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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Simona (del 20/08/2015 @ 16:47:56, in I miei articoli su Fixing, letto 15 volte)

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio «Sto diventando acqua, come faccio? Acqua che fugge nel suo gocciolìo! Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri. Il mondo cambia, sotto i raggi miei.
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri. E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento. Non ebbe più paura di cambiare.
E un giorno disse: «Il sale che io sento mi dice che sto diventando mare.
E mare sia. Perché ho capito, adesso. Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
Bruno Tognolini, “Filastrocca dei mutamenti”

Non c’è giorno in cui non avvenga una metamorfosi. E non c’è giorno in cui chi cambia non si opponga alla trasformazione. Lo scrittore e poeta Bruno Tognolini, con la delicatezza della sua penna - capace di parlare all’innocenza dei bambini e di sciogliere la complessità degli adulti – racconta il lento disgregarsi della materia per tramutarsi in poesia. Dal ghiaccio al mare. Da ciò che è freddo e privo di movimento fino a ciò che accoglie e danza di continuo. Ma il processo è lungo, non avviene in un giorno. L’autore fa scorrere gocce e un fiume d’argento, prima che il mutamento sia completo. Quasi a farci capire quanto questo sviluppo sia difficile, delicato e spesso doloroso, perché per diventare mare bisogna accettare che il sale bruci la dolcezza dell’acqua di fiume. Eppure il cambiamento avviene. E quando arriva il momento in cui si sta per compiere il grande salto, lì capisci quanto era necessario.
“Iniziare un nuovo cammino spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi” ci racconta Roberto Benigni.
Perché siamo pellegrini e non c’è pellegrino senza un cammino da percorrere. Senza tanta strada da masticare, senza imprevisti, sorprese e meraviglie da affrontare. E non c’è viaggio che non abbia come scopo il tramutare il marmo in creta. Addolcendo la sua rigidità il marmo diventa materia viva, capace di farsi plasmare, e prendere la forma di cui ha bisogno per lasciarsi toccare dalla vita. In un perenne cammino dall’esito sempre sorprendente. Perché come ammette lo Zarathustra di Nietzsche “Io sono un viandante e uno che sale sulle montagne… Io non amo le pianure e non riesco, a quanto pare, a stare tranquillo. E qualunque cosa possa ancora venire a me come destino ed esperienza – vi sarà sempre un vagabondare e un salire montagne: infine non si fa esperienza se non di se stessi”.

Da San Marino Fixing

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Di Simona (del 10/08/2015 @ 16:38:01, in I miei articoli su Fixing, letto 50 volte)

Nel cielo d’agosto sembra si svolga ogni notte una battaglia.
La luna si alza all’orizzonte tinta di rossa. Le stelle iniziano a cadere. E noi tutti a guardarle esprimendo desideri.
Le scie luminose che abbandonano il cielo catturano gli sguardi, i sogni, forse perché “L’anima è piena di stelle cadenti” (“I miserabili, Victor Hugo). Non esistono punti fermi ma solo punti di luce che ti accompagneranno per un tratto del viaggio e poi si spegneranno, per lasciare spazio a luci più forti, più intense, più profonde. Come vecchi marinai ci aggiriamo per la nostra esistenza cercando di lasciarci guidare dal cielo che abbiamo a disposizione. Anche in mezzo alla battaglia,“Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle” (Oscar Wilde).
Puntare lo sguardo in alto rimanendo con i piedi ben affondati nella terra, questo è un gioco da equilibristi. Si puntano gli occhi in su e si vorrebbe cogliere l’infinito. E alla fine si scorge solo quello che noi vogliamo, quello che pensiamo, quello che desideriamo. Guardiamo un pezzo di meteora che cade nel buio e lo riempiamo di significati, di premonizioni, di profezie. Ma nessuno può conoscere il nostro destino. Nessuno può sapere quante stelle cadenti e quante fonti di meraviglia può contenere la nostra anima. E nessuno può sapere in quale modo la vita ci dona nuove stelle che illuminino il nostro cammino. O che almeno rendano meno buia la strada.
E ogni errore che facciamo offusca quel cielo. Siamo noi le nostre nuvole. Siamo noi che non diamo la possibilità alle stelle di brillare. Eppure “La nuvola nasconde le stelle e canta vittoria ma poi svanisce: le stelle durano” (Rabindranath Tagore). Le stelle durano. È il tempo che fa la differenza. È il tempo che rende frutto il seme. È il tempo che permette a una stella di diventare un punto di riferimento per i naviganti. È il tempo che può trasformare un sogno in un’illusione. O custodire un segreto fino a farlo diventare una storia da raccontare.
Perché alcune storie sono davvero come le stelle, che illuminano il cielo anche quando non ce ne accorgiamo. Anche se la luce dei lampioni è più forte, più facile da notare. È più facile cogliere quello che dovrebbe essere, quello che sarebbe meglio, più opportuno, più semplice… Ma la realtà è più creativa dei nostri “vorrei” e di tutti i “si deve”. E allora puntiamo gli occhi sulla luna, sulle stelle, e cerchiamo un frammento di infinito per sollevarci dalla terra greve. Proviamo a cercare qualcosa di più. Come il piccolo principe “Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua” (Antoine de Saint Exupéry). E può sembrare un controsenso, ma l’unico modo per trovare la propria stella è vivere questa terra.
Con il naso puntato in alto per scorgere nel cielo il rosso della battaglia che si svolge tra gli astri.
Per cercare un conforto e uno scopo dal nostro fango.
Per ricordarci che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (William Shakespeare) ma abbiamo la possibilità di diventare realtà. Abbiamo la possibilità di avere una storia da raccontare.

Da Fixing n. 31

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Di Simona (del 08/07/2015 @ 18:19:16, in I miei articoli su Fixing, letto 103 volte)

Scorrono i giorni sul calendario.
Corrono gli uomini dietro le ore.
E ancora più forte corrono i pensieri. Così, oggi è fatto di talmente tanti “domani devo”, “tra un anno accadrà”, “un giorno farò”, che se non ci fosse la data sull’agenda non sapremmo nemmeno più in che anno viviamo. Eppure anche un bambino con la testa rotonda come Charlie Brown sa che “La vita è più facile se si teme soltanto un giorno alla volta”.
Ma non è nella paura del domani il valore dei giorni. Né nella fretta. Né negli anniversari.
E allora dove si nasconde quel valore?
A volte sembra che il significato più profondo del tempo sia nell’imprevisto.
Tutto ciò che non riusciamo a calcolare, a prevedere, a meditare è ciò che ci svela a che punto del nostro viaggio siamo. Le reazione che abbiamo davanti alle situazioni imponderabili raccontano di noi più di quanto possano fare oroscopi e aneddoti d’infanzia.
E poi ci sono gli altri. Le persone che incontriamo, le persone a cui dedichiamo uno sguardo o un gesto: sono le persone che ci permettono di rendere vita il nostro tempo. È il tempo che impieghiamo a salutare, a far ridere qualcuno, a guardarlo negli occhi che permette di trasformare in perle i minuti, e spogliarsi delle spine di impazienza e frenesia che ci conficchiamo nella testa.
“Quale tempo ci regala in più Dio? Quello che noi regaliamo e doniamo agli altri, che ci torna indietro decuplicato. ‘Cerca dentro di te i giorni che non credevi di avere, cercali… Io te li ho dati’” (Roberto Benigni ne “I dieci comandamenti”).
E anche quando il calendario sembra segnare sempre lo stesso giorno, perché il tempo pare essersi fermato, e si ha l’impressione di svegliarsi continuamente in un giorno già vissuto, non bisogna lasciarsi confondere. Bisognerebbe ricordarsi che “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi” (Ernest Hemingway, “Per chi suona la campana”).
C’è chi confonde i giorni. Chi pensa che l’alba arrivi di sera. Ma non c’è sole che non sorga al mattino. Non c’è notte che non venga mozzata dall’aurora. E non c’è calendario che possa contenere il tempo.

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Di Simona (del 05/05/2015 @ 10:05:39, in I miei articoli su Fixing, letto 116 volte)

È solo un francobollo da 60 centesimi. Di quelli che usi per spedire una cartolina.
C’è un viso disegnato. Un uomo di un altro secolo. Colpiscono subito i folti baffi. Ma ancora di più colpiscono gli occhi fieri e sognanti, puntati verso l’alto, a scrutare un mondo che solo lui riesce a vedere così, ma che in tutti i modi ha cercato di raccontarci. Due gabbiani in volo, un mare agitato e un antico veliero illustrano quel mondo sul francobollo dedicato al genio di Emilio Salgari, per i cento anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1911.
L’antieroe capace di creare eroi.
L’uomo costantemente indebitato che scriveva come un forsennato, per onorare i pagamenti.
L’uomo che morì suicida, in un boschetto vicino a casa.
Quell’uomo era lo stesso che entrava in una biblioteca civica e si ritrovava a vagare tra i serpenti e le paludi della giungla nera. A viaggiare verso Labuan, insieme a Yanez de Gomera e alla sua ennesima sigaretta.
Salgari scrutava un atlante geografico e trovava il mondo. Ma non quello che avremmo trovato tutti. No. Lui trovava l’India di Tremal-Naik. La foce del grande Gange fitta di misteri sanguinosi. Nelle terre emerse di un mappamondo, Salgari scopriva la Malesia di Sandokan, re sconfitto di un regno del Borneo, che diventa pirata per vendetta e per amore.
C’è chi legge tanto, studia, si documenta e diventa un intellettuale.
E c’è chi apre un’enciclopedia e ci trova l’avventura.
Salgari non inventa un universo fantastico. Plasma luoghi esotici e bizzarri. Forgia eroi, animi indomiti, sentimenti prepotenti, vendette che non possono arrendersi nemmeno davanti all’amore, odi selvaggi, battaglie valorose.
Quella salgariana è un’epica che si spoglia degli dei e si veste di un romanticismo insostenibile, incessante, dove ogni gesto è solenne, ogni scelta definitiva, ogni parola un giuramento.
Questo uomo piccolo, dal destino atroce, è capace di appoggiare i gomiti su una scrivania e creare i Caraibi. E nemmeno per un momento hai il sospetto che quella terra non esista e che non sia esattamente così, come lui te la descrive. Mentre solchi l’oceano sulla Folgore del Corsaro Nero, o mentre cammini nella foresta vergine dietro a “compare sacco di carbone” Moko, il mondo è un luogo vasto, pieno di peripezie pericolose e necessarie, pieno di sorprese, e di decisioni che mai avresti voluto prendere.
E “tuoni d’Amburgo!” – come impreca Wan Stiller – quando il Corsaro Nero lascia Honorata, l’amore della sua vita, su quella scialuppa in mezzo all’oceano, solo per tener fede a una promessa fatta a se stesso, lo vorresti meno leggendario, meno fedele, meno esagerato. Ma poi Carmaux ti indica il ponte di comando, “Guarda lassù: il Corsaro Nero piange!”, e tu scorgi questo uomo accasciato sui cordami, con il volto nascosto tra le mani, e lo perdoni. E sai che non è finita. Perché lo scrittore non fa morire Honorata. La fa diventare la Regina dei Caraibi, e le permette di scegliere. “La vita o la morte?”. “L’amor tuo” risponde la giovane, in braccio al Corsaro Nero che cammina verso le onde del mare, indeciso se fermarsi o morire.
E il “vissero felici e contenti” di Salgari sta nel misterioso svanire dei due amanti, con il sollievo – per il lettore – che contate le scialuppe ne manca una.
Perché Salgari salva l’avventura fino in fondo. E un’avventura non sa che farsene di un finale con feste e banchetti. Il lieto fine sta dentro i margini, è rassicurante. L’avventura vive dell’imprevisto. È lo stare continuamente in bilico - per scelta o per destino - deridendo l’equilibrio e chi ne sente il bisogno.
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.17

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Di Simona (del 27/04/2015 @ 18:59:10, in I miei articoli su Fixing, letto 155 volte)

Se il mondo diventasse muto, gli uomini continuerebbero comunque a raccontare le loro vicende. Armati di penne e di pennelli, l’avventura dell’umanità non smetterebbe di essere tramandata.
Il poeta greco Simonide sosteneva che “La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla”. Ogni pittore racconta una storia. E una storia, a volte, non è che un dipinto tradotto in parole.
Succede in “Oceano mare” di Alessandro Baricco. Le voci di Savigny e Thomas - i personaggi a cui lo scrittore affida il racconto del naufragio della nave francese Alliance e della sorte che colpì i quindici superstiti, a cui non rimase che un barcone a cui aggrapparsi - sembrano alzarsi direttamente da “La zattera della Medusa” di Theodore Gericault, da quel cumulo scomposto di corpi dipinti nell’Ottocento. Il “ventre del mare” narrato da Baricco ha i colori, il dramma e la perdizione del quadro custodito al Louvre. Su quella zattera, tra cadaveri e terrore, sembra di scorgere il giovane marinaio Thomas giurare vendetta: il medico Savigny non dovrà morire lì, travolto dall’acqua, ma tra le sue mani. Dovrà ucciderlo lui. Come Savigny ha ucciso la sua amata Therese. “Dovessi vivere ancora mille anni, amore sarebbe il nome del peso lieve di Therese, tra le mie braccia, prima di scivolare tra le onde. E destino sarebbe il nome di questo oceano mare, infinito e bello”.
A volte, invece, non sapere come è nato un dipinto offre la possibilità di inventarne la genesi.
Cosa ha portato un pittore del Seicento fino all’orlo del capolavoro? Quale storia ha vissuto con la musa del suo ritratto? Così il pittore olandese Jan Vermeer, di cui in realtà si sa ben poco, è diventato un personaggio da romanzo, affascinante e tormentato, nella storia raccontata da Tracy Chevalier ne “La ragazza con l’orecchino di perla”. Una donna di umile estrazione sociale, un orecchino degno di una nobile, una bellezza magnifica, e un pittore di cui non si sa quasi nulla: il fardello di enigmi racchiuso in questo piccolo dipinto è una tentazione troppo forte, è una storia che non può non essere romanzata. “La ragazza col turbante”, titolo originale dell’opera, è diventata l’eroina romantica di una passione che nessuno mai conoscerà davvero, ma che per tutti avrà lo sguardo languido di Scarlett Johansson (protagonista del film tratto dal romanzo).
Ma alla fine il quadro più celebre della storia della letteratura lo ha dipinto con arguzia e infinita raffinatezza la penna di Oscar Wilde. “Il ritratto di Dorian Gray” rimane lì a fissarci, raccontandoci le agghiaccianti conseguenze dell’ossessione per la giovinezza e la bellezza.
Avere un quadro che invecchia per te. Un dipinto che accumula i tuoi errori. Un’immagine di te che si storpia al tuo posto, lasciando il tuo corpo e il tuo volto intatti. Un ritratto che fa passare gli anni su di sé, permettendo a te di rimanere giovane, candido, agile. Mentre sulla tela ogni tuo sbaglio prende la forma di un ghigno, e il tempo che passa diventa solco, cicatrice. Dorian Gray rende il suo ritratto un ricettacolo di misfatti e corruzione.
Cosa non s’inventano questi scrittori geniali!
Chi mai ci terrebbe tanto ad apparire perfetto, pur sapendo di non esserlo affatto?
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.14 

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Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:17:31, in I miei articoli su Fixing, letto 116 volte)

Arriva il momento in cui lo spettacolo finisce. Si svuota la platea al suono di un chiacchiericcio. Si spengono i fari che hanno illuminato la scena. E si accende una lampadina in un camerino dietro le quinte. L’attore si sveste di chi è stato, indossa i panni di chi è, e prepara la valigia per la prossima replica. Ma se quell’attore potesse abbandonare tutti i costumi di scena sulla sedia – sicuramente sdrucita – e potesse lasciare trucchi e maschere davanti allo specchio – sicuramente opaco - allora finalmente in quella valigia potrebbe infilare tutte le parole di cui ha bisogno. Via i tulle e i cappelli. Spazio ai libri e alle storie.
Nella pancia rettangolare della sua valigia, l’attore metterebbe quello da cui tutto ha avuto inizio. E tutto, sempre, ha inizio dalla poesia.
Pochi versi imparati a memoria alle elementari. Una filastrocca di Gianni Rodari. Quella dove l’autore all’avara formica preferisce la cicala, “che il più bel canto non vende, regala”. Poi sono arrivate le poesie d’amore di Neruda, i versi dialettali di Raffaello Baldini, qualcosa di fatale come Alda Merini. Perché la poesia è la prima forma di teatro, per chi non ha un palco dove esibirsi. Basta una serata tra amici, basta alzarsi dalla sedia e dire ciò che piace usando le parole di un altro.
Il personaggio arriva dopo. Quando la strofa diventa un copione. Quando la voce serve a esprimere il pensiero di qualcun altro. E il corpo è destinato a diventare una maschera.
Allora nella valigia dell’attore trova spazio Pirandello. Ma non solo i testi teatrali, anche le novelle, anche “Ciaula scopre la luna”, perché sapere che la luna esiste è un fatto scontato, ma vederla nel buio, forte come il sole, fa scoppiare a piangere.
E c’è posto anche per “Novecento” di Baricco. Un monologo. Un libro sottile che contiene tutta l’intera vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, passata su un transatlantico, a suonare un pianoforte e a dire addio a tutto ciò che esiste sulla terraferma.
Ma dentro quella valigia non mancano i romanzi. Non può mancare “Moby Dick” di Melville, perché anche le tavole di un palco scricchiolano e costano sudore proprio come quelle di una baleniera. E non esiste personaggio più teatrale, ed epico, del capitano Achab.
La valigia è ormai piena. Ma ancora c’è posto per un po’ di Shakespeare. In certi sogni che l’attore fa nelle notti di mezza estate è ancora il duca Teseo, e in fondo come lui ancora pensa che “Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia”.
Ma non l’attore. L’attore ha bisogno della realtà per poter interpretare chi non esiste.
L’attore ha bisogno del mondo per inventare se stesso ogni sera. Dentro la sua valigia deve mettere tutti i dialetti ascoltati per i vicoli dei paesi. I ricordi degli anziani raccolti sulla spiaggia. I pettegolezzi di due amiche, origliati al tavolino di un caffé. Deve mettere le confidenze dei bambini mentre giocano con i trenini. Le bugie di una ragazza al suo fidanzato. Il diario che la nonna scriveva in segreto.
Tutto, sempre, ha inizio dalla poesia, poi, però, è la vita di tutti i giorni che fa la nostra storia. È nella vita di tutti i giorni che prepariamo la nostra valigia. Attori di teatro. O attori del destino.

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Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:04:58, in I miei articoli su Fixing, letto 183 volte)

La poesia sembra possedere le chiavi dell’universo. C’è davvero qualcosa che la poesia non sa? Esiste un sentimento, un paesaggio, una guerra che la poesia non conosca?
In tre versi Ungaretti ci racconta la prima guerra mondiale e tutte le guerre che verranno, e tutte le guerre che ogni giorno combattiamo: “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi le foglie” (“Soldati”).
Perché la poesia non è un mero intellettualismo. È azione. È gesto. È esperienza.
“Dove sono i poeti? Non c’erano poeti sotto le mura di Troia e nemmeno sulle navi con le quali ho solcato i mari. Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d’amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere”. In “Itaca per sempre” di Luigi Malerba, Ulisse diventa il poeta della sua Odissea, vivendola.
Perché la poesia conosce vivendo.
Sono anime gentili quelle dei poeti. Ma sono anche anime adulte, che non hanno paura di crescere, di diventare grandi. Non hanno paura di tentare, di rischiare, di affrontare se stessi. Il “fanciullino” di Pascoli è un animo capace di stupirsi, di provare meraviglia, di cogliere un linguaggio che vada al di là della razionalità. Avere un cuore bambino non significa fingersi piccoli per sfuggire alla propria coscienza.
La poesia non va a trovare le anime capaci di grandi discorsi e minime azioni.
Così come l’universo non si svela a chi parla come un adulto e vive come un bambino. Fare discorsi da grandi e comportarsi come ragazzini rende vuote le parole. E le parole senza vita sono aria stantia. Mentre la poesia è vento. È eterna.
La poesia non è dichiarare di provare vergogna, ma vergognarsi.
Non è in ghirigori di pensieri. Non è nelle alte vette raggiunte da altri. Non è nel commuoversi alle parole di qualcuno per poi tornare perennemente agli stessi alibi. Non è nell’ascoltare sempre e mettere in pratica mai.
La poesia è responsabilità. Un poeta non crede che il mondo riguardi gli altri.
La poesia non è nella vita quieta, ma è nella ricerca di una quiete dell’anima. Difficile da raggiungere. A volte impossibile. Ma è tendere a questo impossibile, il tentare di scoprire, che rende uomini, e rende gli uomini dei poeti. La scelta di quel cammino scomodo, e intimo, è già poesia, se i passi sono dei propri piedi. Se le parole vengono dalla propria bocca. Se l’esperienza fatta, la reazione avuta, ha scosso il sangue, non solo un formale disappunto.

Da Fixing

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Di Simona (del 30/01/2015 @ 17:04:06, in I miei articoli su Fixing, letto 242 volte)

 

Quando si entra in una chiesa si è sempre alla ricerca di qualcosa.
Si cerca una bellezza dell’arte, dell’architettura. Si cercano risposte. O semplicemente silenzio.
Quando non si sta svolgendo una messa, quando non ci sono turisti d’assalto che parlottano o gruppi che pregano, l’assenza di rumore regna incontrastata tra le navate. Qualcosa di surreale. Saranno i muri spessi. Gli alti soffitti a volta. Ma quello che c’è dentro una cappella è un silenzio che rimbomba da quanto è forte e profondo. Seduti su una panca, davanti all’altare vuoto, nella luce debole del tramonto che filtra dai rosoni, si può intuire come sia venuta a Giovannino Guareschi l’idea di quel crocefisso che parla con Don Camillo, nel suo “Mondo piccolo”.
E ci teneva Guareschi a sottolineare che se i preti si sentivano offesi per via di Don Camillo potevano rompergli un candelotto in testa. Se i comunisti si sentivano offesi per via di Peppone potevano rompergli una spranga sulla schiena. “Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari miei interni. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti”.
Una coscienza che si disseta dalle acque del Po e respira l’aria dell’Appennino. Un paese inventato, ma dalla collocazione ben precisa, in riva a una potente massa d’acqua che scorre, e fa scorrere via la guerra, la miseria, e alimenta l’impulso sanguigno della Bassa. Perché senza il grande fiume la chiesetta di campagna di Don Camillo non sarebbe mai stata costruita, mattone su mattone, dalla fantasia di Guareschi.
E il soffitto di quella chiesetta non sarebbe mai potuto tremare per la voce tonante del prete, che - dopo aver coperto con un drappo la testa del crocefisso, perché Gesù non sentisse – rimproverava senza peli sulla lingua uno scostumato possidente terriero. Sarà per il carattere impulsivo, a tratti collerico, ma un prete come Don Camillo riesce a rendere simpatico il Padreterno anche al farmacista ateo del paese. Conquista i parrocchiani più impensabili facendo uscire dall’altar maggiore il crocefisso, portandolo in processione da solo, e brandendolo come una clava davanti agli uomini di Peppone che non volevano farlo passare. Quel prete che chiede perdono al Signore perché il suo cervello è pieno di nebbia, è lo stesso che è pronto a rinunciare alla sua amata campana, portata via dai tedeschi, per far andare in colonia i bambini scheletrici del dopoguerra.
Se davvero esistesse, sarebbe proprio da visitare quella chiesetta di campagna dove volano parole grosse e ancora più grosse baruffe. Dove si scontrano, ma per lo più si incontrano, la fede per niente quieta del prete di campagna e l’arroganza per niente cattiva del sindaco meccanico. E il grande fiume che potrebbe straripare da un momento all’altro diventa testimone dell’innocenza di Don Camillo e della bontà di Peppone, in un mondo piccolo di strade e case, ma grande di forza di volontà. Dove l’unica cosa da raccontare sono gli uomini. I loro gesti spropositati, il loro azzuffarsi per un’opinione e darsi una mano per un bene comune. La voce grossa del parroco. Le imprese eclatanti del sindaco. Una lacrima che scende dal crocefisso per un atto di carità così toccante, che sarebbe più inverosimile se Gesù non si commuovesse davanti a tanta gentilezza.
Restino le cattedrali di tutto il mondo a testimoniare epoche in cui l’uomo credeva di rendere omaggio a Dio, costruendo opere di straordinario ingegno, immense e pesanti come solo la materia sa essere. Restino come monumenti, e vengano visitate con la stessa devozione con cui un monumento viene scrutato. Ma ciò che sopravvive alle epoche, trascende le religioni, e la politica, è quella chiesetta di campagna fatta solo di valori e antico buon senso, dove la coscienza è in grado di parlare, e una vecchia anima, senza dubbio troppo impulsiva, è in grado di sentire.

Da Fixing

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Di Simona (del 22/01/2015 @ 17:00:38, in I miei articoli su Fixing, letto 290 volte)

Costruire pensieri con la stessa cura e attenzione con cui si costruiscono palazzi. Costruire gesti che abbiano il gusto della gentilezza. Abitudini che siano momenti di condivisione.
Le città degli uomini hanno bisogno anche di questo. Perché – come sostiene l’architetto Renzo Piano - “la bellezza cambia il mondo e lo cambia una persona alla volta”. Ogni uomo è un architetto di quotidianità, di giornate spese sulla propria pelle. È ingegnere di ponti che costruisce con le persone che ama, e – se è un ingegnere di quelli bravi – anche con le persone che scarsamente sopporta.
Ogni pensiero è un disegno. Si possono disegnare illusioni con la facilità con cui si lascia circolare una matita su un foglio bianco. Ma si possono anche disegnare palazzi di meraviglia e splendore, accettando però che non sia altrettanto semplice. Anche il progetto più nobile deve fare i conti con cantieri di polvere e sudore. La matita si inceppa. I calcoli sono complessi. I rilevamenti ardui. Ti chiedi se la realizzazione della tua idea meriti tutta quella fatica. E ti accorgi che quando un progetto non è dettato dall’interesse e dalla convenienza, sembra quasi non abbia più valore. Nessuno ti sostiene. Nessuno ti dice quanto sei bravo. I più nemmeno lo vedono il disegno. Sei l’unico a crederci. Sei l’unico a vedere un palazzo dove gli altri vedono un ammasso di righe geometriche. Il piano sembra tanto irrealizzabile, che quasi quasi conviene lasciar perdere. Ma l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright ricorda a tutti che “Si realizzano sempre le cose in cui credi realmente. E il credere in una cosa la rende possibile”. Ci sono case che non crolleranno alla prima scossa di terremoto. Ci sono scorci di bellezza che accompagneranno gli uomini nei tempi, e da uomini sono stati costruiti.
Ci sono sogni che non sono stati realizzati ma hanno cambiato la visione del mondo. Come i sogni di vetro pensati dall’architetto francese Hector Horeau. “Fu un pioniere delle costruzioni in ferro e vetro, ma non riuscì ad attuare nessuno dei suoi notevoli progetti”, recita l’enciclopedia Treccani. Ma i suoi palazzi di vetro mai costruiti sono entrati nella narrativa, sono diventati una storia da raccontare, qualcosa che tutti possono leggere e qualcuno ammettere pure di aver vissuto: in “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, Hector Horeau diventa il custode di una magia, “È la magia del vetro. Proteggere senza imprigionare. Stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo. Sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente”. Horeau con il vetro si proteggeva da ciò che desiderava ma di cui aveva paura. Ma c’è chi ha altri progetti. C’è chi ha deciso di fare altro della propria esistenza. E ha deciso di rompere quel vetro sotto cui ci si sente tanto al sicuro. Di andare oltre le paure. Di salvarsi in un altro modo. Di tentare un disegno mai fatto prima. E di pagarne il prezzo, perché “Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato” (dal film “L’arte di vincere”). Gli altri, però, avranno una porta da cui passare. E questo, tutto sommato, è ciò che dà un senso a tanta fatica.

Da Fixing

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Di Simona (del 02/12/2014 @ 16:34:25, in I miei articoli su Fixing, letto 374 volte)

“Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare” John Belushi, nei panni di Bluto, lo dichiara con passione nel film “Animal House”, del 1978. Perché se per i bambini il gioco è il contatto che hanno con il mondo, il loro modo per imparare e conoscere, per gli adulti è lo stato mentale con cui affrontarlo questo mondo.
Ogni giorno bisogna saltare la cavallina per imparare che non serve a niente evitare gli ostacoli. Quando l’ostacolo è davanti a te meglio rischiare di inciamparci sopra, e cadere, e rialzarsi, piuttosto che far finta che non ci sia. E puoi giocare a nascondino per tutto il tempo che vuoi, ma anche i bambini lo sanno che poi bisogna uscire dal proprio nascondiglio, e gridare “Tana per me” e tentare un “Tana libera tutti”, e liberare se stessi e gli altri dalla gabbia di un rifugio che non può essere casa. Per nessuno.
E i giorni passano troppo veloci, e a volte così lenti, e pensi che quando eri bambino bastava buttare un sassolino su un disegno di gesso per percorrere tutta la settimana. Ed era così divertente e così facile che potevi farlo anche con un piede solo. Ma gli adulti pensano che la settimana non sia un disegno. Pensano sia un tempo scontato, farcito di impegni e progetti, e non si riesce ad affrontarlo saltando con un piede solo, perché per riuscirci bisognerebbe avere la leggerezza che solo l’allegria ti sa dare. E in certi momenti è impossibile essere allegri, in certi momenti è difficile anche solo sentirsi vivi, eppure la vita c’è. E allora varrebbe davvero la pena di prendere un gesso, disegnare sull’asfalto una campana - o una settimana, come preferite chiamarla – e farci un giro, giusto per ricordarsi che si è ancora in grado di giocare. Perché è questo il punto. Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ci avvisa che“Il destino mescola le carte e noi giochiamo”. Sì, se ne siamo ancora capaci. L’esistenza può essere più complessa di un cubo di Rubik, più imprevedibile di un vecchio monopoli con i soldi ancora in lire, ma è comunque un gioco che val la pena di giocare fino in fondo. Con la vivacità degna di un bambino. Con la sicurezza – degli adolescenti - che tutto sia possibile, tutto sia ancora da scrivere e sarà grandioso. Ma anche con la forza che hanno dimostrato i nostri vecchi, i nonni, i genitori, che hanno sempre vissuto un’esistenza meno comoda di quella di oggi, ma sono riusciti ad affrontare questo grande gioco con uno sguardo rivolto al cielo, i piedi ben affondati per terra e le mani sempre al lavoro. Perché, come scrisse il maestro della fantascienza Isaac Asimov “Nella vita, a differenza degli scacchi, il gioco continua anche dopo lo scacco matto”. A noi decidere se essere solo un pedone che si trascina avanti, e che può procedere un quadro alla volta, senza mai fare un passo indietro, aspettando solo di essere mangiato perché tutto e tutti sono più grandi di lui. O andare avanti come la Regina, che può muoversi in qualsiasi direzione, percorrere la scacchiera non obbligata da un’unica mossa. Libera di scegliere e tentare. Anche quando il gioco sembra ormai finito.
Simona Bisacchi Pironi

Da Fixing n.41

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