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Quella piccola chiesa che non c'
Di Simona (del 30/01/2015 @ 17:04:06, in I miei articoli su Fixing, letto 898 volte)

 

Quando si entra in una chiesa si è sempre alla ricerca di qualcosa.
Si cerca una bellezza dell’arte, dell’architettura. Si cercano risposte. O semplicemente silenzio.
Quando non si sta svolgendo una messa, quando non ci sono turisti d’assalto che parlottano o gruppi che pregano, l’assenza di rumore regna incontrastata tra le navate. Qualcosa di surreale. Saranno i muri spessi. Gli alti soffitti a volta. Ma quello che c’è dentro una cappella è un silenzio che rimbomba da quanto è forte e profondo. Seduti su una panca, davanti all’altare vuoto, nella luce debole del tramonto che filtra dai rosoni, si può intuire come sia venuta a Giovannino Guareschi l’idea di quel crocefisso che parla con Don Camillo, nel suo “Mondo piccolo”.
E ci teneva Guareschi a sottolineare che se i preti si sentivano offesi per via di Don Camillo potevano rompergli un candelotto in testa. Se i comunisti si sentivano offesi per via di Peppone potevano rompergli una spranga sulla schiena. “Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari miei interni. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti”.
Una coscienza che si disseta dalle acque del Po e respira l’aria dell’Appennino. Un paese inventato, ma dalla collocazione ben precisa, in riva a una potente massa d’acqua che scorre, e fa scorrere via la guerra, la miseria, e alimenta l’impulso sanguigno della Bassa. Perché senza il grande fiume la chiesetta di campagna di Don Camillo non sarebbe mai stata costruita, mattone su mattone, dalla fantasia di Guareschi.
E il soffitto di quella chiesetta non sarebbe mai potuto tremare per la voce tonante del prete, che - dopo aver coperto con un drappo la testa del crocefisso, perché Gesù non sentisse – rimproverava senza peli sulla lingua uno scostumato possidente terriero. Sarà per il carattere impulsivo, a tratti collerico, ma un prete come Don Camillo riesce a rendere simpatico il Padreterno anche al farmacista ateo del paese. Conquista i parrocchiani più impensabili facendo uscire dall’altar maggiore il crocefisso, portandolo in processione da solo, e brandendolo come una clava davanti agli uomini di Peppone che non volevano farlo passare. Quel prete che chiede perdono al Signore perché il suo cervello è pieno di nebbia, è lo stesso che è pronto a rinunciare alla sua amata campana, portata via dai tedeschi, per far andare in colonia i bambini scheletrici del dopoguerra.
Se davvero esistesse, sarebbe proprio da visitare quella chiesetta di campagna dove volano parole grosse e ancora più grosse baruffe. Dove si scontrano, ma per lo più si incontrano, la fede per niente quieta del prete di campagna e l’arroganza per niente cattiva del sindaco meccanico. E il grande fiume che potrebbe straripare da un momento all’altro diventa testimone dell’innocenza di Don Camillo e della bontà di Peppone, in un mondo piccolo di strade e case, ma grande di forza di volontà. Dove l’unica cosa da raccontare sono gli uomini. I loro gesti spropositati, il loro azzuffarsi per un’opinione e darsi una mano per un bene comune. La voce grossa del parroco. Le imprese eclatanti del sindaco. Una lacrima che scende dal crocefisso per un atto di carità così toccante, che sarebbe più inverosimile se Gesù non si commuovesse davanti a tanta gentilezza.
Restino le cattedrali di tutto il mondo a testimoniare epoche in cui l’uomo credeva di rendere omaggio a Dio, costruendo opere di straordinario ingegno, immense e pesanti come solo la materia sa essere. Restino come monumenti, e vengano visitate con la stessa devozione con cui un monumento viene scrutato. Ma ciò che sopravvive alle epoche, trascende le religioni, e la politica, è quella chiesetta di campagna fatta solo di valori e antico buon senso, dove la coscienza è in grado di parlare, e una vecchia anima, senza dubbio troppo impulsiva, è in grado di sentire.

Da Fixing