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La preghiera di Saint Exupery
Di Simona (del 15/08/2017 @ 09:00:00, in I miei articoli su Fixing, letto 188 volte)

E alla fine arriva per tutti un momento in cui si inizia a pregare.
Anche se sei ateo. Anche se non sei così convinto sul nome del tuo Dio o della tua religione.
Ci si inginocchia. Come Abraham Lincoln, che scriveva “Molte volte sono finito in ginocchio spinto da una schiacciante convinzione di non avere alcun altro luogo dove andare”. Oppure si rimane dritti in piedi, con le mani in tasca, perché non si è così convinti di quello che si sta facendo, e forse un po’ ci si vergogna, perché si sa benissimo che “Per qualunque cosa uno preghi, prega sempre per un miracolo. Ogni preghiera si riduce a questa: Buon Dio, concedimi che due più due non faccia quattro” (Ivan Turgenev).
Pregare è un’arte. L’arte di saper chiedere. Di ascoltare una risposta che arriverà non come una voce nel tuo orecchio ma come un evento nelle tue giornate. E di accettarla, quella risposta.
Antoine de Saint Exupery, nella sua poesia “Insegnami l’arte dei piccoli passi”, trasforma la preghiera in un viaggio. Un viaggio in cui ogni tappa corrisponde a una capacità che l’uomo, con fatica e forza di volontà, può raggiungere.
“Non ti chiedo né miracoli né visioni ma solo la forza necessaria per questo giorno”, inizia così la sua supplica. Inizia da questa realtà, dalla sua quotidianità.
Il tragitto comincia da una semplice, ma non scontata, consapevolezza: è nella vita di tutti i giorni, attraverso la “banalità” del quotidiano, che si possono raggiungere traguardi elevati.
Le sue richieste non hanno nulla di trascendentale o metafisico.
Chiede attenzione ed inventiva per scegliere al momento giusto conoscenze ed esperienze. Chiede consapevolezza nell’uso del tempo. E discernimento per distinguere ciò che essenziale e ciò che è secondario. Chiede forza, autocontrollo e misura, per organizzare con sapienza la giornata e non lasciarsi portar via passivamente da quello che accade.
“Aiutami a far fronte, il meglio possibile, all’immediato e riconoscere l’ora presente come la più importante”. E qui il viaggio si fa serio. Riconoscere il presente come il fondamento del futuro e la possibilità di migliorare il passato, ciò che siamo stati, è il punto di svolta per aprirsi a un nuovo sguardo sulla realtà, arrivando quasi a capovolgere il modo in cui deve essere interpretata: “Dammi di riconoscere con lucidità che le difficoltà e i fallimenti che accompagnano la vita sono occasione di crescita e maturazione”.
Una volta cambiata così profondamente la propria mentalità, è finalmente possibile aprirsi agli altri: “Fa di me un uomo capace di raggiungere coloro che hanno perso la speranza”. Solo a questo punto si può realizzare quella accettazione che permette a un essere umano di compiere la preghiera delle preghiere: “E dammi non quello che io desidero ma solo ciò di cui ho davvero bisogno”.
L’ultimo verso della poesia, dove chiede “Signore, insegnami l’arte dei piccoli passi”, non è che è il riassunto di tutte le tappe precedenti. Il modo migliore per affrontare il viaggio.

Simona Bisacchi, da Fixing