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La neve e la satira
Di Simona (del 26/03/2013 @ 18:24:55, in I miei articoli su Fixing, letto 1173 volte)

Ho scoperto cosa fosse un haiku leggendo “Neve” di Maxence Fermine.
Il protagonista di questo romanzo, piccolo e delicato come una favola, è uno scrittore di haiku, brevi poesie composte da tre versi e diciassette sillabe. Ne scrive di bellissimi. Ma sono tutti troppo bianchi. Le sue parole sono accurate, i suoi versi perfetti, ma su di loro incombe una meraviglia sbiadita, pallida. La sua avventura inizia così. Alla ricerca di un colore che non aveva dentro e non riusciva ad appoggiare fuori.
Tre versi. Diciassette sillabe. E nemmeno un colore.
È più che sufficiente per dare inizio a un viaggio.
Un viaggio che segue le pieghe di una leggenda, le vertigini di una funambola, il candore della neve e il genio di questo genere letterario che è nato in Giappone e ha interessato il mondo.
Raffinato, conciso, eccelso. Difficile da scrivere, altrettanto da comprendere.
Un lettore può rimanere un po’ freddino davanti alla poesia di Matsuo Basho: “Vecchio stagno/una rana si tuffa./Rumore dell'acqua”. E pur apprezzandone la bellezza, sembra comunque che sfugga qualcosa anche davanti alla potente immagine di Kobyashi Issa: “Ero soltanto./Ero./Cadeva la neve.”
Gli haiku, per intensità e concisione, riportano alla mente le poesie degli ermetici. Nel Novecento brevità e semplicità hanno incantato il mondo, uscendo dalle penne dei nostri Quasimodo e Montale. Si tende a rimanere senza fiato davanti a “Stasera” di Giuseppe Ungaretti: “Balaustrata di brezza/per appoggiare stasera/la mia malinconia” (da “L’allegria”).
Oggi la nostra società ha fatto della “brevità per iscritto” una delle sue principali forme di comunicazione, solo che la semplicità tende a sconfinare nella banalità e della poesia si è persa la traccia. Social network, sms e tweet sono i modi più utilizzati per far sapere cosa pensiamo, cosa facciamo e dove andiamo, in un numero limitato di frasi o parole.
E se gli sms coi loro 160 caratteri sembrano ormai relegati ai primi anni del Ventunesimo secolo - quando ancora ci si rivolgeva a una dimensione privata, personale, inviando un messaggino a uno o due amici - ora l’interlocutore è la folla, che sia di migliaia di persone o di una decina scarsa.
I cinguettii di Twitter da 140 caratteri hanno rivoluzionato il modo di conoscere e farsi conoscere. Vengono usati per informare, per fare pubblicità, per diffondere pettegolezzi. Il segreto è dire tutto, il più presto possibile, con il minor numero di parole. Gli stati di Facebook invece possono allargarsi un po’. Si può andare oltre ai 140 caratteri, ben oltre i tre versi, ma aggiornamenti di stato di più di una frase per lo più non vengono nemmeno letti. Eppure, anche in questa stringatezza così frettolosa è possibile trovare qualcosa di piccolo e acuto. Non poetico, ma ironico e intelligente. A pochi, pochissimi, sono addirittura concessi dei colpi di genio. E se non ci credete provate a diventare followers su Twitter o amici di Facebook della giornalista e scrittrice Lia Celi.
Che si tratti di politica o costume, c’è chi riesce a cogliere il mondo e racchiuderlo in così pochi caratteri che viene da chiedersi perché in certi programmi di seconda serata si parli tanto, continuando sempre a dire niente.

Da Fixing n.8