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Da Mare di Libri: incontro con John Boyne
Di Simona (del 05/07/2010 @ 11:02:47, in I miei articoli su Fixing, letto 1485 volte)

È cresciuto leggendo Verne e Stevenson. Non stupisce quindi che da bambino volesse fare l’esploratore. “È stato brutto scoprire che avevano già scoperto tutto. Ho pensato che si sbagliavano”. E in effetti si sbagliavano, perché John Boyne non avrà trovato il centro della terra o l’isola del tesoro, ma ha scoperto storie che hanno conquistato il mondo, come La sfida (Bur), e Il bambino con il pigiama a righe (Rizzoli), best seller internazionale da 5 milioni di copie vendute.
Questa superstar della narrativa ha incontrato i suoi a lettori a Rimini, a Mare di Libri, il festival dei ragazzi che leggono (e che piace molto anche agli adulti, vista la partecipazione di genitori, insegnanti, addetti ai lavori o appassionati): un vero e proprio gioiellino organizzato dalla libreria Viale dei Ciliegi 17.
In attesa del nuovo romanzo Il bambino con il cuore di legno (Rizzoli) – ma in Italia non si possono tradurre i libri di Boyne senza metterci la parola bambino nel titolo? – l’autore ha parlato della sua opera di maggior successo, che racconta l’amicizia tra Bruno, figlio di un comandante delle SS, e Shmuel, chiuso in un campo di concentramento. “Una notte mi è venuta l’idea di due bambini che parlavano divisi da un recinzione di filo spinato. In soli due giorni e mezzo ho finito la prima bozza: ero sopraffatto dal libro. Mi dicevo non pensare troppo, non farti prendere dagli intellettualismi, vai avanti”. Boyne sapeva pochissimo dell’Olocausto, finché non ha letto Se questo è un uomo di Primo Levi. “Mi ha fatto crescere dentro l’orrore, spingendomi a documentarmi in cerca di risposte. Quando nel 2004 ho scritto questo libro, ricercavo già da 15 anni”.
Sin dall’inizio sapeva che il protagonista doveva essere un bambino, perché erano necessaria quella ingenuità e quella innocenza. “Non poteva però essere il bambino ebreo, perché pur avendo letto tanto non potevo immaginare cosa significasse stare dentro a un campo di concentramento. Potevo invece immaginare di guardarlo da fuori. Questo fanno gli scrittori: camminano verso il filo spinato e cercano di guardare dentro”. Ed è proprio avvicinandosi a questo filo che la vita di Bruno diventa altro. “Quando scopre cosa fa il padre, deve decidere da che parte stare. Alcune situazioni, tra cui veder picchiare il suo amico, gli fanno capire che tutto questo non è giusto”.
Non c’è violenza tra le pagine, perché quando accade qualcosa di tremendo Bruno non trova le parole e non lo descrive. “Mio nipote che allora aveva 10 anni avrebbe voluto un lieto fine ma per me questo è un finale onesto. Chi legge rimane turbato ma si accorge che questi due bambini così diversi condividono una fede, hanno delle somiglianze, come se il filo spinato fosse uno specchio. Vorrei che il lettore si allontanasse dal libro capendo quanto è sbagliato il pregiudizio”.
Dal libro è stato anche tratto un film. “Ho cercato di essere di aiuto a regista e produttore, non distruttivo. Mi soffermavo prima sulle cose positive poi educatamente chiedevo ciò che non capivo, così si è creato un rapporto di fiducia e rispetto. Il risultato è un film assolutamente dentro lo spirito del romanzo”.

Da "Fixing" del 2 luglio 2010