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Guido Ceronetti e la poesia
Di Simona (del 26/10/2012 @ 17:27:20, in I miei articoli su Fixing, letto 1126 volte)
Guido Ceronetti entra in sala appoggiandosi a un bastone.
Questo personaggio così amato, e discusso, fine drammaturgo, ma anche sagace giornalista, ha più di 80 anni e uno sguardo da bambino. Ben vestito, con un cappello da artista in testa, entra quasi di soppiatto in una sala piena di persone che lo aspettano, per un’informale serata di poesia organizzata da amici. Cammina curvo sulle gambe forti e appena la gente lo intravede si alza un applauso.
Lui continua a camminare, guarda davanti a sé, a terra, ma sorride.
Si siede su una sedia, gli occhiali grandi sul viso minuto, sul tavolo i libri, una borsa, un bicchiere d’acqua (non fredda!).
“Leggere poesia non è come leggere narrativa – spiega lo scrittore - Oggi la lettura è silenziosa, in antichità nessuna lettura era fatta soltanto da muta. Non è male che oggigiorno si moltiplichino letture di poesie ma la riuscita dipende sempre da chi legge. Montale, per esempio, leggeva male. Ungaretti metteva molto patos: ti spaventava, ma era efficace. Una persona con una buona dizione può far rendere gradevole anche una poesia mediocre”.
Guido Ceronetti legge poesie di autori diversi, di diverse nazionalità, tutte tradotte da lui, molte raccolte nell’antologia Trafitture di tenerezza (Einaudi).
“Le lingue si sanno poco. Le lingue dei poeti ancora meno”.
Legge in modo magistrale, toccante, versi di Virgilio, Eraclito, Machado, ma anche Kavafis e Shakespeare. Con assoluta naturalezza e fluidità legge in portoghese, greco e francese. Cattura l’attenzione con la sua smisurata cultura, ma anche con il racconto di aneddoti simpatici. E prima di leggere il Salmo 91 confessa candidamente che una delle sue attrici ha il compito di leggerlo al suo funerale. “Se permettono a un trombettista di suonare Il silenzio avremo un bel funerale”.
La sua traduzione dei Salmi è una vera e propria rilettura. È una traduzione vissuta. “La lingua come la conosco e la creo è uno strumento e con i salmi l’ho sicuramente arricchita, c’è stato un approfondimento della musicalità. Quando leggono i salmi nelle messe ti scoraggiano. Se almeno prendessero dei salmi tradotti meglio”.
Conclude con una lettura tratta dalla sua raccolta di poesie Le ballate dell’angelo ferito.
“Ritengo perduta la lingua italiana. Noi che cerchiamo di difenderla siamo come quelli delle Termopili. Sappiamo che i persiani passeranno ma noi restiamo lì. È una lingua in perdita. Siamo in trincea. La lingua ci viene usurpata. Camminando per strada anche in negozi non hanno più insegne in italiano, ma in inglese”. Nel suo libro In un amore felice (Adelphi), il sottotitolo recita Romanzo in lingua italiana, proprio per sottolineare questa difesa, questa appartenenza.
“Non possiamo proporre ai bambini di oggi le poesiole di quando eravamo piccoli noi. Leggetegli delle poesie di Alda Merini, di Pavese, scelte da voi, raccontando un po’ di contorno, di contesto. La poesia ha una musicalità che il cervello dell’infanzia coglie. La poesia dovrebbe essere ben accolta da un bambino che oggi viene riempito di televisione e nozionismo: gli tagliamo le ali già prima che arrivino alle elementari”.
Terminata la lettura, c’è stato tempo anche per una piccola intervista, passeggiando lungo il vialetto di un giardino. Ma questa è un’altra storia, e la racconterò più avanti.