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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 30/10/2016 @ 17:31:41, in I miei articoli su Fixing, letto 122 volte)

Ogni bandiera è un simbolo. È un’appartenenza. La bandiera di un Paese rappresenta il valore di chi ha combattuto per unire un popolo sotto quei colori. Racchiude la forza di chi ha dato la vita per conquistare possibilità oggi date per scontate. E anche chi è inconsapevole, anche chi è in disaccordo, è figlio delle vicende che il drappo della propria nazione racconta.
C’è poi una bandiera più personale, più intima, incolore e impalpabile come solo un’idea riesce a essere. Non è vero che il patriottismo è morto, spesso ha solo cambiato indirizzo: dalla propria Patria alla propria opinione. Si è pronti a difendere a spada tratta il proprio pensiero. Si è disposti ad andare contro tutto e tutti in nome di un personale convincimento.
Ma come facciamo a sapere che il pensiero per cui lottiamo è davvero onesto? Come possiamo capire se una bandiera merita il nostro sacrificio?
Perché a volte quel pensiero per cui combattiamo - e che sembra il migliore dei pensieri mai saltati alla mente e pare sventolare libero sulla propria testa - è invece legato con un laccio intorno al collo di chi lo concepisce e rischia di strozzarlo al primo soffio di vento forte.
Ogni bandiera merita di essere difesa, se non si arriva a fare del male in suo nome. “La bandiera alla quale ho giurato fedeltà è la verità” scrive il filosofo Arthur Schopenhauer. Non c’è verità che pretenda la distruzione di qualcuno. Se un pensiero è così forte da alzarsi in alto e sventolare fiero come una bandiera, allora non pretende stragi, non porta separazione. Può causare rotture, momentanee disarmonie, ma solo per ricreare un equilibrio nuovo e più forte. È l’azione che ne deriva che dimostra se il pensiero che si sta servendo è meritevole o mediocre. L’onestà di un’idea, come di un’intenzione, si riconosce dai suoi frutti.
Non esiste azione che possa definirsi costruttiva se non porta un sollievo agli altri, se non porta un vantaggio anche a chi non è coinvolto nel combattimento, anche a chi ignora che ci sia un combattimento. “Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena lottare” sosteneva quel genio di Albert Einstein. E vale la pena lottare anche per chi non crede che il mondo sia questo gran bel posto. Anche per chi non si accorge che disprezzarlo è come disprezzare noi stessi, che abitiamo - e creiamo ogni giorno - questo mondo.

Simona Bisacchi
da "Fixing"

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Di Simona (del 25/10/2016 @ 17:34:15, in I miei articoli su Fixing, letto 232 volte)

Possiamo vincere una partita, ricevere congratulazioni, qualche complimento e a volte avere addirittura ragione. Ma non c’è niente di più accattivante che costruire qualcosa. Architetti della nostra esistenza, progettiamo il nostro caos ed edifichiamo le giornate a disposizione, nell’unico lavoro rimasto a tempo indeterminato: vivere.
Andrea De Carlo scrive che “È un lavoro essere felici. È una costruzione. Devi metterla giù tavola per tavola e chiodo per chiodo, e controllare di continuo che tutto sia a posto, e tenere ben spalato tutto intorno. Ci vuole un sacco di manutenzione” (da “Uto”).
Costruiamo risate. Paranoie. Piccole tragedie e grandi passatempi.
Fabbrichiamo giustificazioni. Inconvenienti. Perplessità.
“Porto la catena che mi sono fabbricato in vita” rispose a Scrooge il suo vecchio socio Marley, che trascinava a fatica i piedi pur essendo un fantasma (Charles Dickens, “Canto di Natale”).
E quando proprio ci impegniamo, quando siamo fortunati e non siamo disposti ad arrenderci, costruiamo relazioni, amicizie, famiglie. “La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori dalle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava” così la scrittrice statunitense Erma Bombeck riassume le dinamiche e le meraviglie che edificano le fondamenta - collettive e individuali - di chi vive sotto uno stesso tetto.
Ma ogni volta che siamo pronti a costruire qualcosa, dobbiamo anche essere risoluti nello smantellare ciò che non serve. “Che sia bene o male, talvolta anche rompere qualcosa è molto piacevole” (Fedor Dostoevskij).
L’essenziale è portare rispetto per i muri portanti: non toccate i vostri principi, custodite i valori che vi hanno insegnato da piccoli, siate sempre pronti a dire “buongiorno” e “grazie”, o l’edificio che state costruendo - per quanto nuovo, innovativo e necessario - vi crollerà addosso. Perché avere il coraggio di demolire non significa annullare, non implica annullarsi, ma abbattere le barriere e andare più in là, spinti dal desiderio di crescere. “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito” (Antoine de Saint Exupery, “Cittadella”). L’infinito, quello no, non si costruisce. Quello si può solo scoprire, a piccole dosi, pezzettino dopo pezzettino. Mentre si tenta di costruire qualcosa. Qualcosa che non sia solo nostro, ma possa essere condiviso con qualcuno.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 22/10/2016 @ 16:46:33, in I miei articoli su Fixing, letto 195 volte)

Cicerone ci insegna che “Non solo per noi stessi siamo nati”.
Per il solo fatto di essere al mondo insieme ad altre persone, una sottile e intricata rete di diritti e doveri ricopre la nostra strada. Se troppi sono i doveri e scarsi i diritti, la rete si farà spessa, si aggrapperà alle nostre caviglie, costringendoci a trascinare i passi, sempre più pesanti e stanchi. Se si pretendono i diritti e si ignorano i doveri, i fili della rete diventano così affilati, così poco visibili da farci inciampare nei nostri stessi piedi. Ma se la trama dei diritti e l’ordito dei doveri si intreccia in un sapiente equilibrio, quella rete non è più una trappola, diventa una rete di sicurezza nelle acrobazie dell’esistenza.
Il dovere non è essere obbligati a compiere un gesto senza avere scelta, senza scappatoie. Il dovere è piuttosto sapere che una nostra determinata azione - per quanto faticosa o scomoda - può cambiare le cose, può fare la differenza.
La vita quotidiana è piena di piccoli doveri che se ben eseguiti potrebbero cambiare l’aspetto di una giornata. Il dovere di una risata. Di sdrammatizzare. Il dovere di dire no. Il dovere della gentilezza. Il dovere di essere se stessi ma di cercare di migliorare per chi ci sta accanto. Il poeta statunitense Wallace Stevens sottolinea che “Il buon umore è un dovere che noi abbiamo verso il prossimo”. Niente di più semplice, in teoria. Niente di più complesso da realizzare.
Eppure ogni dovere che portiamo a termine è un regalo che facciamo a noi stessi. “I doveri non vengono compiuti per amore del dovere, ma perché l’evitarli metterebbe l’uomo a disagio - spiega Mark Twain - Un uomo non compie che il dovere di accontentare la sua anima, il dovere di rendersi gradevole a se stesso”. Inutile, quindi, credersi generosi o meritevoli perché “La ricompensa per chi adempie ad un dovere è la capacità di adempierne un altro” (George Eliot). Si cresce così. Trascinando questa rete di diritti e doveri come se fosse una zavorra, come se aspettassimo solo il momento opportuno per abbandonarla in un angolo quando non ci vede nessuno. Fino a quando, passo dopo passo, quel dovere di ascolto, di silenzio e di lotta diventa necessario. Difficile magari, ma indispensabile. Non ci si sente più liberi, se non compiendo il proprio dovere. Allora, quando si arriva a quel punto lì, la rete si fa forte e splendida, perché come diceva Giovanni Paolo II “La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che dobbiamo”.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 18/10/2016 @ 16:43:07, in I miei articoli su Fixing, letto 134 volte)

Capita a volte che in qualche parte del mondo si formi una folla. Tante persone una accanto all’altra che si muovono all’unisono senza quasi guardarsi in faccia, tutti concentrati a far funzionare la loro realtà, ignari dell’universo che li circonda. E c’è sempre un momento in cui da questa folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Sembra stia lì a puntare il cielo, o l’orizzonte, ma sta solo suggerendo di guardare un po’ più in là. Solo che gli occhi non vedono. Gli occhi sono troppo indaffarati a fissare quello che c’è, quello che si ha, e raramente colgono quello che potrebbe essere. Per riuscire a farlo serve l’immaginazione, che raccoglie tutti i dati che questo mondo offre e ne costruisce una barca per oltrepassare il possibile. Serve un animo da raffinato inventore, per guardare un po’ più in là. Serve un animo da scrittore. E nel diciannovesimo secolo, è toccato a Jules Verne alzare il braccio, per puntarlo dritto sul futuro. Innamorato della scienza e della storia, parlò di quello che la scienza non aveva nemmeno sospettato e quello che la storia pensava non avrebbe mai vissuto, raccontando il progresso come fosse un’avventura per ragazzi. Ci ha svelato che è possibile raggiungere la luna su un mezzo dalla forma cilindro-conica. E ce lo ha raccontato nel 1865, in “Dalla Terra alla Luna”. Un secolo prima dell’Apollo 11, dell’allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, un secolo prima di quel “piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, Verne aveva descritto l’impresa dell’avventuriero francese Ardan, che non riuscirà a toccare il suolo lunare, rimarrà solo a girovagare nella sua orbita, ma darà al mondo una fatale ispirazione, perché come dichiarò lo scrittore statunitense Ray Bradbury “Senza Verne, molto probabilmente non avremmo mai concepito l’idea di andare sulla luna”. Nel 1873 ha informato tutti che la terra si era rimpicciolita, non per aver assunto nuove proporzioni, ma perché si poteva viaggiare dieci volte più veloci e si poteva tentare “Il giro del mondo in ottanta giorni”. Ma abbiamo dovuto aspettare il 1995 per scoprire la sua visione sul futuro della società. La sua opera “Parigi nel XX secolo”, scritta nel 1863, non vide la luce fino agli anni Novanta, perché la visione del mondo di Verne parve al suo editore del tempo, Pierre Jules Hetzel, così pessimistica che temeva potesse ripercuotersi negativamente sulla carriera dell’autore. Pertanto la descrizione di Verne di quella Parigi del 1960 in cui i treni sfrecciano ad alta velocità, le case sono grattacieli, una rete permette comunicazioni a livello mondiale e un artista si sente inutile in un mondo che tende solo all’economia, è rimasta sepolta in una cassaforte per oltre un secolo. Ma Michel Jerome Dufrenoy, il protagonista del libro, uno scrittore di talento in un mondo in cui nessuno legge, rimane a fissarci da quelle pagine, schiacciato in un mondo freddo, sterile, senza poesia. Rimane lì, dopo anni in una cassaforte, a chiederci “E adesso? Adesso che sapete che la mia storia è anche la vostra storia, che il mio disagio è il disagio di un’intera società, cosa pensate di fare? Cosa pensate di immaginare? Siete ancora in grado di immaginare?”. Ma c’è sempre un momento in cui dalla folla si alza un braccio, ad indicare qualcosa. Suggerisce di guardare un po’ più in là. Non verso un nuovo mondo. Verso un uomo nuovo.

Simona Bisacchi
da Fixing

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Di Simona (del 02/08/2016 @ 16:36:08, in I miei articoli su Fixing, letto 334 volte)
Nella “Divina commedia” Dante ci insegna che la meta del viaggio è il paradiso, ma il punto di partenza è l’inferno. Per affrontarlo ci vuole un poeta che accompagni i nostri passi. Non un valoroso condottiero, non un vecchio saggio vissuto di teorie e concetti, ma l’anima gentile di chi racconta la vita in versi. Qualcuno che sappia spiegare all’uomo il senso di tanto dolore e tormento, aiutandolo a non lasciarsi travolgere, né dal giudizio di condanna sugli obbrobri del mondo né dalla pietà per destini ormai senza scampo. Secondo Roberto Benigni, “Dante ci invita a guardare in alto, ma ci spinge anche a vedere quanto siamo schifosi”. Le anime dei dannati sfilano sotto gli occhi del lettore, che si ritrova a camminare in un corridoio di specchi. E ogni specchio riflette parti di sé che mai si ammetterà di avere. Si svelano con violenza e infinita poesia le mille sfaccettature dell’anima, che è una ma contiene in sé interi mondi. Si inorridisce davanti agli ignavi, prendendo le distanze da chi non sceglie da che parte stare, come se non si avesse mai fatto l’esperienza di servire “Dio e Mammona” (Luca 16, 13). Si piange davanti alla sorte di Paolo e Francesca, che nessuno accetta davvero siano destinati alla dannazione eterna. E si è pronti a varcare le Colonne di Ercole, per seguire Ulisse che in eterno ci ammonisce: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza” (Canto XXVI, versi 118-120). Davanti a questi versi l’anima fa sempre un balzo. Come se all’improvviso si ritrovasse di fronte a qualcosa che aveva dimenticato. Un ricordo che sta lì, sulla punta del cuore, ma non si riesce a sviluppare appieno e alla fine si mette da parte, accatastandolo tra i sogni fatti in qualche notte scura. Ma non è un sogno ciò che quella frase risveglia. È un ricordo di cui non si ha più coscienza. Il ricordo delle proprie radici, del seme senza tempo da cui si proviene. Il ricordo di un momento in cui si erano scelte virtù e conoscenza come mete del proprio cammino. E mentre si legge, ci si stupisce che l’inferno possa scatenare tanta meraviglia. Come ci si stupisce ci possa essere contentezza anche nel buio dei giorni. E per quanto ci abbiano insegnato che all’inferno ci stanno i cattivi, ci si ritrova a fare il tifo per questi condannati, a cogliere il perché delle loro azioni, fino a provare qualcosa di sublime come la compassione. Per il tempo di un verso siamo anche noi accanto a Ulisse, sulla sua barca, a decidere se sfidare i confini del mondo. E no... Non siamo così sicuri che ci saremmo fermati. E non siamo nemmeno sicuri che fermarsi fosse l’azione giusta da fare. Vediamo che sono finiti all’inferno, ma pensiamo che in fondo non se lo meritavano davvero. E allora saliamo sulla barca. A inseguire quella virtù e quella conoscenza fuori dal mondo, fuori dalle terre conosciute, per capire - un istante dopo, un istante troppo tardi - che quella virtù e quella conoscenza erano alla portata d’anima. Non là fuori. Ma qui dentro. Non in alto, ma in profondità. Perché non c’è avventura più ricca di peripezie, insidie e rivelazioni del conoscere se stessi, per raggiungere virtù e conoscenza. E salutare finalmente l’inferno. Simona Bisacchi da Fixing
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Di Simona (del 02/05/2016 @ 10:36:07, in I miei articoli su Fixing, letto 233 volte)

C’è un paese in ognuno di noi. Il paese in cui nasci. Quello da cui scappi. Quello che ti accoglie. Il paese che tieni dentro di te, ovunque ti porti il tuo vagabondare.
Non è solo casa. È il luogo in cui camminando per strada riconosci te stesso.
Lo scrittore statunitense George William Curtis, nel diciannovesimo secolo, pensava che “Il paese di un uomo non è una certa porzione di terra, di montagne, di fiumi, e di boschi, ma è un principio; e il patriottismo è la lealtà a quel principio”. Il risorgimento ci ha insegnato il principio della libertà, dell’indipendenza. Tanti, a volte contraddittori, sono i principi che guidano (o dietro cui si nascondono) oggi le nazioni.
Ma qual è in noi quel principio che rende speciale il luogo in cui abitiamo o da cui veniamo? Qual è quel principio che rende casa un’accozzaglia di polvere e sensi unici?
La zolla di terra in cui alloggiamo avrebbe ben poco valore se non fosse per l’intreccio di relazioni, di affetti, di abitudini e di ostacoli che riempiono l’esistenza di gioie, tormenti e inaspettate intuizioni, offrendo a ogni individuo la possibilità di diventare qualcosa di meglio rispetto a ieri. Se non fosse per chi lo abita, se non fosse per gli incontri che ti permette di fare, nessun paese lascerebbe traccia in te. Invece è qualcosa che ti accompagna per tutta la vita. Strade che conosci a memoria, in cui ancora hai voglia di perderti. Stralci di mare, montagna o colli, che ti rasserenano anche solo in fotografia. Il paese che ti porti dentro ha i confini dei ricordi, e racchiude buona parte delle tue speranze. Ha piazze di noia, di quando eri ragazzino e potevi permetterti di annoiarti. Ha l’odore della tua famiglia. Perché un paese avrebbe poco da raccontare se non fosse il luogo dove per la prima volta hai amato. “L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città”, scrive Madre Teresa di Calcutta. E per quanto allettante sia potersene andare, tanto è necessario avere un posto in cui tornare, perché “Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta” (Omero).
Non c’è luogo che racconti chi sei. Ma tu puoi raccontare di quel paese che ha iniziato a costruirsi nella casa in cui sei cresciuto, che si nutre delle memorie che hai custodito, che ha le sembianze di dove sei nato, e che ti porti dentro in qualunque villaggio tu sia appoggiato.
Simona Bisacchi

Da Fixing

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Di Simona (del 14/04/2016 @ 10:39:30, in I miei articoli su Fixing, letto 436 volte)

 

E a un tratto l’uomo si alzò in volo. I dodici secondi dei fratelli Wright - non durò più a lungo il viaggio del primo aeroplano della storia - rivoluzionò il tempo e lo spazio. Dodici secondi è la durata di tre salti con la corda, di una camminata intorno al tavolo. Dodici secondi sono un piccolo nulla. Ma se quei dodici secondi li passi in aria, a quaranta metri di altezza, portato da ali che fino a quel momento erano prerogativa assoluta degli uccelli, allora non stai vivendo il tempo di un lungo sbadiglio, stai entrando nella storia.
C’è qualcosa di eroico e di romantico - di quel romanticismo che solo gli eroi sanno suscitare - nel fidarsi che quelle lamine e quel motore voleranno e porteranno in volo anche te, e finalmente il cielo sarà un luogo da abitare, non solo da osservare.
C’è qualcosa di grandioso nell’uomo che vuole andare al di là di se stesso e vedere il mondo da dove nemmeno le montagne possono osare. E c’è qualcosa di drammatico quando con quelle ali l’uomo decide di farci la guerra. Perché dopo quel grande balzo.
Dopo la sfida dell’uomo con se stesso. Dopo che New York e Parigi si avvicinarono in una notte di maggio del 1927 e Lindbergh dimostrò che attraversare l’Atlantico, in solitaria, era possibile... Gli aeroplani divennero un simbolo di guerra, portatori di bombe, non solo di uomini. Eppure non era così che era partita. Non era per quello che si sognava di volare. Non era per quello che Icaro si attaccò sulla schiena due ali con la cera. Doveva fuggire Icaro. Doveva sollevarsi dal labirinto in cui era imprigionato. Volando. Volando poteva sollevarsi, oltrepassare il muro. E se non avesse sfidato il sole, il sole avrebbe scoperto. Il sole, la conoscenza, da quel punto lì, lì in alto, avrebbe sperimentato, come nessuno prima. Come nessuno se non gli dei. Ma gli uomini fanno di tutto per imitare gli dei, per poi credersi più di loro e cadere da così in alto da ridursi a fango.
Eppure il cielo rimane una grande possibilità. “La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri. Perché ci oppone resistenza. Misurandosi con l’ostacolo l’uomo scopre se stesso. Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro. Il contadino, nell’arare, strappa a poco a poco alcuni segreti della natura, e la verità che’egli trae è universale. Non diversamente l’aeroplano, strumento delle vie aeree, coinvolge l’uomo in tutti gli antichi problemi” Saint Exupery, in “Terra degli uomini”, parla di un rapporto ancestrale dell’uomo con il cielo. E da quel cielo lui ha fatto arrivare il piccolo principe, in una terra che era deserto, e non conteneva nulla se non un aeroplano rotto. Saint Exupery che visse con il suo aereo per tutta la vita, fino a sparire con lui, non compì viaggio più grandioso e maestoso di quello che intraprese con “Il piccolo principe”. Perché puoi volare per chilometri, trattare il cielo come se fosse asfalto, e ritrovarti un giorno appoggiato per terra e varcare l’universo. Raccontarlo come fosse una favola. E iniziare un viaggio che dopo 72 anni non si è ancora fermato. Ha sostato in tutti i continenti. Parla ogni lingua. E tocca quegli antichi problemi che sempre risiedono nello stesso luogo, da secoli. Perché puoi volare più in alto dei temporali, rendere la distanza tra San Paolo e Roma una questione di qualche ora. Ma fare un balzo di dodici secondi nelle profondità del cuore dell’uomo è un’impresa da re. O da principe. Purché sia piccolo. Simona Bisacchi

Da Fixing

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Di Simona (del 02/04/2016 @ 10:33:12, in I miei articoli su Fixing, letto 457 volte)



Quale sarà la tua parte su questo palcoscenico?
Prendi il mondo.
Prendi la tua vita.
Afferra che sia il più grande spettacolo che sia mai stato portato in scena dall’inizio dei tempi.
Accetta di essere l’attore principale. Ma non l’unico.
Accetta di essere il protagonista. Ma non il regista.
Il regista non si fa vedere ma scandisce i tuoi passi con la precisione disinvolta che di solito si attribuisce al destino. E siccome non ha più voce a forza di gridare cosa sarebbe meglio per la tua interpretazione, da qualche tempo è passato ai fatti, ti solleva e ti fa inciampare ogni volta che reciti il ruolo sbagliato.
Studia bene la parte, ma sappi che l’imprevisto fa parte della compagnia: non puoi cacciarlo dal palco, puoi solo imparare a improvvisare al meglio.
Porta uno specchio con te, perché tu possa riconoscere sempre te stesso qualunque sia il personaggio che devi recitare oggi.
Stira bene i vestiti di scena, cura trucco e pettinatura, e accudisci il tuo cuore, unico a dare vita ai tuoi quotidiani travestimenti. Senza di lui mantelli e scettri non ti farebbero apparire come un re, ma come un mendicante pazzo. Accudisci il tuo cuore e non pretendere di scoprire quello degli altri, rispetta il loro travestimento, e allora forse scoprirai che la loro corona di latta contiene dell’oro.
Rifugiati in camerino o dietro le quinte, ma non scendere in platea perché “Gli uomini devono sapere che in questo teatro, che è la vita umana, è concesso solo a Dio e agli angeli di fare da spettatori” (Francesco Bacone).
Impara il copione attentamente, “a teatro il testo va rispettato nelle sue virgole, va approfondito, perché tutto è nella parola” (Marcello Mastroianni). Non sei la maschera che indossi, ma le parole che pronunci.
E quando avrai imparato a inchinarti davanti ai fischi, quando tra inciampi e cambi di programma sarai comunque in grado di sostenere la tua parte, quando sarai talmente regale da non dover indossare corone di latta e mantelli per far capire agli altri chi sei... Allora finalmente potrai sentire il regista. Non la sua voce. Il suo applauso.
Simona Bisacchi

Da Fixing

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Di Simona (del 07/03/2016 @ 18:24:11, in I miei articoli su Fixing, letto 691 volte)

Ci sono donne che occupano un piccolo spazio nel mondo. Uno spazio nascosto e discreto. Non è l’apparenza ma la profondità il metro che guida i loro passi. Profondamente agiscono, nelle profondità toccano questa terra, fino a nutrire e reggere alberi dai tronchi solidi e dalle chiome vigorose. Sono le gentili radici dell’uomo e di ciò che di bello risiede nella vita, ma può capitare di passar loro di fianco senza nemmeno notarle, perché la sbadataggine è negli occhi di chi non vuol vedere. Ci sono donne che camminano leggere sulla superficie del mondo, come se la loro stazza pesante o i polpacci troppo grossi fossero solo un trucco per distogliere gli sguardi dalla loro danza sottile. Silenziosa. Implacabile. Ci sono donne che tengono per sé solo le confidenze che gli altri confessano, e condividono tutto il resto, che sia un cioccolatino o la gioia di vivere. Gioia di vivere che tirano fuori solo per te anche quando non ne hanno voglia, anche quando è il loro turno di essere nel tunnel dell’esistenza. Perché alcune donne sanno farlo. Sanno ridere, cucinare e parlare come se fosse un continuo bacio sulla fronte di chi hanno davanti. Giocando a carte con te sanno scacciare le malinconie, con la maestria con cui si spazza la polvere fuori casa. Ci sono donne che sanno essere madri, anche senza avere figli. Sanno essere amiche, anche se potrebbero erigersi a maestre. Ci sono donne che sanno rendere simpatica anche la saggezza. Donne che nella loro volontà di comprendere chi hanno di fronte - anche quando non è facile, anche quando non è conveniente - svelano strade mai percorse, ti accompagnano nelle scoperte e nella conoscenza, senza mai smettere di essere divertenti. Senza mai smettere di lasciarti essere te stesso. Donne che si portano addosso un nome corto, semplice, trascurato, e lo rendono solenne. Sublime. Ci sono donne che rendono tutto questo possibile.

Da Fixing

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Di Simona (del 07/01/2016 @ 21:41:37, in I miei articoli su Fixing, letto 281 volte)

Li hanno attraversati in un delirio di droga e giovinezza, lungo una strada che Jack Kerouac ha reso leggenda. Fitzgerald li ha fatti calpestare da ballerini di jazz dai cuori stravaganti e dalle speranze ormai appassite. Perché esistono gli Stati Uniti reali, quelli che puoi scoprire prendendo un aereo e un po’ di tempo. E ci sono gli Stati Uniti immaginati, quelli di chi resta a casa, e li indovina guardando un film, sfogliando un giornale o aprendo un libro.
Questi Stati Uniti qui, gli Stati Uniti sognati, vagheggiati, presunti, sono gli Stati Uniti della caccia all’oro di Jack London. Sono il Klondike di “Zanna Bianca”, che sopravvive all’odio, scopre l’umanità e il suo valore, tanto da essere pronto alla morte per difenderla.
Sono il mare impetuoso e senza scampo, dove si cela la balena bianca di Melville, ossessione di un’esistenza, senso estremo di una vita passata alla ricerca di qualcosa di grande e spaventoso, da combattere, e da cui lasciarsi inghiottire. “Achab ammucchiava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza sin dai tempi di Adamo; e poi, come se il suo petto fosse stato un mortaio, le sparava addosso la carica del suo cuore ardente” (“Moby Dick”, Herman Melville).
Sono strade limitate da staccionate bianche, dove scorazzano monelli alla Tom Sawyer, inseguiti da una zia Polly arrabbiata e divertita. Sono un grande fiume attraversato da Huck e Jim, alla ricerca di una libertà, che prende la forma di una zattera. “Ci siamo detti che non c’era casa migliore della zattera, dopo tutto. Tutti gli altri posti sono così stretti e chiusi, ma la zattera no. Sulla zattera ti senti libero, tranquillo e felice” (“Le avventure di Huckleberry Finn”, Mark Twain).
In questi Stati Uniti qui, in una casa qualunque dell’Illinois, può nascere Ernest Hemingway, e cambiare per sempre il modo di narrare il mondo.
E nasce la beat generation, e allora davvero l’America non sarà più la stessa, perché per chi legge Kerouac, e lo ama, gli Stati Uniti saranno per sempre “Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada” (“Sulla strada”, Jack Kerouac).
Gli Stati Uniti sono le citazioni di Charles Bukowsky, un mondo dove “I cani avevano le pulci, gli uomini un sacco di guai” (“A sud di nessun nord”). Sono la paura di eclissi, pagliacci, e hotel in Colorado, grazie alla penna di Stephen King.
E sono un grido. Gli Stati Uniti sono un grido, felice e disperato, di chi li scorge per la prima volta dopo giorni e giorni di viaggio su un transatlantico, dove l’unica bellezza è data dalla musica di un pianoforte.
“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America”. (“Novecento”, Alessandro Baricco).
Ma sono anche una domanda, secca e indiretta, dello scrittore Jonathan Swift.
“Chissà cosa avrebbe scoperto Colombo se l’America non gli avesse barrato la strada”.

Da Fixing

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