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I libri e le giuste cause d'abbandono
Di Simona (del 25/10/2013 @ 16:47:43, in I miei articoli su Fixing, letto 4237 volte)

Sono milioni, nel mondo, i libri che ogni giorno giacciono dimenticati sui comodini.
Copertine che collezionano polvere. Segnalibri addormentati a pagina cinquanta da tempi immemorabili. Volumi che su quel comodino hanno visto alternarsi romanzi, saggi o fumetti, tutti però solo di passaggio, perché – a differenza loro – quei libri venivano iniziati e finiti.
Quante pagine non verranno sfogliate.
Quanti capitoli non verranno mai svelati.
Quanti personaggi vivranno l’illusione di essere scelti, amati, senza sapere che ben prima della fine verranno abbandonati.
Ma queste pagine, questi capitoli, questi personaggi, a chi appartengono?
Quale libro hai iniziato e mai terminato? Svolgendo un piccolo sondaggio, la risposta a questa domanda ha dato esiti niente affatto scontati.
Immancabile, naturalmente, qualche grande classico. Più di un lettore si è arreso davanti a “Guerra e pace” di Tolstoj: per alcuni la trama è troppo intricata, ma c’è anche chi ammette candidamente che ci sono troppi nomi, troppo complessi, e soprattutto troppo lunghi. Il principe Andrei Nikolaevic Bolkonskij non deve aversene a male, deve avere pazienza con questa nostra generazione abituata ai nickname. E c’è chi si è arreso, più e più volte, davanti a “Moby Dick” di Melville. Il libro che ha rischiato di mandare per mare milioni di lettori, che sognando l’avventura e l’ignoto avrebbero lasciato tutto il conoscibile sulle orme del capitano Achab… Quello stesso libro è riuscito a scoraggiare chi non ha saputo fare i conti con il XXXII capitolo, intitolato semplicemente “Cetologia”: con la “scienza della balena” Ismaele ha destinato ad altri lidi diversi lettori.
Ma non solo di grandi classici vive il comodino.
C’è chi ha lasciato “Il codice da Vinci” a sessanta pagine dalla fine perché l’incoerenza nelle vicende e le imprecisioni nella trama sono un crimine che nessun giallo si può permettere. Nemmeno la donna più ricca della regina d’Inghilterra può sottrarsi alle stroncature: “Il seggio vacante” della Rowling è stato abbandonato perché il bello stile nulla ha potuto contro banalità e noia. “The American” di Martin Booth è un altro grande escluso: la versione cinematografica poteva avvalersi del fascino di George Clooney, ma nel romanzo dopo 100 pagine il succo della storia ancora latitava. I deliri del protagonista hanno rilegato nello scaffale dei non desiderati anche “Il pasto nudo” Di William Burroughs. Il primato del libro “abbandonato prima ancora di essere iniziato” va, però, a“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi: una volta scoperto che “Sostiene Pereira” non è solo il titolo del romanzo ma una sorta di intercalare presente dalla prima all’ultima pagina, il lettore che lo stava sfogliando si è innervosito e lo ha riposto nello scaffale della libreria. Fine di una storia.
Anche il genere fantasy non è esente da rifiuto. La mole di pagine ha inibito più di un lettore de “Il Signore degli anelli”, che oltre tutto ha la pecca di essere difficile da leggere per conciliare il sonno, perché se inavvertitamente chiudi gli occhi e ti cade addosso il rischio trauma cranico è dietro l’angolo.
A volte, però, un libro non terminato è solo un libro giusto, preso in mano nel momento sbagliato.
Così il romanzo accantonato, a distanza di anni diventa fonte di ispirazione, di divertimento o riflessione. Libri come “Le memorie di Adriano” della Yourcenar, “Passaggio in India” di Forster o “Per chi suona la campana” di Hemingway letti per obbligo o nel momento inadatto si trasformano da capolavori a zavorre.
Noia, pesantezza, banalità e prevedibilità sono alcune giuste cause di abbandono di un romanzo. E se qualcuno vi dice che è un sacrilegio non terminarlo, appellatevi al terzo punto dei “diritti imprescrittibili di un lettore” formulati dallo scrittore Daniel Pennac: “perché sprecare tempo a leggere un libro che non piace, quando potremmo impiegare lo stesso tempo a leggerne uno migliore?”.

Da Fixing n.36