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Un po' di Shakespeare, un tocco di destino e tanto Melville
Di Simona (del 16/03/2015 @ 17:17:31, in I miei articoli su Fixing, letto 948 volte)

Arriva il momento in cui lo spettacolo finisce. Si svuota la platea al suono di un chiacchiericcio. Si spengono i fari che hanno illuminato la scena. E si accende una lampadina in un camerino dietro le quinte. L’attore si sveste di chi è stato, indossa i panni di chi è, e prepara la valigia per la prossima replica. Ma se quell’attore potesse abbandonare tutti i costumi di scena sulla sedia – sicuramente sdrucita – e potesse lasciare trucchi e maschere davanti allo specchio – sicuramente opaco - allora finalmente in quella valigia potrebbe infilare tutte le parole di cui ha bisogno. Via i tulle e i cappelli. Spazio ai libri e alle storie.
Nella pancia rettangolare della sua valigia, l’attore metterebbe quello da cui tutto ha avuto inizio. E tutto, sempre, ha inizio dalla poesia.
Pochi versi imparati a memoria alle elementari. Una filastrocca di Gianni Rodari. Quella dove l’autore all’avara formica preferisce la cicala, “che il più bel canto non vende, regala”. Poi sono arrivate le poesie d’amore di Neruda, i versi dialettali di Raffaello Baldini, qualcosa di fatale come Alda Merini. Perché la poesia è la prima forma di teatro, per chi non ha un palco dove esibirsi. Basta una serata tra amici, basta alzarsi dalla sedia e dire ciò che piace usando le parole di un altro.
Il personaggio arriva dopo. Quando la strofa diventa un copione. Quando la voce serve a esprimere il pensiero di qualcun altro. E il corpo è destinato a diventare una maschera.
Allora nella valigia dell’attore trova spazio Pirandello. Ma non solo i testi teatrali, anche le novelle, anche “Ciaula scopre la luna”, perché sapere che la luna esiste è un fatto scontato, ma vederla nel buio, forte come il sole, fa scoppiare a piangere.
E c’è posto anche per “Novecento” di Baricco. Un monologo. Un libro sottile che contiene tutta l’intera vita di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, passata su un transatlantico, a suonare un pianoforte e a dire addio a tutto ciò che esiste sulla terraferma.
Ma dentro quella valigia non mancano i romanzi. Non può mancare “Moby Dick” di Melville, perché anche le tavole di un palco scricchiolano e costano sudore proprio come quelle di una baleniera. E non esiste personaggio più teatrale, ed epico, del capitano Achab.
La valigia è ormai piena. Ma ancora c’è posto per un po’ di Shakespeare. In certi sogni che l’attore fa nelle notti di mezza estate è ancora il duca Teseo, e in fondo come lui ancora pensa che “Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia”.
Ma non l’attore. L’attore ha bisogno della realtà per poter interpretare chi non esiste.
L’attore ha bisogno del mondo per inventare se stesso ogni sera. Dentro la sua valigia deve mettere tutti i dialetti ascoltati per i vicoli dei paesi. I ricordi degli anziani raccolti sulla spiaggia. I pettegolezzi di due amiche, origliati al tavolino di un caffé. Deve mettere le confidenze dei bambini mentre giocano con i trenini. Le bugie di una ragazza al suo fidanzato. Il diario che la nonna scriveva in segreto.
Tutto, sempre, ha inizio dalla poesia, poi, però, è la vita di tutti i giorni che fa la nostra storia. È nella vita di tutti i giorni che prepariamo la nostra valigia. Attori di teatro. O attori del destino.