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Daniele Mastrogiacomo e I giorni della paura
Di Simona (del 12/04/2010 @ 16:23:44, in Letture e spettacoli, letto 1170 volte)

La tua vita può cambiare in un secondo. Puoi avere più di 50 anni. Avere una famiglia. Un lavoro che non solo ti piace ma in cui credi. Puoi essere soddisfatto, realizzato. Puoi essere quasi “abituato” al mondo che ti circonda, anche se non è un mondo semplice. Anche se è un mondo crudele. Anche se è l’Afghanistan. L’Afghanistan delle “vette che sembrano toccare il cielo”. L’Afghanistan “prigione a cielo aperto, che mi opprime per l’impossibilità di girare liberamente a causa di dieci milioni di mine disseminate in tutte le trentaquattro province. Un intero paese punteggiato dalla morte”. Così lo descrive il reporter Daniele Mastrogiacomo, autore de “I giorni della paura” (edizioni e/o).
Loris Pironi, direttore di Fixing, lo ha intervistato in un incontro pubblico, dove l’autore non ha semplicemente presentato il suo libro ma ha sinceramente raccontato la sua storia.
Matrogiacomo è un reporter di Repubblica. Dopo alcuni anni nel territorio afgano, nel 2007 Daniele viene rapito dai talebani. Rimane loro prigioniero per due settimane. Due settimane di puro terrore. Gli “studenti coranici” gli annunciano che verrà giustiziato. Vede il suo autista Sayed venir ucciso, decapitato, davanti ai suoi occhi. E nemmeno il suo amico Ajmal, l’interprete con cui collaborava da cinque anni, ce la farà: lui e Daniele vengono liberati nello stesso momento ma Ajmal viene catturato subito dopo, tenuto prigioniero altri due mesi e poi ucciso.
Lo stesso volevano fare con Mastrogiacomo. Ma non ci sono riusciti. Lui è vivo e con non poche difficoltà riesce a raccontare ciò che ha vissuto, come è caduto nella trappola dei talebani, cosa ha voluto dire essere prigioniero e come è avvenuta la liberazione. Ma nel libro c’è altro. C’è il cielo dell’Afghanistan, l’inquietante quotidianità dei giovani talebani, capaci di giocare a calcio dopo aver compiuto un’esecuzione. C’è non solo lo scontro ma il confronto con il nemico. E con se stesso.
“Tornato a casa non volevo far altro che dimenticare tutta questa esperienza – spiega l’autore - Ma non ci sono riuscito. E ho capito che è qualcosa che mi porterò sempre addosso. La scrittura mi ha aiutato ad affrontare tutto questo. Ho scritto quello che mi è successo per una reale necessità. Necessità di raccontare la storia di Ajmal e Sayed. Necessità di far sapere cosa è successo veramente”.
Nella parte conclusiva del libro, Mastrogiacomo scrive:
“Molti considerano questa vicenda semplicemente una brutta storia di sangue. Io voglio ricordarla come un’esperienza che mi ha catapultato nel profondo del mio animo. Che mi ha rafforzato. Nei legami affettivi, nelle piccole cose quotidiane, nei valori umani. Nella mia professione. Lasciarla preda dei ricordi e dei fantasmi sarebbe stato egoista”.
Non so se la scrittura guarisce ma sicuramente accudisce. Si prende cura di te e di quello che hai dentro. E non sempre è facile condividere ciò che scrivi, perché vuol dire lasciare agli altri un po’ di te.

 

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