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Dodici secondi in volo
Di Simona (del 14/04/2016 @ 10:39:30, in I miei articoli su Fixing, letto 934 volte)

 

E a un tratto l’uomo si alzò in volo. I dodici secondi dei fratelli Wright - non durò più a lungo il viaggio del primo aeroplano della storia - rivoluzionò il tempo e lo spazio. Dodici secondi è la durata di tre salti con la corda, di una camminata intorno al tavolo. Dodici secondi sono un piccolo nulla. Ma se quei dodici secondi li passi in aria, a quaranta metri di altezza, portato da ali che fino a quel momento erano prerogativa assoluta degli uccelli, allora non stai vivendo il tempo di un lungo sbadiglio, stai entrando nella storia.
C’è qualcosa di eroico e di romantico - di quel romanticismo che solo gli eroi sanno suscitare - nel fidarsi che quelle lamine e quel motore voleranno e porteranno in volo anche te, e finalmente il cielo sarà un luogo da abitare, non solo da osservare.
C’è qualcosa di grandioso nell’uomo che vuole andare al di là di se stesso e vedere il mondo da dove nemmeno le montagne possono osare. E c’è qualcosa di drammatico quando con quelle ali l’uomo decide di farci la guerra. Perché dopo quel grande balzo.
Dopo la sfida dell’uomo con se stesso. Dopo che New York e Parigi si avvicinarono in una notte di maggio del 1927 e Lindbergh dimostrò che attraversare l’Atlantico, in solitaria, era possibile... Gli aeroplani divennero un simbolo di guerra, portatori di bombe, non solo di uomini. Eppure non era così che era partita. Non era per quello che si sognava di volare. Non era per quello che Icaro si attaccò sulla schiena due ali con la cera. Doveva fuggire Icaro. Doveva sollevarsi dal labirinto in cui era imprigionato. Volando. Volando poteva sollevarsi, oltrepassare il muro. E se non avesse sfidato il sole, il sole avrebbe scoperto. Il sole, la conoscenza, da quel punto lì, lì in alto, avrebbe sperimentato, come nessuno prima. Come nessuno se non gli dei. Ma gli uomini fanno di tutto per imitare gli dei, per poi credersi più di loro e cadere da così in alto da ridursi a fango.
Eppure il cielo rimane una grande possibilità. “La terra ci fornisce, sul nostro conto, più insegnamenti di tutti i libri. Perché ci oppone resistenza. Misurandosi con l’ostacolo l’uomo scopre se stesso. Ma per riuscirci gli occorre uno strumento. Gli occorre una pialla, o un aratro. Il contadino, nell’arare, strappa a poco a poco alcuni segreti della natura, e la verità che’egli trae è universale. Non diversamente l’aeroplano, strumento delle vie aeree, coinvolge l’uomo in tutti gli antichi problemi” Saint Exupery, in “Terra degli uomini”, parla di un rapporto ancestrale dell’uomo con il cielo. E da quel cielo lui ha fatto arrivare il piccolo principe, in una terra che era deserto, e non conteneva nulla se non un aeroplano rotto. Saint Exupery che visse con il suo aereo per tutta la vita, fino a sparire con lui, non compì viaggio più grandioso e maestoso di quello che intraprese con “Il piccolo principe”. Perché puoi volare per chilometri, trattare il cielo come se fosse asfalto, e ritrovarti un giorno appoggiato per terra e varcare l’universo. Raccontarlo come fosse una favola. E iniziare un viaggio che dopo 72 anni non si è ancora fermato. Ha sostato in tutti i continenti. Parla ogni lingua. E tocca quegli antichi problemi che sempre risiedono nello stesso luogo, da secoli. Perché puoi volare più in alto dei temporali, rendere la distanza tra San Paolo e Roma una questione di qualche ora. Ma fare un balzo di dodici secondi nelle profondità del cuore dell’uomo è un’impresa da re. O da principe. Purché sia piccolo. Simona Bisacchi

Da Fixing