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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 21/07/2014 @ 16:25:00, in I miei articoli su Fixing, letto 83 volte)

Mestieri affascinanti. Lavori comuni. Attività illecite. Incarichi improbabili.
I romanzi abbondano di personaggi dalle professioni più disparate.
Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di diventare un disegnatore di fiordi norvegesi, nonché di pianeti su ordinazione, come Slartibartfast in “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams? E chi non si è mai sentito un degno concorrente di Benjamin Malaussene, professione capro espiatorio? Il protagonista di Daniel Pennac – da “Il paradiso degli orchi” a “Ultime notizie dalla famiglia” - è uno di quei casi in cui l’occupazione diventa una vocazione: la vocazione a prendersi la colpa di tutto. Una figura professionale che in tanti sentono di aver ricoperto e che tanti altri vorrebbero nei loro libri paga.
Un lavoro assolutamente realistico ma totalmente inventato. Eppure, si sa, la realtà supera sempre la fantasia. Cacciatori di draghi, streghe e ministri della magia svaniscono davanti ai personaggi incontrati da Luis Sepulveda in “Ultime notizie dal Sud”. Lungo le strade della Patagonia, in un mondo sospeso dal tempo, e sfregiato dal progresso, vaga solitario un liutaio alla ricerca di resti di legno per costruire violini. Sepulveda lo ha raccontato, il fotografo Daniel Mordinzinski lo ha immortalato – carne, ossa e poesia – in un’immagine in bianco e nero.
Anche lo “Zio Tungsteno” - descritto dal neurologo londinese Oliver Wolf Sacks nell’omonimo romanzo - non è un personaggio inventato. È il nome che lo scrittore da bambino dava allo zio Dave, niente di meno che il proprietario di una fabbrica di lampadine, con cui condivideva l’amore per la chimica, compagna leale in una difficile infanzia di solitudine.
Romantica l’occupazione che l’indimenticato Gabriel Garcia Marquez scelse per il suo Fiorentino Ariza, protagonista de “L’amore ai tempi del colera”. Innamorato, frustrato e respinto (ma solo per cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti), Florentino Ariza, telegrafista capace di tessere insieme le parole con una passione rara, per un periodo della sua vita si pone a servizio di chi non sa scrivere, convogliando tutto il suo sentimento in lettere d’amore su commissione.
Ma uno dei lavori più raccontati, descritti e citati all’interno dei libri è proprio il mestiere di scrittore. C’è chi è pronto a sacrificare se stesso per diventarlo, come il “Martin Eden” di Jack London. C’è il narratore ispirato dalle “paturnie” di una inafferrabile vicina di casa, in “Colazione da Tiffany” di Truman Capote. E c’è Briony, la protagonista di “Espiazione” di Ian Mc Ewan, che diventerà scrittrice dopo aver annullato la vita di due persone con una menzogna, e dopo aver conosciuto l’orrore, nel costante tentativo di rimediare alla sua colpa.

Da Fixing n. 17

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La potenza della parola dipende dal grado di esperienza che contiene. Quanto sarebbe scandalosa una morale praticata, invece che solo proclamata. E quale forza potrebbe contenere la trasgressione se non fosse solo ostentazione, ma ricerca effettiva di una nuova strada.
“Personalmente sono un poeta, quindi comincio a trasgredire tutte le leggi facendo della poesia. Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia” così spiegava la sua personalissima trasgressione Giuseppe Ungaretti al microfono di Pierpaolo Pasolini, in “Comizi d’amore”, film inchiesta del 1965 sulla sessualità e sui costumi degli italiani. Pasolini intervistava la gente della strada, ma anche amici intellettuali, alla scoperta di un mondo che stava irrimediabilmente cambiando ma che ancora si nascondeva dietro una coltre di perbenismo e ipocrisia.
Un’operazione innovativa, dove i no comment – innocenti e un po’ balordi, secondo Pierpaolo Pasolini – raccontavano l’imbarazzo di un popolo che non amava esprimere la propria opinione su questioni private. In questo senso la società è cambiata molto, ma chissà se Pasolini avrebbe apprezzato il passaggio dalla vergogna di allora all’esibizione di oggi, questa traversata durata decenni che ha portato dall’ignoranza su questioni sessuali all’incompetenza su quelle sentimentali.
E se nella nostra epoca scandalizzarsi sembra un dovere a cui si possono sottrarre solo coloro tacciati di indifferenza, di ben altra opinione era lo scrittore Alberto Moravia. “Non mi scandalizzo mai – dichiarava Alberto Moravia - Potrei dire che mi scandalizza la stupidità ma poi non è vero neanche. Penso che bisogna sempre cercare di capire, c’è sempre la possibilità concreta di capire le cose, e le cose che si capiscono non scandalizzano. Chi si scandalizza è perché vede qualcosa di diverso da se stesso e allo stesso tempo di minaccioso per se stesso, sia fisicamente, sia per l’immagine che questa persona si fa di se stessa. Lo scandalo è la paura di perdere la propria personalità, è una paura primitiva”. Una dichiarazione che diventa una vera e proprio denuncia al conformismo, e una ricerca di un senso religioso che vada al di là dei dogmi. “Una credenza che sia stata conquistata con la ragione e con esatto esame della realtà è abbastanza elastica per non scandalizzarsi mai. Mentre una credenza ricevuta, accettata per tradizione, per pigrizia, per educazione passiva è un conformismo. Per esempio, gli uomini di profondo senso religioso non si scandalizzano mai. Cristo non si è mai scandalizzato, si scandalizzavano i farisei”.

Da Fixing n.9

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Di Simona (del 25/02/2014 @ 10:33:04, in I miei articoli su Fixing, letto 3904 volte)

Prima che il mare diventasse Riviera, la spiaggia era solo sabbia, il porto era un approdo non scontato per i pescatori, e l’orizzonte svelava il destino delle donne, che lo scrutavano in attesa dei loro marinai. Erano gli anni che precedevano la Seconda Guerra Mondiale. Le pescivendole aspiravano a fare la cameriera per una ricca signora. Le balie dovevano spostare i bambini dal letto quando arrivavano i loro babbi a dormire. Ma già in quegli anni qualcuno immaginava una vita diversa, dove per lavorare non bisognava solcare il mare e non essere mai certi del ritorno. Una vita dove il mare si poteva guardare con i piedi nella sabbia, vendendo l’ombra ai bagnanti. Inizia così la storia di “E’ Mer. Storie del nostro mare”, portato in scena da ExtraQ Teatro per la regia di Stefania Succitti.
Lo spettacolo – a cui ho avuto il piacere di collaborare scrivendo alcuni monologhi - prende ispirazione dagli scritti di Gualtiero Gori, autore dei libri “Se dormi svegliati. Serenate, canti d’amore, di nozze e balli tradizionali”, “La barcàza” e “La società dei marinai”(Panozzo editore). La fisarmonica di Cesare Succi, le musiche originali del gruppo Uva Grisa, e due poesie di Raffaello Baldini arricchiscono come perle questo progetto dedicato alla tradizione marinara e non solo.
Di tutti i sogni che un ragazzo degli anni Trenta poteva avere, il pescatore Pnel sceglie quello di diventare bagnino. Sogna di mettere due seggiole in riva al mare, dare l’ombrellino alle signorine e preparare i sardoncini ai clienti. Ma la realtà è solo nebbia nelle ossa, un mare che ogni notte decide la tua sorte, e quelle donne a gridare il tuo nome sulla palata. Poi le notti di tempesta svaniscono nei canti dell’osteria, nelle risate ubriache, nella calma ninna nanna della balia che cresce i figli di tutti, e nelle serenate d’amore. Si smorza la malinconia e arriva l’allegria, con una partita a briscola o con due confidenze scambiate dopo aver venduto tutto il pesce. I sogni però restano. E vengono trafitti dai bombardamenti, che infilzano il cielo e le vite. Ma quella guerra che fa smettere tante esistenze, non ferma i sogni di Pnel. E arriva il tempo in cui Pnel è diventato grande, ha una spiaggia da gestire, una moglie con cui litigare e un debole per le belle donne. È il tempo della rinascita, del sacrificio e della determinazione. Il tempo del birro, che beve zabaione a colazione, e non riesce a conquistare la “svizzerotta”. Il tempo delle sorelle Mascalzoni che della loro casa bombardata sono riuscite a fare una pensione con giardino, dove ospitano addirittura una diva del cinematografo. È il tempo di Cagnina che vende uva candita sulla spiaggia, e dell’ingegner Calvi venuto a costruire villette dove c’erano solo dune. Il tempo in cui cameriere e gran signori si ritrovano tutti sulla spiaggia o in balera. “Una vita che a uno gli passa la voglia di morire” ammette uno sfaticato custode.
Ma i sogni di Pnel dove sono finiti oggi? I ricordi dei nonni, i loro racconti hanno lasciato un’eco più forte della loro voce? Pnel cammina sulla riva. È anziano. Raccoglie i cannelli. E ha ancora fiato per un altro incontro…

“E’ mer. Storie del nostro mare” torna in scena sabato 1° marzo alle 21 e domenica 2 marzo alle 17, al teatro Astra di Bellaria.
Regia e adattamento teatrale di Stefania Succitti. Monologhi originali Simona Bisacchi Lenic. In scena Lara Balducci, Simona Bisacchi, Emanuela Ceccarini, Andrea Cenni, Francesco Conti, Stefano Della Rosa, Federica Fabbri, Antonella Gelsomini, Filippo Molari, Niccolò Montini, Emanuela Neri, Loris Pironi, Maurizio Vettraino.
Alla fisarmonica Cesare Succi. Tecnico luci Antonio Vanzolini. Tecnico audio Nicola Succi.
Con il Patrocinio del Comune di Bellaria e Igea Marina Ingresso € 10 Bambini fino ai 10 anni € 5 (sotto i 5 anni ingresso libero)
Per Prenotazioni Teatro Astra tel 339.4355515.

Da Fixing n. 5

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Di Simona (del 17/02/2014 @ 17:17:50, in I miei articoli su Fixing, letto 255 volte)

Sono giorni di neve. Di gente che vola, scivola e cade. Giorni in cui si mastica oro, e ghiaccio. E poi trionfi, catastrofi, velocità, imprese, occasioni perdute. Le Olimpiadi invernali sono un grande romanzo, dall’ambientazione esotica e la trama inverosimile.
La storia narra di un tempo - breve ma ciclico – in cui 88 nazioni si riuniscono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope (nel caso del curling). Il suo teatro è il mondo. Il suo protagonista è l’atleta. Nel breve intervallo di tempo e spazio che va dalla pista al podio, si svolgono le loro gesta imprevedibili, bizzarre ed epiche.
Tra le pagine dei Giochi di Sochi, capita di incontrare Armin Zoeggeler, che a 40 anni non solo arriva alla sua sesta Olimpiade, ma che per la sesta Olimpiade consecutiva conquista un posto sul podio scendendo giù con uno slittino a 130 Km all’ora, per poi fermarsi e - in attesa di fumarsi un sigaro con gli allenatori - dichiarare “Se a 40 anni riesco ancora a fare questo è anche grazie al mio mondo, un paesino molto piccolo dove sono sempre Armin e non la star, lì mi posso riprendere e ricaricare”. Gente tenace quella che scende sulla neve armata di uno slittino. C’è il tedesco Albert Demchenko, sette medaglie per sette olimpiadi. E c’è Fuahea Semi, del Tongo, pronto a tutto pur di partecipare ai Giochi, tanto da rinunciare al suo nome e assumere quello del suo sponsor, Bruno Banani, produttore tedesco di slip e affini.
C’è chi la tenacia non la mette solo in pista. Perché tutto quel correre, scivolare e spingere, può servire anche nella vita di tutti i giorni. Lo ha dimostrato lo statunitense Johnny Quinn, che rimasto chiuso in bagno ha sfondato la porta, sfruttando la tecnica che usa per spingere il bob. E c’è chi porta avanti la propria bandiera con tutto se stesso, mettendoci la faccia, la fatica e anche i pantaloni. Lo sciatore di fondo Tucker Murphy alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali ha sfilato in giacca, cravatta, scarpe lucide e… calzoncini corti in onore al suo paese, le Bermuda. E anche la più antica Repubblica del mondo ha i suoi rappresentanti, Federica Selva e Vincenzo Michelotti porteranno avanti i colori sammarinesi nello slalom gigante.
Ma come in ogni romanzo che si rispetti non possono mancare eroine d’altri tempi. In un’epoca in cui attirare i riflettori su di sé è diventato lo sport internazionale per eccellenza, sfugge a ogni controllo la decisione di Vanessa Mae, violinista da dieci milioni di album venduti, residente in Inghilterra, che si è ritirata dalle scene per un anno per prepararsi alle Olimpiadi, dove prenderà parte allo slalom gigante con i colori della Thailandia, e con il cognome del padre, Vanakom. La più giovane solista a registrare i concerti per violino di Tchaikovskji e Beethoven è riuscita a qualificarsi ai Giochi nonostante un gomito rotto. Dramma, determinazione e bellezza. Un po’ come Carolina Kostner, che nel corso della sua carriera ha conquistato l’oro mondiale ed europeo, ma non è mai salita sul podio olimpico. Ha un’ultima occasione e se la gioca sulle note dell’Ave Maria di Schubert e del Bolero di Ravel, armata di un’eleganza che nessuna quindicenne dalle innate doti tecniche può essersi ancora conquistata.
Il pattinaggio di velocità racconta la favola dei due gemelli olandesi, Michel e Ronald Mulder, saliti sul podio – rispettivamente al primo e al terzo gradino – dopo una gara fratricida. E poi c’è l’incredibile storia di Hubertus von Hohenlohe, unico atleta messicano, discendente di un’aristocratica famiglia tedesca, che a 55 anni affronterà lo slalom gigante vestito da mariachi. Il suo debutto alle Olimpiadi risale esattamente a trent’anni fa, in una irriconoscibile Sarajevo. Una Sarajevo in festa. Simbolo di una Jugoslavia unita e multietnica. Dieci anni dopo, lo Stadio Olimpico divenne un cimitero per le vittime di guerra, l’impianto di bob una trincea. Di quelle Olimpiadi oggi rimangono solo rovine. Eppure si narra di un tempo in cui le nazioni si riunirono all’ombra di cinque cerchi, armate solo di sci, pattini e scope…

Da Fixing n.6

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Di Simona (del 03/02/2014 @ 14:48:40, in I miei articoli su Fixing, letto 396 volte)

 Ogni favola ha una sua morale. Anche Pinocchio ha la sua. Qualcuno potrebbe obiettare che Pinocchio non è esattamente una favola. In realtà, non lo è per niente. È più che altro il viaggio del singolo alla conquista della sua umanità. Il percorso di un individuo - burattino degli eventi e del destino - che cerca la dignità di uomo. Ma poi c’è quell’elemento fantastico, quel pezzo di legno che urla quando viene levigato, quel naso che si allunga al suono di ogni bugia, e quella fata che si trasforma ma rimane sempre turchina... E allora si pensa che queste siano pagine per bambini, che la realtà sia decisamente più in là, che la vita vera sia tutta un’altra storia, non certo quella di Pinocchio. L’elemento fantastico rende sempre tutto più leggero e surreale, e permette di non spaventarsi anche se quel gatto e quella volpe ci ricordano tanto qualcuno che abbiamo incontrato. Anche se tante volte ci siamo sentiti appesi per il collo. Anche se dentro la pancia di quel pescecane abbiamo perso la speranza e siamo rinati mille volte.
Se però siete di quelli che credono che Geppetto fosse un tenero vecchietto inerme, se credete che Mangiafuoco fosse così cattivo da non commuoversi davanti alla storia del burattino Pinocchio e del suo babbino, e se credete che il grillo parlante andasse in giro in smoking e mai avrebbe subito una martellata definitiva… Allora devo farvi una rivelazione: Pinocchio non lo ha scritto Walt Disney ma l’italianissimo Carlo Collodi, e la storia non è esattamente la stessa.
E forse nemmeno la morale. Perché la morale c’è sempre. E la morale di Pinocchio è che nella vita bisogna sempre essere buoni figli. Non basta essere buoni. E non basta essere figli. Bisogna scegliere un padre e seguire quello che dice per essere degni di diventare uomini, o per sempre saremo a metà, burattini senza fili, ma pur sempre burattini.
Il paese dei Balocchi sarà sempre lì ad aspettarci, e per quanto ne conosciamo le conseguenze rimane comunque la tentazione di chiudersi lì e pensare che è tutto a posto, che il mondo non ha bisogno di noi e che alla fin fine meglio divertirsi oggi perché “del doman non v’è certezza”. E sempre lì rimane la tentazione di credere che ci sia un modo o un luogo – reale o virtuale – in cui seminare quattro monete e raccoglierne intere ceste. Ma se tra tutte queste tentazioni non ci fosse il desiderio di far contento quel nostro babbo che ci ha forgiati con tanta cura e con tanta cura ci ha vestiti, se non ci fosse l’aiuto materno di una fata sempre disponibile ad aiutare ma non a farsi prendere in giro, cosa ne sarebbe dell’uomo? Per quante notti rimarrebbe impiccato al ramo di un albero? E da quanti pescicani dovrebbe venir divorato per farsi togliere di dosso quella pellaccia d’asino?

Da Fixing n.3

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Di Simona (del 19/12/2013 @ 15:59:06, in I miei articoli su Fixing, letto 512 volte)

“E' la vigilia di Natale. E' la notte dei desideri. E voi potete incontrare il personaggio di un libro. Per un'ora intera, per un'ora soltanto potete parlare, passeggiare, fantasticare con il personaggio che amate di più. Chi vorreste al vostro fianco? E perché?”.
Ho scritto questa domanda su Facebook, facendo partire un piccolo sondaggio pre-natalizio.
Le risposte sono state così varie, diversificate e ben motivate, da poter tranquillamente dire che questo articolo non l’ho scritto io, ma i lettori. Quindi, grazie a tutti quelli che hanno contribuito a questo pezzo.

Se si potesse vedere a fondo, se si potesse vedere al di là del buio, e poco sopra le stelle, la notte avrebbe altri colori da mostrare, altre visioni da regalare. E se nella notte che attende il Natale, in quella notte in cui l’impossibile diventa possibile, bastasse esprimere un desiderio per incontrare chi non esiste più, chi non è esistito mai, allora lungo le vie della città si vedrebbero personaggi d’altri tempi, d’altri mondi, camminare avvolti nei loro cappotti. Se in quella notte di miracoli i sogni si trasformassero in incontri, vedremmo il ramponiere Quequeg uscire dalle pagine di Melville, lasciare il Pequod e la sua disperata caccia a Moby Dick, per aggirarsi – scuro e possente – tra le luci natalizie, accanto a un lettore che non teme la sua collezione di teste essiccate. Li vedremmo parlare. Sentiremmo i nomi di Achab e Ismaele ripetersi qua e là. E loro, tutti presi da discorsi di fiocine e balene, passerebbero incuranti davanti a un angolo tetro, a fianco di un palazzo antico, senza accorgersi di Iago, l’insidioso alfiere shakesperaino, pronto a raccontare – o tramare – nuovi inganni.
L’aria dicembrina verrebbe affumicata dalla pipa di Sherlock Holmes. E il cielo sarebbe sorvolato da Ruth, l’unico drago bianco del ciclo di Pern (di Anne Mc Caffrey). Risuonerebbero per la piazza la voce forte de “Lo hobbit” Bilbo Baggins, gli incantesimi di Gandalf, i passi irrequieti di Jo March, seguita dalle altre”Piccole donne”, e la musica sola e struggente del violinista Jeno Verga mentre suona la Ciaccona di Bach in “Canone inverso” (di Paolo Maurensig).
In questa notte di visioni e incontri impossibili, l’illusionista Celia Bowen porterebbe una lettrice ad accendere una candela all'albero dei desideri e visitare “Il circo della notte”(di Erin Morgenster). E anche se è buio, ed è inverno, non stupitevi di vedere due uomini camminare con un asciugamano al collo, sono solo Ford Prefect - di “Guida galattica per autostoppisti” - e un lettore che sa bene quanto un asciugamano possa essere fondamentale, e addirittura salvifico, in certi momenti della vita. Donne appassionate e commoventi attraverserebbero la vostra strada, la nostalgica Amaranta Buendìa di “Cent’anni di solitudine”, l’intensa Moll Flanders, la selvaggia e misteriosa Morgana, sorella di Artù in “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley.
Alcuni lettori invece non li troveremmo lungo vie conosciute. Non farebbero comparire qui i loro beniamini, ma andrebbero loro a trovarli. Lettori circondati dalle montagne, a scaldarsi davanti al fuoco insieme a Heidi e suo nonno. Lettori immersi nella foresta vergine accanto a Mowgli de “Il libro della giungla”, a imparare la lingua e le usanze di un luogo così lontano da tutto. Lettori pronti a un “Viaggio al centro della terra”, a volare su una mongolfiera con il mago di Oz o a chiudersi in una soffitta con Bastiano de “La storia infinita” e sognare Fantàsia. Lettori costretti a salire su una nave per incontrare T. D. Lemon “Novecento”, perché se vuoi sapere come il pianista folle e geniale creato da Baricco vede il mondo, allora devi salire sulla sua nave, perché lui da lì non è mai sceso. Lui da lì non scenderà mai.
Alcuni, invece, vorrebbero incontrare autori che non ci sono più. Sedersi a un caffè con Hemigway. O fare domande a Saint Exupery.
Personalmente, vorrei incontrare non l’autore ma l’aviatore del “Piccolo principe”, l’uomo che nella disperazione del deserto, schiacciato da sabbia e vento, è riuscito ad accorgersi di quel bambino dai capelli biondi e a innamorarsi delle stelle.

Da Fixing n. 46

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Di Simona (del 21/11/2013 @ 12:25:51, in I miei articoli su Fixing, letto 249 volte)

Le barriere rendono vulnerabile chi le costruisce, non solo chi rimane chiuso fuori.
Eppure, se non costruisci un recinto il tuo bestiame scapperà, un lupo entrerà, un ladro si avvicinerà.
Ma quante sono le barriere costruite per proteggersi? E quante quelle costruite per non essere messi in discussione, per non dover fare i conti con qualcosa – o qualcuno – di diverso?
Quante sono le barriere che difendono la nostra terra?
E quante, invece, quelle che limitano i nostri pensieri?
Non possiamo che rimanere stupiti, ammirati e grati a Primo Levi che ci racconta che “La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo” (da “Se questo è un uomo”). Una testimonianza che mostra una prospettiva di sopravvivenza – e dignità - in mezzo all’orrore. E non un orrore qualunque, ma quello dei lager nazisti. Allora la barriera non è più limite, o indifferenza, è il difendere la propria umanità in mezzo al disumano agire.
Leggendo Primo Levi si nota nelle sue parole una sospensione del giudizio. Racconta quello che gli accade, non inventa nulla, eppure non emette sentenze. È il lettore che deve arrivare a provare vergogna, o speranza. L’autore non giudica. L’autore non costruisce un’altra barriera, mentre ogni giorno, in ogni istante, la barriera del giudizio e della condanna è a portata di parola. Basta una frase per elevare la propria mannaia su situazioni e persone, di cui – in realtà – non si sa nulla. Un “sentito dire”, un’impressione, e la lingua è pronta a tagliare teste. Le proprie teste vengono tagliate fuori dalla comprensione, e dalla possibilità di conoscere. Le proprie parole creano muri spessi ed elevati. Muri che – una volta costruiti – possono essere abbattuti solo tramite gesti. E per quanto è facile far uscire parole dalla bocca, tanto è difficile tirar fuori le forze per un’azione che abbatta il cemento tra le persone.
“Scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza” precisa Bertolt Brecht nella sua “Vita di Galileo” (1938-1939). Ignorare non significa essere stupidi, ma non conoscere e illudersi di muoversi liberi perché solo una dogana divide una nazione dall’altra, o perché davanti a un computer si può circumnavigare il pianeta. Senza accorgersi che in un mondo senza confini, si continua a scrutare l’orizzonte all’ombra delle barriere che ci si è costruiti.


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Di Simona (del 25/10/2013 @ 16:47:43, in I miei articoli su Fixing, letto 2739 volte)

Sono milioni, nel mondo, i libri che ogni giorno giacciono dimenticati sui comodini.
Copertine che collezionano polvere. Segnalibri addormentati a pagina cinquanta da tempi immemorabili. Volumi che su quel comodino hanno visto alternarsi romanzi, saggi o fumetti, tutti però solo di passaggio, perché – a differenza loro – quei libri venivano iniziati e finiti.
Quante pagine non verranno sfogliate.
Quanti capitoli non verranno mai svelati.
Quanti personaggi vivranno l’illusione di essere scelti, amati, senza sapere che ben prima della fine verranno abbandonati.
Ma queste pagine, questi capitoli, questi personaggi, a chi appartengono?
Quale libro hai iniziato e mai terminato? Svolgendo un piccolo sondaggio, la risposta a questa domanda ha dato esiti niente affatto scontati.
Immancabile, naturalmente, qualche grande classico. Più di un lettore si è arreso davanti a “Guerra e pace” di Tolstoj: per alcuni la trama è troppo intricata, ma c’è anche chi ammette candidamente che ci sono troppi nomi, troppo complessi, e soprattutto troppo lunghi. Il principe Andrei Nikolaevic Bolkonskij non deve aversene a male, deve avere pazienza con questa nostra generazione abituata ai nickname. E c’è chi si è arreso, più e più volte, davanti a “Moby Dick” di Melville. Il libro che ha rischiato di mandare per mare milioni di lettori, che sognando l’avventura e l’ignoto avrebbero lasciato tutto il conoscibile sulle orme del capitano Achab… Quello stesso libro è riuscito a scoraggiare chi non ha saputo fare i conti con il XXXII capitolo, intitolato semplicemente “Cetologia”: con la “scienza della balena” Ismaele ha destinato ad altri lidi diversi lettori.
Ma non solo di grandi classici vive il comodino.
C’è chi ha lasciato “Il codice da Vinci” a sessanta pagine dalla fine perché l’incoerenza nelle vicende e le imprecisioni nella trama sono un crimine che nessun giallo si può permettere. Nemmeno la donna più ricca della regina d’Inghilterra può sottrarsi alle stroncature: “Il seggio vacante” della Rowling è stato abbandonato perché il bello stile nulla ha potuto contro banalità e noia. “The American” di Martin Booth è un altro grande escluso: la versione cinematografica poteva avvalersi del fascino di George Clooney, ma nel romanzo dopo 100 pagine il succo della storia ancora latitava. I deliri del protagonista hanno rilegato nello scaffale dei non desiderati anche “Il pasto nudo” Di William Burroughs. Il primato del libro “abbandonato prima ancora di essere iniziato” va, però, a“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi: una volta scoperto che “Sostiene Pereira” non è solo il titolo del romanzo ma una sorta di intercalare presente dalla prima all’ultima pagina, il lettore che lo stava sfogliando si è innervosito e lo ha riposto nello scaffale della libreria. Fine di una storia.
Anche il genere fantasy non è esente da rifiuto. La mole di pagine ha inibito più di un lettore de “Il Signore degli anelli”, che oltre tutto ha la pecca di essere difficile da leggere per conciliare il sonno, perché se inavvertitamente chiudi gli occhi e ti cade addosso il rischio trauma cranico è dietro l’angolo.
A volte, però, un libro non terminato è solo un libro giusto, preso in mano nel momento sbagliato.
Così il romanzo accantonato, a distanza di anni diventa fonte di ispirazione, di divertimento o riflessione. Libri come “Le memorie di Adriano” della Yourcenar, “Passaggio in India” di Forster o “Per chi suona la campana” di Hemingway letti per obbligo o nel momento inadatto si trasformano da capolavori a zavorre.
Noia, pesantezza, banalità e prevedibilità sono alcune giuste cause di abbandono di un romanzo. E se qualcuno vi dice che è un sacrilegio non terminarlo, appellatevi al terzo punto dei “diritti imprescrittibili di un lettore” formulati dallo scrittore Daniel Pennac: “perché sprecare tempo a leggere un libro che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a leggerne uno migliore?”.

Da Fixing n.36

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Di Simona (del 23/09/2013 @ 08:29:59, in I miei articoli su Fixing, letto 287 volte)

Incontrare un poeta non è un’esperienza comune. Avere la sensazione di aver assistito a un incontro memorabile lo è ancora meno.
Eppure, in una notte d’agosto, nella Vecchia Pescheria di Rimini, Sergio Zavoli ha raccolto tutti intorno alla sua poesia come intorno a un fuoco, per raccontare una dimensione così intima di sé e del suo percorso umano, prima ancora che professionale, da trasformare il pubblico in compagni di viaggi, testimoni. Fosse anche solo per una notte.
“L’infinito istante” è il titolo della raccolta di poesie che il giornalista, senatore a vita, è venuto a presentare alla rassegna Moby Cult, diretta da Manola Lazzarini. Testimonial della serata lo scrittore riminese Piero Meldini. A me il compito di introdurre questo incontro, questi grandi personaggi figli della mia città.
Sergio Zavoli arriva puntuale. E senza calzini… Come ha poi raccontato sul palco, sottolineando lo spirito “libero” di Rimini, dove nessuno fa caso se un vecchio amico infila i calzini a un altro al tavolino di un Caffé. L’autore è molto diverso da come appare nella copertina del suo libro. Non diverso nell’aspetto, ma nello sguardo. Qui si coglie una gentilezza, che sovrasta la fierezza.
Così come nelle sue poesie si coglie l’immediatezza e la semplicità di un’anima spogliata, e per questo potente. Sorseggiando appena qualche sorso d’acqua, Sergio Zavoli parla per un’ora e mezza, ininterrottamente, tra momenti passati, consapevolezze e domande universali. Non è scontato che un grande intellettuale riesca a essere un poeta. Non è facile “togliere” fino ad arrivare alla poesia. Ma in questa serata è un canto anche il ricordo dell’amico Federico Fellini, con cui Zavoli apre l’incontro. “Quando un giornalista non sa cosa dire, si inventa una domanda – racconta così la sua visita insieme a Enzo Biagi all’amico morente – Ed Enzo Biagi gli chiese che cosa desidereresti ora? Innamorarmi ancora una volta, fu la risposta”.
La dimensiona privata è al centro di questo libro, dove la vita si mostra attraverso i ricordi di gioventù, le persone care al poeta, gli addii, ma anche gli incontri “perché si conosce solo attraverso l’altro. L’altro è la nostra ombra, la possibilità di imparare”. La ricerca dell’incontro ha segnato profondamente anche la sua vita professionale. “Ho sempre amato molto fare interviste. Non mi preparavo una scaletta di domande: la risposta alla prima domanda era lo spunto da cui nasceva la seconda, e a quel punto sapevo che si era instaurato un dialogo. Non ho mai cercato lo scoop, non cercavo di strappare all’intervistato quello che non avrebbe voluto rivelare, ma ero contento quando la persona che avevo davanti raccontava ciò che pensava di non riuscire a dire”.
E non può esserci incontro senza comunicazione. “Purtroppo oggi la parola è relegata a un segno, un logo, una traccia. Nelle scuole dovrebbero far leggere di più ai ragazzi poeti come Pascoli, Tonino Guerra”.
Nell’ultimo capitolo del libro “L’indicibile elogio” la poesia incontra Dio e la trascendenza. “Il vero miracolo della vita è la nascita. Tu sei qualcosa che mai c’è stato prima sulla terra, qualcosa che mai più avverrà così, in questo modo”.
La presentazione si conclude con un riferimento alla politica - che rimane una delle grandi passioni di Sergio Zavoli - un richiamo all’unione delle persone al di là delle ideologie, un richiamo ai valori, e a una società dove ognuno sia il fautore del proprio capolavoro, nel lavoro che svolge, nelle mansioni a cui ogni giorno è chiamato. “L’immaginazione è importante perché permette di vedere al di là delle apparenze, di cogliere la realtà, ma oltre all’immaginazione sono necessari l’impegno e la volontà”. La speranza descritta dallo scrittore è una valore attivo. “Sant’Agostino scriveva Signore, guardami dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento. Non si può sperare, aspettando l’intervento di qualcun altro. Oggi la voce del verbo legato alla speranza non è sperare, ma agire”.

Da Fixing n.33






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Di Simona (del 06/08/2013 @ 16:17:41, in I miei articoli su Fixing, letto 421 volte)

Sarà la voglia di spensieratezza. Sarà che ciò che non c’è più provoca sempre un po’ di nostalgia. Il fatto è che dopo averli bistrattati, derisi, e nascosti in soffitta come un paio di imbarazzanti spalline, gli anni Ottanta stanno rientrando nella vita delle persone, sia di quelle che li hanno vissuti sia di chi non era nemmeno nato. Trasmissioni che ricordano “come eravamo”, serate a tema, blog, spazi radiofonici e un lento ritorno dei pantaloni a vita alta confermano che gli anni Ottanta sono “i nuovi Sessanta”: un ricettacolo di malinconie, risate, commozione e possibilità mancate. Se a Red Ronnie venisse voglia di farci un programma, il passaggio di testimone sarebbe ufficiale.
Avevano detto che erano stati superficiali. Un decennio di passaggio. Ma ora che il ventunesimo secolo comincia a entrare nel vivo, vengono rivalutati gli anni della guerra fredda e di Chernobyl, gli anni di “Born in the Usa” e “Thriller”, gli anni del walkman e delle sale giochi, gli anni di “ET” e “Blade Runner”. Da rinnegati a ricercati. Studiati. In alcuni casi addirittura rimpianti, perché non tutto è vuoto e superficiale solo perché si muove a ritmo di un sintetizzatore.
E mentre gli Spandau Ballet rivaleggiavano con i Duran Duran, Gabriel Garcia Marquez vinceva il Nobel per la letteratura (1982). Negli stessi anni Umberto Eco mandava alle stampe il suo primo romanzo, “Il nome della rosa”, un capolavoro a livello mondiale, Premio Strega nel 1981, tradotto in 40 lingue, trenta milioni di copie vendute, e un film diretto da Jean Jacques Annaud.
Bestseller di tutt’altro genere quello partorito dalla mente di Stephen King, che proprio lungo questo decennio si consacra maestro dell’horror con “It”, segnando un’intera generazione: nessun ragazzo degli anni Ottanta sarà più in grado di ridere davanti a un clown.
Ma la fantasia non si ferma all’horror. Assume i contorni di un’avventura oltre il tempo e si insinua tra le pagine di un libro che diventa un cult del fantasy: nel 1981 esce in Italia “La storia infinita” di Michael Ende. Lo scrittore tedesco crea un universo fantastico splendido e fragile, che ha bisogno del mondo reale per sopravvivere. Ha bisogno di un bambino comune, un bambino solo che conduce un’esistenza normale e non sa di essere speciale. Bastiano Baldassarre Bucci per alcuni aspetti ricorda tanto Harry Potter, che nascerà solamente decenni dopo.
Si leggeva negli anni Ottanta, e spesso le storie stridevano con i colori fluorescenti degli scaldamuscoli e le note pop delle stelline del momento. Mentre l’Italia scimmiottava gli Stati Uniti indossando pantacollant e mangiando hamburger, nel romanzo “Volevo i pantaloni” Lara Cardella raccontava l’arretratezza mentale e culturale di un paese della Sicilia.
Prima che il decennio scadesse, morì lo scrittore Leonardo Sciascia, nel 1989, lasciandoci “Una storia semplice”, pubblicato il giorno stesso della sua morte. Sopravvisse, invece, agli anni Ottanta Pier Vittorio Tondelli, ma solo per un soffio. Scrittore simbolo di questi anni, pubblicò il suo primo romanzo “Altri libertini” nel 1980 e dopo successi come Rimini (1985) e Camere separate (1989) morì nel 1990, affetto da aids, una delle più dolorose scoperte di questi “lontani” anni Ottanta.

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