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Il resto vi verrà chiaro lungo il cammino – aggiunse in fretta il vecchio – Leon, ricordati che il Cuore ama, non condanna. Matt, la Mente sa fare giuste domande ma raramente trova buone risposte. Joshua, la Fantasia non deve mai dimenticare la realtà. E tu Sfaira, tu sarai l’unica in grado di comprendermi”.

Setalux
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Articoli del 14/05/2012

Di Simona (pubblicato @ 10:19:19 in I miei articoli su Fixing, letto 650 volte)

È affidato a un pacchetto di Nazionali il compito di accogliere i lettori di “Dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini. Il marchio delle sigarette è proprio in copertina, quasi a dirci che un tempo si poteva fumare dove si voleva. Era un tempo in cui il letto si scaldava con il prete. Per tenere le cose al fresco non c’era il frigo, che produce ghiaccio, ma la ghiacciaia, dove il ghiaccio dovevi metterlo tu. Per le strade si girava con la topolino. Ci si conosceva a ritmo di un ballo in balera, ci si baciava nel buio del cinema, e si aveva freddo, a volte.
“Non ho scritto questo libro con nostalgia, forse c’è un certo rimpianto che è rimpianto della giovinezza… Ma fino a un certo punto! – ha spiegato il cantautore modenese durante un incontro a Rimini – Era tremendo da ragazzino infilare la maglia di lana, pizzicava dappertutto, ed era tremendo anche svegliarsi e non avere acqua corrente. Insomma, sono cose che guardo più con ironia che con nostalgia”.
La vita quotidiana degli italiani nell’immediato dopoguerra e prima del grande boom economico era caratterizzata da oggetti e situazioni che piano piano sono spariti o sono diventati altro. In questo libro Guccini raccoglie aneddoti, ricordi e sensazioni per fissare nella memoria un tempo che sembra lontano non pochi decenni ma diversi anni luce.
“L’idea non è nata da me, è venuta a un editor che mi ha proposto il progetto. Pensando alle cose perdute mi sono subito venute in mente le braghe corte che si portavano anche d’inverno e arrivavano a mezza coscia. Quelle al ginocchio erano da fighetti!”.
Un capitolo è dedicato ai cantastorie, di cui Francesco Guccini sembra portare avanti l’eredità.
“Da piccolo, quando li incontravo in piazza, esercitavano un grande fascino su di me, tanto che la mia tesi, mai fatta, doveva essere proprio sui cantastorie del Nord. Erano grandissimi personaggi, davvero professionali: sapevano come attirare la gente, portavano nelle piazze i fatti e le loro canzoni erano patrimonio dell’umanità, la gente le canticchiava senza neanche ricordarsi dove le avevano sentite. Con l’arrivo della tv i cantastorie hanno perso il loro fascino, così si sono messi a vendere fogli dove c’erano i testi delle canzoni che si ascoltavano per radio e le foto delle dive americane in costume: questi fogli si chiamavano Sorrisi e canzoni”.
Era il tempo dei primi chewingum. Dei caffè d’orzo. Del Flit.
Era il tempo delle balere.
“Io in balera non ballavo ma suonavo, quando ero studente. Dopo la guerra c’era una voglia di ballare incredibile, anche perché il ballo era un modo per conoscere persone dell’altro sesso. Io facevo l’orchestrale e l’orchestrale era un po’ come un marinaio: una donna in ogni balera! Avevo anche diritto a una consumazione. Non alcolica… Era una vita divertente da fare a vent’anni”.
Guccini confessa che avrebbe voluto intitolare il libro Quando al cinema pioveva, ed è proprio un capitolo dedicato al cinema a concludere il volume.
“Nelle sale di terza visione pioveva dentro e la pellicola si rompeva. Però si passavano bei momenti. Si poteva fumare e si vedevano i cerchi di fumo fondersi con le luci del videoproiettore. In galleria si andava con le morosine e le ultime file si trasformavano in alcove. Poi c’erano i cinema delle parrocchie dove passavano sempre Lassie o Berdette, o quelli specializzati in fughini… La televisione ha ammazzato tante cose e ha ammazzato anche il cinema”. Ma tra tanti film ce n’è uno a cui il cantautore è particolarmente legato. “Uno dei film che guardo più spesso è Amarcord. Ringrazio Federico Fellini, che ho incontrato una sola volta, un incontro fugace, di cinque minuti, in un ristorante di Roma”.

Da Fixing n.17
Foto Alessandro Carli

 

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