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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 07/01/2016 @ 21:41:37, in I miei articoli su Fixing, letto 67 volte)

Li hanno attraversati in un delirio di droga e giovinezza, lungo una strada che Jack Kerouac ha reso leggenda. Fitzgerald li ha fatti calpestare da ballerini di jazz dai cuori stravaganti e dalle speranze ormai appassite. Perché esistono gli Stati Uniti reali, quelli che puoi scoprire prendendo un aereo e un po’ di tempo. E ci sono gli Stati Uniti immaginati, quelli di chi resta a casa, e li indovina guardando un film, sfogliando un giornale o aprendo un libro.
Questi Stati Uniti qui, gli Stati Uniti sognati, vagheggiati, presunti, sono gli Stati Uniti della caccia all’oro di Jack London. Sono il Klondike di “Zanna Bianca”, che sopravvive all’odio, scopre l’umanità e il suo valore, tanto da essere pronto alla morte per difenderla.
Sono il mare impetuoso e senza scampo, dove si cela la balena bianca di Melville, ossessione di un’esistenza, senso estremo di una vita passata alla ricerca di qualcosa di grande e spaventoso, da combattere, e da cui lasciarsi inghiottire. “Achab ammucchiava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza sin dai tempi di Adamo; e poi, come se il suo petto fosse stato un mortaio, le sparava addosso la carica del suo cuore ardente” (“Moby Dick”, Herman Melville).
Sono strade limitate da staccionate bianche, dove scorazzano monelli alla Tom Sawyer, inseguiti da una zia Polly arrabbiata e divertita. Sono un grande fiume attraversato da Huck e Jim, alla ricerca di una libertà, che prende la forma di una zattera. “Ci siamo detti che non c’era casa migliore della zattera, dopo tutto. Tutti gli altri posti sono così stretti e chiusi, ma la zattera no. Sulla zattera ti senti libero, tranquillo e felice” (“Le avventure di Huckleberry Finn”, Mark Twain).
In questi Stati Uniti qui, in una casa qualunque dell’Illinois, può nascere Ernest Hemingway, e cambiare per sempre il modo di narrare il mondo.
E nasce la beat generation, e allora davvero l’America non sarà più la stessa, perché per chi legge Kerouac, e lo ama, gli Stati Uniti saranno per sempre “Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada” (“Sulla strada”, Jack Kerouac).
Gli Stati Uniti sono le citazioni di Charles Bukowsky, un mondo dove “I cani avevano le pulci, gli uomini un sacco di guai” (“A sud di nessun nord”). Sono la paura di eclissi, pagliacci, e hotel in Colorado, grazie alla penna di Stephen King.
E sono un grido. Gli Stati Uniti sono un grido, felice e disperato, di chi li scorge per la prima volta dopo giorni e giorni di viaggio su un transatlantico, dove l’unica bellezza è data dalla musica di un pianoforte.
“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America”. (“Novecento”, Alessandro Baricco).
Ma sono anche una domanda, secca e indiretta, dello scrittore Jonathan Swift.
“Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse barrato la strada”.

Da Fixing

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Di Simona (del 28/12/2015 @ 21:22:39, in I miei articoli su Fixing, letto 85 volte)

Non c’è una voce uguale all’altra. E ci sono tanti strumenti che improvvisano musica lungo le strade del mondo. Tutti suonano in modo diverso. Ma tutti possono trovare una stessa armonia. A Quinnipack ognuno ha la sua nota. Te la insegna il signor Pekisch. Con un po’ di impegno tu la imparerai. E quella nota sarà tua per tutta la vita. Perché a Quinnipack suona un peculiare strumento, l’umanofono: un organo che invece delle canne utilizza le persone. Ogni bocca è una nota. Tutti insieme sono musica. Nel mondo raccontato da Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”, il venerdì sera il signor Pekisch accorda il suo singolare strumento. Non lo accorda con le mani. Non utilizza un diapason. Accorda gli uomini con le parole. Spiega che ognuno ha la sua nota dentro di sé, e può riconoscerla tra mille. Puoi anche scappare e rinunciare, nessuno ti rimprovererà, ma non puoi negare di averla. Il signor Pekisch non ti obbliga, non ti insegue, ma senza di te quella nota rimarrà sempre muta. Senza la tua storia, la tua esperienza, la tua voce, mancherà sempre un suono. “La verità è che quella nota c’è. C’è ma voi non la volete ascoltare. E questo è idiota, è un capolavoro di idiozia, un’idiozia da rimanere di stucco. Uno ha una nota, che è sua, e se la lascia morire dentro... No... Statemi a sentire... Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più. Portatela con voi, ripetetevela quando lavorate, cantatevela nella testa, lasciate che vi suoni nelle orecchie, e sotto la lingua e nella punta delle dita. E magari anche nei piedi”. A Quinnipack nessuno pretende che tu sappia l’intera scala musicale, che tu sia responsabile della melodia degli altri, o ti impegni a riuscire in un accordo che non è proprio il tuo. Non ti viene chiesto altro che di portare avanti la tua nota, fino in fondo, con tutta la dedizione e l’ardore possibile. Perché la musica ha bisogno di quella nota, e solo tu puoi suonarla così bene. Chi non ha mai sentito quello che sai fare non si accorgerà nemmeno della tua assenza. Ma un musicista non sceglie di stonare solo perché gli ascoltatori sono distratti. E poi tu, ascoltando la musica che il popolo suona, avvertiresti sempre una pausa, un vuoto all’interno di una melodia di cui potevi far parte. Perché per quanto ti sembri piccola, faticosa, e così insignificante da non farsi quasi sentire, quella nota è il tuo compito, è il tuo omaggio alla musica. E se quella nota non vuoi proprio farla uscire, se la vuoi far star zitta, non la ridurrai al silenzio. Girerà dentro di te, incessantemente. Fino a che il rumore diventerà assordante.

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Di Simona (del 21/12/2015 @ 21:29:05, in I miei articoli su Fixing, letto 103 volte)

Ci sono giorni in cui la pioggia sembra battere non sull’asfalto, ma direttamente sull’umore delle persone. Come se ogni goccia fosse uno scrigno di malinconia. Ma se si guarda un pochino oltre, un pochino più in là, si può intravedere in questo sipario di acqua un invito, una promessa. Un invito alla confidenza, al tepore. La promessa di un nuovo punto di vista, perché “Senza un temporale ogni tanto, come faremmo ad apprezzare i giorni di sole?” (Kevin Alan Millen, “Il gusto segreto del cioccolato amaro”). Il problema della pioggia sembra risiedere proprio lì, nel sole, o meglio nella nostalgia per la sua assenza. Come se ci si dimenticasse che “Anche quando il cielo è coperto, il sole non è scomparso. È ancora lì dall’altra parte delle nuvole” (Eckhart Tolle, “Il potere di adesso”). Anche in una mattinata di pioggia la luce filtra e illumina il giorno, perché ciò che è nascosto esiste comunque e fa avvertire la sua forza. Ma a volte si è troppo imbronciati per ciò che non c’è, per riuscire ad assaporare ciò che ci circonda. Non ci si accorge che anche “Un acquazzone impartisce i suoi insegnamenti. Se la pioggia sorprende a metà strada, e camminate più in fretta per trovare un riparo, nel passare sotto alle grondaie o nei punti scoperti vi bagnerete ugualmente. Se invece ammettete sin dall’inizio la possibilità di bagnarvi, non vi darete pena, pur bagnandovi lo stesso. La stessa disposizione d’animo, per analogia, vale in altre occasioni” (Yamamoto Tsunetomo, “Hagakure”). La pioggia ha il sapore della casa. Del guardare di fuori, e sentirsi al riparo, al sicuro. Ha il gusto di una pausa, dell’essere autorizzati a fermarsi, a non correre, almeno per un’ora, perché tanto fuori piove. La pioggia è un gioco da bambini. È buttarsi nelle pozzanghere e stare a testa in su con la bocca aperta, a bere. La pioggia insegna l’armonia. Lei che batte per terra, sul mare, disegnando cerchi, piccoli e perfetti. La pioggia crea un movimento. Muove la natura. Riunisce le zolle di terra spezzate dall’afa. Rinfresca. Rinnova. “Come accade alle piante quando la pioggia le bagna dopo la siccità, l’amore è un’esperienza attraverso la quale tutto il nostro essere viene rinnovato e rinfrescato” (Bertrand Russel, “La conquista della felicità”). Ma se il suo tintinnare sul tetto vi infastidisce, se guardando fuori vedete solo traffico, schizzi e umidità, se il suo profumo per voi è l’odore della tristezza, non preoccupatevi, in “Cent’anni di solitudine” Gabriel Garcia Marquez assicura: “Non può piovere per tutta la vita”.

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Di Simona (del 14/12/2015 @ 21:37:48, in I miei articoli su Fixing, letto 141 volte)

Dicembre. Ultimo mese dell’anno.
Ci si guarda indietro e ci si chiede se quest’anno ha portato tutto ciò che si desiderava, se ci si è dati abbastanza da fare per realizzarlo, e se si è ancora in tempo per quello che si era lasciato indietro.
Difficile che ogni desiderio si sia avverato, un po’ perché questi non sono tempi dove i sogni hanno vita facile, e un po’ perché per quanto evoluti, dentro al progresso e proiettati nel mondo, ancora non abbiamo imparato a desiderare.
“Il desiderio affretta l’avvenire e crea”, Niccolò Tommaseo è molto chiaro su questo punto.
Il che significa che questo presente e questo mondo, così come li vediamo oggi, sono la realizzazione del desiderio di qualcuno. Desiderare è quindi una grande responsabilità, qualcosa da fare con attenzione, e rispetto. Allo stesso tempo, se un desiderio crea, un desiderio nuovo può creare qualcosa di diverso.
“Ogni preghiera si può ridurre a ciò: riconoscere il limite, e chiederne l’allargamento”, questa è una preghiera di due secoli fa, è il desiderio espresso da Tommaseo, ed è un pensiero che si rinnova generazione dopo generazione in chi vuole crescere, non solo esistere. Alla conquista di una libertà che sia rispetto dell’altro. “Libertà è conoscere i limiti propri e altrui; questi e quelli difendere”.
Due frasi, una rivoluzione. Tommaseo ci spinge a guardare il mondo da tutto un altro punto vista. Non ci chiede di fissare lo sguardo su un infinito lontano. Ci chiede di cercarlo nella vita di tutti i giorni, tentando di scovarlo, un passo dopo l’altro, nelle miserie umane. Sia quelle che ci appartengono, e non abbiamo voglia di ammettere. Sia quelle che scorgiamo in chi ci sta accanto, e che spesso utilizziamo per sentirci meglio, un po’ più salvi, un po’ più al sicuro. Il buon vecchio Niccolò ci spinge a guardare i nostri piedi, le nostre mani, i passi che siamo in grado di fare, e quelli che riteniamo impossibili solo perché costano una fatica immane.
Perché c’è un altro aspetto del desiderio che non viene tenuto molto in considerazione: il suo prezzo. Ogni desiderio ha un costo. Più grande è, più costa. È così nella materia. Ed è così nella vita. Nei cuori. Più si desidera essere forti, più questa forza sarà messa alla prova per aumentarla, come in un allenamento. Più si custodisce un bene prezioso, più tenteranno di afferrarlo, e gettarlo nel fango. I desideri che contengono in se stessi un valore - un valore umano, di condivisione e rispetto - sono merce rara. Richiedono impegno. “Non è coraggio senza pazienza, non è gioia senza fatica, non è forza senza dolcezza, senza umiltà non è gloria”, e lo dice un uomo che ha unito un popolo attraverso un dizionario. Ha presentato gli italiani agli italiani. Ha desiderato che gli uomini divisi in dialetti potessero essere una nazione, grazie alla loro lingua. Ha desiderato che le parole fossero dialogo, condivisione, comprensione.
E adesso, esprimi un desiderio.

Da Fixing










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Di Simona (del 20/08/2015 @ 16:47:56, in I miei articoli su Fixing, letto 134 volte)

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio «Sto diventando acqua, come faccio? Acqua che fugge nel suo gocciolìo! Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri. Il mondo cambia, sotto i raggi miei.
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri. E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento. Non ebbe più paura di cambiare.
E un giorno disse: «Il sale che io sento mi dice che sto diventando mare.
E mare sia. Perché ho capito, adesso. Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
Bruno Tognolini, “Filastrocca dei mutamenti”

Non c’è giorno in cui non avvenga una metamorfosi. E non c’è giorno in cui chi cambia non si opponga alla trasformazione. Lo scrittore e poeta Bruno Tognolini, con la delicatezza della sua penna - capace di parlare all’innocenza dei bambini e di sciogliere la complessità degli adulti – racconta il lento disgregarsi della materia per tramutarsi in poesia. Dal ghiaccio al mare. Da ciò che è freddo e privo di movimento fino a ciò che accoglie e danza di continuo. Ma il processo è lungo, non avviene in un giorno. L’autore fa scorrere gocce e un fiume d’argento, prima che il mutamento sia completo. Quasi a farci capire quanto questo sviluppo sia difficile, delicato e spesso doloroso, perché per diventare mare bisogna accettare che il sale bruci la dolcezza dell’acqua di fiume. Eppure il cambiamento avviene. E quando arriva il momento in cui si sta per compiere il grande salto, lì capisci quanto era necessario.
“Iniziare un nuovo cammino spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi” ci racconta Roberto Benigni.
Perché siamo pellegrini e non c’è pellegrino senza un cammino da percorrere. Senza tanta strada da masticare, senza imprevisti, sorprese e meraviglie da affrontare. E non c’è viaggio che non abbia come scopo il tramutare il marmo in creta. Addolcendo la sua rigidità il marmo diventa materia viva, capace di farsi plasmare, e prendere la forma di cui ha bisogno per lasciarsi toccare dalla vita. In un perenne cammino dall’esito sempre sorprendente. Perché come ammette lo Zarathustra di Nietzsche “Io sono un viandante e uno che sale sulle montagne… Io non amo le pianure e non riesco, a quanto pare, a stare tranquillo. E qualunque cosa possa ancora venire a me come destino ed esperienza – vi sarà sempre un vagabondare e un salire montagne: infine non si fa esperienza se non di se stessi”.

Da San Marino Fixing

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Di Simona (del 10/08/2015 @ 16:38:01, in I miei articoli su Fixing, letto 164 volte)

Nel cielo d’agosto sembra si svolga ogni notte una battaglia.
La luna si alza all’orizzonte tinta di rossa. Le stelle iniziano a cadere. E noi tutti a guardarle esprimendo desideri.
Le scie luminose che abbandonano il cielo catturano gli sguardi, i sogni, forse perché “L’anima è piena di stelle cadenti” (“I miserabili, Victor Hugo). Non esistono punti fermi ma solo punti di luce che ti accompagneranno per un tratto del viaggio e poi si spegneranno, per lasciare spazio a luci più forti, più intense, più profonde. Come vecchi marinai ci aggiriamo per la nostra esistenza cercando di lasciarci guidare dal cielo che abbiamo a disposizione. Anche in mezzo alla battaglia,“Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle” (Oscar Wilde).
Puntare lo sguardo in alto rimanendo con i piedi ben affondati nella terra, questo è un gioco da equilibristi. Si puntano gli occhi in su e si vorrebbe cogliere l’infinito. E alla fine si scorge solo quello che noi vogliamo, quello che pensiamo, quello che desideriamo. Guardiamo un pezzo di meteora che cade nel buio e lo riempiamo di significati, di premonizioni, di profezie. Ma nessuno può conoscere il nostro destino. Nessuno può sapere quante stelle cadenti e quante fonti di meraviglia può contenere la nostra anima. E nessuno può sapere in quale modo la vita ci dona nuove stelle che illuminino il nostro cammino. O che almeno rendano meno buia la strada.
E ogni errore che facciamo offusca quel cielo. Siamo noi le nostre nuvole. Siamo noi che non diamo la possibilità alle stelle di brillare. Eppure “La nuvola nasconde le stelle e canta vittoria ma poi svanisce: le stelle durano” (Rabindranath Tagore). Le stelle durano. È il tempo che fa la differenza. È il tempo che rende frutto il seme. È il tempo che permette a una stella di diventare un punto di riferimento per i naviganti. È il tempo che può trasformare un sogno in un’illusione. O custodire un segreto fino a farlo diventare una storia da raccontare.
Perché alcune storie sono davvero come le stelle, che illuminano il cielo anche quando non ce ne accorgiamo. Anche se la luce dei lampioni è più forte, più facile da notare. È più facile cogliere quello che dovrebbe essere, quello che sarebbe meglio, più opportuno, più semplice… Ma la realtà è più creativa dei nostri “vorrei” e di tutti i “si deve”. E allora puntiamo gli occhi sulla luna, sulle stelle, e cerchiamo un frammento di infinito per sollevarci dalla terra greve. Proviamo a cercare qualcosa di più. Come il piccolo principe “Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua” (Antoine de Saint Exupéry). E può sembrare un controsenso, ma l’unico modo per trovare la propria stella è vivere questa terra.
Con il naso puntato in alto per scorgere nel cielo il rosso della battaglia che si svolge tra gli astri.
Per cercare un conforto e uno scopo dal nostro fango.
Per ricordarci che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (William Shakespeare) ma abbiamo la possibilità di diventare realtà. Abbiamo la possibilità di avere una storia da raccontare.

Da Fixing n. 31

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Di Simona (del 08/07/2015 @ 18:19:16, in I miei articoli su Fixing, letto 231 volte)

Scorrono i giorni sul calendario.
Corrono gli uomini dietro le ore.
E ancora più forte corrono i pensieri. Così, oggi è fatto di talmente tanti “domani devo”, “tra un anno accadrà”, “un giorno farò”, che se non ci fosse la data sull’agenda non sapremmo nemmeno più in che anno viviamo. Eppure anche un bambino con la testa rotonda come Charlie Brown sa che “La vita è più facile se si teme soltanto un giorno alla volta”.
Ma non è nella paura del domani il valore dei giorni. Né nella fretta. Né negli anniversari.
E allora dove si nasconde quel valore?
A volte sembra che il significato più profondo del tempo sia nell’imprevisto.
Tutto ciò che non riusciamo a calcolare, a prevedere, a meditare è ciò che ci svela a che punto del nostro viaggio siamo. Le reazione che abbiamo davanti alle situazioni imponderabili raccontano di noi più di quanto possano fare oroscopi e aneddoti d’infanzia.
E poi ci sono gli altri. Le persone che incontriamo, le persone a cui dedichiamo uno sguardo o un gesto: sono le persone che ci permettono di rendere vita il nostro tempo. È il tempo che impieghiamo a salutare, a far ridere qualcuno, a guardarlo negli occhi che permette di trasformare in perle i minuti, e spogliarsi delle spine di impazienza e frenesia che ci conficchiamo nella testa.
“Quale tempo ci regala in più Dio? Quello che noi regaliamo e doniamo agli altri, che ci torna indietro decuplicato. ‘Cerca dentro di te i giorni che non credevi di avere, cercali… Io te li ho dati’” (Roberto Benigni ne “I dieci comandamenti”).
E anche quando il calendario sembra segnare sempre lo stesso giorno, perché il tempo pare essersi fermato, e si ha l’impressione di svegliarsi continuamente in un giorno già vissuto, non bisogna lasciarsi confondere. Bisognerebbe ricordarsi che “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi” (Ernest Hemingway, “Per chi suona la campana”).
C’è chi confonde i giorni. Chi pensa che l’alba arrivi di sera. Ma non c’è sole che non sorga al mattino. Non c’è notte che non venga mozzata dall’aurora. E non c’è calendario che possa contenere il tempo.

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Di Simona (del 05/05/2015 @ 10:05:39, in I miei articoli su Fixing, letto 214 volte)

È solo un francobollo da 60 centesimi. Di quelli che usi per spedire una cartolina.
C’è un viso disegnato. Un uomo di un altro secolo. Colpiscono subito i folti baffi. Ma ancora di più colpiscono gli occhi fieri e sognanti, puntati verso l’alto, a scrutare un mondo che solo lui riesce a vedere così, ma che in tutti i modi ha cercato di raccontarci. Due gabbiani in volo, un mare agitato e un antico veliero illustrano quel mondo sul francobollo dedicato al genio di Emilio Salgari, per i cento anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1911.
L’antieroe capace di creare eroi.
L’uomo costantemente indebitato che scriveva come un forsennato, per onorare i pagamenti.
L’uomo che morì suicida, in un boschetto vicino a casa.
Quell’uomo era lo stesso che entrava in una biblioteca civica e si ritrovava a vagare tra i serpenti e le paludi della giungla nera. A viaggiare verso Labuan, insieme a Yanez de Gomera e alla sua ennesima sigaretta.
Salgari scrutava un atlante geografico e trovava il mondo. Ma non quello che avremmo trovato tutti. No. Lui trovava l’India di Tremal-Naik. La foce del grande Gange fitta di misteri sanguinosi. Nelle terre emerse di un mappamondo, Salgari scopriva la Malesia di Sandokan, re sconfitto di un regno del Borneo, che diventa pirata per vendetta e per amore.
C’è chi legge tanto, studia, si documenta e diventa un intellettuale.
E c’è chi apre un’enciclopedia e ci trova l’avventura.
Salgari non inventa un universo fantastico. Plasma luoghi esotici e bizzarri. Forgia eroi, animi indomiti, sentimenti prepotenti, vendette che non possono arrendersi nemmeno davanti all’amore, odi selvaggi, battaglie valorose.
Quella salgariana è un’epica che si spoglia degli dei e si veste di un romanticismo insostenibile, incessante, dove ogni gesto è solenne, ogni scelta definitiva, ogni parola un giuramento.
Questo uomo piccolo, dal destino atroce, è capace di appoggiare i gomiti su una scrivania e creare i Caraibi. E nemmeno per un momento hai il sospetto che quella terra non esista e che non sia esattamente così, come lui te la descrive. Mentre solchi l’oceano sulla Folgore del Corsaro Nero, o mentre cammini nella foresta vergine dietro a “compare sacco di carbone” Moko, il mondo è un luogo vasto, pieno di peripezie pericolose e necessarie, pieno di sorprese, e di decisioni che mai avresti voluto prendere.
E “tuoni d’Amburgo!” – come impreca Wan Stiller – quando il Corsaro Nero lascia Honorata, l’amore della sua vita, su quella scialuppa in mezzo all’oceano, solo per tener fede a una promessa fatta a se stesso, lo vorresti meno leggendario, meno fedele, meno esagerato. Ma poi Carmaux ti indica il ponte di comando, “Guarda lassù: il Corsaro Nero piange!”, e tu scorgi questo uomo accasciato sui cordami, con il volto nascosto tra le mani, e lo perdoni. E sai che non è finita. Perché lo scrittore non fa morire Honorata. La fa diventare la Regina dei Caraibi, e le permette di scegliere. “La vita o la morte?”. “L’amor tuo” risponde la giovane, in braccio al Corsaro Nero che cammina verso le onde del mare, indeciso se fermarsi o morire.
E il “vissero felici e contenti” di Salgari sta nel misterioso svanire dei due amanti, con il sollievo – per il lettore – che contate le scialuppe ne manca una.
Perché Salgari salva l’avventura fino in fondo. E un’avventura non sa che farsene di un finale con feste e banchetti. Il lieto fine sta dentro i margini, è rassicurante. L’avventura vive dell’imprevisto. È lo stare continuamente in bilico - per scelta o per destino - deridendo l’equilibrio e chi ne sente il bisogno.
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.17

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Di Simona (del 27/04/2015 @ 18:59:10, in I miei articoli su Fixing, letto 252 volte)

Se il mondo diventasse muto, gli uomini continuerebbero comunque a raccontare le loro vicende. Armati di penne e di pennelli, l’avventura dell’umanità non smetterebbe di essere tramandata.
Il poeta greco Simonide sosteneva che “La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla”. Ogni pittore racconta una storia. E una storia, a volte, non è che un dipinto tradotto in parole.
Succede in “Oceano mare” di Alessandro Baricco. Le voci di Savigny e Thomas - i personaggi a cui lo scrittore affida il racconto del naufragio della nave francese Alliance e della sorte che colpì i quindici superstiti, a cui non rimase che un barcone a cui aggrapparsi - sembrano alzarsi direttamente da “La zattera della Medusa” di Theodore Gericault, da quel cumulo scomposto di corpi dipinti nell’Ottocento. Il “ventre del mare” narrato da Baricco ha i colori, il dramma e la perdizione del quadro custodito al Louvre. Su quella zattera, tra cadaveri e terrore, sembra di scorgere il giovane marinaio Thomas giurare vendetta: il medico Savigny non dovrà morire lì, travolto dall’acqua, ma tra le sue mani. Dovrà ucciderlo lui. Come Savigny ha ucciso la sua amata Therese. “Dovessi vivere ancora mille anni, amore sarebbe il nome del peso lieve di Therese, tra le mie braccia, prima di scivolare tra le onde. E destino sarebbe il nome di questo oceano mare, infinito e bello”.
A volte, invece, non sapere come è nato un dipinto offre la possibilità di inventarne la genesi.
Cosa ha portato un pittore del Seicento fino all’orlo del capolavoro? Quale storia ha vissuto con la musa del suo ritratto? Così il pittore olandese Jan Vermeer, di cui in realtà si sa ben poco, è diventato un personaggio da romanzo, affascinante e tormentato, nella storia raccontata da Tracy Chevalier ne “La ragazza con l’orecchino di perla”. Una donna di umile estrazione sociale, un orecchino degno di una nobile, una bellezza magnifica, e un pittore di cui non si sa quasi nulla: il fardello di enigmi racchiuso in questo piccolo dipinto è una tentazione troppo forte, è una storia che non può non essere romanzata. “La ragazza col turbante”, titolo originale dell’opera, è diventata l’eroina romantica di una passione che nessuno mai conoscerà davvero, ma che per tutti avrà lo sguardo languido di Scarlett Johansson (protagonista del film tratto dal romanzo).
Ma alla fine il quadro più celebre della storia della letteratura lo ha dipinto con arguzia e infinita raffinatezza la penna di Oscar Wilde. “Il ritratto di Dorian Gray” rimane lì a fissarci, raccontandoci le agghiaccianti conseguenze dell’ossessione per la giovinezza e la bellezza.
Avere un quadro che invecchia per te. Un dipinto che accumula i tuoi errori. Un’immagine di te che si storpia al tuo posto, lasciando il tuo corpo e il tuo volto intatti. Un ritratto che fa passare gli anni su di sé, permettendo a te di rimanere giovane, candido, agile. Mentre sulla tela ogni tuo sbaglio prende la forma di un ghigno, e il tempo che passa diventa solco, cicatrice. Dorian Gray rende il suo ritratto un ricettacolo di misfatti e corruzione.
Cosa non s’inventano questi scrittori geniali!
Chi mai ci terrebbe tanto ad apparire perfetto, pur sapendo di non esserlo affatto?
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.14 

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Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:17:31, in I miei articoli su Fixing, letto 213 volte)

Arriva il momento in cui lo spettacolo finisce. Si svuota la platea al suono di un chiacchiericcio. Si spengono i fari che hanno illuminato la scena. E si accende una lampadina in un camerino dietro le quinte. L’attore si sveste di chi è stato, indossa i panni di chi è, e prepara la valigia per la prossima replica. Ma se quell’attore potesse abbandonare tutti i costumi di scena sulla sedia – sicuramente sdrucita – e potesse lasciare trucchi e maschere davanti allo specchio – sicuramente opaco - allora finalmente in quella valigia potrebbe infilare tutte le parole di cui ha bisogno. Via i tulle e i cappelli. Spazio ai libri e alle storie.
Nella pancia rettangolare della sua valigia, l’attore metterebbe quello da cui tutto ha avuto inizio. E tutto, sempre, ha inizio dalla poesia.
Pochi versi imparati a memoria alle elementari. Una filastrocca di Gianni Rodari. Quella dove l’autore all’avara formica preferisce la cicala, “che il più bel canto non vende, regala”. Poi sono arrivate le poesie d’amore di Neruda, i versi dialettali di Raffaello Baldini, qualcosa di fatale come Alda Merini. Perché la poesia è la prima forma di teatro, per chi non ha un palco dove esibirsi. Basta una serata tra amici, basta alzarsi dalla sedia e dire ciò che piace usando le parole di un altro.
Il personaggio arriva dopo. Quando la strofa diventa un copione. Quando la voce serve a esprimere il pensiero di qualcun altro. E il corpo è destinato a diventare una maschera.
Allora nella valigia dell’attore trova spazio Pirandello. Ma non solo i testi teatrali, anche le novelle, anche “Ciaula scopre la luna”, perché sapere che la luna esiste è un fatto scontato, ma vederla nel buio, forte come il sole, fa scoppiare a piangere.
E c’è posto anche per “Novecento” di Baricco. Un monologo. Un libro sottile che contiene tutta l’intera vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, passata su un transatlantico, a suonare un pianoforte e a dire addio a tutto ciò che esiste sulla terraferma.
Ma dentro quella valigia non mancano i romanzi. Non può mancare “Moby Dick” di Melville, perché anche le tavole di un palco scricchiolano e costano sudore proprio come quelle di una baleniera. E non esiste personaggio più teatrale, ed epico, del capitano Achab.
La valigia è ormai piena. Ma ancora c’è posto per un po’ di Shakespeare. In certi sogni che l’attore fa nelle notti di mezza estate è ancora il duca Teseo, e in fondo come lui ancora pensa che “Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia”.
Ma non l’attore. L’attore ha bisogno della realtà per poter interpretare chi non esiste.
L’attore ha bisogno del mondo per inventare se stesso ogni sera. Dentro la sua valigia deve mettere tutti i dialetti ascoltati per i vicoli dei paesi. I ricordi degli anziani raccolti sulla spiaggia. I pettegolezzi di due amiche, origliati al tavolino di un caffé. Deve mettere le confidenze dei bambini mentre giocano con i trenini. Le bugie di una ragazza al suo fidanzato. Il diario che la nonna scriveva in segreto.
Tutto, sempre, ha inizio dalla poesia, poi, però, è la vita di tutti i giorni che fa la nostra storia. È nella vita di tutti i giorni che prepariamo la nostra valigia. Attori di teatro. O attori del destino.

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