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Giudizi universali
Di Simona (del 31/01/2018 @ 11:45:10, in I miei articoli su Fixing, letto 203 volte)

Si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.
Eppure, oggi, quando si parla di Michelangelo Buonarroti vengono in mente solo le meraviglie che ci ha lasciato.
La sua permalosità, la sua suscettibilità non toccano il nostro tempo.
Le sue opere sì. Ancora ci accompagnano. Ci insegnano.
Ma di quel brutto carattere non ci raccontano nulla. Ci raccontano piuttosto di un’inquietudine profonda, e tremendamente attuale, di un’arte che non è solo bellezza ma anche tormento.
E quest’uomo - che sembrava vivere solo per se stesso e la sua arte, tanto da risultare indifferente anche alle sorti della propria famiglia - ha tramandato all’umanità intera un patrimonio di splendore.
Ha colto la grazia e la disperazione che la terra racchiude. Ha dovuto viverle per poterle raccontare così bene. Ha dovuto sforzarsi fino all’ultimo tocco di pennello, fino all’ultimo colpo di scalpello, perché tutti potessimo vedere, e cercare di capire.
Sembra dirci che non esiste bellezza senza tensione, senza spinta al movimento, all’azione.
Nemmeno i santi e i martiri del “Giudizio universale” - nella Cappella Sistina - sono fermi, immobili in un’estatica contemplazione. No, nemmeno nella pace eterna si sfugge a un eterno movimento, a un costante lavoro.
Michelangelo sta lì, con la sua barba lunga, i suoi modi bruschi e il suo sguardo illuminato, a lavorare per sei anni, perché la sua visione risultasse chiara, perché i suoi dipinti fossero precisi come parole.
Ci ha messo tutto il suo genio e la sua pena per dirci che alla resa dei conti - anche sulla terra - si arriva spogliati. Niente più vestiti. Niente più maschere. Non ci sono più azioni che possono essere nascoste, né nel bene, né nel male.
Alla resa dei conti si arriva come si è. Non come si sarebbe potuto o dovuto essere.
Ma non si ferma qui Michelangelo.
Ci dice qualcosa di più.
Ci dice molto di più.
Da cinque secoli, Michelangelo ci sta urlando che non ci si salva da soli.
Ha studiato, organizzato e dipinto il “Giudizio universale” per farci vedere che la condanna dell’inferno è la solitudine.
I dannati se ne stanno ammassati, stipati sulla barca di Caronte, ma nessuno rivolge uno sguardo o un sospiro all’altro. Nessun conforto. Nessun appoggio. Procedono soli nella loro condanna.
Mentre un po’ più in là, i beati si salvano a vicenda.
Afferrano i polsi, allungano le braccia, e usano corde per tirare su chi è più in basso.
Ci si salva insieme.
O si è destinati alla solitudine.
È Michelangelo a scriverlo, su una parete immortale.
Eppure, si racconta fosse un uomo irascibile e scontroso.

Simona BIsacchi, da Fixing