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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 21/02/2017 @ 17:32:11, in Letture e spettacoli, letto 70 volte)

"Uno come tanti. Omaggio a Pinocchio"
Spettacolo teatrale liberamente ispirato al libro di Collodi.
Venerdì 3 e sabato 4 marzo 2017, ore 21
Mulino di Amleto, Rimini

FOGLIO DI SALA 
Prendi uno come tanti, chiamalo Pinocchio, e fai di tutto per renderlo un uomo.
Insegnagli a camminare per le strade del mondo e lascialo scappare, perché per lui tu sei un inutile Geppetto.
Lascia che si rifugi sulla giostra "della normalità", e che corra via, in braccio a un impostore esperto, lusinghiero come un Gatto, ingegnoso come una Volpe.
E spera che una Fata si faccia di carne e ossa, solo per aiutarlo.
E spera che ci sia sempre quella coscienza fastidiosa come un Grillo a non lasciarlo in pace.
Spera, Geppetto.
Spera, uomo.
Spera che un Pinocchio qualsiasi, un Pinocchio come siamo tutti, smetta di essere un burattino degli eventi che gli capitano, e affronti finalmente il suo pescecane.
Simona Bisacchi

Regia di Stefania Succitti
Audio e luci Maurizio Vettraino
In scena Simona Bisacchi, Riccardo Maneglia, Niccolò Montini, Samuel Panigalli, Nicola Succi, Stefania Succitti, Antonio Vanzolini.
Musica dal vivo: Cesare Succi (fisarmonica), Samuel Panigalli (piano) e Riccardo Maneglia (strumentofoni).
Testi originali di Simona Bisacchi.

Per prenotazioni: Mulino di Amleto tel. 0541.752056.

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Di Simona (del 14/02/2017 @ 18:24:07, in I miei articoli su Fixing, letto 93 volte)

È nello sguardo che risiede la potenza del paesaggio.
Quando la giovane Lucy Honeychurch incontra il bizzarro George Emerson in una piccola pensione di Firenze, il suo sguardo non aveva mai scorto qualcosa di più di prudenti emozioni, curiosità accennate, un intimo amore per la musica e intere pianure di conformismo, rinvigorito dall’Inghilterra di inizio Novecento. Nessun orizzonte a disposizione. Nessun panorama. Nemmeno i proprietari della pensione Bertolini gliene danno uno, affibbiando a lei e all’attempata cugina Charlotte due camere affacciate sull’interno della struttura. Non è così per George Emerson e per suo padre. Loro riescono a vedere il mondo al di là di quello che gli occhi offrono. George cerca in ogni scorcio di vita un senso. Non ha bisogno di finestre che si spalanchino su un fiume. Può cedere la sua camera con vista a Lucy, perché per gli Emerson “esiste solo un panorama davvero perfetto, quello di un cielo che si estenda ampio sopra le nostre teste, e tutti i panorami della terra non sono altro che brutte copie di quello che vediamo lassù”.
In “Camera con vista” (1908) Edward Morgan Forster ci racconta due sguardi che hanno passato un’intera giovane vita a guardare in direzioni opposte, e che per fatalità - perché per George “L’Italia non è che un eufemismo per il Destino” - si incrociano sull’Arno. Non è Firenze a cambiare per sempre Lucy, non è l’omicidio a cui assiste in mezzo alla folla di piazza della Signoria, è George che la spinge a buttare lo sguardo su una realtà meno comoda e affabile, ma certamente più viva. Ed è attraverso Lucy che George scorge una quiete in mezzo a quel tormento che suo padre sa accuratamente cogliere e raccontare: “Sappiamo di venire dal vento e di doverci ritornare; che tutta la vita non è che un nodo, un garbuglio, una macchia sulla superficie liscia dell’eterno. Ma perché mai questo dovrebbe renderci infelici? Amiamoci, piuttosto, lavoriamo e cerchiamo d’essere felici... A fianco dell’eterno Perché, c’è anche un Sì”.
Un libro che racconta la storia di due anime chiuse nel loro mondo, di pigro torpore e di spregiudicato affanno. Racconta un viaggio in un’Italia surreale, trasfigurata dai passi di crescita di Lucy.
E racconta di un ritorno a casa, di un tentativo di rimanere sempre gli stessi, anche quando nulla è più come prima. Di come si è pronti a mentire a tutti - Lucy mente a sua cugina, a George, a se stessa - pur di mantenere inalterata la propria consuetudine, perché “La corazza della falsità viene forgiata con sottigliezza dall’oscurità, e ci nasconde non solo dalla vista degli altri, ma anche dalla nostra”. In un certo momento Forster sembra raccontarci che non c’è scampo per chi parla chiaro, per chi scorge un intero mondo solo guardando negli occhi una persona. Sembra che George debba sparire dalla vita di Lucy e dalle pagine che leggiamo, per mantenere viva una menzogna.
Ma il padre di George ci svela che “La vita è come un concerto di violino, in cui si deve imparare a conoscere lo strumento man mano che si suona. L’uomo deve imparare a utilizzare le sue capacità mano a mano che va avanti... Soprattutto la capacità di amare”. E anche se l’anima di Lucy verrà “trapassata dall’acciaio”, tornerà con George a Firenze. E questa volta avranno entrambi una camera con vista. Sulla propria vita.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 27/01/2017 @ 10:05:29, in I miei articoli su Fixing, letto 183 volte)

Niente buoni propositi di inizio anno: una volta dichiarati sembra che tutto remi contro la loro realizzazione e hanno la spiacevole tendenza a trasformarsi in macigni sulle spalle. Ma guardandosi intorno, e rovistando nell’armadio della propria quotidianità e del proprio spirito di sopravvivenza, si può intuire che cosa potrebbe andare di moda in questo nuovo anno.
Si potrebbe partire con l’allegria. Mark Twain suggerisce un metodo infallibile per raggiungerla: “Il miglior modo per stare allegri è cercare di rallegrare qualcun altro”. Del resto anche Hemingway stima chi la possiede: “A rifletterci bene, i migliori sono sempre allegri. È molto meglio essere allegri, ed è anche il segno di qualche cosa: è come avere l’immortalità mentre si è ancora vivi. Una cosa complicata” (“Per chi suona la campana”).
Di gran moda - ma purtroppo una prerogativa di pochi - l’imperturbabilità. Lo diceva già Orazio, nel 30 a.C., nelle sue Odi: “Nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva”. Non facile mantenere un animo sereno mentre la pioggia arriva addosso costante e scrosciante, come sulla tegola di un tetto. Eppure, a forza di acquazzoni, potrebbe arrivare la forza di dire “chi se ne importa” e finalmente liberarsi da quel guinzaglio che spinge a lamentarsi, a essere insoddisfatti, a non sopportare chi si ha intorno, solo perché le situazioni non vanno come si vuole.
A questo si ricollega un’altra capacità che dovrebbe trovare spazio in questa stagione: la raffinata arte di cogliere il lato positivo delle persone e delle situazioni. Dato che il negativo salta subito agli occhi, il nuovo obiettivo è diventare abili ad afferrare ciò che è (tanto, a volte quasi troppo) nascosto. Ma c’è. Ha solo bisogno di essere scovato, in alcuni casi con uno sforzo degno di un commissario. Proprio come ci insegnano i gialli, è necessario andare al di là dell’apparenza e delle facili soluzioni, per scoprire la verità.
E poi c’è la pazienza, ma questa non è una scoperta di oggi: l’hanno dichiarata “santa” a furor di popolo tanto tanto tempo fa. Lev Tolstoj diceva che “Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: il tempo e la pazienza”. Ormai è giunto il momento in cui senza di lei non si riesce più a fare nulla, nemmeno a trovare il parcheggio in centro.
Bisogna, però, ammettere che allegria, imperturbabilità e pazienza non sono abiti - abitudini - facili da confezionare, anche se alla moda. Mentre si lavora per realizzare capi(saldi) così regali, si può intanto indossare qualcosa di semplice, immediato, e fiducioso, come le parole di Schulz, il papà di Charlie Brown e Snoopy: “Ama l’imperfetto tuo prossimo con l’imperfetto tuo cuore”.

Simona Bisacchi
dal settimanale "Fixing"

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Di Simona (del 23/12/2016 @ 20:06:46, in I miei articoli su Fixing, letto 129 volte)

Le strade avvolgono il mondo. Sono così numerose da sembrare infinite, eppure ognuna di loro porta da qualche parte. Sentieri che sfumano nei boschi, tangenziali che legano città, gallerie che portano alla fine dei monti.
Ci sono strade che conducono a realizzare i propri desideri, e ci svelano che la soddisfazione più grande non è nella concretizzazione di un sogno ma nei passi fatti per raggiungerlo.
Alcune avventure dell’esistenza ti spingono ad attraversare vie che mai avresti pensato di esplorare. Quando il percorso sembra confuso, scegliere la strada giusta - quella più adatta a te - diventa fondamentale: in mezzo alla nebbia basta un passo per cadere nel baratro, ma lo stesso identico passo fatto nella direzione adeguata ti fa inciampare nella meraviglia. Consapevoli che fermi non si può stare e che - come scriveva Ghandi - “La vera moralità consiste non già nel seguire il terreno battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente”.
E se ogni strada porta da qualcuno, da qualche parte, allora deve esserci anche una strada che porta al Natale. Deve essere una strada piuttosto silenziosa e secondaria, per staccarsi dalla frenesia. Una strada di cielo da guardare, perché nel freddo le stelle sembrano brillare di più. Una strada di tempo, da trovare per stare insieme agli amici. Una strada di pensieri, dedicati a quelle persone così importanti che non esiste un regalo abbastanza grande da parcheggiare sotto l’albero.
“A Natale tutte le strade portano a casa” scriveva la scrittrice statunitense Marjorie Holmes, e allora ci sono preparativi da fare prima che il gran giorno arrivi. Stoviglie da lucidare, dolci da preparare, e risentimenti da accantonare. A Natale forse non si è tutti più buoni - del resto “bontà” è una parola forte, ed “essere buoni” è un’azione più complessa del far tacere la coscienza rispolverando qualche perbenismo imparato da bambini - ma si può provare almeno ad essere tutti più civili.
Lungo la strada che porta al Natale si tirano le somme dell’anno che sta per finire. Si mettono in fila i ricordi. E ce ne sono di bellissimi, come quello dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton: “Una volta ringraziavo Babbo Natale per pochi soldi e qualche biscotto. Ora lo ringrazio per le stelle e le facce in strada, e il vino e il grande mare”. Se la si percorre bene, la strada per il Natale porta all’essenziale, perché gli esseri umani possono essere bizzarri, indaffarati e indifferenti, ma alla fine “tutto quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua” (Saint Exupery).

Simona Bisacchi
Da Fixing 

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Di Simona (del 30/10/2016 @ 17:31:41, in I miei articoli su Fixing, letto 221 volte)

Ogni bandiera è un simbolo. È un’appartenenza. La bandiera di un Paese rappresenta il valore di chi ha combattuto per unire un popolo sotto quei colori. Racchiude la forza di chi ha dato la vita per conquistare possibilità oggi date per scontate. E anche chi è inconsapevole, anche chi è in disaccordo, è figlio delle vicende che il drappo della propria nazione racconta.
C’è poi una bandiera più personale, più intima, incolore e impalpabile come solo un’idea riesce a essere. Non è vero che il patriottismo è morto, spesso ha solo cambiato indirizzo: dalla propria Patria alla propria opinione. Si è pronti a difendere a spada tratta il proprio pensiero. Si è disposti ad andare contro tutto e tutti in nome di un personale convincimento.
Ma come facciamo a sapere che il pensiero per cui lottiamo è davvero onesto? Come possiamo capire se una bandiera merita il nostro sacrificio?
Perché a volte quel pensiero per cui combattiamo - e che sembra il migliore dei pensieri mai saltati alla mente e pare sventolare libero sulla propria testa - è invece legato con un laccio intorno al collo di chi lo concepisce e rischia di strozzarlo al primo soffio di vento forte.
Ogni bandiera merita di essere difesa, se non si arriva a fare del male in suo nome. “La bandiera alla quale ho giurato fedeltà è la verità” scrive il filosofo Arthur Schopenhauer. Non c’è verità che pretenda la distruzione di qualcuno. Se un pensiero è così forte da alzarsi in alto e sventolare fiero come una bandiera, allora non pretende stragi, non porta separazione. Può causare rotture, momentanee disarmonie, ma solo per ricreare un equilibrio nuovo e più forte. È l’azione che ne deriva che dimostra se il pensiero che si sta servendo è meritevole o mediocre. L’onestà di un’idea, come di un’intenzione, si riconosce dai suoi frutti.
Non esiste azione che possa definirsi costruttiva se non porta un sollievo agli altri, se non porta un vantaggio anche a chi non è coinvolto nel combattimento, anche a chi ignora che ci sia un combattimento. “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena lottare” sosteneva quel genio di Albert Einstein. E vale la pena lottare anche per chi non crede che il mondo sia questo gran bel posto. Anche per chi non si accorge che disprezzarlo è come disprezzare noi stessi, che abitiamo - e creiamo ogni giorno - questo mondo.

Simona Bisacchi
da "Fixing"

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Di Simona (del 25/10/2016 @ 17:34:15, in I miei articoli su Fixing, letto 322 volte)

Possiamo vincere una partita, ricevere congratulazioni, qualche complimento e a volte avere addirittura ragione. Ma non c’è niente di più accattivante che costruire qualcosa. Architetti della nostra esistenza, progettiamo il nostro caos ed edifichiamo le giornate a disposizione, nell’unico lavoro rimasto a tempo indeterminato: vivere.
Andrea De Carlo scrive che “È un lavoro essere felici. È una costruzione. Devi metterla giù tavola per tavola e chiodo per chiodo, e controllare di continuo che tutto sia a posto, e tenere ben spalato tutto intorno. Ci vuole un sacco di manutenzione” (da “Uto”).
Costruiamo risate. Paranoie. Piccole tragedie e grandi passatempi.
Fabbrichiamo giustificazioni. Inconvenienti. Perplessità.
“Porto la catena che mi sono fabbricato in vita” rispose a Scrooge il suo vecchio socio Marley, che trascinava a fatica i piedi pur essendo un fantasma (Charles Dickens, “Canto di Natale”).
E quando proprio ci impegniamo, quando siamo fortunati e non siamo disposti ad arrenderci, costruiamo relazioni, amicizie, famiglie. “La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori dalle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava” così la scrittrice statunitense Erma Bombeck riassume le dinamiche e le meraviglie che edificano le fondamenta - collettive e individuali - di chi vive sotto uno stesso tetto.
Ma ogni volta che siamo pronti a costruire qualcosa, dobbiamo anche essere risoluti nello smantellare ciò che non serve. “Che sia bene o male, talvolta anche rompere qualcosa è molto piacevole” (Fedor Dostoevskij).
L’essenziale è portare rispetto per i muri portanti: non toccate i vostri principi, custodite i valori che vi hanno insegnato da piccoli, siate sempre pronti a dire “buongiorno” e “grazie”, o l’edificio che state costruendo - per quanto nuovo, innovativo e necessario - vi crollerà addosso. Perché avere il coraggio di demolire non significa annullare, non implica annullarsi, ma abbattere le barriere e andare più in là, spinti dal desiderio di crescere. “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” (Antoine de Saint Exupery, “Cittadella”). L’infinito, quello no, non si costruisce. Quello si può solo scoprire, a piccole dosi, pezzettino dopo pezzettino. Mentre si tenta di costruire qualcosa. Qualcosa che non sia solo nostro, ma possa essere condiviso con qualcuno.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 22/10/2016 @ 16:46:33, in I miei articoli su Fixing, letto 264 volte)

Cicerone ci insegna che “Non solo per noi stessi siamo nati”.
Per il solo fatto di essere al mondo insieme ad altre persone, una sottile e intricata rete di diritti e doveri ricopre la nostra strada. Se troppi sono i doveri e scarsi i diritti, la rete si farà spessa, si aggrapperà alle nostre caviglie, costringendoci a trascinare i passi, sempre più pesanti e stanchi. Se si pretendono i diritti e si ignorano i doveri, i fili della rete diventano così affilati, così poco visibili da farci inciampare nei nostri stessi piedi. Ma se la trama dei diritti e l’ordito dei doveri si intreccia in un sapiente equilibrio, quella rete non è più una trappola, diventa una rete di sicurezza nelle acrobazie dell’esistenza.
Il dovere non è essere obbligati a compiere un gesto senza avere scelta, senza scappatoie. Il dovere è piuttosto sapere che una nostra determinata azione - per quanto faticosa o scomoda - può cambiare le cose, può fare la differenza.
La vita quotidiana è piena di piccoli doveri che se ben eseguiti potrebbero cambiare l’aspetto di una giornata. Il dovere di una risata. Di sdrammatizzare. Il dovere di dire no. Il dovere della gentilezza. Il dovere di essere se stessi ma di cercare di migliorare per chi ci sta accanto. Il poeta statunitense Wallace Stevens sottolinea che “Il buon umore è un dovere che noi abbiamo verso il prossimo”. Niente di più semplice, in teoria. Niente di più complesso da realizzare.
Eppure ogni dovere che portiamo a termine è un regalo che facciamo a noi stessi. “I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio - spiega Mark Twain - Un uomo non compie che il dovere di accontentare la sua anima, il dovere di rendersi gradevole a se stesso”. Inutile, quindi, credersi generosi o meritevoli perché “La ricompensa per chi adempie ad un dovere è la capacità di adempierne un altro” (George Eliot). Si cresce così. Trascinando questa rete di diritti e doveri come se fosse una zavorra, come se aspettassimo solo il momento opportuno per abbandonarla in un angolo quando non ci vede nessuno. Fino a quando, passo dopo passo, quel dovere di ascolto, di silenzio e di lotta diventa necessario. Difficile magari, ma indispensabile. Non ci si sente più liberi, se non compiendo il proprio dovere. Allora, quando si arriva a quel punto lì, la rete si fa forte e splendida, perché come diceva Giovanni Paolo II “La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che dobbiamo”.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 18/10/2016 @ 16:43:07, in I miei articoli su Fixing, letto 178 volte)

Capita a volte che in qualche parte del mondo si formi una folla. Tante persone una accanto all’altra che si muovono all’unisono senza quasi guardarsi in faccia, tutti concentrati a far funzionare la loro realtà, ignari dell’universo che li circonda. E c’è sempre un momento in cui da questa folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Sembra stia lì a puntare il cielo, o l’orizzonte, ma sta solo suggerendo di guardare un po’ più in là. Solo che gli occhi non vedono. Gli occhi sono troppo indaffarati a fissare quello che c’è, quello che si ha, e raramente colgono quello che potrebbe essere. Per riuscire a farlo serve l’immaginazione, che raccoglie tutti i dati che questo mondo offre e ne costruisce una barca per oltrepassare il possibile. Serve un animo da raffinato inventore, per guardare un po’ più in là. Serve un animo da scrittore. E nel diciannovesimo secolo, è toccato a Jules Verne alzare il braccio, per puntarlo dritto sul futuro. Innamorato della scienza e della storia, parlò di quello che la scienza non aveva nemmeno sospettato e quello che la storia pensava non avrebbe mai vissuto, raccontando il progresso come fosse un’avventura per ragazzi. Ci ha svelato che è possibile raggiungere la luna su un mezzo dalla forma cilindro-conica. E ce lo ha raccontato nel 1865, in “Dalla Terra alla Luna”. Un secolo prima dell’Apollo 11, dell’allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, un secolo prima di quel “piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, Verne aveva descritto l’impresa dell’avventuriero francese Ardan, che non riuscirà a toccare il suolo lunare, rimarrà solo a girovagare nella sua orbita, ma darà al mondo una fatale ispirazione, perché come dichiarò lo scrittore statunitense Ray Bradbury “Senza Verne, molto probabilmente non avremmo mai concepito l’idea di andare sulla luna”. Nel 1873 ha informato tutti che la terra si era rimpicciolita, non per aver assunto nuove proporzioni, ma perché si poteva viaggiare dieci volte più veloci e si poteva tentare “Il giro del mondo in ottanta giorni”. Ma abbiamo dovuto aspettare il 1995 per scoprire la sua visione sul futuro della società. La sua opera “Parigi nel XX secolo”, scritta nel 1863, non vide la luce fino agli anni Novanta, perché la visione del mondo di Verne parve al suo editore del tempo, Pierre Jules Hetzel, così pessimistica che temeva potesse ripercuotersi negativamente sulla carriera dell’autore. Pertanto la descrizione di Verne di quella Parigi del 1960 in cui i treni sfrecciano ad alta velocità, le case sono grattacieli, una rete permette comunicazioni a livello mondiale e un artista si sente inutile in un mondo che tende solo all’economia, è rimasta sepolta in una cassaforte per oltre un secolo. Ma Michel Jerome Dufrenoy, il protagonista del libro, uno scrittore di talento in un mondo in cui nessuno legge, rimane a fissarci da quelle pagine, schiacciato in un mondo freddo, sterile, senza poesia. Rimane lì, dopo anni in una cassaforte, a chiederci “E adesso? Adesso che sapete che la mia storia è anche la vostra storia, che il mio disagio è il disagio di un’intera società, cosa pensate di fare? Cosa pensate di immaginare? Siete ancora in grado di immaginare?”. Ma c’è sempre un momento in cui dalla folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Suggerisce di guardare un po’ più in là. Non verso un nuovo mondo. Verso un uomo nuovo.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 02/08/2016 @ 16:36:08, in I miei articoli su Fixing, letto 384 volte)
Nella “Divina commedia” Dante ci insegna che la meta del viaggio è il paradiso, ma il punto di partenza è l’inferno. Per affrontarlo ci vuole un poeta che accompagni i nostri passi. Non un valoroso condottiero, non un vecchio saggio vissuto di teorie e concetti, ma l’anima gentile di chi racconta la vita in versi. Qualcuno che sappia spiegare all’uomo il senso di tanto dolore e tormento, aiutandolo a non lasciarsi travolgere, né dal giudizio di condanna sugli obbrobri del mondo né dalla pietà per destini ormai senza scampo. Secondo Roberto Benigni, “Dante ci invita a guardare in alto, ma ci spinge anche a vedere quanto siamo schifosi”. Le anime dei dannati sfilano sotto gli occhi del lettore, che si ritrova a camminare in un corridoio di specchi. E ogni specchio riflette parti di sé che mai si ammetterà di avere. Si svelano con violenza e infinita poesia le mille sfaccettature dell’anima, che è una ma contiene in sé interi mondi. Si inorridisce davanti agli ignavi, prendendo le distanze da chi non sceglie da che parte stare, come se non si avesse mai fatto l’esperienza di servire “Dio e Mammona” (Luca 16, 13). Si piange davanti alla sorte di Paolo e Francesca, che nessuno accetta davvero siano destinati alla dannazione eterna. E si è pronti a varcare le Colonne di Ercole, per seguire Ulisse che in eterno ci ammonisce: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza” (Canto XXVI, versi 118-120). Davanti a questi versi l’anima fa sempre un balzo. Come se all’improvviso si ritrovasse di fronte a qualcosa che aveva dimenticato. Un ricordo che sta lì, sulla punta del cuore, ma non si riesce a sviluppare appieno e alla fine si mette da parte, accatastandolo tra i sogni fatti in qualche notte scura. Ma non è un sogno ciò che quella frase risveglia. È un ricordo di cui non si ha più coscienza. Il ricordo delle proprie radici, del seme senza tempo da cui si proviene. Il ricordo di un momento in cui si erano scelte virtù e conoscenza come mete del proprio cammino. E mentre si legge, ci si stupisce che l’inferno possa scatenare tanta meraviglia. Come ci si stupisce ci possa essere contentezza anche nel buio dei giorni. E per quanto ci abbiano insegnato che all’inferno ci stanno i cattivi, ci si ritrova a fare il tifo per questi condannati, a cogliere il perché delle loro azioni, fino a provare qualcosa di sublime come la compassione. Per il tempo di un verso siamo anche noi accanto a Ulisse, sulla sua barca, a decidere se sfidare i confini del mondo. E no... Non siamo così sicuri che ci saremmo fermati. E non siamo nemmeno sicuri che fermarsi fosse l’azione giusta da fare. Vediamo che sono finiti all’inferno, ma pensiamo che in fondo non se lo meritavano davvero. E allora saliamo sulla barca. A inseguire quella virtù e quella conoscenza fuori dal mondo, fuori dalle terre conosciute, per capire - un istante dopo, un istante troppo tardi - che quella virtù e quella conoscenza erano alla portata d’anima. Non là fuori. Ma qui dentro. Non in alto, ma in profondità. Perché non c’è avventura più ricca di peripezie, insidie e rivelazioni del conoscere se stessi, per raggiungere virtù e conoscenza. E salutare finalmente l’inferno. Simona Bisacchi da Fixing
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Di Simona (del 02/05/2016 @ 10:36:07, in I miei articoli su Fixing, letto 273 volte)

C’è un paese in ognuno di noi. Il paese in cui nasci. Quello da cui scappi. Quello che ti accoglie. Il paese che tieni dentro di te, ovunque ti porti il tuo vagabondare.
Non è solo casa. È il luogo in cui camminando per strada riconosci te stesso.
Lo scrittore statunitense George William Curtis, nel diciannovesimo secolo, pensava che “Il paese di un uomo non è una certa porzione di terra, di montagne, di fiumi, e di boschi, ma è un principio; e il patriottismo è la lealtà a quel principio”. Il risorgimento ci ha insegnato il principio della libertà, dell’indipendenza. Tanti, a volte contraddittori, sono i principi che guidano (o dietro cui si nascondono) oggi le nazioni.
Ma qual è in noi quel principio che rende speciale il luogo in cui abitiamo o da cui veniamo? Qual è quel principio che rende casa un’accozzaglia di polvere e sensi unici?
La zolla di terra in cui alloggiamo avrebbe ben poco valore se non fosse per l’intreccio di relazioni, di affetti, di abitudini e di ostacoli che riempiono l’esistenza di gioie, tormenti e inaspettate intuizioni, offrendo a ogni individuo la possibilità di diventare qualcosa di meglio rispetto a ieri. Se non fosse per chi lo abita, se non fosse per gli incontri che ti permette di fare, nessun paese lascerebbe traccia in te. Invece è qualcosa che ti accompagna per tutta la vita. Strade che conosci a memoria, in cui ancora hai voglia di perderti. Stralci di mare, montagna o colli, che ti rasserenano anche solo in fotografia. Il paese che ti porti dentro ha i confini dei ricordi, e racchiude buona parte delle tue speranze. Ha piazze di noia, di quando eri ragazzino e potevi permetterti di annoiarti. Ha l’odore della tua famiglia. Perché un paese avrebbe poco da raccontare se non fosse il luogo dove per la prima volta hai amato. “L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città”, scrive Madre Teresa di Calcutta. E per quanto allettante sia potersene andare, tanto è necessario avere un posto in cui tornare, perché “Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta” (Omero).
Non c’è luogo che racconti chi sei. Ma tu puoi raccontare di quel paese che ha iniziato a costruirsi nella casa in cui sei cresciuto, che si nutre delle memorie che hai custodito, che ha le sembianze di dove sei nato, e che ti porti dentro in qualunque villaggio tu sia appoggiato.
Simona Bisacchi

Da Fixing

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