\\ Home Page : Articolo : Stampa
Leggero come un lottatore di sumo
Di Simona (del 19/04/2010 @ 18:03:34, in I miei articoli su Fixing, letto 1481 volte)

Per essere una buona lettura, un libro non deve essere per forza un tomo di mille pagine, un concentrato di profondità. Non deve nemmeno atteggiarsi a impegnato o impegnativo. Non ci deve obbligatoriamente ricordare tutti i problemi del mondo. Un libro può anche sdrammatizzare, può essere letto in un’ora, può non essere un capolavoro, avere mille pecche ma rimanere comunque una buona lettura, lasciarti comunque qualcosa. Sono una sostenitrice (anche) delle letture leggere. L’importante è che non scadano nella banalità.
Qualche tempo fa il mio amico Muro mi ha consigliato un romanzo di Eric Emmanuel Schmitt, intitolato “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” (edizioni e/o).
Schmitt è un autore francese molto eclettico. È un autore teatrale (sua la pièce “Piccoli crimini coniugali”), uno sceneggiatore cinematografico (“Lezioni di felicità” – tratto da un suo racconto - è un film semplice e trasognato che spiega molto bene come la gioia nell’affrontare una quotidianità non proprio brillante migliori l’esistenza fino a farla cambiare e renderla più bella dei tuoi sogni) e uno scrittore di successo. Suo il romanzo “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” da cui è stato tratto il film con un grandissimo Omar Sharif.
La storia de “Il lottatore di sumo che non diventava grosso” è molto semplice: Jun è un ragazzino mingherlino di quindici anni che vive per le strade di Tokyo, da solo, vendendo chincaglieria molto brutta. Non ha più il papà, sua madre è un’analfabeta che sembra capace di prendersi cura di tutti tranne che di lui, e al mondo non ha nessun altro, non un amico, non un insegnate perché a scuola non ci va. La sua vita sembra destinata a svanire così, nell’assenza di prospettive e in un corpo talmente gracile da risultare quasi invisibile. Ma qualcuno si accorge di lui. Un maestro di sumo lo vuole nella sua Accademia, perché vede in lui “un grosso”. Jun si ritrova catapultato in una realtà di cui non aveva mai nemmeno lontanamente sospettato il fascino e la profondità. Impara la forza, la potenza sottile delle energie, l’accettazione di sé, dei propri limiti prima ancora delle proprie potenzialità, attraverso il buddismo zen (che tra l’altro in Occidente va molto di moda, come se nella cultura europea non ci fosse un insegnamento altrettanto forte per sfuggire al consumismo, alla fretta e alla meccanicità dell’esistenza…).
Ci sono momenti di questo libro davvero toccanti. Toccanti le lettere di una madre analfabeta che senza scrivere una parola riesce a dire tutto: un foglio bianco con una piccola macchiolina nel centro per far sapere al suo bambino quanto ha pianto quando se ne è andato; una pietra grigia per raccontargli la pesantezza del suo cuore; un vecchio collare spezzato per lasciarlo libero… Interessante anche quando il vecchio maestro spiega a Jun perché nonostante l’attività fisica e il cibo non riesca a crescere, ingrassare, prosperare: “perché non è possibile nutrirsi di se stessi”.
Il libro però non è tutto così. Ripeto se avete voglia di una lettura leggera, questo può essere una soluzione. Ma non aspettatevi troppo. Non fatevi ingannare dai passaggi ricchi di significato nella loro semplicità. Le frasi scontate sono dietro l’angolo. E non mancano nemmeno soluzioni che lasciano un po’ perplessi. Quando però un libro non ha pretese è un rischio che si può accettare. Nulla di indimenticabile. Ma un modo piacevole di passare qualche ora.
E se poi vi sentite un po’ come Jun, come uno destinato a rimanere quasi invisibile allora sarà particolarmente incoraggiante leggere la storia di questo ragazzino, che nel suo impegnarsi per diventare “grosso” impara a diventare “grande”.

Chi volesse ricevere news e aggiornamenti su incontri, articoli e laboratori può inviare una mail a simonalenic@libero.it e sarà inserito nella mailing list