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Il senso dell'elefante di Marco Missiroli
Di Simona (del 07/08/2012 @ 09:42:39, in I miei articoli su Fixing, letto 1165 volte)

Cosa spinge un ex prete a trasferirsi dalla natia Rimini alla fredda Milano, per diventare custode di un palazzo? E cosa spinge questo stesso custode a proteggere un uomo, un dottore, che non ha mai incontrato prima ma che improvvisamente diventa per lui così importante?
Inizia come un noir l’ultimo romanzo dello scrittore riminese Marco Missiroli, che a soli trent’anni è entrato nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello con Il senso dell’elefante (Guanda). Ed è proprio l’autore a raccontarci – con grande gentilezza e precisione - questo libro intenso, che racchiude temi esistenziali in una struttura thrilling.
Come è stato affrontare argomenti così complessi come la paternità, l’eutanasia? Quale sforzo ha comportato non solo come scrittore, ma anche come uomo?
“Come scrittore non scrivo mai storie che non sento come uomo. Scrivere questo libro è stata dura, perché sono tutte storie vere, che ho visto o che mi hanno raccontato, e che io ho messo insieme. Il difetto di questo romanzo è che c’è tanto nero, e a un certo punto ci si chiede come sia possibile tanta sfiga tutta insieme, ma a volte la realtà supera la finzione. In realtà, però, nel libro non si parla di eutanasia, ma di non accanimento terapeutico”.
Un altro tema centrale del libro è la solitudine.
“Esiste una legge dell’anima, per cui due persone sole possono trovare nel loro incontro una soluzione a questa solitudine, possono trovare l’uno nell’altro una famiglia. Ma se una persona sola incontra qualcuno che non conosce la solitudine, questa condivisione non può avvenire”.
L’idea di paternità che ha il protagonista Pietro - questo senso dell’elefante di proteggere i cuccioli anche se non sono i suoi - è un’idea che tu condividi?
“Quando ho cominciato a scrivere il libro ero appena uscito da una storia importante, e ho cominciato a riflettere sul fatto che ci sono relazioni forti anche se invisibili, anche se non convenzionali. Esiste una protezione invisibile. Un padre separato può proteggere suo figlio anche più di chi è sempre presente ma tende a dare tutto per scontato”.
Senza coda, Il buio addosso, Bianco e ora Il senso dell’elefante. Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura nel corso dei libri?
“Ogni volta che inizio un libro penso che non riuscirò mai a finirlo, e ogni volta che lo finisco penso che sarà l’ultimo. In ogni storia cambio la gestione dei personaggi. Ne Il senso dell’elefante, per esempio, i personaggi secondari sono in realtà fondamentali, sono dei veri e propri protagonisti, anche se inizialmente sembra che i protagonisti siano Pietro, il custode del palazzo, e Luca, il dottore. In questo libro gioco anche sui segreti a cipolla: il lettore non fa in tempo a scoprire un segreto, che ce n’è subito un altro che lo aspetta”.
Tu hai frequentato un corso alla Holden, la scuola di scrittura di Torino diretta da Alessandro Baricco: a distanza di tempo, nella tua scrittura cosa ti porti dentro di questa esperienza e dei suoi insegnamenti?
“Ne sono uscito con le ossa rotte. Scopri che molti vogliono scrivere e sono tutti più bravi di te. Tu magari sei uno che scrive decentemente e ti ritrovi a lezione con dei fenomeni. Mi ha fatto benissimo, perché capisci cosa vuoi fare veramente, se sei un lettore o se puoi diventare davvero uno scrittore. La Holden serve per capirsi, non per imparare a scrivere”.
Sei uno scrittore abituato ai premi. Hai vinto il campiello Opera Prima, hai vinto il premio Tondelli, solo per citarne alcuni. Ma come ti senti a essere nella cinquina del Campiello?
“Mi sento molto bene! Ma non ho aspettative, andare oltre sarebbe malefico sia per me che per la mia scrittura. Non bisogna credere agli scrittori che dicono che i premi non contano. I premi danno coraggio, anche per azzardare nella scrittura”.