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Ogni pensiero un disegno
Di Simona (del 22/01/2015 @ 17:00:38, in I miei articoli su Fixing, letto 997 volte)

Costruire pensieri con la stessa cura e attenzione con cui si costruiscono palazzi. Costruire gesti che abbiano il gusto della gentilezza. Abitudini che siano momenti di condivisione.
Le città degli uomini hanno bisogno anche di questo. Perché – come sostiene l’architetto Renzo Piano - “la bellezza cambia il mondo e lo cambia una persona alla volta”. Ogni uomo è un architetto di quotidianità, di giornate spese sulla propria pelle. È ingegnere di ponti che costruisce con le persone che ama, e – se è un ingegnere di quelli bravi – anche con le persone che scarsamente sopporta.
Ogni pensiero è un disegno. Si possono disegnare illusioni con la facilità con cui si lascia circolare una matita su un foglio bianco. Ma si possono anche disegnare palazzi di meraviglia e splendore, accettando però che non sia altrettanto semplice. Anche il progetto più nobile deve fare i conti con cantieri di polvere e sudore. La matita si inceppa. I calcoli sono complessi. I rilevamenti ardui. Ti chiedi se la realizzazione della tua idea meriti tutta quella fatica. E ti accorgi che quando un progetto non è dettato dall’interesse e dalla convenienza, sembra quasi non abbia più valore. Nessuno ti sostiene. Nessuno ti dice quanto sei bravo. I più nemmeno lo vedono il disegno. Sei l’unico a crederci. Sei l’unico a vedere un palazzo dove gli altri vedono un ammasso di righe geometriche. Il piano sembra tanto irrealizzabile, che quasi quasi conviene lasciar perdere. Ma l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright ricorda a tutti che “Si realizzano sempre le cose in cui credi realmente. E il credere in una cosa la rende possibile”. Ci sono case che non crolleranno alla prima scossa di terremoto. Ci sono scorci di bellezza che accompagneranno gli uomini nei tempi, e da uomini sono stati costruiti.
Ci sono sogni che non sono stati realizzati ma hanno cambiato la visione del mondo. Come i sogni di vetro pensati dall’architetto francese Hector Horeau. “Fu un pioniere delle costruzioni in ferro e vetro, ma non riuscì ad attuare nessuno dei suoi notevoli progetti”, recita l’enciclopedia Treccani. Ma i suoi palazzi di vetro mai costruiti sono entrati nella narrativa, sono diventati una storia da raccontare, qualcosa che tutti possono leggere e qualcuno ammettere pure di aver vissuto: in “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, Hector Horeau diventa il custode di una magia, “È la magia del vetro. Proteggere senza imprigionare. Stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo. Sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente”. Horeau con il vetro si proteggeva da ciò che desiderava ma di cui aveva paura. Ma c’è chi ha altri progetti. C’è chi ha deciso di fare altro della propria esistenza. E ha deciso di rompere quel vetro sotto cui ci si sente tanto al sicuro. Di andare oltre le paure. Di salvarsi in un altro modo. Di tentare un disegno mai fatto prima. E di pagarne il prezzo, perché “Il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato” (dal film “L’arte di vincere”). Gli altri, però, avranno una porta da cui passare. E questo, tutto sommato, è ciò che dà un senso a tanta fatica.

Da Fixing