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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:17:31, in I miei articoli su Fixing, letto 30 volte)

Arriva il momento in cui lo spettacolo finisce. Si svuota la platea al suono di un chiacchiericcio. Si spengono i fari che hanno illuminato la scena. E si accende una lampadina in un camerino dietro le quinte. L’attore si sveste di chi è stato, indossa i panni di chi è, e prepara la valigia per la prossima replica. Ma se quell’attore potesse abbandonare tutti i costumi di scena sulla sedia – sicuramente sdrucita – e potesse lasciare trucchi e maschere davanti allo specchio – sicuramente opaco - allora finalmente in quella valigia potrebbe infilare tutte le parole di cui ha bisogno. Via i tulle e i cappelli. Spazio ai libri e alle storie.
Nella pancia rettangolare della sua valigia, l’attore metterebbe quello da cui tutto ha avuto inizio. E tutto, sempre, ha inizio dalla poesia.
Pochi versi imparati a memoria alle elementari. Una filastrocca di Gianni Rodari. Quella dove l’autore all’avara formica preferisce la cicala, “che il più bel canto non vende, regala”. Poi sono arrivate le poesie d’amore di Neruda, i versi dialettali di Raffaello Baldini, qualcosa di fatale come Alda Merini. Perché la poesia è la prima forma di teatro, per chi non ha un palco dove esibirsi. Basta una serata tra amici, basta alzarsi dalla sedia e dire ciò che piace usando le parole di un altro.
Il personaggio arriva dopo. Quando la strofa diventa un copione. Quando la voce serve a esprimere il pensiero di qualcun altro. E il corpo è destinato a diventare una maschera.
Allora nella valigia dell’attore trova spazio Pirandello. Ma non solo i testi teatrali, anche le novelle, anche “Ciaula scopre la luna”, perché sapere che la luna esiste è un fatto scontato, ma vederla nel buio, forte come il sole, fa scoppiare a piangere.
E c’è posto anche per “Novecento” di Baricco. Un monologo. Un libro sottile che contiene tutta l’intera vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, passata su un transatlantico, a suonare un pianoforte e a dire addio a tutto ciò che esiste sulla terraferma.
Ma dentro quella valigia non mancano i romanzi. Non può mancare “Moby Dick” di Melville, perché anche le tavole di un palco scricchiolano e costano sudore proprio come quelle di una baleniera. E non esiste personaggio più teatrale, ed epico, del capitano Achab.
La valigia è ormai piena. Ma ancora c’è posto per un po’ di Shakespeare. In certi sogni che l’attore fa nelle notti di mezza estate è ancora il duca Teseo, e in fondo come lui ancora pensa che “Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia”.
Ma non l’attore. L’attore ha bisogno della realtà per poter interpretare chi non esiste.
L’attore ha bisogno del mondo per inventare se stesso ogni sera. Dentro la sua valigia deve mettere tutti i dialetti ascoltati per i vicoli dei paesi. I ricordi degli anziani raccolti sulla spiaggia. I pettegolezzi di due amiche, origliati al tavolino di un caffé. Deve mettere le confidenze dei bambini mentre giocano con i trenini. Le bugie di una ragazza al suo fidanzato. Il diario che la nonna scriveva in segreto.
Tutto, sempre, ha inizio dalla poesia, poi, però, è la vita di tutti i giorni che fa la nostra storia. È nella vita di tutti i giorni che prepariamo la nostra valigia. Attori di teatro. O attori del destino.

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Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:04:58, in I miei articoli su Fixing, letto 91 volte)

La poesia sembra possedere le chiavi dell’universo. C’è davvero qualcosa che la poesia non sa? Esiste un sentimento, un paesaggio, una guerra che la poesia non conosca?
In tre versi Ungaretti ci racconta la prima guerra mondiale e tutte le guerre che verranno, e tutte le guerre che ogni giorno combattiamo: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi le foglie” (“Soldati”).
Perché la poesia non è un mero intellettualismo. È azione. È gesto. È esperienza.
“Dove sono i poeti? Non c’erano poeti sotto le mura di Troia e nemmeno sulle navi con le quali ho solcato i mari. Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d’amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere”. In “Itaca per sempre” di Luigi Malerba, Ulisse diventa il poeta della sua Odissea, vivendola.
Perché la poesia conosce vivendo.
Sono anime gentili quelle dei poeti. Ma sono anche anime adulte, che non hanno paura di crescere, di diventare grandi. Non hanno paura di tentare, di rischiare, di affrontare se stessi. Il “fanciullino” di Pascoli è un animo capace di stupirsi, di provare meraviglia, di cogliere un linguaggio che vada al di là della razionalità. Avere un cuore bambino non significa fingersi piccoli per sfuggire alla propria coscienza.
La poesia non va a trovare le anime capaci di grandi discorsi e minime azioni.
Così come l’universo non si svela a chi parla come un adulto e vive come un bambino. Fare discorsi da grandi e comportarsi come ragazzini rende vuote le parole. E le parole senza vita sono aria stantia. Mentre la poesia è vento. È eterna.
La poesia non è dichiarare di provare vergogna, ma vergognarsi.
Non è in ghirigori di pensieri. Non è nelle alte vette raggiunte da altri. Non è nel commuoversi alle parole di qualcuno per poi tornare perennemente agli stessi alibi. Non è nell’ascoltare sempre e mettere in pratica mai.
La poesia è responsabilità. Un poeta non crede che il mondo riguardi gli altri.
La poesia non è nella vita quieta, ma è nella ricerca di una quiete dell’anima. Difficile da raggiungere. A volte impossibile. Ma è tendere a questo impossibile, il tentare di scoprire, che rende uomini, e rende gli uomini dei poeti. La scelta di quel cammino scomodo, e intimo, è già poesia, se i passi sono dei propri piedi. Se le parole vengono dalla propria bocca. Se l’esperienza fatta, la reazione avuta, ha scosso il sangue, non solo un formale disappunto.

Da Fixing

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Di Simona (del 30/01/2015 @ 17:04:06, in I miei articoli su Fixing, letto 167 volte)

 

Quando si entra in una chiesa si è sempre alla ricerca di qualcosa.
Si cerca una bellezza dell’arte, dell’architettura. Si cercano risposte. O semplicemente silenzio.
Quando non si sta svolgendo una messa, quando non ci sono turisti d’assalto che parlottano o gruppi che pregano, l’assenza di rumore regna incontrastata tra le navate. Qualcosa di surreale. Saranno i muri spessi. Gli alti soffitti a volta. Ma quello che c’è dentro una cappella è un silenzio che rimbomba da quanto è forte e profondo. Seduti su una panca, davanti all’altare vuoto, nella luce debole del tramonto che filtra dai rosoni, si può intuire come sia venuta a Giovannino Guareschi l’idea di quel crocefisso che parla con Don Camillo, nel suo “Mondo piccolo”.
E ci teneva Guareschi a sottolineare che se i preti si sentivano offesi per via di Don Camillo potevano rompergli un candelotto in testa. Se i comunisti si sentivano offesi per via di Peppone potevano rompergli una spranga sulla schiena. “Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari miei interni. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti”.
Una coscienza che si disseta dalle acque del Po e respira l’aria dell’Appennino. Un paese inventato, ma dalla collocazione ben precisa, in riva a una potente massa d’acqua che scorre, e fa scorrere via la guerra, la miseria, e alimenta l’impulso sanguigno della Bassa. Perché senza il grande fiume la chiesetta di campagna di Don Camillo non sarebbe mai stata costruita, mattone su mattone, dalla fantasia di Guareschi.
E il soffitto di quella chiesetta non sarebbe mai potuto tremare per la voce tonante del prete, che - dopo aver coperto con un drappo la testa del crocefisso, perché Gesù non sentisse – rimproverava senza peli sulla lingua uno scostumato possidente terriero. Sarà per il carattere impulsivo, a tratti collerico, ma un prete come Don Camillo riesce a rendere simpatico il Padreterno anche al farmacista ateo del paese. Conquista i parrocchiani più impensabili facendo uscire dall’altar maggiore il crocefisso, portandolo in processione da solo, e brandendolo come una clava davanti agli uomini di Peppone che non volevano farlo passare. Quel prete che chiede perdono al Signore perché il suo cervello è pieno di nebbia, è lo stesso che è pronto a rinunciare alla sua amata campana, portata via dai tedeschi, per far andare in colonia i bambini scheletrici del dopoguerra.
Se davvero esistesse, sarebbe proprio da visitare quella chiesetta di campagna dove volano parole grosse e ancora più grosse baruffe. Dove si scontrano, ma per lo più si incontrano, la fede per niente quieta del prete di campagna e l’arroganza per niente cattiva del sindaco meccanico. E il grande fiume che potrebbe straripare da un momento all’altro diventa testimone dell’innocenza di Don Camillo e della bontà di Peppone, in un mondo piccolo di strade e case, ma grande di forza di volontà. Dove l’unica cosa da raccontare sono gli uomini. I loro gesti spropositati, il loro azzuffarsi per un’opinione e darsi una mano per un bene comune. La voce grossa del parroco. Le imprese eclatanti del sindaco. Una lacrima che scende dal crocefisso per un atto di carità così toccante, che sarebbe più inverosimile se Gesù non si commuovesse davanti a tanta gentilezza.
Restino le cattedrali di tutto il mondo a testimoniare epoche in cui l’uomo credeva di rendere omaggio a Dio, costruendo opere di straordinario ingegno, immense e pesanti come solo la materia sa essere. Restino come monumenti, e vengano visitate con la stessa devozione con cui un monumento viene scrutato. Ma ciò che sopravvive alle epoche, trascende le religioni, e la politica, è quella chiesetta di campagna fatta solo di valori e antico buon senso, dove la coscienza è in grado di parlare, e una vecchia anima, senza dubbio troppo impulsiva, è in grado di sentire.

Da Fixing

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Di Simona (del 22/01/2015 @ 17:00:38, in I miei articoli su Fixing, letto 184 volte)

Costruire pensieri con la stessa cura e attenzione con cui si costruiscono palazzi. Costruire gesti che abbiano il gusto della gentilezza. Abitudini che siano momenti di condivisione.
Le città degli uomini hanno bisogno anche di questo. Perché – come sostiene l’architetto Renzo Piano - “la bellezza cambia il mondo e lo cambia una persona alla volta”. Ogni uomo è un architetto di quotidianità, di giornate spese sulla propria pelle. È ingegnere di ponti che costruisce con le persone che ama, e – se è un ingegnere di quelli bravi – anche con le persone che scarsamente sopporta.
Ogni pensiero è un disegno. Si possono disegnare illusioni con la facilità con cui si lascia circolare una matita su un foglio bianco. Ma si possono anche disegnare palazzi di meraviglia e splendore, accettando però che non sia altrettanto semplice. Anche il progetto più nobile deve fare i conti con cantieri di polvere e sudore. La matita si inceppa. I calcoli sono complessi. I rilevamenti ardui. Ti chiedi se la realizzazione della tua idea meriti tutta quella fatica. E ti accorgi che quando un progetto non è dettato dall’interesse e dalla convenienza, sembra quasi non abbia più valore. Nessuno ti sostiene. Nessuno ti dice quanto sei bravo. I più nemmeno lo vedono il disegno. Sei l’unico a crederci. Sei l’unico a vedere un palazzo dove gli altri vedono un ammasso di righe geometriche. Il piano sembra tanto irrealizzabile, che quasi quasi conviene lasciar perdere. Ma l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright ricorda a tutti che “Si realizzano sempre le cose in cui credi realmente. E il credere in una cosa la rende possibile”. Ci sono case che non crolleranno alla prima scossa di terremoto. Ci sono scorci di bellezza che accompagneranno gli uomini nei tempi, e da uomini sono stati costruiti.
Ci sono sogni che non sono stati realizzati ma hanno cambiato la visione del mondo. Come i sogni di vetro pensati dall’architetto francese Hector Horeau. “Fu un pioniere delle costruzioni in ferro e vetro, ma non riuscì ad attuare nessuno dei suoi notevoli progetti”, recita l’enciclopedia Treccani. Ma i suoi palazzi di vetro mai costruiti sono entrati nella narrativa, sono diventati una storia da raccontare, qualcosa che tutti possono leggere e qualcuno ammettere pure di aver vissuto: in “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, Hector Horeau diventa il custode di una magia, “È la magia del vetro. Proteggere senza imprigionare. Stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo. Sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente”. Horeau con il vetro si proteggeva da ciò che desiderava ma di cui aveva paura. Ma c’è chi ha altri progetti. C’è chi ha deciso di fare altro della propria esistenza. E ha deciso di rompere quel vetro sotto cui ci si sente tanto al sicuro. Di andare oltre le paure. Di salvarsi in un altro modo. Di tentare un disegno mai fatto prima. E di pagarne il prezzo, perché “Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato” (dal film “L’arte di vincere”). Gli altri, però, avranno una porta da cui passare. E questo, tutto sommato, è ciò che dà un senso a tanta fatica.

Da Fixing

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Di Simona (del 02/12/2014 @ 16:34:25, in I miei articoli su Fixing, letto 281 volte)

“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare” John Belushi, nei panni di Bluto, lo dichiara con passione nel film “Animal House”, del 1978. Perché se per i bambini il gioco è il contatto che hanno con il mondo, il loro modo per imparare e conoscere, per gli adulti è lo stato mentale con cui affrontarlo questo mondo.
Ogni giorno bisogna saltare la cavallina per imparare che non serve a niente evitare gli ostacoli. Quando l’ostacolo è davanti a te meglio rischiare di inciamparci sopra, e cadere, e rialzarsi, piuttosto che far finta che non ci sia. E puoi giocare a nascondino per tutto il tempo che vuoi, ma anche i bambini lo sanno che poi bisogna uscire dal proprio nascondiglio, e gridare “Tana per me” e tentare un “Tana libera tutti”, e liberare se stessi e gli altri dalla gabbia di un rifugio che non può essere casa. Per nessuno.
E i giorni passano troppo veloci, e a volte così lenti, e pensi che quando eri bambino bastava buttare un sassolino su un disegno di gesso per percorrere tutta la settimana. Ed era così divertente e così facile che potevi farlo anche con un piede solo. Ma gli adulti pensano che la settimana non sia un disegno. Pensano sia un tempo scontato, farcito di impegni e progetti, e non si riesce ad affrontarlo saltando con un piede solo, perché per riuscirci bisognerebbe avere la leggerezza che solo l’allegria ti sa dare. E in certi momenti è impossibile essere allegri, in certi momenti è difficile anche solo sentirsi vivi, eppure la vita c’è. E allora varrebbe davvero la pena di prendere un gesso, disegnare sull’asfalto una campana - o una settimana, come preferite chiamarla – e farci un giro, giusto per ricordarsi che si è ancora in grado di giocare. Perché è questo il punto. Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ci avvisa che“Il destino mescola le carte e noi giochiamo”. Sì, se ne siamo ancora capaci. L’esistenza può essere più complessa di un cubo di Rubik, più imprevedibile di un vecchio monopoli con i soldi ancora in lire, ma è comunque un gioco che val la pena di giocare fino in fondo. Con la vivacità degna di un bambino. Con la sicurezza – degli adolescenti - che tutto sia possibile, tutto sia ancora da scrivere e sarà grandioso. Ma anche con la forza che hanno dimostrato i nostri vecchi, i nonni, i genitori, che hanno sempre vissuto un’esistenza meno comoda di quella di oggi, ma sono riusciti ad affrontare questo grande gioco con uno sguardo rivolto al cielo, i piedi ben affondati per terra e le mani sempre al lavoro. Perché, come scrisse il maestro della fantascienza Isaac Asimov “Nella vita, a differenza degli scacchi, il gioco continua anche dopo lo scacco matto”. A noi decidere se essere solo un pedone che si trascina avanti, e che può procedere un quadro alla volta, senza mai fare un passo indietro, aspettando solo di essere mangiato perché tutto e tutti sono più grandi di lui. O andare avanti come la Regina, che può muoversi in qualsiasi direzione, percorrere la scacchiera non obbligata da un’unica mossa. Libera di scegliere e tentare. Anche quando il gioco sembra ormai finito.
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.41

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Di Simona (del 25/09/2014 @ 10:41:20, in I miei articoli su Fixing, letto 494 volte)

Tu leggi? Provate a fare questa domanda a un amico. Riformulatela a vostro piacimento a parenti e conoscenti. Vi accorgerete come una domanda semplicissima possa produrre risposte al limite dell'insidia.
Il "lettore abituale" per lo più non avrà problemi a rispondere con un sì, rivelandoti il suo genere preferito, l'ultimo libro letto e lasciandosi pure andare a qualche – non richiesto – consiglio di lettura. Le risposte più originali arriveranno, però, dai non-lettori. Alcuni ti diranno semplicemente che no, non amano leggere, perché – come è lecito – preferiscono fare altro. Ma altri no, non si limiteranno a darti una risposta: ti daranno una loro versione dei fatti.
Tu leggi? "In che senso?" Nel senso di libri, giornali, fumetti... "Ah, in quel senso! No no, roba da intellettuali. Preferisco farmi una passeggiata, stare con gli amici, all'aria aperta". E qui il lettore scopre nuove cose di sé. Lui credeva di essere una persona comune. Ma in un istante scopre che chi ha una passione per saggi o romanzi non può fare altro e non può stare con altri. Se leggi non ami l'aria aperta e gli amici. Ami leggere e basta.
Tu leggi? "No, io non leggo. Io scrivo". Certo. E il calzolaio va in giro con le scarpe rotte. La parrucchiera non si pettina. Il cuoco non assaggia. Il veterinario è allergico ai gatti. E chi parla da solo ha sempre ragione.
Tu leggi? "Ho la casa piena di libri! Amo molto i libri. Ma no, non leggo". Intanto, almeno li hai. I libri non scadono, quindi se un giorno te la sentirai magari li aprirai pure...
Tu leggi? "No, io non ho tempo, ho molto da fare". E qui, un lettore potrebbe pure offendersi. Ma io vi racconto una storia. La storia di un uomo che fa un lavoro complesso, un lavoro così stancante da lasciare pochissimo – tempo e spazio – per se stessi. Ma quando arriva notte – perché a sera ancora si lavora, bisogna aspettare la notte – apre un romanzo. E si butta a capofitto in un'avventura. E si butta alle spalle la giornata. E immagina posti mai visti. E scopre storie più stravaganti di quelle che ha vissuto. E si addormenta sognando. Con la fantasia viva. Con la mente libera. Con la testa disponibile a nuove storie. Quelle che la gente domani gli racconterà.
Tu leggi? Sì, io leggo. E ho un libro in borsa per tutti quei momenti in cui la vita ti obbliga a fermarti. Alla stazione di un pullman, alle Poste, in attesa. E ho un libro sul comodino, e a forza anche solo di due parole a notte lo finirò. E qualche volta spengo la tv e leggo. E altre volte guardo la tv, e leggerò domani.
Tu leggi? Sì, io leggo. E credo anche che "tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico" ("I centochiodi" di Ermanno Olmi). Ma da quando i miei genitori hanno cominciato a raccontarmi delle storie, io non sono più riuscita a farne a meno. E tu? Tu leggi?

Da Fixing

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Di Simona (del 24/09/2014 @ 14:44:02, in Diario, letto 231 volte)

Ogni tanto su Facebook ti propongono di compilare qualche lista. Dalle canzoni che hanno accompagnato la tua esistenza ai cartoni animati che ti hanno cambiato la vita. Qualche tempo fa sono stata invitata a stilare la classifica dei miei libri prediletti. Convinta di averne lasciati fuori mille e di doverne rileggere alcuni, ecco la lista – rigorosamente a casaccio - di alcuni dei miei libri “preferiti”.

1. Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupery
2. Magnificat di Alda Merini
3. Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
4. Una ballata del mare salato di Hugo Pratt
5. Cime tempestose di Emily Bronte
6. Monsignor Chisciotte di Graham Greene
7. Il concerto dei pesci di Halldor Laxness
8. Novecento di Alessandro Baricco
9. Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie di Christiane Singer
10. Anna dai capelli rossi di Lucy Maud Montgomery
Forse dovrei fermarmi qui, ma vorrei aggiungere almeno...
11. Neve di Maxence Fermine
12. La ragazza fantasma di Sophie Kinsella
13. Cuori in Atlantide di Stephen King
14. Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

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Di Simona (del 21/07/2014 @ 16:25:00, in I miei articoli su Fixing, letto 390 volte)

Mestieri affascinanti. Lavori comuni. Attività illecite. Incarichi improbabili.
I romanzi abbondano di personaggi dalle professioni più disparate.
Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di diventare un disegnatore di fiordi norvegesi, nonché di pianeti su ordinazione, come Slartibartfast in “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams? E chi non si è mai sentito un degno concorrente di Benjamin Malaussene, professione capro espiatorio? Il protagonista di Daniel Pennac – da “Il paradiso degli orchi” a “Ultime notizie dalla famiglia” - è uno di quei casi in cui l’occupazione diventa una vocazione: la vocazione a prendersi la colpa di tutto. Una figura professionale che in tanti sentono di aver ricoperto e che tanti altri vorrebbero nei loro libri paga.
Un lavoro assolutamente realistico ma totalmente inventato. Eppure, si sa, la realtà supera sempre la fantasia. Cacciatori di draghi, streghe e ministri della magia svaniscono davanti ai personaggi incontrati da Luis Sepulveda in “Ultime notizie dal Sud”. Lungo le strade della Patagonia, in un mondo sospeso dal tempo, e sfregiato dal progresso, vaga solitario un liutaio alla ricerca di resti di legno per costruire violini. Sepulveda lo ha raccontato, il fotografo Daniel Mordinzinski lo ha immortalato – carne, ossa e poesia – in un’immagine in bianco e nero.
Anche lo “Zio Tungsteno” - descritto dal neurologo londinese Oliver Wolf Sacks nell’omonimo romanzo - non è un personaggio inventato. È il nome che lo scrittore da bambino dava allo zio Dave, niente di meno che il proprietario di una fabbrica di lampadine, con cui condivideva l’amore per la chimica, compagna leale in una difficile infanzia di solitudine.
Romantica l’occupazione che l’indimenticato Gabriel Garcia Marquez scelse per il suo Fiorentino Ariza, protagonista de “L’amore ai tempi del colera”. Innamorato, frustrato e respinto (ma solo per cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti), Florentino Ariza, telegrafista capace di tessere insieme le parole con una passione rara, per un periodo della sua vita si pone a servizio di chi non sa scrivere, convogliando tutto il suo sentimento in lettere d’amore su commissione.
Ma uno dei lavori più raccontati, descritti e citati all’interno dei libri è proprio il mestiere di scrittore. C’è chi è pronto a sacrificare se stesso per diventarlo, come il “Martin Eden” di Jack London. C’è il narratore ispirato dalle “paturnie” di una inafferrabile vicina di casa, in “Colazione da Tiffany” di Truman Capote. E c’è Briony, la protagonista di “Espiazione” di Ian Mc Ewan, che diventerà scrittrice dopo aver annullato la vita di due persone con una menzogna, e dopo aver conosciuto l’orrore, nel costante tentativo di rimediare alla sua colpa.

Da Fixing n. 17

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La potenza della parola dipende dal grado di esperienza che contiene. Quanto sarebbe scandalosa una morale praticata, invece che solo proclamata. E quale forza potrebbe contenere la trasgressione se non fosse solo ostentazione, ma ricerca effettiva di una nuova strada.
“Personalmente sono un poeta, quindi comincio a trasgredire tutte le leggi facendo della poesia. Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia” così spiegava la sua personalissima trasgressione Giuseppe Ungaretti al microfono di Pierpaolo Pasolini, in “Comizi d’amore”, film inchiesta del 1965 sulla sessualità e sui costumi degli italiani. Pasolini intervistava la gente della strada, ma anche amici intellettuali, alla scoperta di un mondo che stava irrimediabilmente cambiando ma che ancora si nascondeva dietro una coltre di perbenismo e ipocrisia.
Un’operazione innovativa, dove i no comment – innocenti e un po’ balordi, secondo Pierpaolo Pasolini – raccontavano l’imbarazzo di un popolo che non amava esprimere la propria opinione su questioni private. In questo senso la società è cambiata molto, ma chissà se Pasolini avrebbe apprezzato il passaggio dalla vergogna di allora all’esibizione di oggi, questa traversata durata decenni che ha portato dall’ignoranza su questioni sessuali all’incompetenza su quelle sentimentali.
E se nella nostra epoca scandalizzarsi sembra un dovere a cui si possono sottrarre solo coloro tacciati di indifferenza, di ben altra opinione era lo scrittore Alberto Moravia. “Non mi scandalizzo mai – dichiarava Alberto Moravia - Potrei dire che mi scandalizza la stupidità ma poi non è vero neanche. Penso che bisogna sempre cercare di capire, c’è sempre la possibilità concreta di capire le cose, e le cose che si capiscono non scandalizzano. Chi si scandalizza è perché vede qualcosa di diverso da se stesso e allo stesso tempo di minaccioso per se stesso, sia fisicamente, sia per l’immagine che questa persona si fa di se stessa. Lo scandalo è la paura di perdere la propria personalità, è una paura primitiva”. Una dichiarazione che diventa una vera e proprio denuncia al conformismo, e una ricerca di un senso religioso che vada al di là dei dogmi. “Una credenza che sia stata conquistata con la ragione e con esatto esame della realtà è abbastanza elastica per non scandalizzarsi mai. Mentre una credenza ricevuta, accettata per tradizione, per pigrizia, per educazione passiva è un conformismo. Per esempio, gli uomini di profondo senso religioso non si scandalizzano mai. Cristo non si è mai scandalizzato, si scandalizzavano i farisei”.

Da Fixing n.9

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Di Simona (del 25/02/2014 @ 10:33:04, in I miei articoli su Fixing, letto 4097 volte)

Prima che il mare diventasse Riviera, la spiaggia era solo sabbia, il porto era un approdo non scontato per i pescatori, e l’orizzonte svelava il destino delle donne, che lo scrutavano in attesa dei loro marinai. Erano gli anni che precedevano la Seconda Guerra Mondiale. Le pescivendole aspiravano a fare la cameriera per una ricca signora. Le balie dovevano spostare i bambini dal letto quando arrivavano i loro babbi a dormire. Ma già in quegli anni qualcuno immaginava una vita diversa, dove per lavorare non bisognava solcare il mare e non essere mai certi del ritorno. Una vita dove il mare si poteva guardare con i piedi nella sabbia, vendendo l’ombra ai bagnanti. Inizia così la storia di “E’ Mer. Storie del nostro mare”, portato in scena da ExtraQ Teatro per la regia di Stefania Succitti.
Lo spettacolo – a cui ho avuto il piacere di collaborare scrivendo alcuni monologhi - prende ispirazione dagli scritti di Gualtiero Gori, autore dei libri “Se dormi svegliati. Serenate, canti d’amore, di nozze e balli tradizionali”, “La barcàza” e “La società dei marinai”(Panozzo editore). La fisarmonica di Cesare Succi, le musiche originali del gruppo Uva Grisa, e due poesie di Raffaello Baldini arricchiscono come perle questo progetto dedicato alla tradizione marinara e non solo.
Di tutti i sogni che un ragazzo degli anni Trenta poteva avere, il pescatore Pnel sceglie quello di diventare bagnino. Sogna di mettere due seggiole in riva al mare, dare l’ombrellino alle signorine e preparare i sardoncini ai clienti. Ma la realtà è solo nebbia nelle ossa, un mare che ogni notte decide la tua sorte, e quelle donne a gridare il tuo nome sulla palata. Poi le notti di tempesta svaniscono nei canti dell’osteria, nelle risate ubriache, nella calma ninna nanna della balia che cresce i figli di tutti, e nelle serenate d’amore. Si smorza la malinconia e arriva l’allegria, con una partita a briscola o con due confidenze scambiate dopo aver venduto tutto il pesce. I sogni però restano. E vengono trafitti dai bombardamenti, che infilzano il cielo e le vite. Ma quella guerra che fa smettere tante esistenze, non ferma i sogni di Pnel. E arriva il tempo in cui Pnel è diventato grande, ha una spiaggia da gestire, una moglie con cui litigare e un debole per le belle donne. È il tempo della rinascita, del sacrificio e della determinazione. Il tempo del birro, che beve zabaione a colazione, e non riesce a conquistare la “svizzerotta”. Il tempo delle sorelle Mascalzoni che della loro casa bombardata sono riuscite a fare una pensione con giardino, dove ospitano addirittura una diva del cinematografo. È il tempo di Cagnina che vende uva candita sulla spiaggia, e dell’ingegner Calvi venuto a costruire villette dove c’erano solo dune. Il tempo in cui cameriere e gran signori si ritrovano tutti sulla spiaggia o in balera. “Una vita che a uno gli passa la voglia di morire” ammette uno sfaticato custode.
Ma i sogni di Pnel dove sono finiti oggi? I ricordi dei nonni, i loro racconti hanno lasciato un’eco più forte della loro voce? Pnel cammina sulla riva. È anziano. Raccoglie i cannelli. E ha ancora fiato per un altro incontro…

“E’ mer. Storie del nostro mare” torna in scena sabato 1° marzo alle 21 e domenica 2 marzo alle 17, al teatro Astra di Bellaria.
Regia e adattamento teatrale di Stefania Succitti. Monologhi originali Simona Bisacchi Lenic. In scena Lara Balducci, Simona Bisacchi, Emanuela Ceccarini, Andrea Cenni, Francesco Conti, Stefano Della Rosa, Federica Fabbri, Antonella Gelsomini, Filippo Molari, Niccolò Montini, Emanuela Neri, Loris Pironi, Maurizio Vettraino.
Alla fisarmonica Cesare Succi. Tecnico luci Antonio Vanzolini. Tecnico audio Nicola Succi.
Con il Patrocinio del Comune di Bellaria e Igea Marina Ingresso € 10 Bambini fino ai 10 anni € 5 (sotto i 5 anni ingresso libero)
Per Prenotazioni Teatro Astra tel 339.4355515.

Da Fixing n. 5

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