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A Gino Girolomoni
Di Simona (del 16/04/2012 @ 17:00:10, in I miei articoli su Fixing, letto 1600 volte)
Un monastero visto dall’alto è il simbolo del marchio Montebello, un marchio che porta con sè una storia da pionieri della coltura biologica in Italia, un marchio che si trova su confezioni di pasta, farina, legumi, e racchiude la storia di un uomo, il suo fondatore, Gino Girolomoni, già fondatore della cooperativa Alce Nero. Gino Girolomoni è venuto a mancare il 16 marzo scorso, ma non ha lasciato solo un marchio, ha lasciato una famiglia – la sua famiglia – a portare avanti un modo di lavorare e operare che aveva come scopo principale il produrre alimenti senza avvelenarli (e senza avvelenarne i fruitori). Un pensiero così semplice e primario, da risultare innovativo. Un pensiero animato da una profonda consapevolezza economica, sociale e politica che Girolomoni ha sempre cercato di condividere con gli altri partecipando a conferenze, organizzando convegni, creando a Montebello un punto di incontro e confronto che ha coinvolto intellettuali e artisti di primo piano, come lo scrittore Guido Ceronetti e il teologo Sergio Quinzio. Una condivisione, una comunicazione, che non poteva prescindere dalla scrittura. Attraverso i suoi libri, le lettere, gli articoli è possibile scoprire la storia di quelle persone che non hanno abbandonato la campagna, ma l’hanno resa viva, di nuovo, quando non la voleva più nessuno, quando essere contadini suonava come un’offesa, e hanno fatto della terra una risorsa, economica e culturale.
Leggere a volte è come ascoltare. Mi piace pensare che chi scrive dando alle parole il valore che meritano - senza aggrovigliarsi intorno ai concetti, senza tentare di convincere i più deboli sempre in cerca di un guru - sia in grado di lasciare non solo un testo ma una voce. E mentre leggo che la disoccupazione sale, che colpisce soprattutto i giovani, che non c’è lavoro, non c’è futuro, sento la voce di Gino Girolomoni salire da un editoriale scritto lo scorso anno per la rivista Mediterraneo, di cui era direttore: “Se il risultato nel nostro paese è che nessuno vuole fare il vasaio, il contadino, il muratore, l’artigiano, l’infermiere, il falegname, vuol dire che nel ciclo della pubblica istruzione nessuno ha saputo far capire il perché in una società sarebbe importante anche il praticare questi mestieri. E di una società che ritiene ininfluenti questi mestieri io francamente me ne infischio”.
Si alza a ogni pagina il richiamo a un cambio di prospettiva, a essere così controcorrente da risultare antichi. Si alza a ogni frase una prospettiva, che forse non sarà risolutiva (e non credo proprio pretenda di esserlo) ma che almeno tenta di far puntare lo sguardo su altre possibilità. In libri come “Ritorna la vita sulle colline” (Jaca Book), c’è la storia non solo di un uomo, della sua adorata moglie, dei suoi amici o famigliari, ma anche di un’Italia che negli anni Settanta aveva dimenticato la sua anima rurale, la storia di un posto che oggi appare bello come un giardino ma che neanche quarant’anni fa era un ammasso di macerie, una storia che nessuno può illustrare meglio di chi l’ha vissuta sulla pelle, con sacrificio, follia e dedizione. Perché senza le parole, senza comunicare, senza raccontare e raccontarsi di generazione in generazione, cosa rimane di quello che già è stato vissuto? È un’ignoranza che non possiamo permetterci o finiremo per combattere sempre la stessa lotta, senza mai andare avanti, ignari che sia già stata combattuta per secoli, prima di noi. Che sia una terra da riconquistare (nel senso più culturale, e meno bellicoso del termine), che sia una mentalità da debellare e un’altra da ricostruire, che almeno si possa fare affidamento sulle parole, sulle esperienze vissute, sugli esempi fonti di ispirazione: tutte armi preziose forgiate da chi aveva fuoco e metallo sufficienti per farlo. Perché - come ha scritto Gino Girolomoni - “Non bisogna arrendersi mai e continuare a sperare: non tanto per salvare il mondo che è un’operazione forse troppo difficile, ma, semplicemente, per non stare dalla parte di quelli che lo distruggono”.

Da Fixing n. 14