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Sulle tracce del paziente inglese
Di Simona (del 24/07/2013 @ 08:22:13, in I miei articoli su Fixing, letto 1006 volte)

Allontaniamoci dal mappamondo. E apriamo un libro come una mappa, puntando il dito sui luoghi citati, così come abbiamo puntato l’immaginazione sui volti dei personaggi.
Prendiamo “Il paziente inglese” – il libro di Michael Ondaatje (Garzanti), non il film di Anthony Minghella – e aggiriamoci per l’Italia. Cerchiamo le opere d’arte nascoste in santuari dimenticati. La chiesa gotica di Arezzo, gli affreschi di Piero della Francesca, la regina di Saba che conversa con il saggio re Salomone. E poi Monterchi, Cortona, Urbino, Sansepolcro, Anghiari, “cittadine-fortezze arroccate su alti promontori contese in battaglia sin dall’ottavo secolo ora (1944-1945 ndr) assalite, come niente fosse, dagli eserciti di nuovi re”. Fissiamo l’orizzonte di Gabicce Mare, come fece l’artificiere Kip, che invece del nemico vide emergere dalle onde la statua della Vergine Maria, portata da una barca - come un relitto, come un tesoro – e poi accompagnata tra le vie della città da un’orchestra muta. Seguiamo ancora Kip, il suo turbante, la sua storia di Sikh a servizio della corona inglese, e arriviamo fino a Roma, e nella Cappella Sistina cerchiamo il viso del profeta Isaia, la sua espressione “simile a una lancia, saggia e implacabile”. O entriamo nella Galleria Borghese, in silenzio davanti a “Davide con la testa di Golia” di Caravaggio, “la giovinezza che giudica la vecchiaia, il giudizio della propria mortalità”.
I più temerari possono spingersi oltre, superare i confini europei. Spingersi in Africa. Nel deserto tra Egitto, Libia e Sudan. Un pezzo di terra critico, che negli anni Trenta aveva abbattuto le frontiere, le etnie e le nazionalità, in nome dell’esplorazione, dell’avventura. Seguendo la mappa di Madox e Almasy tra gli alberi di acacia, alla ricerca dell’oasi di Zarzura, si arriva a scoprire la Caverna dei Nuotatori presso Gilf Kebir, perché dove ora c’è il deserto in un tempo remoto c’era un lago, e le figure dipinte sulla roccia ancora nuotano, ignare che il tempo sia passato, e l’acqua. Procedendo come turisti, spaventati e tesi, vi chiederete dove siano le nazioni tra le dune e i venti, lì dove riposano le voci di quegli antichi esploratori. Dove al tocco della morfina si risvegliano i ricordi del conte Almasy, l’avventuriero, il folle, il paziente inglese che inglese non è, l’uomo che non voleva più nazioni, perché in nome delle nazioni la guerra gli aveva portato via la donna che amava, l’unico amico e la pelle del corpo, ustionata, sottile, insensibile.
Seguiamo l’infermiera Hana sulle colline a nord di Firenze, dove gioca “alla settimana” nel buio di una stanza di Villa San Girolamo. Seguiamola nel frutteto dove ha piantato una croce rubata da una chiesa, per spaventare gli uccelli. Muoviamoci con lei che ha appena vent’anni ma ha lasciato il Canada, ha viaggiato attraverso l’Europa e le atrocità della guerra, per fermarsi in una villa bombardata, dove i libri servono a sostituire i gradini saltati in aria, ma anche “come unica via d’uscita alla segregazione”.
Mettiamo da parte il film vincitore di 9 premi Oscar, e seguiamo lo scrittore Michael Ondaatje. La sua storia meno sentimentale, e più lirica, violenta, ricca di sfumature, di alberi nostrani contro cui si rompevano le seghe perché pieni del piombo delle pallottole. Ricca di amore profondo per i libri, per le parole, perché “le parole hanno potere”. Un romanzo che racchiude un incontenibile stupore davanti a ciò che di meraviglioso l’uomo sa creare - i dipinti, la poesia – e davanti a ciò che di vergognoso sa escogitare, le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Un viaggio sulla terra che ci appartiene. Su terre esotiche e nervose. Ma soprattutto un viaggio negli spazi che scorrono tra gli individui, alla ricerca di una mitica caverna, o di quel perduto lago d’acqua azzurra, che ancora si nasconde nelle profondità di ogni deserto umano.

Da Fixing n. 22