggiare un romanzo.
È un posto in cui ti occupi degli altri tenendo in mano un libro, perché trattarlo bene significa lasciarlo in ordine e pronto per chi lo prenderà dopo di te. Un po’ come si dovrebbe fare con il mondo, con i valori e i sogni.
“La biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”, scrive Jorge Louis Borges (in “La biblioteca di Babele”).
La biblioteca è armata. Armata di tutto lo scibile umano. Di tutta quella storia grandiosa e di tutte quelle storie piccine, che vedono protagonista il genere umano. E se si spegnessero i computer, se le tv interrompessero le trasmissioni, lei rimarrebbe lì. Manterrebbe intatta la sua voce. I suoi archivi sarebbero ancora pronti per essere consultati. Per raccontarci ancora del mondo, attraverso parole che nemmeno un blackout totale può spegnere.
“Quand’ero piccolo da grande volevo fare il libro. Non lo scrittore, il libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver”, scrive Amos Oz in “Una storia di amore e di tenebra”.
I libri resistono. Anche al fuoco. Anche quando c’è qualcuno che ha come unica missione quella di incendiarli. In “Fahrenheit 451” di Bradbury, i pompieri devono eliminare non solo tutti i volumi, ma ogni casa che ne contenga uno. Roghi di libri, di abitazioni, ma non di idee. Perché la gente continua a pensare, a trovare soluzioni, e i libri li impara a memoria. Ogni uomo diventa parte di una grande biblioteca di voci.
Perché come ci ricordano “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, “Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino FIxing

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Di Simona (del 02/10/2018 @ 11:42:21, in I miei articoli su Fixing, letto 358 volte)

Dove c’è creatività, composizione, c’è lei: l’ispirazione, la musa.
È quel pensiero che arriva talmente chiaro da sembrare illuminato e guida la penna, il colore, o le note per raccontare il mondo da un altro punto di vista. Per raccontare qualcosa che va “al di là” del mondo e della vista.
Nella mitologia le nove dee che proteggevano le arti e il sapere erano figlie di Zeus e Mnemosine, la dea della memoria. Il re degli dei e la facoltà di ricordare generano l’arte, diventano ispirazione. Come a indicare che l’essere umano per diventare artista ha bisogno di rievocare quella scintilla di infinito, che abita il mondo - e l’uomo stesso - ma che spesso viene messa da parte, schiacciata, dimenticata.
L’arte diventa così memoria, un rispolverare quell’immenso che c’è, è alla portata di tutti, ma solo l’artista sa cogliere e comunicare. Solo l’artista sa riconoscere la meraviglia in mezzo al caos.
La musa ispiratrice a volte è una donna in carne e ossa. La moglie Zelda per lo scrittore Francis Scott Fitzgerald. La madre per il pittore futurista Umberto Boccioni. Le numerose amanti di Picasso. Altre volte l’ispirazione è semplicemente un’idea. Il desiderio di provocare di Maurizio Cattelan. O la ricerca di ciò che di più nobile esiste nel mondo e nell’arte. Dante Alighieri con la sua Beatrice fonde questi due aspetti, la donna e l’idea. Descrive la grazia, dandole un nome e dei lineamenti. Ma la donna di cui parla non ha nei. E tocca questo mondo, tocca i pensieri di Dante, solo per renderli migliori. Non crea dissensi, fratture, separazione. Influenza la sua scrittura solo per guidarla, in una ricerca intensa e profonda della verità, della vita.
Questo è il compito della musa. Tirare fuori il meglio dell’artista, del pensatore, dell’essere umano.
È la capacità di Catherine Barkley di far nascere e crescere un sentimento in mezzo alla furia della guerra, in “Addio alle armi” di Ernest Hemingway. È la rosa superba ma con una sola spina che fa desiderare al piccolo principe di tornare a casa, nel capolavoro di Saint Exupery. È la bizzarra Anna dai capelli rossi che dà un nuovo senso all’esistenza dei due anziani fratelli Marilla e Matthew, nel romanzo (per ragazzi?) di Lucy Maud Montgomery. È la fragile Italia - di “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini - che svela al dottor Timoteo che l’amore e la vita sono da tutta un’altra parte rispetto a dove le stava cercando.
E a volte seguire l’ispirazione, seguire la musa è semplicemente un atto di coraggio. Il coraggio di descrivere il mondo in un modo diverso da come gli altri lo vedono.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino Fixing 

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Di Simona (del 06/09/2018 @ 17:44:14, in I miei articoli su Fixing, letto 207 volte)

Numerose sono le cause del prodigioso fascino della fotografia.
Trattiene in sé un ricordo. Rappresenta la realtà. Racconta luoghi e popoli che mai si incontrerebbero dal vivo. Informa. Rallegra. Fa riflettere.
Ma tra queste numerose cause di bellezza, ce n’è una che la rende unica: il tempo.
Ogni scatto cattura un istante, un unico secondo nello scorrere perpetuo degli anni. Eppure quel secondo, quell’istante, può raccontare un’intera epoca.
La pittura ha bisogno di tempo. La scrittura ha bisogno di pagine. Ma la fotografia si gioca tutto in un palpito.
“Noi fotografi abbiamo sempre a che fare con cose che svaniscono di continuo, e quando sono svanite non c’è espediente che possa farle ritornare. Non possiamo sviluppare e stampare un ricordo”, questo dichiarava il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004), un poeta per immagini, uno dei più grandi del Novecento, tanto da essere definito “lo sguardo del secolo”. E dichiarava anche che le persone in grado di vedere sono rare quanto quelle capaci di ascoltare. E che la sensibilità non si insegna. E che un buon fotografo deve saper allineare il cuore, la mente e l’occhio. Alla ricerca dell’eternità in un istante lungo un respiro.
L’infinito a volte è racchiuso nella vita di tutti i giorni, che sembra tutta uguale, quasi monotona, finché non la coglie un occhio come quello del fotografo argentino Pedro Luis Raota (1934-1986), che racconta una partita di pallone tra due ragazzini come se fosse il più epico dei gesti atletici. E racconta di una vecchia signora che appoggia la stampella al muro e suona il violino a due bambini. Un Caravaggio con la macchina fotografica, che ha reso eterna la quotidianità.
E c’è chi con quel piccolo scatto ha voluto riassumere un periodo storico. La fotografa di origine tedesca Gerda Taro (1910-1937) - “La ragazza con la leica” di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega 2018 - ha immortalato la guerra civile spagnola, perdendo lì la vita. Entusiasta, avventurosa, ha raccontato al mondo gli addestramenti delle miliziane sulla spiaggia di Barcellona, i bombardamenti dell’aviazione nazionalista, e se n’è andata violentemente, lasciando solo il suo compagno Robert Capa (1913-1954), celebre fotografo di conflitti in giro per il mondo, che dichiarò “Il più intenso desiderio di un reporter di guerra è la disoccupazione”.
Il fotografo è un artista che rischia di essere sempre spiazzato dal tempo, sorpreso a tradimento. Ma quando si fa trovare preparato, pronto, la sua macchina cattura quello che sarebbe passato inosservato, quello che sarebbe stato rinnegato o semplicemente dimenticato. Il fotografo non permette questo. Non permette che la storia sia l’opinione del più forte. Non permette che la quotidianità svanisca nella banalità. Non permette che la terra giri senza raccontare chi e cosa la abita.
Il fotografo statunitense Ansel Adams raccontava che “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”.
Hai un istante per farlo.

Simona Bisacchi dal settimanale San Marino Fixing

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