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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 02/05/2016 @ 10:36:07, in I miei articoli su Fixing, letto 113 volte)

C’è un paese in ognuno di noi. Il paese in cui nasci. Quello da cui scappi. Quello che ti accoglie. Il paese che tieni dentro di te, ovunque ti porti il tuo vagabondare.
Non è solo casa. È il luogo in cui camminando per strada riconosci te stesso.
Lo scrittore statunitense George William Curtis, nel diciannovesimo secolo, pensava che “Il paese di un uomo non è una certa porzione di terra, di montagne, di fiumi, e di boschi, ma è un principio; e il patriottismo è la lealtà a quel principio”. Il risorgimento ci ha insegnato il principio della libertà, dell’indipendenza. Tanti, a volte contraddittori, sono i principi che guidano (o dietro cui si nascondono) oggi le nazioni.
Ma qual è in noi quel principio che rende speciale il luogo in cui abitiamo o da cui veniamo? Qual è quel principio che rende casa un’accozzaglia di polvere e sensi unici?
La zolla di terra in cui alloggiamo avrebbe ben poco valore se non fosse per l’intreccio di relazioni, di affetti, di abitudini e di ostacoli che riempiono l’esistenza di gioie, tormenti e inaspettate intuizioni, offrendo a ogni individuo la possibilità di diventare qualcosa di meglio rispetto a ieri. Se non fosse per chi lo abita, se non fosse per gli incontri che ti permette di fare, nessun paese lascerebbe traccia in te. Invece è qualcosa che ti accompagna per tutta la vita. Strade che conosci a memoria, in cui ancora hai voglia di perderti. Stralci di mare, montagna o colli, che ti rasserenano anche solo in fotografia. Il paese che ti porti dentro ha i confini dei ricordi, e racchiude buona parte delle tue speranze. Ha piazze di noia, di quando eri ragazzino e potevi permetterti di annoiarti. Ha l’odore della tua famiglia. Perché un paese avrebbe poco da raccontare se non fosse il luogo dove per la prima volta hai amato. “L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città”, scrive Madre Teresa di Calcutta. E per quanto allettante sia potersene andare, tanto è necessario avere un posto in cui tornare, perché “Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta” (Omero).
Non c’è luogo che racconti chi sei. Ma tu puoi raccontare di quel paese che ha iniziato a costruirsi nella casa in cui sei cresciuto, che si nutre delle memorie che hai custodito, che ha le sembianze di dove sei nato, e che ti porti dentro in qualunque villaggio tu sia appoggiato.
Simona Bisacchi

Da Fixing

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Di Simona (del 14/04/2016 @ 10:39:30, in I miei articoli su Fixing, letto 183 volte)

 

E a un tratto l’uomo si alzò in volo. I dodici secondi dei fratelli Wright - non durò più a lungo il viaggio del primo aeroplano della storia - rivoluzionò il tempo e lo spazio. Dodici secondi è la durata di tre salti con la corda, di una camminata intorno al tavolo. Dodici secondi sono un piccolo nulla. Ma se quei dodici secondi li passi in aria, a quaranta metri di altezza, portato da ali che fino a quel momento erano prerogativa assoluta degli uccelli, allora non stai vivendo il tempo di un lungo sbadiglio, stai entrando nella storia.
C’è qualcosa di eroico e di romantico - di quel romanticismo che solo gli eroi sanno suscitare - nel fidarsi che quelle lamine e quel motore voleranno e porteranno in volo anche te, e finalmente il cielo sarà un luogo da abitare, non solo da osservare.
C’è qualcosa di grandioso nell’uomo che vuole andare al di là di se stesso e vedere il mondo da dove nemmeno le montagne possono osare. E c’è qualcosa di drammatico quando con quelle ali l’uomo decide di farci la guerra. Perché dopo quel grande balzo.
Dopo la sfida dell’uomo con se stesso. Dopo che New York e Parigi si avvicinarono in una notte di maggio del 1927 e Lindbergh dimostrò che attraversare l’Atlantico, in solitaria, era possibile... Gli aeroplani divennero un simbolo di guerra, portatori di bombe, non solo di uomini. Eppure non era così che era partita. Non era per quello che si sognava di volare. Non era per quello che Icaro si attaccò sulla schiena due ali con la cera. Doveva fuggire Icaro. Doveva sollevarsi dal labirinto in cui era imprigionato. Volando. Volando poteva sollevarsi, oltrepassare il muro. E se non avesse sfidato il sole, il sole avrebbe scoperto. Il sole, la conoscenza, da quel punto lì, lì in alto, avrebbe sperimentato, come nessuno prima. Come nessuno se non gli dei. Ma gli uomini fanno di tutto per imitare gli dei, per poi credersi più di loro e cadere da così in alto da ridursi a fango.
Eppure il cielo rimane una grande possibilità. “La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri. Perché ci oppone resistenza. Misurandosi con l’ostacolo l’uomo scopre se stesso. Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro. Il contadino, nell’arare, strappa a poco a poco alcuni segreti della natura, e la verità che’egli trae è universale. Non diversamente l’aeroplano, strumento delle vie aeree, coinvolge l’uomo in tutti gli antichi problemi” Saint Exupery, in “Terra degli uomini”, parla di un rapporto ancestrale dell’uomo con il cielo. E da quel cielo lui ha fatto arrivare il piccolo principe, in una terra che era deserto, e non conteneva nulla se non un aeroplano rotto. Saint Exupery che visse con il suo aereo per tutta la vita, fino a sparire con lui, non compì viaggio più grandioso e maestoso di quello che intraprese con “Il piccolo principe”. Perché puoi volare per chilometri, trattare il cielo come se fosse asfalto, e ritrovarti un giorno appoggiato per terra e varcare l’universo. Raccontarlo come fosse una favola. E iniziare un viaggio che dopo 72 anni non si è ancora fermato. Ha sostato in tutti i continenti. Parla ogni lingua. E tocca quegli antichi problemi che sempre risiedono nello stesso luogo, da secoli. Perché puoi volare più in alto dei temporali, rendere la distanza tra San Paolo e Roma una questione di qualche ora. Ma fare un balzo di dodici secondi nelle profondità del cuore dell’uomo è un’impresa da re. O da principe. Purché sia piccolo. Simona Bisacchi

Da Fixing

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Di Simona (del 02/04/2016 @ 10:33:12, in I miei articoli su Fixing, letto 316 volte)



Quale sarà la tua parte su questo palcoscenico?
Prendi il mondo.
Prendi la tua vita.
Afferra che sia il più grande spettacolo che sia mai stato portato in scena dall’inizio dei tempi.
Accetta di essere l’attore principale. Ma non l’unico.
Accetta di essere il protagonista. Ma non il regista.
Il regista non si fa vedere ma scandisce i tuoi passi con la precisione disinvolta che di solito si attribuisce al destino. E siccome non ha più voce a forza di gridare cosa sarebbe meglio per la tua interpretazione, da qualche tempo è passato ai fatti, ti solleva e ti fa inciampare ogni volta che reciti il ruolo sbagliato.
Studia bene la parte, ma sappi che l’imprevisto fa parte della compagnia: non puoi cacciarlo dal palco, puoi solo imparare a improvvisare al meglio.
Porta uno specchio con te, perché tu possa riconoscere sempre te stesso qualunque sia il personaggio che devi recitare oggi.
Stira bene i vestiti di scena, cura trucco e pettinatura, e accudisci il tuo cuore, unico a dare vita ai tuoi quotidiani travestimenti. Senza di lui mantelli e scettri non ti farebbero apparire come un re, ma come un mendicante pazzo. Accudisci il tuo cuore e non pretendere di scoprire quello degli altri, rispetta il loro travestimento, e allora forse scoprirai che la loro corona di latta contiene dell’oro.
Rifugiati in camerino o dietro le quinte, ma non scendere in platea perché “Gli uomini devono sapere che in questo teatro, che è la vita umana, è concesso solo a Dio e agli angeli di fare da spettatori” (Francesco Bacone).
Impara il copione attentamente, “a teatro il testo va rispettato nelle sue virgole, va approfondito, perché tutto è nella parola” (Marcello Mastroianni). Non sei la maschera che indossi, ma le parole che pronunci.
E quando avrai imparato a inchinarti davanti ai fischi, quando tra inciampi e cambi di programma sarai comunque in grado di sostenere la tua parte, quando sarai talmente regale da non dover indossare corone di latta e mantelli per far capire agli altri chi sei... Allora finalmente potrai sentire il regista. Non la sua voce. Il suo applauso.
Simona Bisacchi

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Di Simona (del 07/03/2016 @ 18:24:11, in I miei articoli su Fixing, letto 514 volte)

Ci sono donne che occupano un piccolo spazio nel mondo. Uno spazio nascosto e discreto. Non è l’apparenza ma la profondità il metro che guida i loro passi. Profondamente agiscono, nelle profondità toccano questa terra, fino a nutrire e reggere alberi dai tronchi solidi e dalle chiome vigorose. Sono le gentili radici dell’uomo e di ciò che di bello risiede nella vita, ma può capitare di passar loro di fianco senza nemmeno notarle, perché la sbadataggine è negli occhi di chi non vuol vedere. Ci sono donne che camminano leggere sulla superficie del mondo, come se la loro stazza pesante o i polpacci troppo grossi fossero solo un trucco per distogliere gli sguardi dalla loro danza sottile. Silenziosa. Implacabile. Ci sono donne che tengono per sé solo le confidenze che gli altri confessano, e condividono tutto il resto, che sia un cioccolatino o la gioia di vivere. Gioia di vivere che tirano fuori solo per te anche quando non ne hanno voglia, anche quando è il loro turno di essere nel tunnel dell’esistenza. Perché alcune donne sanno farlo. Sanno ridere, cucinare e parlare come se fosse un continuo bacio sulla fronte di chi hanno davanti. Giocando a carte con te sanno scacciare le malinconie, con la maestria con cui si spazza la polvere fuori casa. Ci sono donne che sanno essere madri, anche senza avere figli. Sanno essere amiche, anche se potrebbero erigersi a maestre. Ci sono donne che sanno rendere simpatica anche la saggezza. Donne che nella loro volontà di comprendere chi hanno di fronte - anche quando non è facile, anche quando non è conveniente - svelano strade mai percorse, ti accompagnano nelle scoperte e nella conoscenza, senza mai smettere di essere divertenti. Senza mai smettere di lasciarti essere te stesso. Donne che si portano addosso un nome corto, semplice, trascurato, e lo rendono solenne. Sublime. Ci sono donne che rendono tutto questo possibile.

Da Fixing

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Di Simona (del 07/01/2016 @ 21:41:37, in I miei articoli su Fixing, letto 198 volte)

Li hanno attraversati in un delirio di droga e giovinezza, lungo una strada che Jack Kerouac ha reso leggenda. Fitzgerald li ha fatti calpestare da ballerini di jazz dai cuori stravaganti e dalle speranze ormai appassite. Perché esistono gli Stati Uniti reali, quelli che puoi scoprire prendendo un aereo e un po’ di tempo. E ci sono gli Stati Uniti immaginati, quelli di chi resta a casa, e li indovina guardando un film, sfogliando un giornale o aprendo un libro.
Questi Stati Uniti qui, gli Stati Uniti sognati, vagheggiati, presunti, sono gli Stati Uniti della caccia all’oro di Jack London. Sono il Klondike di “Zanna Bianca”, che sopravvive all’odio, scopre l’umanità e il suo valore, tanto da essere pronto alla morte per difenderla.
Sono il mare impetuoso e senza scampo, dove si cela la balena bianca di Melville, ossessione di un’esistenza, senso estremo di una vita passata alla ricerca di qualcosa di grande e spaventoso, da combattere, e da cui lasciarsi inghiottire. “Achab ammucchiava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza sin dai tempi di Adamo; e poi, come se il suo petto fosse stato un mortaio, le sparava addosso la carica del suo cuore ardente” (“Moby Dick”, Herman Melville).
Sono strade limitate da staccionate bianche, dove scorazzano monelli alla Tom Sawyer, inseguiti da una zia Polly arrabbiata e divertita. Sono un grande fiume attraversato da Huck e Jim, alla ricerca di una libertà, che prende la forma di una zattera. “Ci siamo detti che non c’era casa migliore della zattera, dopo tutto. Tutti gli altri posti sono così stretti e chiusi, ma la zattera no. Sulla zattera ti senti libero, tranquillo e felice” (“Le avventure di Huckleberry Finn”, Mark Twain).
In questi Stati Uniti qui, in una casa qualunque dell’Illinois, può nascere Ernest Hemingway, e cambiare per sempre il modo di narrare il mondo.
E nasce la beat generation, e allora davvero l’America non sarà più la stessa, perché per chi legge Kerouac, e lo ama, gli Stati Uniti saranno per sempre “Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada” (“Sulla strada”, Jack Kerouac).
Gli Stati Uniti sono le citazioni di Charles Bukowsky, un mondo dove “I cani avevano le pulci, gli uomini un sacco di guai” (“A sud di nessun nord”). Sono la paura di eclissi, pagliacci, e hotel in Colorado, grazie alla penna di Stephen King.
E sono un grido. Gli Stati Uniti sono un grido, felice e disperato, di chi li scorge per la prima volta dopo giorni e giorni di viaggio su un transatlantico, dove l’unica bellezza è data dalla musica di un pianoforte.
“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America”. (“Novecento”, Alessandro Baricco).
Ma sono anche una domanda, secca e indiretta, dello scrittore Jonathan Swift.
“Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse barrato la strada”.

Da Fixing

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Di Simona (del 28/12/2015 @ 21:22:39, in I miei articoli su Fixing, letto 234 volte)

Non c’è una voce uguale all’altra. E ci sono tanti strumenti che improvvisano musica lungo le strade del mondo. Tutti suonano in modo diverso. Ma tutti possono trovare una stessa armonia. A Quinnipack ognuno ha la sua nota. Te la insegna il signor Pekisch. Con un po’ di impegno tu la imparerai. E quella nota sarà tua per tutta la vita. Perché a Quinnipack suona un peculiare strumento, l’umanofono: un organo che invece delle canne utilizza le persone. Ogni bocca è una nota. Tutti insieme sono musica. Nel mondo raccontato da Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”, il venerdì sera il signor Pekisch accorda il suo singolare strumento. Non lo accorda con le mani. Non utilizza un diapason. Accorda gli uomini con le parole. Spiega che ognuno ha la sua nota dentro di sé, e può riconoscerla tra mille. Puoi anche scappare e rinunciare, nessuno ti rimprovererà, ma non puoi negare di averla. Il signor Pekisch non ti obbliga, non ti insegue, ma senza di te quella nota rimarrà sempre muta. Senza la tua storia, la tua esperienza, la tua voce, mancherà sempre un suono. “La verità è che quella nota c’è. C’è ma voi non la volete ascoltare. E questo è idiota, è un capolavoro di idiozia, un’idiozia da rimanere di stucco. Uno ha una nota, che è sua, e se la lascia morire dentro... No... Statemi a sentire... Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più. Portatela con voi, ripetetevela quando lavorate, cantatevela nella testa, lasciate che vi suoni nelle orecchie, e sotto la lingua e nella punta delle dita. E magari anche nei piedi”. A Quinnipack nessuno pretende che tu sappia l’intera scala musicale, che tu sia responsabile della melodia degli altri, o ti impegni a riuscire in un accordo che non è proprio il tuo. Non ti viene chiesto altro che di portare avanti la tua nota, fino in fondo, con tutta la dedizione e l’ardore possibile. Perché la musica ha bisogno di quella nota, e solo tu puoi suonarla così bene. Chi non ha mai sentito quello che sai fare non si accorgerà nemmeno della tua assenza. Ma un musicista non sceglie di stonare solo perché gli ascoltatori sono distratti. E poi tu, ascoltando la musica che il popolo suona, avvertiresti sempre una pausa, un vuoto all’interno di una melodia di cui potevi far parte. Perché per quanto ti sembri piccola, faticosa, e così insignificante da non farsi quasi sentire, quella nota è il tuo compito, è il tuo omaggio alla musica. E se quella nota non vuoi proprio farla uscire, se la vuoi far star zitta, non la ridurrai al silenzio. Girerà dentro di te, incessantemente. Fino a che il rumore diventerà assordante.

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Di Simona (del 21/12/2015 @ 21:29:05, in I miei articoli su Fixing, letto 281 volte)

Ci sono giorni in cui la pioggia sembra battere non sull’asfalto, ma direttamente sull’umore delle persone. Come se ogni goccia fosse uno scrigno di malinconia. Ma se si guarda un pochino oltre, un pochino più in là, si può intravedere in questo sipario di acqua un invito, una promessa. Un invito alla confidenza, al tepore. La promessa di un nuovo punto di vista, perché “Senza un temporale ogni tanto, come faremmo ad apprezzare i giorni di sole?” (Kevin Alan Millen, “Il gusto segreto del cioccolato amaro”). Il problema della pioggia sembra risiedere proprio lì, nel sole, o meglio nella nostalgia per la sua assenza. Come se ci si dimenticasse che “Anche quando il cielo è coperto, il sole non è scomparso. È ancora lì dall’altra parte delle nuvole” (Eckhart Tolle, “Il potere di adesso”). Anche in una mattinata di pioggia la luce filtra e illumina il giorno, perché ciò che è nascosto esiste comunque e fa avvertire la sua forza. Ma a volte si è troppo imbronciati per ciò che non c’è, per riuscire ad assaporare ciò che ci circonda. Non ci si accorge che anche “Un acquazzone impartisce i suoi insegnamenti. Se la pioggia sorprende a metà strada, e camminate più in fretta per trovare un riparo, nel passare sotto alle grondaie o nei punti scoperti vi bagnerete ugualmente. Se invece ammettete sin dall’inizio la possibilità di bagnarvi, non vi darete pena, pur bagnandovi lo stesso. La stessa disposizione d’animo, per analogia, vale in altre occasioni” (Yamamoto Tsunetomo, “Hagakure”). La pioggia ha il sapore della casa. Del guardare di fuori, e sentirsi al riparo, al sicuro. Ha il gusto di una pausa, dell’essere autorizzati a fermarsi, a non correre, almeno per un’ora, perché tanto fuori piove. La pioggia è un gioco da bambini. È buttarsi nelle pozzanghere e stare a testa in su con la bocca aperta, a bere. La pioggia insegna l’armonia. Lei che batte per terra, sul mare, disegnando cerchi, piccoli e perfetti. La pioggia crea un movimento. Muove la natura. Riunisce le zolle di terra spezzate dall’afa. Rinfresca. Rinnova. “Come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità, l’amore è un’esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato” (Bertrand Russel, “La conquista della felicità”). Ma se il suo tintinnare sul tetto vi infastidisce, se guardando fuori vedete solo traffico, schizzi e umidità, se il suo profumo per voi è l’odore della tristezza, non preoccupatevi, in “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez assicura: “Non può piovere per tutta la vita”.

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Di Simona (del 14/12/2015 @ 21:37:48, in I miei articoli su Fixing, letto 294 volte)

Dicembre. Ultimo mese dell’anno.
Ci si guarda indietro e ci si chiede se quest’anno ha portato tutto ciò che si desiderava, se ci si è dati abbastanza da fare per realizzarlo, e se si è ancora in tempo per quello che si era lasciato indietro.
Difficile che ogni desiderio si sia avverato, un po’ perché questi non sono tempi dove i sogni hanno vita facile, e un po’ perché per quanto evoluti, dentro al progresso e proiettati nel mondo, ancora non abbiamo imparato a desiderare.
“Il desiderio affretta l’avvenire e crea”, Niccolò Tommaseo è molto chiaro su questo punto.
Il che significa che questo presente e questo mondo, così come li vediamo oggi, sono la realizzazione del desiderio di qualcuno. Desiderare è quindi una grande responsabilità, qualcosa da fare con attenzione, e rispetto. Allo stesso tempo, se un desiderio crea, un desiderio nuovo può creare qualcosa di diverso.
“Ogni preghiera si può ridurre a ciò: riconoscere il limite, e chiederne l’allargamento”, questa è una preghiera di due secoli fa, è il desiderio espresso da Tommaseo, ed è un pensiero che si rinnova generazione dopo generazione in chi vuole crescere, non solo esistere. Alla conquista di una libertà che sia rispetto dell’altro. “Libertà è conoscere i limiti propri e altrui; questi e quelli difendere”.
Due frasi, una rivoluzione. Tommaseo ci spinge a guardare il mondo da tutto un altro punto vista. Non ci chiede di fissare lo sguardo su un infinito lontano. Ci chiede di cercarlo nella vita di tutti i giorni, tentando di scovarlo, un passo dopo l’altro, nelle miserie umane. Sia quelle che ci appartengono, e non abbiamo voglia di ammettere. Sia quelle che scorgiamo in chi ci sta accanto, e che spesso utilizziamo per sentirci meglio, un po’ più salvi, un po’ più al sicuro. Il buon vecchio Niccolò ci spinge a guardare i nostri piedi, le nostre mani, i passi che siamo in grado di fare, e quelli che riteniamo impossibili solo perché costano una fatica immane.
Perché c’è un altro aspetto del desiderio che non viene tenuto molto in considerazione: il suo prezzo. Ogni desiderio ha un costo. Più grande è, più costa. È così nella materia. Ed è così nella vita. Nei cuori. Più si desidera essere forti, più questa forza sarà messa alla prova per aumentarla, come in un allenamento. Più si custodisce un bene prezioso, più tenteranno di afferrarlo, e gettarlo nel fango. I desideri che contengono in se stessi un valore - un valore umano, di condivisione e rispetto - sono merce rara. Richiedono impegno. “Non è coraggio senza pazienza, non è gioia senza fatica, non è forza senza dolcezza, senza umiltà non è gloria”, e lo dice un uomo che ha unito un popolo attraverso un dizionario. Ha presentato gli italiani agli italiani. Ha desiderato che gli uomini divisi in dialetti potessero essere una nazione, grazie alla loro lingua. Ha desiderato che le parole fossero dialogo, condivisione, comprensione.
E adesso, esprimi un desiderio.

Da Fixing










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Di Simona (del 20/08/2015 @ 16:47:56, in I miei articoli su Fixing, letto 270 volte)

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio «Sto diventando acqua, come faccio? Acqua che fugge nel suo gocciolìo! Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri. Il mondo cambia, sotto i raggi miei.
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri. E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento. Non ebbe più paura di cambiare.
E un giorno disse: «Il sale che io sento mi dice che sto diventando mare.
E mare sia. Perché ho capito, adesso. Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
Bruno Tognolini, “Filastrocca dei mutamenti”

Non c’è giorno in cui non avvenga una metamorfosi. E non c’è giorno in cui chi cambia non si opponga alla trasformazione. Lo scrittore e poeta Bruno Tognolini, con la delicatezza della sua penna - capace di parlare all’innocenza dei bambini e di sciogliere la complessità degli adulti – racconta il lento disgregarsi della materia per tramutarsi in poesia. Dal ghiaccio al mare. Da ciò che è freddo e privo di movimento fino a ciò che accoglie e danza di continuo. Ma il processo è lungo, non avviene in un giorno. L’autore fa scorrere gocce e un fiume d’argento, prima che il mutamento sia completo. Quasi a farci capire quanto questo sviluppo sia difficile, delicato e spesso doloroso, perché per diventare mare bisogna accettare che il sale bruci la dolcezza dell’acqua di fiume. Eppure il cambiamento avviene. E quando arriva il momento in cui si sta per compiere il grande salto, lì capisci quanto era necessario.
“Iniziare un nuovo cammino spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi” ci racconta Roberto Benigni.
Perché siamo pellegrini e non c’è pellegrino senza un cammino da percorrere. Senza tanta strada da masticare, senza imprevisti, sorprese e meraviglie da affrontare. E non c’è viaggio che non abbia come scopo il tramutare il marmo in creta. Addolcendo la sua rigidità il marmo diventa materia viva, capace di farsi plasmare, e prendere la forma di cui ha bisogno per lasciarsi toccare dalla vita. In un perenne cammino dall’esito sempre sorprendente. Perché come ammette lo Zarathustra di Nietzsche “Io sono un viandante e uno che sale sulle montagne… Io non amo le pianure e non riesco, a quanto pare, a stare tranquillo. E qualunque cosa possa ancora venire a me come destino ed esperienza – vi sarà sempre un vagabondare e un salire montagne: infine non si fa esperienza se non di se stessi”.

Da San Marino Fixing

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Di Simona (del 10/08/2015 @ 16:38:01, in I miei articoli su Fixing, letto 331 volte)

Nel cielo d’agosto sembra si svolga ogni notte una battaglia.
La luna si alza all’orizzonte tinta di rossa. Le stelle iniziano a cadere. E noi tutti a guardarle esprimendo desideri.
Le scie luminose che abbandonano il cielo catturano gli sguardi, i sogni, forse perché “L’anima è piena di stelle cadenti” (“I miserabili, Victor Hugo). Non esistono punti fermi ma solo punti di luce che ti accompagneranno per un tratto del viaggio e poi si spegneranno, per lasciare spazio a luci più forti, più intense, più profonde. Come vecchi marinai ci aggiriamo per la nostra esistenza cercando di lasciarci guidare dal cielo che abbiamo a disposizione. Anche in mezzo alla battaglia,“Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle” (Oscar Wilde).
Puntare lo sguardo in alto rimanendo con i piedi ben affondati nella terra, questo è un gioco da equilibristi. Si puntano gli occhi in su e si vorrebbe cogliere l’infinito. E alla fine si scorge solo quello che noi vogliamo, quello che pensiamo, quello che desideriamo. Guardiamo un pezzo di meteora che cade nel buio e lo riempiamo di significati, di premonizioni, di profezie. Ma nessuno può conoscere il nostro destino. Nessuno può sapere quante stelle cadenti e quante fonti di meraviglia può contenere la nostra anima. E nessuno può sapere in quale modo la vita ci dona nuove stelle che illuminino il nostro cammino. O che almeno rendano meno buia la strada.
E ogni errore che facciamo offusca quel cielo. Siamo noi le nostre nuvole. Siamo noi che non diamo la possibilità alle stelle di brillare. Eppure “La nuvola nasconde le stelle e canta vittoria ma poi svanisce: le stelle durano” (Rabindranath Tagore). Le stelle durano. È il tempo che fa la differenza. È il tempo che rende frutto il seme. È il tempo che permette a una stella di diventare un punto di riferimento per i naviganti. È il tempo che può trasformare un sogno in un’illusione. O custodire un segreto fino a farlo diventare una storia da raccontare.
Perché alcune storie sono davvero come le stelle, che illuminano il cielo anche quando non ce ne accorgiamo. Anche se la luce dei lampioni è più forte, più facile da notare. È più facile cogliere quello che dovrebbe essere, quello che sarebbe meglio, più opportuno, più semplice… Ma la realtà è più creativa dei nostri “vorrei” e di tutti i “si deve”. E allora puntiamo gli occhi sulla luna, sulle stelle, e cerchiamo un frammento di infinito per sollevarci dalla terra greve. Proviamo a cercare qualcosa di più. Come il piccolo principe “Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua” (Antoine de Saint Exupéry). E può sembrare un controsenso, ma l’unico modo per trovare la propria stella è vivere questa terra.
Con il naso puntato in alto per scorgere nel cielo il rosso della battaglia che si svolge tra gli astri.
Per cercare un conforto e uno scopo dal nostro fango.
Per ricordarci che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (William Shakespeare) ma abbiamo la possibilità di diventare realtà. Abbiamo la possibilità di avere una storia da raccontare.

Da Fixing n. 31

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